Egli stesso aveva fatto coniare una medaglia d'argento, con un vaso d'acqua da un lato, e il fuoco dall'altro, a simboleggiare che si teneva padrone della pace e della guerra. Aveva anche sopra una parete del suo palazzo fatto disegnare la carta d'Italia con molti galli, galletti e pulcini, ed un moro che li spazzava tutti con la granata in mano. Quando però chiese all'ambasciatore fiorentino, Francesco Gualterotti, che cosa pensasse del quadro, questi rispose che l'invenzione era bella, ma gli sembrava che quel moro, volendo spazzare i galli fuori d'Italia, si tirasse addosso tutta la spazzatura.[419] E così fu veramente.

Luigi XII pretese sempre d'aver diritti sul Ducato di Milano. Salito che fu sul trono di Francia, cominciò subito col provvedere alla sicurezza interna dello Stato, diminuì le imposte, ordinò l'amministrazione, nominò ministro dirigente Giorgio d'Amboise arcivescovo di Rouen, rispettò le autorità costituite, e non deliberò mai senza consultarle, mantenne l'indipendenza delle Corti di giustizia, incoraggiò le libertà gallicane, fu economo. Quando con questo nuovo indirizzo egli ebbe assicurato l'ordine allo Stato, e molto favore a sè stesso, rivolse l'animo alla guerra d'Italia, che ormai non era più impopolare in Francia, per la maggiore fiducia che s'aveva nel nuovo Re, e pel desiderio di vendicare le umiliazioni sofferte. Il 9 febbraio del 1499 egli concluse coi Veneziani una lega offensiva e difensiva, per la conquista del Ducato di Milano, di cui s'obbligava a ceder loro una parte. Così il Moro si trovò tra due fuochi, senza speranza di soccorso, giacchè i Fiorentini erano stati sempre amici della Francia, ed il Papa, dopo le promesse di aiuti al Valentino, la secondava anch'egli. L'esercito francese, comandato da G. G. Trivulzio milanese, che dopo la battaglia di Fornuovo aveva acquistato un gran nome, e da altri capitani di grido, forte di molti Svizzeri, si avanzò con una grande rapidità senza trovare ostacoli. I capitani del Moro parte lo tradirono, parte furono incapaci, ed il popolo si sollevò contro di lui; sicchè egli dovè pensare alla fuga, prima ancora che si fosse riavuto da questi inaspettati rovesci.[420] Si fece precedere dai due figli, accompagnati da suo fratello, il cardinale Ascanio, cui affidò la somma di 240,000 ducati. Il 2 settembre li seguì egli stesso in Germania.

Il dì 11 di quel mese l'esercito francese entrò in Milano, e poco dipoi fece il suo solenne ingresso Luigi XII, cui subito si presentarono gli ambasciatori dei vari Stati italiani, tra i quali ricevettero migliore accoglienza quelli di Firenze, per essersi la Repubblica, nonostante qualche oscillazione, serbata sempre fedele alla Francia così nella prospera, come nell'avversa fortuna.

I Fiorentini avevano però molte ragioni d'essere scontenti dei capitani francesi restati in Toscana, ai quali attribuivano la resistenza dei Pisani, e in parte l'esito sfortunato dell'assedio, il che li aveva appunto allora costretti a levare il campo ed a decapitare Paolo Vitelli. Ma invece di perdersi in vani lamenti, conchiusero in Milano un nuovo trattato col Re (19 ottobre 1499). Questi si obbligò ad aiutarli a sottomettere Pisa in ogni modo; essi dovevano tener pronti, per mandarli a Milano, 400 uomini d'arme e 3000 fanti, aiutare l'impresa di Napoli con 500 uomini d'arme e 50,000 scudi. La resa di Pisa doveva seguire prima che i Francesi tornassero nel Napoletano, e i Fiorentini dovevano intanto restituire al Re le somme imprestate loro dal Moro, secondo che verrebbero determinate da G. G. Trivulzio, dopo avere esaminato le carte trovate a Milano.[421] E promettevano inoltre pigliare a loro soldo il prefetto Giovanni della Rovere, fratello del cardinale di San Piero in Vincoli, cui la Francia voleva far cosa grata.[422]

Ma tutto ciò rimase sospeso a cagione di nuovi eventi. I Francesi, specialmente il loro generale Trivulzio, che era stato nominato governatore di Milano, scontentarono per modo le popolazioni, che il Moro, presentatosi alla testa di 8000 Svizzeri da lui nuovamente assoldati, e 500 uomini d'arme, venne acclamato da coloro stessi che poco prima lo avevano cacciato, ed entrò in Milano il giorno 5 di febbraio. Il Trivulzio ne era già prima uscito, lasciando però ben guardato il castello; a Novara lasciò altri 400 uomini, e s'avanzò verso Mortara, dove stette ad aspettare rinforzi, mentre parecchi de' suoi Svizzeri lo abbandonavano per servire anch'essi il Moro, che dava paghe migliori. Se non che, nell'aprile, scesero in Italia, sotto il comando del La Trémoille, 10,000 Svizzeri, i quali combattevano agli stipendi della Francia. Ben presto i due eserciti si trovarono di fronte, già in ordine di battaglia, quando gli Svizzeri del Moro dichiararono che essi erano stati assoldati individualmente, e però non potevano combattere contro la bandiera elvetica, portata dai loro connazionali, che Luigi XII aveva avuti mediante trattato concluso direttamente con la Confederazione. E così lo tradirono in faccia al nemico, chiedendo ancora, con mille pretesti e senza indugio, le paghe scadute, non volendo neppure aspettare fino a che arrivassero a lui aiuti italiani. Tutto quello che il misero Duca potè ottenere, fu di nascondersi nelle loro file, travestito da frate per salvarsi. Ma, fosse la sua paura o il nuovo tradimento d'alcuni soldati, egli fu riconosciuto e preso prigioniero il 10 di aprile 1500. La stessa sorte toccò a parecchi de' suoi capitani ed al fratello Ascanio, che, fuggito da Milano, fu da un falso amico tradito ai Veneziani, e da essi ceduto ai Francesi. Così, secondo la profezia del Gualterotti, il Moro s'era veramente «tirata addosso tutta la spazzatura,» e la sua fortuna cadde per sempre. Quando entrò prigioniero a Lione, accorse a vederlo una tal moltitudine, che bisognò difenderlo colle armi. Chiuso nel castello di Loches in Turena, vi morì dopo 10 anni di dura prigionìa. Il cardinale Ascanio fu condotto invece nella torre di Bourges, ma venne dopo qualche tempo rimesso in libertà.

Il Re, fatto accorto dalla passata esperienza, mandò a governare la Lombardia Giorgio d'Amboise, il quale era adesso cardinale, e lo chiamavano in Italia il cardinale di Roano (Rouen). Egli, pensando che valeva meglio «taglieggiare che saccheggiare,» condannò Milano a pagare per le spese di guerra 300,000 ducati, e così, in proporzione, le altre città, promovendo assai minore scontento di quel che aveva fatto il Trivulzio. Dopo di ciò fece il suo ingresso nella capitale lombarda, precedendo di poco il Re, che subito fu colà raggiunto dall'ambasciatore fiorentino, Tommaso Soderini, venuto a congratularsi ed a trattare circa il numero dei soldati da mandare a Pisa, secondo i patti già prima fermati. Fu giudicato che bastassero 500 lance, 4000 Svizzeri e 2000 Guasconi, le prime a spese della Francia, gli altri invece, con le artiglierie e carriaggi, pagati dai Fiorentini, a ragione di 24,000 ducati il mese.[423] Questi patti erano onerosissimi per la Repubblica, che già aveva assunto tanti altri obblighi verso la Francia; pure si piegò a tutto, per la speranza di potere con un valido esercito venir subito a termine dell'impresa, sborsando solo due o tre paghe.

Invece dovette fare adesso una nuova e più dura esperienza dei Francesi. Il cardinale di Rouen, nelle cui mani era la somma delle cose, cercava di far mantenere da altri l'esercito del Re, e quindi volle non solo che le paghe cominciassero a decorrere dal maggio, assai prima cioè che le genti fossero in Toscana, ma ancora che se ne promettesse una pel ritorno. E bisognò consentire. Ai 22 di giugno finalmente gli Svizzeri ed i Guasconi partirono da Piacenza con 22 falconetti e 6 cannoni, sotto il comando del Beaumont, chiesto dai Fiorentini stessi, invece d'Ives d'Alègre, che il Re voleva mandar loro. Il Beaumont o Belmonte, come lo chiamavano tra noi, era il solo dei capitani francesi rimasti in Toscana, che avesse serbato la fede. Messo al comando di Livorno, l'aveva, secondo i patti, ceduta ai Fiorentini, i quali per ciò appunto di lui solamente si fidavano. I nuovi mercenarî svizzeri e guasconi s'avanzarono con lentezza, taglieggiando e saccheggiando le terre per cui passavano, a benefizio proprio o del Re, sebbene avessero già riscosso le paghe. Anzi, quando a Piacenza furono numerati, se ne trovarono 1200 più del fissato, e bisognò, per una volta almeno, pagare anch'essi.[424] La condotta di tutta questa gente sarebbe davvero inesplicabile, se non si sapesse che cosa erano allora i soldati mercenarî, e se non si sapesse che il cardinale di Rouen mirava sopratutto a cavar danari da amici e da nemici. Si fermarono quindi a Bologna per averne dal Bentivoglio; ed in Lunigiana, contro ogni volontà dei Fiorentini, spogliarono Alberigo Malaspina di parte del suo proprio Stato, istigati a ciò dal fratello Gabriello, cui lo cedettero. Pigliarono Pietrasanta, e non la resero ai Fiorentini, come avrebbero dovuto. Le grida, i tumulti e le minacce che facevano per avere le vettovaglie, di cui parevano sempre scontenti, erano poi qualche cosa d'incredibile.

La Repubblica aveva già mandato Giovan Battista Bartolini commissario al campo, perchè apparecchiasse tutto; ma conoscendo che cosa era la petulante insolenza dei soldati stranieri, aveva mandato anche presso di loro due commissarî speciali, Luca degli Albizzi e Giovan Battista Ridolfi, con Niccolò Machiavelli in qualità di loro segretario. Questi avevano assai difficile faccenda alle mani, perchè dovevano accompagnare l'esercito e provvedere alle insaziabili voglie di quelle orde affamate, che dopo il pasto avevano più fame che prima. Presero la via di Pistoia e Pescia, ragguagliando i Signori con brevi lettere del loro cammino. Il 18 giugno, arrivati a Camaiore, incontrarono l'esercito che accompagnarono a Cascina, dove giunsero il 23. Qui si cominciarono subito a sentire più forti i minacciosi lamenti, per la pretesa mancanza di vettovaglie, specialmente del vino.[425] Giovan Battista Ridolfi, che sin dal principio era stato contrario al chiedere o accettare gli aiuti di Francia, dai quali non si aspettava nulla di bene, appena seguirono i primi disordini, se ne partì col pretesto di far conoscere ai Signori lo stato delle cose, e sollecitare pronti rimedî. Ma Luca degli Albizzi, uomo d'un coraggio quasi temerario, restò invece col Machiavelli in mezzo alle orde minacciose, senza mai perdersi d'animo. A qualcuno che lo consigliava di starsene alquanto lontano dal campo, rispose: chi ha paura, torni a Firenze,[426] e andò oltre con l'esercito. Vennero ambasciatori pisani, offerendo di cedere la città in mano dei Francesi, con la condizione però che la tenessero un 25 o 30 giorni prima di darla ai Fiorentini. Il Beaumont voleva accettare; ma l'Albizzi, in nome dei Signori, ricusò, dicendo che in un mese potevano seguire mutamenti impreveduti, e che ormai, essendo armati era necessario usare la forza.[427]

Il 29 giugno l'esercito era finalmente sotto le mura di Pisa, in numero di 8000 uomini, sempre lamentando la mancanza di vettovaglie; pure la notte si piantarono le tende, e poi si puntarono le artiglierie. L'Albizzi, sempre in mezzo a loro, faceva quanto era in lui perchè nulla mancasse, e non si sgomentava, sebbene vedesse molto chiaro che da un momento all'altro poteva trovarsi a gravissimo pericolo. «S'egli è possibile mandarci del pane, voi ci rimetterete l'anima in corpo,» scriveva il 30 di giugno al commissario Bartolini, che si trovava in Cascina.[428] Quello stesso giorno si cominciò a far fuoco, e si durò fino alle ore 21, quando furono gettate a terra da quaranta braccia di mura. Era il momento di dare l'assalto e farla finita; ma s'avvidero, invece, che i Pisani avevano cavato un fosso dietro al muro, e dietro al fosso fatto ripari, dai quali si difendevano; sicchè non fu possibile andar oltre. E così anche questa volta, nel momento in cui la città pareva presa, tutto andò in fumo. L'esercito invilito cominciò a ritirarsi ed a tumultuare di nuovo, per la mancanza o la cattiva qualità delle vettovaglie, e subito fu in un così gran disordine, che il Beaumont disse all'Albizzi di non poter più rispondere della impresa, dando la colpa di tutto ai cattivi provvedimenti de' Fiorentini. Nè valsero proteste o assicurazioni in contrario.[429]

Il 7 luglio i soldati guasconi se ne erano senz'altro partiti, tanto che l'Albizzi scriveva al Bartolini, che li trattasse addirittura da nemici. Ma il giorno seguente scriveva ai Signori, che gli Svizzeri erano entrati nella sua camera, chiedendo danari e minacciando pagarsi del suo sangue. «I Francesi sembrano spaventati, scusansi e confortansi con l'acqua fresca; lo stesso capitano Beaumont è smarrito, ma insiste sempre per aver le paghe. Io non volli prima annoiare invano le Signorie Vostre; ma ora bisogna in ogni modo risolvere che partito si vuol prendere con questa gente, e provvedere. Sarebbe bene pensare anche se si vuole salvare la mia vita.» «Non reputino le Signorie Vostre che viltà muova a questo, che io intendo a ogni modo non fuggire il pericolo, quando sia giudicato a proposito della Città.»[430]