Nel luglio 1497 Cesare Borgia andò a Napoli per incoronare re Federico, e per chiedere danari, favori, feudi, con tale insistenza, che l'ambasciatore fiorentino scriveva: «Non sarebbe da maravigliarsi se, per liberarsi da tante angherìe, il povero Re si gettasse disperato al Turco.»[323] Il 4 settembre era di ritorno in Roma, dove fu notato che baciò il Papa senza che l'uno all'altro dicesse verbo. Cesare allora parlava poco e faceva paura a tutti.[324] A lui occorrevano danari per supplire alle entrate che perdeva lasciando il cappello cardinalizio, e per attuare i suoi nuovi e vasti disegni. Il Papa, che in tutto lo secondava, si diede perciò, senza scrupoli, a cercar nuove vittime. Il segretario Florido fu accusato come autore di falsi Brevi, e subito venne saccheggiata la sua casa, e si portarono in Vaticano i danari, i tappeti e le argenterie che v'erano. L'infelice, gettato in un carcere perpetuo, vi restò solo con pane, acqua ed una lucerna. Il Papa di tanto in tanto vi mandava qualche prelato, perchè, giocando con lui a scacchi, s'adoperasse a cavarne confessioni, che déssero modo di porre le mani addosso ad altri, fino a che nel luglio 1498 quel disgraziato cessò di vivere.[325]

Nel medesimo tempo si trattava col re di Napoli per sposare la figlia di lui, Carlotta, con Cesare ancora cardinale. Ed il Re, disperato di tante vessazioni, dopo aver dichiarato di voler piuttosto perdere il regno che dare la sua figlia leggittima ad un «prete bastardo di prete,»[326] dovette nondimeno, per salvarsi dalle gravi minacce del Papa, quando già correvano le voci, di cui più sopra parlammo, consentire invece al matrimonio di Lucrezia Borgia con don Alfonso duca di Bisceglie,[327] giovane di appena 17 anni, figlio naturale di Alfonso II. Le nozze furono celebrate il 20 giugno 1498, «et il Papa,» scriveva l'ambasciatore veneziano, «stete fino a zonzo (giorno) alla festa, adeo fece cosse da zovene.»[328]

Il 13 agosto 1498 finalmente Cesare dichiarò in concistoro, che aveva accettato il cappello per far piacere al Papa; ma che la vita ecclesiastica non era per lui, e voleva ormai lasciarla. I cardinali consentirono, Alessandro VI soggiunse cinicamente, che dava il proprio assenso pel bene dell'anima di Cesare, pro salute animae suae;[329] e questi, spogliato l'abito, venne subito inviato in Francia, dove portò una Bolla di divorzio a Luigi XII, che voleva separarsi dalla moglie, e sposare la vedova di Carlo VIII, la quale recava in dote la Brettagna. Il Re aveva già promesso a Cesare il ducato di Valentinois ed alcuni soldati, che con la bandiera di Francia dovevano aiutarlo grandemente nell'impresa di Romagna. Per trovare le molte migliaia di scudi necessarie a questo viaggio, che doveva superare in splendore ogni immaginazione, furono venduti ufficî, vennero accusati come Marrani e poi assoluti per danaro trecento individui. Il maestro di casa del Papa, col medesimo pretesto, venne messo in carcere, portandogli via da 20,000 ducati, che aveva in casa e nelle banche.[330] Il 1º di ottobre 1498 Cesare partì per la Francia, con la Bolla del divorzio, con un cappello cardinalizio per monsignor d'Amboise, ed una lettera con cui il Papa diceva al Re: «destinamus Maiestati tuae cor nostrum, videlicet dilectum filium Ducem Valentinensem, quo nihil carius habemus.»[331] Lo splendore del viaggio fece davvero sbalordire i Francesi; l'abito del Duca Valentino, ormai è questo il suo nome, era tempestato di gioie, ed egli gettava danaro per le vie. Anche adesso però fallirono i nuovi tentativi da lui fatti per ottenere la mano di Carlotta d'Aragona, che allora trovavasi in Francia. Invano il cardinale di San Pietro in Vincoli, altra volta nemico del Papa, s'adoperò a tutt'uomo.[332] Il Duca la desiderava con ardore, per la speranza di potersene un giorno valere a impadronirsi del regno di Napoli; ma quella principessa aveva per lui un vero orrore, e trovavasi in ciò d'accordo col proprio padre.

Così Cesare, avuto il ducato di Valentinois e cento lance francesi, si dovè contentare di sposare Carlotta, sorella di Giovanni d'Albrét, re di Navarra, e parente di Luigi XII. Questi prometteva al Duca nuovi aiuti, quando la Francia avesse conquistato Milano, al qual fine metteva insieme un esercito, e s'era già alleato con Venezia (15 aprile 1499), aderendovi anche il Papa, che secondo il suo solito aveva mutato bandiera. Da ciò era seguìto un alterco vivissimo fra lui e l'ambasciatore spagnuolo. Questi minacciò di provargli che egli non era vero Papa, e l'altro di rimando minacciò di farlo gettare nel Tevere, e dimostrare che la regina Isabella non era poi «quella casta donna si predicava»[333] Ne restò tuttavia il Santo Padre assai sgomento, perchè, sebbene si fosse dato alla Francia, aveva pur sempre molte speranze sul regno di Napoli, e queste riuscivano vane senza l'aiuto di Spagna. Egli, è ben vero, diceva e ripeteva ora di voler fare Italia «tutta de uno pezzo;»[334] ma gli ambasciatori veneti, che lo conoscevano a fondo, avvertivano sempre che quest'uomo simulatore e dissimulatore, a 69 anni floridissimo di salute, e abbandonato sempre ai piaceri, mutava ogni giorno politica, e cercava garbugli solo per dare il Reame al figlio: intanto aveva ridotto Roma ad una «sentina di tutto il mondo.»[335]

Il 6 di ottobre 1499 Luigi XII entrava in Milano, alla testa del suo esercito comandato da G. G. Trivulzio, e Lodovico il Moro, che s'era apparecchiato alla difesa, vedendo ora che aveva contro di sè Francesi e Veneziani, e che i suoi lo abbandonavano, se ne fuggì invece a cercare aiuti in Germania. Gli ambasciatori italiani accorrevano intanto a Milano per ossequiare il Re, che ricevette fra gli altri anche il Valentino, venuto in persona con piccolo seguito e con la bandiera di Francia. Assicuratosi della buona amicizia del vittorioso monarca, avuta promessa di nuovi aiuti per condurre innanzi le sue sanguinose imprese, e fatto a Milano un prestito di 45,000 ducati, egli se ne tornò a Roma, dove il Papa raccoglieva danari allo stesso fine, valendosi d'ogni mezzo, onesto e disonesto, anche di nuovi assassinii. Il protonotario Caetani messo in prigione vi morì, e i suoi beni furono confiscati; il suo nipote Bernardino venne ucciso dai birri del Valentino presso Sermoneta, feudo di cui subito s'impossessarono i Borgia.[336] Intanto il Valentino venne nominato gonfaloniere della Chiesa, ed essendo già stata pubblicata la sentenza che dichiarava decaduti i signori della Romagna e delle Marche, col pretesto che non avevano pagato al Papa la somma dovuta, se ne partì per Imola, dove aveva inviato le sue genti, fra le quali un migliaio di Svizzeri, sotto il comando del Baglì di Dijon: era in tutto un esercito di circa 8000 uomini. Ai primi di dicembre cadde Imola e poi Forlì, dove Caterina Sforza, che vi comandava, si difese con gran valore nella fortezza fino al 12 gennaio 1500, cedendo solo ad un assalto dei Francesi, i quali, ammirati del coraggio virile di lei, la salvarono dai soldati del Valentino e dall'ira del Papa, che voleva fosse subito ammazzata, perchè, secondo lui, casa Sforzesca era «semenza di la serpe indiavolata.»[337] In questo modo potè invece finire i suoi giorni a Firenze, ritirata nelle Murate.

Dopo di Forlì, il Valentino prese anche Cesena; ma si dovette allora fermare, perchè, tornato in Francia Luigi XII, il generale Trivulzio scontentò per modo Milano e la Lombardia, di cui era restato governatore, che il Moro, sostenuto da un esercito di Svizzeri, secondato dalle popolazioni, potè ripigliare il suo Stato, entrando vittorioso nella capitale il giorno 5 di febbraio. Questo fece sì che i Francesi del Duca Valentino furono in fretta richiamati, per raggiungere i compagni già in ritirata, ed egli dovette sospendere la guerra. Pensò allora d'andare a Roma, dove il Giubileo già incominciato portava molti danari, che venivano raccolti con l'usata avidità per i soliti fini. Vestito di velluto nero, con una catena d'oro al collo, severo e tragico nell'aspetto, alla testa del proprio esercito, fece il suo solenne ingresso trionfale nella Città Eterna, dove fu ricevuto dai cardinali a capo scoperto. Si gettò poi ai piedi del Papa, che, dopo scambiate alcune parole in spagnuolo, lacrimavit et rixit a un trato.[338] E subito, ricorrendo allora il Carnevale, s'apparecchiarono grandi feste. Una figura rappresentante Victoria Iulii Caesaris, condotta sopra un carro a bella posta costruito, fece il giro della Piazza Navona, dove servatae sunt fatuitates Romanorum, more solito.[339] E le feste crebbero assai più, quando arrivò la notizia che Luigi XII era tornato in Italia alla testa d'un nuovo esercito; che il Moro, abbandonato e tradito da' suoi Svizzeri, era il 10 aprile caduto in mano dei Francesi col fratello Ascanio. Questi fu messo nella torre di Bourges nel Berry, donde più tardi venne liberato; il Moro stette invece dieci anni prigione a Loches, dove finì i suoi giorni.

Al primo annunzio di sì liete novelle, il Duca Valentino, sicuro di poter ripigliare ormai subito la sanguinosa impresa di Romagna, non sapeva più frenare la sua gioia. Presso la chiesa di San Pietro fu dato un solenne torneo, in cui egli ammazzò sei tori selvaggi, «combattendo a cavallo, alla giannetta; et a uno tagliò la testa alla prima botta, cosa che a tutta Roma parve grande.»[340] Continuava intanto l'arrivo dei pellegrini del Giubileo; crescevano le cerimonie religiose, e con esse le indulgenze e le rendite. Ogni mattina si trovavano per le vie cadaveri di gente ammazzata la notte, fra cui spesso erano prelati. Un giorno (27 maggio) se ne videro diciotto impiccati sul Ponte Sant'Angelo. Erano ladri condannati dal Papa, tra i quali fu anche il medico dell'ospedale di San Giovanni in Laterano, che la mattina di buon'ora rubava ed ammazzava.[341] Il confessore dei malati quando sapeva di qualcuno che avesse danari, lo rivelava subito a lui, qui dabat ei recipe, e poi dividevano fra loro la preda.[342] L'esempio di severa e pronta giustizia fu ora dato, perchè 13 degl'impiccati avevano rubato l'ambasciatore della Francia, che il Papa voleva tenersi amica.[343]

Nel luglio di quel medesimo anno seguiva un'altra di quelle tragedie che erano proprie dei Borgia. Il duca di Bisceglie, marito della Lucrezia, s'era avvisto che, per l'amicizia coi Francesi, l'animo del Papa e del Valentino s'era subito alienato da lui, che per ciò non si sentiva più sicuro in Roma. Già nel 1499 aveva veduto che sua sorella donna Sancia era stata esiliata, minacciando il Santo Padre di cacciarla a forza di casa, se non se ne andava.[344] Da questi e da altri segni restò sempre più insospettito, e però, dopo avere esitato alquanto, fuggì a un tratto presso i Colonna in Gennazzano, per andar poi nel Napoletano, lasciando la Lucrezia incinta, che piangeva o fingeva di piangere. Ma nell'agosto egli si lasciò persuadere, e venne a Spoleto, dove ella era stata nominata reggente della città. Di là tornarono insieme a Roma.[345] La sera del 15 luglio 1500, il duca di Bisceglie venne sulle scale di San Pietro improvvisamente assalito da sicarî che lo ferirono al capo, alle braccia, e poi fuggirono. Egli corse in Vaticano, e raccontò come e da chi era stato ferito, al Papa, che al solito si trovava con la Lucrezia, la quale prima svenne, e poi condusse il marito in una camera del Vaticano, per curarlo. Si mandò a Napoli per medici, temendosi a Roma di veleno. Il malato era assistito dalla moglie e dalla sorella donna Sancia, che gli cucinavano «in una pignatella,» non fidandosi d'alcuno. Ma il Valentino disse: «quello che non s'è fatto a desinare, si farà a cena;» e tenne la parola. Vedendo infatti che quel disgraziato non voleva morire, quantunque fosse pur grave assai la ferita alla testa, entrò una sera improvvisamente in camera, e mandate via le due donne, che senza resistenza obbedirono, lo fece nel letto strangolare da don Micheletto.[346] Nè questa volta si fece gran mistero dell'accaduto. Il Papa stesso, dopo il ferimento, disse tranquillamente all'ambasciatore veneto, Paolo Cappello: «il Duca (Valentino) dice di non lo aver ferito; ma se l'avesse ferito, lo meriterìa.» Il Valentino invece scusavasi solamente dicendo che il duca di Bisceglie voleva ammazzar lui.

Egli aveva allora ventisette anni; era nel fiore della salute e della forza; si sentiva padrone di Roma e del Papa stesso, il quale lo temeva a segno da non osar quasi di parlare il giorno in cui vide il suo fidato cameriere Pietro Caldes, o Pierotto, scannato fra le proprie braccia dal Duca, e sentì il sangue di lui schizzargli sulla faccia. Alessandro VI, del resto, non si turbava punto di tutto ciò, e non perdeva i sonni. «Ha anni settanta,» scriveva l'ambasciatore Cappello, «ogni dì si ringiovanisce, i suoi pensieri non passano mai una notte, è di natura allegra, e fa quello che gli torna utile.»[347]

Il 28 settembre, per far danari, nominò a un tratto dodici cardinali, fra cui sei Spagnuoli, il che gli fruttò 120,000 ducati, che andarono subito al Valentino. Il quale con essi, con le entrate del Giubileo, e cogli aiuti francesi, uniti alle sue genti capitanate dagli Orsini, Savelli, Baglioni e Vitelli, s'impadronì di Pesaro, cacciandone (ottobre 1500) il già suo cognato Giovanni Sforza; quindi di Rimini, cacciandone Pandolfo Malatesta; e finalmente si fermò a Faenza, dove Astorre Manfredi di 16 anni era tanto amato dal suo popolo, che fu difeso valorosamente fino a che la fame non costrinse tutti a capitolare il 25 aprile 1501. Cesare Borgia dovette nondimeno, per aver la città, giurare di risparmiar gli abitanti e salvare la vita al Manfredi; ma invece poi, violando ogni fede, lo chiuse in Castel Sant'Angelo, e dopo averlo sottoposto ai più osceni oltraggi, lo fece strangolare e gettar nel Tevere il 9 giugno 1502.[348] Dopo di ciò venne dal Papa nominato duca di Romagna. Imola, Faenza, Forlì, Rimini, Pesaro e Fano facevano già parte del suo Stato, di cui Bologna doveva più tardi esser la capitale, e che doveva poi allargarsi verso Sinigaglia ed Urbino, sperandosi di potervi annettere anche la Toscana. Ma per ora la Francia mise il suo veto al procedere verso Bologna o verso la Toscana, che a loro volta s'armavano per difendersi. Intanto seguivano segretissimi accordi tra la Spagna e la Francia, per dividersi fra loro il regno di Napoli: il Papa vi prendeva parte, sempre con l'usata, avida speranza di potere anche colà allargare la potenza del figlio.