4. — IL SAVONAROLA E LA REPUBBLICA FIORENTINA.
Mentre queste cose avvenivano in Roma, i Borgia avevano ordito un'altra tragedia in Firenze, dove erano seguìti mutamenti gravissimi, dei quali dobbiamo ora parlare.[349]
Sin dalla venuta di Carlo VIII, un frate domenicano, Priore del convento di San Marco, uomo singolarissimo, era divenuto quasi padrone della Città, ed in essa nulla più si faceva senza prima avere dal pergamo i suoi consigli. Nato a Ferrara, venuto a Firenze sotto i Medici, aveva predicato contro il mal costume, contro la corruzione della Chiesa, attaccando più o meno copertamente papa Alessandro, e dimostrandosi fautore di libertà. In molte cose egli non pareva e non era uomo del suo tempo. Privo d'una vera cultura classica, odiava quel paganesimo letterario che allora invadeva tutto. Educato colla Bibbia, i Santi Padri e la filosofia scolastica, era animato da un vivissimo entusiasmo religioso. Dotto d'una dottrina allora poco stimata, scriveva versi non molto eleganti, nè sempre corretti, ma pieni d'ardore cristiano; aveva una grande indipendenza di carattere e d'ingegno, nè mancava di accortezza e buon senso, sebbene assai spesso parlasse come un uomo ispirato, perchè si credeva veramente privilegiato del dono profetico, e mandato da Dio a correggere la Chiesa, a salvare l'Italia. L'essere così diverso dagli altri, il non avere le qualità e le doti che allora erano in tutti, mentre a tutti mancavano quelle appunto che egli aveva, dava a questo Frate un prodigioso ascendente non solo sulle moltitudini, ma ancora sugli uomini più culti. Lorenzo de' Medici lo fece chiamare presso al suo letto di morte, chiedendo assoluzione de' suoi peccati, assoluzione che fu negata, per essere egli stato tiranno della sua patria. Angelo Poliziano, Pico della Mirandola, seguaci di quella erudizione pagana tanto condannata dal Savonarola, vollero avere sepoltura in San Marco, vestiti dell'abito domenicano. Molti altri letterati, moltissimi artisti pendevano estatici dalle labbra del Frate.
Trasportato dalla sua fantasia, ed ancora da un singolare presentimento, che spesso sembrava fargli davvero leggere nell'avvenire, non solo annunziava in genere futuri guai all'Italia; ma, determinando, aveva profetato la venuta d'eserciti stranieri, guidati da un nuovo Ciro. E la profezia parve miracolosamente avverarsi nel 1494, con la discesa di Carlo VIII. E però il Frate divenne addirittura il primo uomo di Firenze, la quale ricorreva a lui nei più difficili momenti, per le più gravi faccende di Stato. Così, insieme con Piero Capponi ed altri, egli fu mandato ambasciatore al Re, quando Piero de' Medici aveva vilmente ceduto ogni cosa. Ed il Re, che s'era mostrato assai burbero con tutti, divenne umile dinanzi a colui che gli minacciava l'ira di Dio. Quando poi furono in Firenze firmati gli accordi, e l'esercito alloggiato dentro le mura non si moveva, con pericolo grandissimo della Città, solo il Savonarola osò presentarsi a Carlo VIII, invitandolo severamente a partire, e fu obbedito. Non è quindi da far maraviglia, se ponendosi allora mano alla formazione d'un nuovo governo, tutti si rivolgessero al Frate, e nulla più si facesse in Firenze senza prima sentir lui, che diè prova non solo di vero e disinteressato amore del pubblico bene, ma anche di un senno politico veramente singolare.
Il 2 dicembre la campana di Palazzo Vecchio chiamava a generale Parlamento il popolo, che accorse ordinato e condotto dai Gonfalonieri delle Compagnie. Fu subito data Balìa a venti Accoppiatori di nominare i magistrati, e fare le necessarie proposte di riforma. Così in breve si venne ad un nuovo ordinamento della Repubblica, col quale le antiche istituzioni, dai Medici profondamente falsate o distrutte, vennero richiamate in vita, modificandole però in molte parti. Il Gonfaloniere cogli otto Priori, che costituivano la Signoria, da rinnovarsi ogni due mesi, furono conservati; e così pure gli Otto, che vegliavano all'ordine interno della Città, ed erano un tribunale pei delitti criminali, più specialmente ancora per quelli di Stato. L'antico magistrato dei Dieci, che provvedeva alle cose della guerra, fu del pari conservato. I Gonfalonieri delle Compagnie e i dodici Buoni Uomini, residuo di antiche istituzioni, i quali formavano i così detti Collegi, che assistevano la Signoria, sebbene non avessero più una vera importanza, pure restarono. Sorse però una grave disputa intorno ai Consigli o sia assemblee della Repubblica. Il Consiglio dei Settanta, organo del dispotismo mediceo, fu subito abolito; ma non era possibile ricostituire quelli del Popolo e del Comune, perchè rispondevano nell'antica Repubblica ad uno stato di cose, ad una divisione della cittadinanza, che più non esisteva, nè potevasi rinnovare. Cominciarono quindi le discussioni. Alcuni, alla testa dei quali trovavasi Paolo Antonio Soderini, tornato allora da Venezia, proponevano addirittura un Consiglio Maggiore, in cui entrassero tutti i cittadini, ed un Consiglio, meno numeroso, di Ottimati, a similitudine appunto del Gran Consiglio e dei Pregadi in Venezia. Ma a questa proposta si opponevano coloro che, capitanati da Guidantonio Vespucci, volevano un governo più ristretto, e combattevano perciò l'istituzione del Consiglio Maggiore, che dicevano utile a Venezia, dove erano i Patrizi, che soli ne facevano parte; pericolosissimo invece a Firenze, dove, mancando i Patrizi, bisognava ammettervi tutti i cittadini. Il pericolo, in tanta divisione degli animi, stava, secondo ciò che ne scrive anche il Guicciardini, in questo, che prevalendo un governo ristretto invece di uno temperatamente libero, si sarebbe poi, per reazione, venuto ad un governo di eccessiva larghezza, il quale avrebbe messo a repentaglio la Repubblica. Ed è perciò che quel grande storico ed accorto politico esaltò il Savonarola,[350] come colui che, entrato di mezzo, salvò ogni cosa, predicando una forma di governo universale con un Consiglio Maggiore al modo veneziano, adattato però ai bisogni e costumi fiorentini. L'autorità della sua parola fece subito vincere questo partito già proposto dal Soderini, ed il Frate ne guadagnò tale ascendente sul popolo, che d'allora in poi le discussioni fatte in Palazzo, e le leggi che ne seguirono, sembrano spesso copiate dalle sue prediche.
Il 22 e 23 dicembre 1494 fu deliberato il Consiglio Maggiore, di cui vennero chiamati a far parte tutti i cittadini di ventinove anni, che erano beneficiati, che godevano cioè il beneficio dello Stato, o sia che, secondo le antiche leggi della Repubblica, avevano il diritto di prender parte al governo. Quando costoro avessero passato il numero di 1500, un terzo di essi solamente, alternandosi cogli altri due, avrebbero di sei in sei mesi formato il Consiglio.[351] La Città aveva allora circa 90,000 abitanti; i cittadini beneficiati dell'età di ventinove anni erano 3200, sicchè il Consiglio Maggiore veniva ad essere formato di poco più che mille persone.[352] Ogni tre anni si sceglievano inoltre sessanta cittadini senza il beneficio, e ventiquattro giovani di ventiquattro anni, con facoltà di partecipare al Consiglio, e ciò si faceva «per dare animo ai giovani ed incitarli a virtù.» L'ufficio principale del Consiglio era quello d'eleggere i magistrati, nel che si riponeva allora la garanzia della libertà, e di votare le leggi, senza però discuterle. Esso doveva inoltre eleggere subito ottanta cittadini di quarant'anni almeno, per formare il Consiglio degli Ottanta, specie di Senato, che si rinnovava ogni sei mesi, e del quale facevano parte di diritto alcuni dei principali magistrati. Esso radunavasi ogni settimana, per deliberare, insieme colla Signoria, gli affari più gravi e gelosi, che non si potevano esporre a molti. Vi pigliavano parte anche i Collegi, quando trattavasi di nominare gli ambasciatori e i capitani, o deliberare condotte di genti d'arme.
In tal modo venne costituita la nuova Repubblica. La divisione dei poteri non era allora conosciuta, e le attribuzioni dei magistrati erano quindi assai confuse. Nondimeno, quando si voleva sanzionare una nuova legge, il procedimento ordinario era questo: la proposta toccava alla Signoria, che poteva, se la cosa lo richiedeva, radunar prima una Pratica o una Consulta, composte dei Collegi, dei principali magistrati e di Arroti, o sieno cittadini richiesti a quello scopo determinato, domandando il loro avviso. Quando tutto ciò non si reputava necessario, s'andava addirittura agli Ottanta, e poi al Consiglio Maggiore. Nella Pratica e nella Consulta[353] soleva farsi una qualche discussione; ma nei Consigli si votava e non si discuteva. Lo stesso procedimento si seguiva ancora, quando trattavasi non di leggi, ma di affari molto gravi, come sarebbe stato il dichiarare la guerra, il fare qualche alleanza, che potesse aver gravi conseguenze, e simili.
Questa nuova costituzione cominciò subito ad operare regolarmente, ed il Savonarola, che ne era stato uno dei principali autori, contribuì colle sue prediche a consigliare e promuovere altre riforme importanti. Fu istituita la Decima, cioè l'imposta del 10% sui beni stabili, fino allora tassati ad arbitrio; fu abolito il Parlamento, il quale, approvando sempre per acclamazione tutte le proposte della Signoria, era stato più volte docile strumento d'inconsulte mutazioni e di tirannide; fu istituito il Monte di Pietà. Venne poi votata una nuova legge che, nelle cause di Stato, concedeva l'appello dagli Otto al Consiglio Maggiore, cosa di certo assai poco prudente, perchè affidava la giustizia alle passioni popolari. Il Savonarola, che pur desiderava l'appello, ma ad un assai minor numero di persone, non riuscì questa volta a fermare il popolo, istigato dagli avversari, i quali volevano cogli eccessi mettere a pericolo la Repubblica, o almeno levarla, come essi dicevano, dalle mani del Frate. Infatti ben presto si vide che quella legge era stata imprudentissima.
Tuttavia le cose cominciarono a procedere assai regolarmente, nè altri disturbi vi furono in sul principio, se non quelli che nascevano dalla guerra contro i Pisani, la quale però, senza essere ancora di molta gravità, contribuiva a tenere in Firenze gli animi uniti. Gli alleati, è vero, chiamarono in Italia Massimiliano re dei Romani, perchè recasse aiuto a Pisa; ma quando egli venne senza un proprio esercito, non gli dettero nè uomini nè denari, sicchè dovette tornarsene a casa senza aver concluso nulla.
V'erano tuttavia in Firenze i germi di un gravissimo pericolo. Il Savonarola predicava con crescente ardore la riforma dei costumi e la difesa della libertà, suggeriva utili provvedimenti, faceva una dipintura vivacissima dei mali che portava la tirannide, ma non si fermava a ciò. Egli predicava ancora la necessità d'una riforma della Chiesa, caduta, come tutti sapevano e vedevano, nella più triste corruzione. Non toccava il domma e neppure il principio dell'autorità papale, restò infatti sempre cattolico; ma accennava pure alla necessità di un Concilio per attuare la riforma, ed alludeva assai spesso alla vita scandalosa di papa Alessandro VI. Questi cominciò quindi ad impensierirsi vivissimamente d'uno stato di cose tanto nuovo in Italia, tanto pericoloso per lui che era, come altra volta aveva scritto Piero Capponi, «di natura vile e conscius criminis sui.[354]» Dapprima invitò a Roma, con parole assai benevole, il Savonarola, il quale si scusò. Allora invece lo sospese dalla predicazione; ma i Dieci scrissero subito con tanto favore in difesa di lui, che il Breve, per paura di peggio, venne revocato. Si tornò alle lusinghe, lasciando sperare al Frate perfino il cappello cardinalizio; ma egli nuovamente ricusò di partire, e nella quaresima dal 1496 tuonò più che mai dal pergamo. Annunziava future calamità, tornava a proporre la riforma della Chiesa, e conchiudeva che Firenze doveva fermar bene il suo governo popolare, affine di promuovere in Italia e fuori il rinnovamento ed il trionfo della religione, purificata da ogni corruzione. La cosa assunse allora una così straordinaria gravità, che da ogni parte d'Italia gli occhi si rivolsero sopra di lui con intenzioni assai diverse. Si sentiva da tutti che la corruzione della Chiesa era spaventosa, e si capiva che, nonostante il profondo e generale scetticismo religioso degl'Italiani, non si poteva così durare a lungo. I segni precursori di una riforma, già manifestatisi a Costanza, a Basilea, altrove, non si potevano dimenticare. La grande attenzione, l'entusiasmo con cui una città indifferente e scettica come Firenze, ascoltava ora il Savonarola, ispirava una confusa paura in moltissimi, ed uno sdegno feroce in Alessandro VI, che si vedeva attaccato personalmente da un frate, senza poter far nulla, egli che pure così facilmente aveva saputo mandare all'altro mondo tanti prelati e cardinali.