A Milano invece gli ambasciatori fiorentini cavavano assai poco dal Moro. Agnolo Pandolfini, stato colà nel 1492 e 93, l'aveva trovato occupato a mulinare disegni ed a consultare gli astrologi, cui prestava fede grandissima: diceva di voler mettere una briglia in bocca a Ferrante, troppo vago di novità. Nel 1494 il dado era tratto, ma neppure allora l'ambasciatore Piero Alamanni poteva cavar nulla da lui. «Voi mi parlate pure di questa Italia,» egli diceva, «ed io non la vidi mai in viso. Nessuno s'è mai dato pensiero delle cose mie; ho dovuto quindi assicurarle in qualche modo.»[270] E quando l'ambasciatore gli faceva notare il pericolo in cui s'era messo, rispondeva, che lo vedeva bene, ma che il peggior pericolo era d'essere «tenuto una bestia.» Poi, quasi pigliandosi gioco di lui, aggiungeva: «Parlate pure. Che cosa suggeriscono i Fiorentini? Non vi adirate, aiutatemi a pensare.»[271] Nè altro v'era da cavarne.
Da Venezia gli ambasciatori scrivevano, che quei patrizî s'erano chiusi in un estremo riserbo, e tagliavano i discorsi quando si parlava dei Francesi. «Credono che lo stare in pace essi, e vedere li altri potentati d'Italia spendere e patire, non possa essere se non a proposito loro.[272] Diffidano di tutti, e sono persuasi d'aver tanti danari da potere in ogni momento assoldare quanti uomini d'arme vogliono, e così essere sempre padroni di condur le cose dove parrà a loro.»[273]
A Napoli, invece, quel Re era in preda alla più grande agitazione, e coll'aiuto del Pontano scriveva lettere, che parevano qualche volta profetizzare i vicini guai del Regno e dell'Italia. Il Papa non sapeva perdonargli l'opposizione fatta alla propria elezione, nè l'avere secondato la vendita di Cervetri e d'Anguillara all'Orsini. Sua nipote Isabella, moglie di Galeazzo Sforza, era tenuta come prigioniera dal Moro, che agitava l'Italia co' suoi tenebrosi disegni; sua figlia Eleonora, moglie d'Ercole d'Este, la sola che riuscisse a moderare l'animo del Moro, era morta nel 1493; l'altra figlia, Beatrice, era ripudiata dal re d'Ungheria, ed il Papa favoriva lo scioglimento del matrimonio.[274] Intanto tutti parlavano della prossima venuta dei Francesi. Vi fu un momento di speranza, quando il Papa trattò di sposare uno de' suoi figli con una figlia naturale del Re; ma poi si ritirò, quasi avesse voluto canzonarlo. Ferrante scrisse allora al suo ambasciatore in Roma, amaramente dolendosi di questa condotta del Papa, nel momento in cui stavano «per mestecare insieme il loro sangue. Si ricordi,» egli concludeva, «che non siamo giovani, nè da lasciarci condur per il naso da lui.»[275]
Di tutto ciò Alessandro VI si curava poco, e andava innanzi negli accordi coi Veneziani e con Milano; onde il Re scriveva: «Da chi si vuol difendere quando nessuno lo assale? Pare proprio destinato che i Papi non debbano lasciare in pace nessuno, per mettere a rovina l'Italia. Noi ora siamo forzati alle armi; ma il duca di Bari deve pensare a quello che può seguire dal tumulto che suscita. Chi muove questa procella non sarà in grado di fermarla a sua posta. Consideri bene il passato, e vedrà come ogni volta che per le interne dissensioni si sono chiamate e condotte in Italia potenze ultramontane, esse l'hanno oppressa e tiranneggiata, che ancora se ne vedono i vestigi.»[276]
E poco dipoi scriveva al suo ambasciatore in Spagna addirittura come un uomo disperato: «Questo Papa vuol proprio mettere a soqquadro l'Italia. Per far danari s'accinge a nominare tredici cardinali a un tratto, dai quali caverà non meno di 300,000 ducati. Trovò tutto tranquillo, e si diè subito a far leghe e cercare tumulti.» — «Fa tale vita che da tutti è abominata, senza respecto de la sedia dove sta, nè cura de altro che, ad dericto e reverso, fare grandi li figliuoli, e questo è solo il suo desiderio; e li pareno mille anni intrare in guerra, che da principio del suo papato non ha facto altro, si non ponerse in affanno, e molestarne quando per una via e quando per un'altra.... E Roma è tutta piena de soldati più che de preiti, e quando va per Roma, va con le squatre de le gente d'arme avanti, con li armetti[277] in testa, e lance a la cossa, per forma che tutti motivi soi sono ad la guerra, et in pernitie nostra, nè mai obmictere cosa che possa machinare contra de noi, sublevando non solamente in Francia el principe de Salerno et alcuni altri nostri rubelli, ma per Italia omne cancello rotto, lo qual senta essere adverso: et in tutte cose va con frode e simulatione, come è sua natura, e per fare danari vende omne minimo officio e beneficio.»[278]
Pure nell'agosto Virginio Orsini s'obbligava a pagare al Papa, per aver liberi i feudi contrastati, 25,000 ducati colla garanzia di Ferrante e di Piero dei Medici;[279] e nel medesimo giorno veniva finalmente segnato il contratto di matrimonio fra don Giuffrè Borgia, figlio del Papa, in età di dodici anni, e donna Sancia, figlia di Alfonso d'Aragona. Ella era rappresentata da don Federigo[280] suo zio, che ricevette per lei l'anello nuziale fra le risa degli astanti, specialmente del Papa che lo abbracciò.[281] Ferrante era fuori di sè per la gioia di questo matrimonio, che doveva restar segreto fino a Natale. Egli allora s'abbandonò tanto alla speranza, che il 5 dicembre propose al Papa una lega italiana.[282] Ma questi, prima che s'arrivasse a Natale, aveva già mutato parere, e s'era avvicinato al Moro. «Noi e nostro padre,» scriveva allora il Re all'ambasciatore, «abbiamo sempre obbedito ai Papi; eppure non ve n'è stato uno solo che non abbia cercato farci il peggio che ha potuto. Con questo Papa poi, che pure è della nostra patria, non c'è stato possibile avere un sol giorno di riposo. Non sappiamo davvero perchè vuole stare in travaglio con noi, se non sia per influenza dei cieli, e per seguire l'esempio degli altri, che pare destino che tutti i Papi ci debbano tormentare. Esso ci vuol tenere sempre sospesi, mentre noi»....«non avimo pilo adosso, che mai abbia pensato di darline una minima causa.»[283]
Il Re sente adesso vicina ed inevitabile la catastrofe; sente che le forze gli mancano, che la morte s'avanza, e che il suo regno anderà in frantumi. L'angoscia traspare da ogni linea delle sue lettere, nelle quali egli dice e ripete, si adira e si umilia. Il 17 gennaio 1494 scriveva quella che può dirsi la sua ultima lettera. «Il signor Lodovico consiglia al Papa di tenerci in parole, perchè se i Francesi non vengono, potrà sempre accomodarsi con noi, che, secondo egli dice, non lo vorremmo, non che per parente, neppure per cappellano. Se poi vengono, sarà liberato dalla servitù nostra, degli Orsini e degli altri baroni, i cui beni potrà dare ai suoi figli; e così i Pontefici potranno in avvenire dominare lo Stato loro con la bacchetta in mano. In questo modo va mettendo l'Italia a fuoco, di che conviene egli stesso; ma aggiunge che il Papa deve postergare i danni d'Italia, perchè a schifare la febbre continua si deve comportare la terzana. Ed il Papa, essendo pur acuto e timido, si lascia tutto dominare da Ascanio e guidare da Lodovico; onde invano cerchiamo indurlo a godersi tranquillo il papato, senza entrare in affanni e partiti da capitani di ventura, come lo ricerca il duca di Bari. Questi asserisce che noi facciamo solo mostra d'armare, e che in estremo caso ricorreremmo anche all'aiuto del Turco. Ma noi siamo parati a difenderci, e saremo pronti ad ogni partito più disperato, quando non si ha da altri rispetto nè alla fede, nè alla patria, nè alla religione. Ci ricordiamo che lo stesso papa Innocenzo scrisse:
Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo.»
Finalmente, quasi vedesse dinanzi a sè il nemico temuto, concludeva con parole che possono dirsi profetiche: «Francesi mai vennero in Italia, che non la ponessero in ruina, e questa venuta è de natura che quando sia ben considerata, che porterà ruina universale, perbenchè se minacci solo a noi.»[284]
E con l'animo lacerato da questo tormentoso pensiero, dopo una malattia di soli tre giorni, il 25 gennaio 1494 cessava finalmente di vivere.[285] Gli successe Alfonso che, più impetuoso, più crudele, e d'ingegno inferiore al padre, capiva pure in che pessime condizioni si trovava, e cercava aiuto al Papa, a Lodovico, al Turco; ma invano, perchè la venuta dei Francesi era inevitabile, e con essa la fine degli Aragonesi in Napoli.