Piero de' Medici non si curava di nulla a Firenze, inclinava verso gli Aragonesi, e si divertiva nella giostra, che allora s'apparecchiava;[286] i Veneziani stavano a vedere; Ferrara si dichiarava amica di Francia; Bologna s'alleava col Moro; il Papa, sempre uguale a sè stesso, spaventato dalla minaccia di un conciliabolo, che Carlo VIII diceva di voler radunare, dichiarava che lo avrebbe ricevuto in Roma da amico,[287] e nel medesimo tempo mandava in Napoli un suo nipote ad incoronare il re Alfonso. La confusione era al colmo, e gli esuli italiani spingevano più che mai i Francesi a partire, sperando ognuno di poter così fare le proprie vendette contro i governi esistenti.
Ai primi di marzo Carlo VIII faceva il suo solenne ingresso a Lione, per assumere il comando dell'impresa; un'avanguardia sotto lo scozzese d'Aubigny s'avanzava già verso la frontiera napoletana, e il duca d'Orléans era a Genova. I Napoletani dall'altro lato mandavano il principe d'Altamura con trenta galere verso Genova, nel tempo stesso in cui il duca di Calabria, giovinetto inesperto, sotto la guida di provetti generali, tra cui era G. G. Trivulzio, valoroso esule milanese, entrava nello Stato pontificio. Il Papa sembrava aver perduta la testa, e non sapeva più a qual partito appigliarsi. Pure, profittando del momento, chiedeva al Sultano l'anticipazione dei 40,000 ducati dovutigli ogni anno per tenere in custodia Gemme. A mettergli poi spavento, aggiungeva che i Francesi venivano a liberare il prigioniero, volendo col suo aiuto portar guerra in Oriente. E i danari sarebbero arrivati, se a Sinigaglia l'ambasciatore che li recava, non fosse stato nel settembre preso e svaligiato dal prefetto Giovanni della Rovere, fratello del cardinale di San Piero in Vincoli.[288]
Ai primi di settembre Carlo VIII, passato il Monginevra, entrava in Asti. E presto gli arrivava la notizia, che don Federico, col naviglio napoletano, era stato respinto da Porto Venere con gravi perdite, e il duca d'Orléans, entrato cogli Svizzeri a Rapallo, aveva saccheggiato il paese, mettendo gli abitanti a fil di spada, anche i malati nell'ospedale, con universale spavento di tutti gl'Italiani, non usi allora a questo genere di guerra. Arrivato a Piacenza, il Re seppe che Gio. Galeazzo, poco prima da lui veduto a Pavia, era colà morto avvelenato, almeno così dicevasi universalmente, dal Moro, il quale, fatte celebrare le esequie in Milano, entrava subito in Sant'Ambrogio, all'ora indicatagli dall'astrologo, per consacrare l'investitura già prima concessagli da Massimiliano re dei Romani. Tutto questo metteva sospetto e quasi terrore nell'animo dei Francesi, che comprendevano ora quale era la fede del più stretto alleato del Re in Italia. Il Moro infatti da un lato raccoglieva uomini e danari per aiutarli, dall'altro lavorava a stender le fila d'una lega, per poterli a suo tempo cacciare. Perrone de' Baschi, di origine italiana, era venuto nel 1493 a visitare le Corti della Penisola, e ne aveva, come scriveva Piero de' Medici, «riportato vento;»[289] ed ora Filippo di Commines, uomo di grande accortezza ed ingegno, ma di pessima fede, che conosceva bene l'Italia, dove già era stato altre volte, non trovava in nessuna delle Corti speranza d'amicizia sicura, e meno ancora d'aiuti efficaci, sebbene molti desiderassero l'arrivo degli stranieri, per secondare i proprî disegni. Egli che nelle sue Memorie scrisse intorno agli uomini del suo tempo: «Nous sommes affoiblis de toute foy et loyaulté, les uns envers les aultres, et ne sçauroye dire par quel lien on se pouisse asseurer les uns des aultres,»[290] sperimentava ora in Italia la verità della sua osservazione, e s'accorgeva d'essere in mezzo a gente anche più accorta e più furba di lui.[291]
Ma la fortuna di Francia camminava nonostante a gran passi. Il duca di Calabria, giunto in Romagna, si ritirava nel Napoletano al solo apparire del d'Aubigny, ed il grosso dell'esercito francese, col Re alla testa, s'avanzava per la Lunigiana senza incontrare ostacoli di sorta. Dopo aver preso e saccheggiato Fivizzano, ponendo a fil di spada i cento soldati che v'erano a guardia, e parte degli abitanti, i Francesi si spinsero verso Sarzana, sopra un terreno sterile, fra i monti ed il mare, dove ogni lieve resistenza avrebbe potuto riuscir loro funesta. Ma invece i piccoli castelli, che erano posti a guardia di quei luoghi, cedettero l'un dopo l'altro, senza neppur tentare la difesa, e non era appena l'assedio di Sarzana cominciato, che Piero dei Medici arrivò tutto spaventato, e si arrese a discrezione, promettendo anche di pagare 200,000 ducati.
Se non che, tornato a Firenze il dì 8 novembre, trovò che la Città s'era ribellata, e aveva mandato per suo conto ambasciatori al Re, con incarico di riceverlo onorevolmente; ma nello stesso tempo s'apparecchiava a difendersi, occorrendo. Lo sdegno era così universale, che Piero se ne fuggì a Venezia, dove il suo ambasciatore Soderini a mala pena lo guardò, essendosi già dichiarato per il governo repubblicano,[292] in questo mezzo proclamato a Firenze, dove tutto era rapidamente mutato. Il giardino dei Medici a San Marco, e le loro case erano andati a sacco; gli esuli erano stati richiamati ed assoluti; una taglia era stata messa su Piero e sul suo fratello cardinale. Nel medesimo tempo però Pisa s'era ribellata sotto gli occhi stessi di re Carlo, gettando in Arno il Marzocco;[293] Arezzo e Montepulciano ne avevano imitato l'esempio. L'opera dei Medici, con tante cure e in sì lungo tempo condotta a termine, andava ora quasi istantaneamente in fumo.
Il 17 novembre Carlo VIII, alla testa del suo formidabile esercito, entrava in Firenze colla lancia in resta, credendosi per questo atto padrone della Città. Ma i Fiorentini s'erano armati, avevano raccolto seimila uomini dalla campagna, e sapevano bene che dalle torri e dalle case potevano mettere a grave pericolo un esercito diviso nelle strade. Respinsero quindi le eccessive domande del Re, e quando egli minacciò di far sonare le trombe, Piero Capponi, stracciando i capitoli che venivano insolentemente proposti, rispose che i Fiorentini avrebbero sonato le loro campane. Così si venne a patti più equi. Là Repubblica pagherebbe in tre rate 120,000 fiorini; le fortezze però le sarebbero state rese in breve. Il 28 novembre i Francesi lasciavano la Città, non senza aver prima rubato quella parte ancora rimasta intatta del tesoro di antichità, raccolte nel palazzo dei Medici. Fecero a chi più poteva, dice lo stesso Commines, e gli alti uffiziali rubarono più degli altri. Pure i cittadini erano contenti d'essere finalmente liberi dagli antichi tiranni e dai nuovi stranieri.
Arrivato a Roma Carlo VIII, per farla finita col Papa,[294] che ora si mostrava deciso a resistere, puntò i cannoni contro Castel Sant'Angelo, e così tutto fu subito aggiustato. Il 16 gennaio 1495 il Briçonnet venne nominato cardinale di San Malò, ed il Re assistette il giorno 20 ad una messa solenne, celebrata dal Santo Padre, il quale, o per distrazione o per preoccupazione, commise, nei riti e nelle forme prescritte, molti errori, che il Burcardo, maestro delle cerimonie, in parte osservò troppo tardi, in parte lasciò correre per non richiamare su di essi l'attenzione degli altri.[295]
Secondo l'accordo firmato a Roma, Carlo VIII, s'avanzò verso Napoli, accompagnato dal cardinal di Valenza come ostaggio, insieme con Gemme. Arrivati però a Velletri, il Cardinale scomparve: le sue argenterie s'erano già fermate a mezza via; i bauli che, caricati sopra diciassette muli, contenevano gli abiti e le masserizie, furono trovati vuoti; Gemme s'era ammalato così gravemente, che giunto a Napoli morì. Tutti dissero che era stato veleno dei Borgia; ma i Veneziani, sempre benissimo informati dai loro ambasciatori, affermavano invece che era stata morte naturale.[296] Pure il Re fu molto sdegnato della fuga, ed esclamò: «Malvas Lombard, e lo primiero lo Santo Padre.»[297] Ogni ricerca fu però vana. Egli continuò con l'esercito il suo cammino, senza quasi incontrare ostacoli di sorta fino a Napoli. Alfonso d'Aragona rinunziò al trono, e fuggì in Sicilia; Ferdinando II o, come dicevano, Ferrandino, dopo aver cercato invano aiuto da tutti, anche dal Turco, fece una resistenza inutile a Monte San Giovanni, che fu preso e distrutto: gli abitanti andarono a fil di spada.[298] Gian Giacomo Trivulzio disertò gli Aragonesi, e passò al nemico; Virginio Orsini s'apparecchiava a far lo stesso; Napoli tumultuò in favore dei Francesi, che vi entrarono il 22 febbraio. Il giorno seguente Ferrandino fuggì ad Ischia, poi a Messina. E subito arrivarono gli ambasciatori degli altri Stati italiani a congratularsi col vincitore.
Ma adesso finalmente i Veneziani s'erano svegliati, ed avendo mandato i loro ambasciatori a Milano, per sapere se il Moro era disposto ad armarsi per cacciare i Francesi, lo avevano trovato non solo prontissimo, ma ancora pieno di sdegno. «Il Re non ha testa,» aveva egli detto; «è in mano di gente che pensa solo a guadagnar danaro, e tutti insieme non farìano mezz'uomo savio.» Ricordava l'alterigia con cui era stato trattato da essi, e si dichiarava deciso ad entrare in ogni lega per cacciarli. Consigliava di mandar danari alla Spagna ed a Massimiliano, perchè assalissero la Francia; ma aggiungeva, che bisognava guardarsi bene dal chiamarli in Italia: «chè dove ora abbiamo una febbre, allora ne avremmo due.»[299]
La lega fu infatti conclusa tra i Veneziani, il Moro, il Papa, la Spagna e Massimiliano. E l'ambasciatore Filippo di Commines, che ora si trovava a Venezia, dove alla notizia dell'entrata del suo Re in Napoli aveva visto i Senatori abbattuti per modo che i Romani, dopo la disfatta di Canne, non potevano essere «plus esbahis, ne plus espouvantés,»[300] adesso li trovava invece colla testa alta e pieni di fierezza. I Napoletani già stanchi della mala signoria, s'erano sollevati, e Carlo VIII, dopo soli cinquanta giorni di dimora fra di loro, partiva più che in fretta, per non trovar tagliata ogni ritirata; lasciava nel Regno poco più di 6000 uomini, menando seco un esercito numeroso, nel quale però si trovavano solo 10,000 veri e proprî combattenti. Il 6 di luglio si venne a giornata, a Fornuovo presso il Taro. Gli alleati avevano messo insieme circa 30,000 uomini, tre quarti dei quali erano dei Veneziani, il resto del Moro, con alcuni Tedeschi mandati da Massimiliano. Nel momento dell'assalto avevano pronti a combattere un numero d'uomini doppio dei Francesi; ma una metà di essi restò inoperosa per errore di Rodolfo Gonzaga, ed i nemici invece furono tutti al loro posto, con l'avanguardia sotto gli ordini di G. G. Trivulzio, il quale era adesso coi Francesi, e sebbene combattesse contro la patria sua, dimostrò pure grandissimo valore e capacità militare. La battaglia fu sanguinosa, e si disputò molto di chi fosse veramente la vittoria; ma se gl'Italiani non furono respinti, anzi restarono padroni del campo, i Francesi volevano passare e passarono; ottennero quindi essi lo scopo cui miravano.