Le lettere scritte dal Machiavelli in questa occasione dimostrano che il segreto dell'affare era nelle sue mani, e che egli, persuaso della perfidia e tradimento del Vitelli, lavorava con zelo ed ardore grandissimi ad ottenere lo scopo desiderato. Il 27 settembre era assai vicino lo scioglimento del dramma, ed egli raccomandava ai commissarî che procedessero con energia contro i «nemici e ribelli» della Repubblica, trattandosi di salvarne l'onore, e di mostrare anche alla Francia, che si aveva il coraggio di provvedere alla propria sicurezza, e che si voleva essere rispettati non meno d'ogni altro potentato d'Italia. Poi conchiudeva, raccomandando che alla sollecitudine s'unisse tale circospezione e prudenza, «che nè il troppo animo, nè i troppi rispetti vi faccino errare, accelerando per l'una cagione più che non bisognerebbe, e per l'altra più che non patissi la occasione.»[410]
I due commissarî eseguirono gli ordini con prudenza. Il Vitelli alloggiava un miglio lontano da Cascina, dove arrivavano le artiglierie del campo. Lo invitarono colà il giorno 28, sotto colore di volerlo consultare sulle cose della guerra; ma dopo avere desinato insieme, si ritirarono con lui in una stanza segreta, ed ivi lo ritennero prigione. Avevano nel medesimo tempo mandato a pigliar Vitellozzo, che era ammalato in letto; questi però, avvedutosene, chiese tempo a vestirsi, ed invece fuggì verso Pisa.[411] Portato a Firenze, Paolo fu esaminato l'ultimo di settembre, e sebbene non avesse confessato nulla, pure il giorno appresso venne decapitato. Di questo fatto si parlò molto nella Città e fuori, essendo il Vitelli un soldato di reputazione, che aveva anche l'amicizia di Francia. Il Guicciardini lo giudica innocente, spiegandone la inesplicabile condotta con la natura e le consuetudini dei capitani di ventura; il Nardi invece lo dichiara colpevole e giustamente condannato; il Buonaccorsi, che si trovava nella cancelleria, racconta la cosa senza comenti, conchiudendo: «e questo fu il fine di Pagolo Vitegli, uomo eccellentissimo.» Quanto al Machiavelli, sebbene non avesse occasione di parlare del fatto nelle Storie o nei Frammenti, i quali non vanno oltre la metà del 99, pure la opinione di lui è manifesta dai suoi Decennali,[412] dalle lettere che scrisse, e dall'ardore che mise nel condurre l'affare. Non sappiamo se il tradimento vero e proprio venisse allora provato; ma dalle deliberazioni e lettere del Consiglio dei Dieci in Venezia si vede chiaro che il Vitelli era disposto a tradire. Si tratta in esse di rimettere Piero de' Medici in Firenze con l'aiuto del Vitelli, cui si sarebbe data una condotta di quarantamila ducati, quale aveva già dai Fiorentini, o anche di più se egli insisteva.[413] Sia che di ciò i Fiorentini fossero avvertiti o no, certo ad essi parve dimostrato abbastanza, che il Vitelli non aveva nessuna voglia di pigliar Pisa fino a che non si vedesse chiaro il resultato della guerra che i Francesi facevano contro Lodovico il Moro, col quale i Fiorentini temporeggiavano ancora.[414] Seguìta che fu la vittoria dei Francesi, pare che il Vitelli si fosse deciso, secondo afferma anche il Nardi,[415] ad operare per davvero; ma ormai era troppo tardi, aveva perduto ogni riputazione.[416]
Un'altra prova, se pur ve ne fosse bisogno, della parte grandissima che il Machiavelli prendeva in tutte le faccende della guerra, e del conto in cui l'opera sua era tenuta, la troviamo nel suo breve Discorso fatto al Magistrato de' Dieci sopra le cose di Pisa, che non ha data, ma che dalla lettura apparisce scritto in quest'anno o poco dopo.[417] È uno dei molti lavori, cui era dal suo ufficio obbligato, ed in esso, dopo avere con diversi e giusti ragionamenti dimostrata vana ogni speranza di sottomettere Pisa altrimenti che con la forza, ragguagliava intorno alle varie opinioni espresse dai capitani, circa il modo di distribuire in due o tre campi le genti fiorentine, ed alle operazioni di guerra che essi proponevano. Il Machiavelli esponeva questi pareri e proposte con tanta esattezza, con tanta minuzia, da mostrare come sin d'allora la sua mente ed il suo studio si fossero rivolti non solo alle cose politiche, ma anche alle militari. O per meglio dire, si vede assai chiaro che la cognizione dell'arte della guerra già era divenuta per lui una parte essenziale della scienza di Stato.
CAPITOLO III.
Luigi XII in Italia. — Disfatta e prigionia del Moro. — Niccolò Machiavelli al campo di Pisa. — Prima legazione in Francia.
(1499-1500)
I Fiorentini s'erano affrettati a condannare il Vitelli, anche perchè non volevano che i nuovi e prosperi successi della Francia in Lombardia ponessero ostacolo alla esecuzione della sentenza. Questi eventi, infatti, portarono non piccola alterazione nelle cose di Toscana, e però dobbiamo ora parlarne.
Dopo la battaglia di Fornuovo, il Moro pareva divenuto davvero, secondo il suo antico desiderio, arbitro delle cose d'Italia. E per Firenze si ripeteva:
Cristo in cielo e il Moro in terra
Solo sa il fine di questa guerra.[418]