Ad Asti il Re si fermò alquanto, e ricevette gli ambasciatori fiorentini, ai quali promise nuovamente di render loro così le fortezze occupate dai suoi, come la città di Pisa, e ne ebbe 30,000 ducati a saldo dei 120,000 promessi in Firenze, dando però in pegno gioie d'egual valore, da restituirsi appena rese le fortezze. Oltre di ciò i Fiorentini promisero 250 uomini d'armi per aiutare il Re a Napoli, ed un prestito di 70,000 ducati, che poi non dettero, perchè non riebbero le fortezze.[301] Il Moro, profittando dell'occasione, venne subito ad accordo coi Francesi, senza occuparsi dei Veneziani, credendo così d'essersi liberato dagli uni e dagli altri, mentre invece s'esponeva all'odio d'ambedue, come dovette ben presto accorgersene.

La fortuna dei Francesi continuava ora a decadere rapidamente in Italia, e contribuiva a renderla peggiore non solamente la loro mala signoria nel Reame, ma la pessima condotta che tenevano verso i pochi amici restati loro fedeli nella Penisola. Il capitano d'Entrangues, infatti, violando tutte le promesse del Re, cedeva ai Pisani, per danaro, la fortezza della loro città, ed essi v'entrarono a gran dispetto dei Fiorentini, il primo di gennaio 1496. Più tardi cedeva, per altra somma, Pietrasanta ai Lucchesi; altri capitani, imitando l'esempio, cedettero Sarzana e Sarzanello.[302] Ferdinando II intanto, coll'aiuto degli Spagnuoli comandati da Consalvo di Cordova, s'avanzava vittorioso nelle Calabrie, ed entrava in Napoli il 7 luglio 1496. In breve tutte le fortezze napoletane capitolarono, ed i Francesi che le guardavano, tornarono in patria più che decimati ed in pessime condizioni. Il 6 di ottobre Ferdinando II moriva esausto dalle agitazioni e fatiche della guerra, e gli succedeva lo zio don Federico, che in tre anni fu il quinto re di Napoli,[303] e venne incoronato dal cardinal di Valenza.

L'Italia poteva dirsi ora nuovamente libera dagli stranieri. Vi fu, è vero, in quell'anno stesso, una breve corsa di Massimiliano che, istigato dal Moro, venne ad aiutare Pisa, per non farla cadere in mano dei Fiorentini, nè dei Veneziani; ma egli, arrivato con poche genti e non trovando nessun aiuto, partì senza aver nulla concluso. Napoli era in realtà venuta sotto l'assoluto predominio degli Spagnuoli, i quali già maturavano sul Reame tenebrosi disegni; ma questi vennero in luce solo più tardi. Carlo VIII diceva d'essere pentito, di voler mutar vita, di voler punire il Papa, e tornare all'impresa d'Italia; ma intanto se ne restava in Francia, abbandonato ai piaceri. Così, in apparenza almeno, tutto era tranquillo. Se non che il giorno 7 aprile 1498, il Re moriva d'apoplessia, estinguendosi con lui il ramo primogenito dei Valois, e gli succedeva il duca d'Orléans col nome di Luigi XII. Questi, pei suoi legami di sangue coi Visconti, aveva sempre preteso d'avere diritti sul Ducato di Milano. Ponendosi ora in capo la corona di Francia, aggiungeva a ciò la presunzione di altri diritti sull'Italia, e la forza per farli valere. Con lui infatti ricominciano e continuano lungamente nuove invasioni e calamità nella Penisola.

3. — I BORGIA.

Mentre però la pace apparente durava ancora, l'attenzione generale era richiamata sui fatti che seguivano in Roma e nella Campagna. Alessandro VI aveva profittato della cattiva fortuna dei Francesi, confiscando i beni degli Orsini, i quali avevano disertato gli Aragonesi per darsi a Carlo VIII, e dopo averlo abbandonato, quando ne videro mutate le sorti, erano più tardi tornati nuovamente a lui. Virginio Orsini cadde allora prigioniero nelle mani degli Spagnuoli venuti a rimettere sul trono di Napoli Ferdinando II. Essi dovevano, secondo i patti, ricondurlo al confine; ma a ciò si oppose fieramente il Papa, minacciando la scomunica, perchè egli voleva lo sterminio di quella famiglia. E così fu invece chiuso nel Castello dell'Uovo a Napoli, dove morì. Le sue genti vennero intanto svaligiate negli Abruzzi, restando prigionieri l'Alviano e Giovan Giordano Orsini.

Fu questo il momento scelto dal Papa per muovere guerra a que' suoi eterni nemici, sempre numerosi e potenti. Le genti di lui, comandate dal duca d'Urbino e da Fabrizio Colonna, uscirono in campo il 27 d'ottobre contro gli Orsini, che s'erano ritirati a Bracciano. Sebbene i principali di essi fossero allora prigioni, e molte battiture crudeli avesse d'anno in anno ricevute tutta la famiglia, pure erano sempre in grado di misurarsi col nemico. E le loro speranze crebbero poi moltissimo, quando Bartolommeo d'Alviano,[304] fuggito dal carcere, giunse in Bracciano con alcuni de' suoi. Ben presto si venne fieramente alle mani, combattendo con valore non solo l'Alviano, ma anche sua moglie, sorella di Virginio Orsini. I primi scontri furono tutti a danno dei papalini. Arrivarono poi di Francia Carlo Orsini e Vitellozzo Vitelli, ma gli avversarî si ripresentarono anch'essi aumentati d'armi e d'armati, onde si venne il 23 gennaio 1497 ad una vera battaglia, che finì con una segnalata vittoria degli Orsini. Negli scontri antecedenti il cardinale di Valenza era stato inseguìto fin sotto le mura di Roma; ora poi il duca di Gandia fu ferito, il duca d'Urbino venne fatto prigioniero, il cardinale Lunate fuggì con tanta fretta e spavento che ne morì. I nemici dei Borgia esultarono; gli Orsini furono di nuovo padroni della Campagna. Il Papa, fuori di sè per lo sdegno, faceva nuovi apparecchi di guerra, e chiamava in aiuto lo stesso Consalvo di Cordova, quando i Veneziani entrarono di mezzo, e la pace fu fatta. Pagarono gli Orsini 50,000 ducati, ma tornarono padroni delle proprie terre, e vennero liberati quelli fra di loro che erano prigioni nel Napoletano, salvo Virginio, morto prima ancora che gli giungesse la nuova della vittoria. Il duca d'Urbino, su cui avevano posto la taglia di 40,000 ducati, fu da essi consegnato al Papa in conto della somma che gli dovevano, ed il Papa non liberò il Duca, che era stato suo proprio capitano, se prima non pagò a lui la taglia imposta dai nemici. Questo figlio del celebre Federico, era senza prole, e i Borgia dopo essersi fatti difendere da lui, lo spogliavano ora de' suoi danari, per poi più iniquamente ancora spogliarlo dello Stato.

Nonostante la pace gravosa, gli Orsini avevano un potere immenso; il Papa, odiato da tutti, non poteva più fidare in altri che ne' suoi 3000 Spagnuoli e nell'amicizia dimostratagli da Consalvo di Cordova, che ripigliò per lui la fortezza di Ostia. Non potevano dunque i Borgia pensare a nuove imprese di guerra, ed allora subito sembrò che volessero adoperare le proprie armi per sterminarsi fra di loro, con non credibile malvagità. La notte del 14 giugno 1497 il duca di Gandia non tornò a casa. Il giorno di poi il suo staffiere fu trovato ferito, senza che sapesse dir nulla del padrone; la mula che il Duca aveva cavalcata, girava per le vie con una staffa sola, pendente dalla sella; l'altra era stata tagliata. Tutto pareva un mistero. Aveva la sera innanzi cenato con suo fratello il cardinale di Valenza presso la madre Vannozza. Erano usciti insieme a cavallo, separandosi poco dopo, il Duca seguìto da un uomo in maschera, che da molto tempo lo accompagnava sempre, e dallo staffiere che lasciò in Piazza dei Giudei. Null'altro si potè sapere. In sulle prime il Santo Padre rise, credendo che suo figlio si fosse nascosto con qualche donna.[305] Non vedendolo però tornare a casa la seconda notte, fu preso da uno spavento e da un'agitazione grandissima. A un tratto, senza saper come, si sparse in Città la voce, che il Duca era stato gettato nel Tevere. Interrogato uno degli Schiavoni, che facevano a Ripetta commercio di carbone, rispose come, dormendo in barca la notte del 14, aveva visto arrivare un cavaliere con un cadavere in groppa, accompagnato da due pedoni, e gettato nel fiume il cadavere, erano tutti scomparsi. Interrogato perchè non ne avesse parlato prima, rispose, che di continuo aveva visto la notte, in quel medesimo luogo, seguir centinaia di simili fatti, senza che mai vi si facesse caso.[306] Un gran numero di marinari fu mandato a cercar nel fiume, e pescarono il figlio del Papa ancora con gli stivali, sproni e mantello. Aveva le mani legate; nove ferite alla testa, alle braccia, al corpo, una delle quali mortale alla gola; trenta ducati nella borsa,[307] segno evidente che non lo avevano ucciso per derubarlo.[308] Il cadavere fu solennemente sepolto in Santa Maria del Popolo. I più erano contenti dell'accaduto; gli Spagnuoli bestemmiavano e piangevano; il Papa, quando fu certo che suo figlio era stato a Ripetta gettato nel Tevere come la spazzatura, s'abbandonò ad un profondo dolore, di cui nessuno lo credeva capace.[309] Si chiuse nel Castel Sant'Angelo, inseguìto, dicevano molti, dallo spirito del Duca, e pianse. Non volle prendere cibo per più giorni, e le sue grida si sentivano di lontano. Il 19 giugno tenne un concistoro, in cui disse, che non mai aveva provato così grande dolore: «Se avessimo sette papati, li daremmo tutti per aver la vita del Duca.»[310] Mostrò un pentimento, che parve sincero, della sua vita passata, e annunziò a tutti i potentati, che aveva affidato la riforma della Chiesa a sei cardinali: ad altro ormai non voleva più pensare. Tutti questi proponimenti cristiani andarono però subito in fumo.

Chi era l'autore dell'assassinio, da quali ragioni era stato mosso? Si sospettò degli Orsini;[311] si sospettò del cardinale Ascanio Sforza, che aveva recentemente avuta qualche contesa col Duca, e questi sospetti furon tali, che il cardinale, anche dopo le esplicite dichiarazioni del Papa, di non aver mai prestato alcuna fede a simili dicerìe, non si presentò a lui senza essere accompagnato da amici sicuri e con armi nascoste.[312] Si fecero mille ricerche, che poi a un tratto vennero sospese,[313] e corse la voce da tutti creduta, che l'assassino del Duca era stato suo fratello il cardinal Cesare Borgia. «E certamente,» scriveva l'ambasciatore fiorentino, sin dal principio, «chi ha governato la cosa ha avuto e cervello e buono coraggio, et in ogni modo si crede sia stato gran maestro.»[314] A poco a poco i dubbi non caddero più sull'autore dell'assassinio; ma sulle ragioni che aveva avute, per giungere a tale misfatto.

Si parlò di gelosia tra il Cardinale e il Duca per la cognata donna Sancia, moglie di don Giuffrè, la quale menava una vita assai scandolosa. Si disse di peggio ancora, osandosi pubblicamente parlare di gelosia tra i due fratelli, che si disputavano col padre la sorella Lucrezia.[315] E queste voci orrende venivano registrate e credute da storici gravissimi, ricordate da poeti illustri. Pure, sebbene tutto ciò si ripetesse pubblicamente da ognuno, e tutti chiamassero autore dell'assassinio Cesare Borgia, questi allora appunto divenne l'uomo più potente in Roma e più temuto, anche dal Papa, che pareva subisse come il fascino misterioso del proprio figlio. Questi s'era omai deciso a lasciar la vita ecclesiastica, e già si parlava di fare in sua vece cardinale il fratello don Giuffrè, separandolo dalla moglie, la quale avrebbe sposato Cesare, appena fosse tornato laico.[316]

Alessandro VI continuava intanto le sue tresche con la Giulia Bella e con alcune Spagnuole. Egli aveva ancora, secondo la pubblica voce, avuto un figlio da una Romana, il cui marito si vendicò uccidendone il padre, che l'aveva prostituita al Sommo Pontefice.[317] La Lucrezia, che nel giugno 1497, quando cioè il duca di Gandia veniva assassinato dal fratello, trovavasi confinata in un convento, senza che se ne sapesse la ragione, fu per volontà del padre separata nel decembre dal marito Giovanni Sforza, che venne a tal fine dichiarato impotente.[318] Nel marzo 1498, secondo notizie riferite anche da ambasciatori, essa partoriva un figlio illegittimo, intorno al quale si avvolse un gran mistero. Da un lato nessuno più parla di lui, da un altro comparisce alcuni anni dopo un Giovanni Borgia, che per la sua età dovè esser nato appunto verso il 1498.[319] Il Papa lo legittimò prima con un Breve del 1º settembre 1501, come figlio naturale di Cesare, dicendolo di tre anni circa;[320] e con un secondo Breve, in data dello stesso giorno, lo riconobbe invece come suo proprio figlio, dichiarando però che doveva, nonostante,[321] sussistere la precedente legittimazione, la quale in sostanza fu fatta, perchè il misterioso fanciullo potesse legalmente ereditare. Tutti i documenti che lo risguardano, sono nell'archivio privato di Lucrezia, che fu portato a Modena. E presso di lei abbiamo notizie che si trovava una volta in Ferrara lo stesso Giovanni, di cui questo solo possiam dire, che la sua nascita misteriosa è quella certamente che dette origine alle sinistre voci che correvano intorno alle relazioni del Papa con la propria figlia. Queste voci vennero propagate dallo Sforza marito di lei, il quale a Milano disse chiaro, che questa era la ragione, per cui il Papa lo aveva voluto dividere dalla propria moglie.[322]