Non era appena morto Innocenzo VIII, che il figlio Franceschetto Cibo, conoscendo la sua mutata condizione, se n'era fuggito a Firenze, presso il cognato Piero de' Medici, ed aveva per 40,000 ducati venduto appunto i feudi di Cervetri e d'Anguillara a Gentil Virginio Orsini, capo della famiglia, potentissimo e superbo a segno che aveva minacciato una volta di gettare lo stesso Innocenzo VIII nel Tevere. Asserivasi inoltre che Ferrante d'Aragona aveva anticipato il danaro. Di qui un odio inestinguibile del Papa contro Ferrante, e più ancora contro l'Orsini. In mezzo a tutti questi pericolosi disordini, Lodovico il Moro, per conoscer meglio chi gli era amico e chi gli era nemico, propose che i suoi ambasciatori andassero a congratularsi col nuovo Papa, insieme con quelli di Napoli, Firenze e Venezia. La proposta non fu accettata, perchè Piero de' Medici, così almeno dicevasi, per la vanità di mandare un'ambasciata in suo proprio nome, indusse Ferrante a mettere innanzi dei pretesti. Al Moro parve allora d'essere isolato in Italia, e si volse disperatamente al partito di chiamare i Francesi.
Mentre così l'orizzonte già nero, diveniva ancora più tetro, il Santo Padre non pigliava alcun partito, ma tergiversava con tutti, aspettando a decidersi quando fosse possibile farlo con sicuro vantaggio per sè e per i figli. E intanto profittava del tempo per darsi tutto, vecchio com'era, ai piaceri. La Vannozza era ormai lontana dal Vaticano, ed il Papa si abbandonava sempre più all'amore, cominciato già fin dal 1491, con la Giulia Bella, che aveva allora 17 anni. La figlia Lucrezia, più giovane di quattro anni, continuava a vivere in casa dell'Adriana, ed in mezzo a questi scandali riceveva la sua prima educazione. Può ognuno immaginar facilmente, se le era possibile ricevere quella coltura, che alcuni pretesero attribuirle perchè imparò facilmente a parlar molte lingue.[252] Ella, infatti, conosceva non solo l'italiano, il francese e lo spagnuolo, che era la lingua propria dei Borgia; ma capiva il latino, e qualche cosa pare che avesse praticamente appreso anche del greco, forse dagli emigrati di Costantinopoli che frequentavano il Vaticano. Pure le lettere che abbiamo di lei, le quali sono quasi tutte di poca importanza, non valgono a dar prova di questa vantata cultura. Quanto al suo misterioso carattere sarà meglio aspettare a giudicarlo dai fatti; per ora l'aria che ella respira è avvelenata non meno del sangue che scorre nelle sue vene.
Nel 1491, in età di soli undici anni, era stata con regolare contratto promessa sposa ad uno Spagnuolo, e poi, sciolto il contratto, promessa contemporaneamente a due altri Spagnuoli, con uno dei quali, don Gasparo conte d'Aversa, tutto fu concluso. Ma salito sulla cattedra di San Pietro Alessandro VI, la figlia del Papa non poteva più contentarsi di un tal matrimonio. Difatti venne sciolto il contratto con danaro, ed il 2 febbraio 1493 Lucrezia Borgia, virgo incorrupta, aetatis iam nubilis existens, sposò Giovanni Sforza, signore di Pesaro.[253] Le nozze furono celebrate il 12 giugno in Vaticano, con grandi e ricchi donativi alla sposa, che portava una dote di 31,000 ducati; con splendida festa, cui intervennero da 150 signore; con una cena data agli sposi dal Papa, alla quale presero parte Ascanio Sforza, parecchi cardinali e alcune signore, fra cui primeggiavano, come racconta l'ambasciatore di Ferrara, «Madonna Iulia Farnese de qua est tantus sermo...,[254] e Madonna Adriana Ursina, la quale è socera de la dicta madonna Iulia.» Si attese l'intera notte a danzare, a recitar commedie con canti e suoni, e furono presentati ricchi donativi. Il Papa, conchiude l'ambasciatore, assistè a tutto, e sarebbe troppo lungo descrivere ogni cosa: Totam noctem consunpsimus, indicet modo Exc. Dominatio Vestra si bene o male.[255]
Il duca di Gandia s'apparecchiava ad andare nella Spagna, per contrarre un ricco matrimonio. L'altro figlio del Papa, Cesare, sebbene, giovane come era, avesse un vescovado col benefizio di 16,000 ducati l'anno, pure si mostrava assai insofferente della vita ecclesiastica; andavasene a caccia vestito da laico; aveva passioni violenti ed irrefrenabili; esercitava sull'animo del padre un ascendente quasi magnetico. Quanto a Giuffrè, si facevano sempre nuovi disegni di matrimonio.[256] Roma era intanto piena di assassini e di delitti, di preti, di Spagnuoli e di donne perdute. Ogni giorno arrivavano Musulmani ed Ebrei cacciati dalla Spagna, i quali trovavano facile accoglienza, perchè il Papa, imponendo loro gravi tasse, si faceva largamente pagare la sua cristiana tolleranza. Egli stesso andava a caccia o al passeggio, circondato d'armati, in mezzo a Gemme ed al duca di Gandia, vestiti ambedue alla turca. Qualche volta fu visto ancora fra le sue donne, con abiti alla spagnuola, con stivali, pugnale ed un berretto di velluto assai elegante.[257]
Da un pezzo i Papi del Rinascimento s'erano abbandonati alla vita mondana ed ai vizî: ma solo il Borgia, perduto ogni pudore, ne menava vanto e ne faceva pompa cinicamente. Fino allora non s'era visto, nè poi si vide mai, la religione tanto profanata dal Santo Padre, in mezzo al sorriso ironico ed ai più spudorati baccanali, tutto ciò accompagnato da un'aria d'ingenua bonarietà![258]
2. — VENUTA DI CARLO VIII IN ITALIA.
Carlo VIII, educato colla lettura di romanzi cavallereschi e di storie delle Crociate, senza alcuna serietà di carattere, aveva la testa piena di fantastici disegni, e si lasciava dominare da due ambiziosi che gli erano sempre dintorno. Il primo di essi, Stefano di Vesc, di cameriere fatto ciambellano e siniscalco di Beaucaire, divenuto assai ricco, era avido di sempre nuovi guadagni. L'altro, Guglielmo Briçonnet, ricco signore della Touraine, dopo aver perduto la moglie, era stato nel 1493 nominato vescovo di San Malò; aspirava al cappello cardinalizio, e conduceva intanto le faccende principali dello Stato. Su questi due uomini operava con promesse e con danari Lodovico il Moro. Egli, dopo il matrimonio di Lucrezia Borgia col signore di Pesaro, che era degli Sforza, sentiva crescere in Roma il proprio potere, sostenuto dalla presenza colà di suo fratello il cardinale Ascanio. Ora trattava contemporaneamente con tutti i potentati d'Italia, perchè il suo più segreto pensiero era di far venire i Francesi, e formare poi una lega per cacciarli, sperando così di restare solo arbitro d'ogni cosa. Intanto gli esuli italiani, e specialmente i napoletani, lo secondavano, spingendo con ogni lor possa il re Carlo a partire; ma gli uomini di Stato e i capitani più reputati in Francia disapprovavano altamente questa impresa. Il domani non era quindi più certo per nessuno, e gli animi erano pieni d'una straordinaria trepidazione.
In questo stato di cose ambasciatori italiani percorrevano la Penisola e l'Europa intera, in mille direzioni diverse. Un'operosità simile a questa non fu mai veduta al mondo: ogni altro lavoro intellettuale dell'Italia sembrava che dovesse sospendersi, per dar luogo ad un nuovo, grande lavoro diplomatico; e l'infinita moltitudine di dispacci che si scriveva adesso, divenne un monumento storico e letterario di capitale importanza, che ci rivela mirabilmente il vero stato della società e degli animi in quei giorni così infausti per noi. Gli ambasciatori veneti, ora come sempre, primeggiano per senno pratico e politica prudenza; i fiorentini invece per forza d'analisi psicologica, studio di caratteri e di passioni, evidenza nelle descrizioni, eleganza impareggiabile nella forma sempre disinvolta e spontanea. I medesimi pregi si trovano più o meno in tutti gli altri: è questo il momento in cui si forma la nuova educazione politica degl'italiani, e si crea finalmente la moderna scienza di Stato.
Sin dal 1492 l'ambasciatore veneto Zaccaria Contarini aveva mandato un ragguaglio minutissimo delle condizioni commerciali, politiche, amministrative della Francia. A lui pareva impossibile che quel paese potesse mai risolversi alla spedizione d'Italia, circondato com'era da ogni lato di pericoli e di nemici, con un Re che, secondo lui, valeva assai poco d'animo e di corpo.[259] Se non che, nello stesso anno, il Re s'accordava con l'Inghilterra mediante danaro, con la Spagna cedendo il Rossiglione ed altre terre sulla frontiera dei Pirenei, con Massimiliano facendo un trattato che prometteva altre cessioni importanti.[260] Lodovico il Moro s'obbligava a dare uomini e denari, lasciando libero in Lombardia il passo all'esercito francese. Continuava intanto i segreti accordi con alcuni degli Stati italiani; prometteva sua figlia Bianca con ricca dote a Massimiliano, per aver in cambio l'investitura di Milano.[261] Tuttavia le cose erano ancora lontane da una conclusione definitiva. L'ambasciatore fiorentino scriveva da Napoli: «il duca di Bari» (così, a suo grande dispetto, soleva esser chiamato Lodovico il Moro) «ha gran piacere di tenere le cose in travaglio, e sa fare mille disegni, che riescono per ora solo in mente. Pure bisogna stare in guardia.»[262]
Il Casa, oratore fiorentino in Francia, nel giugno del 1493 giudicava ancora impossibile l'impresa, perchè grandissima era la confusione, il Re lasciavasi tirare da ogni lato, e si dimostrava tanto incapace da vergognarsene a dirlo.[263] Ma poi, vedendolo deciso contro l'opinione dei più autorevoli, e vedendo che gli apparecchi continuavano contro tutti i ragionamenti, disperato quasi del suo proprio giudizio, scriveva: «a capire le cose di qui bisognerebbe essere magico o indovino, che prudente non basta. Questa faccenda aiuterà secondo che la si butterà.»[264] E Gentile Becchi, altro oratore sopraggiunto nel settembre, scriveva a Piero de' Medici, che la cosa era tanto innanzi da non «potersi sperare di svolgere capi di bronzo come i Francesi.[265] Questa serpe ha la sua coda in Italia. Sono gl'italiani che spingono a più potere; Lodovico avrebbe voluto solamente sbattere Napoli, e restar egli padrone del gioco; ma la rabbia l'ha condotto nella trappola apparecchiata ad altri.[266] Il meglio perciò è starsene sulle àncore fra Napoli e Milano: loro che se hanno appiccata questa rogna, lor se la grattino.[267] Per fermare tutto occorrerebbe spendere più danari che non ne spende Lodovico; sicchè ormai l'impresa anderà, e se il Be vince, actum est de omni Italia, tutta a bordello: se perde, si vendicherà sui mercanti italiani in Francia, massime sui vostri.»[268] Piero de' Medici sperava sempre di poter persuadere Lodovico, ma il Becchi che lo aveva conosciuto bambino, quasi lo sgridava, scrivendogli: «attendete ai casi vostri, che avete briga un mondo. Credete voi che Lodovico non sappia a che pericolo mette sè e gli altri? Coi vostri consigli lo farete solo più ostinato.»[269] Sopravvennero nuovi ambasciatori, fra i quali Piero Capponi, che allora pareva amico de' Medici, e scrissero chiaro non esservi ormai altro da fare, che apparecchiarsi alla difesa.