INTRODUZIONE
I. IL RINASCIMENTO
È difficile trovare nella storia dell'Europa moderna un periodo che abbia l'importanza di quello cui suol darsi, nella storia italiana, il nome di Rinascimento. Posto fra il cadere del Medio Evo ed il costituirsi delle società moderne, può dirsi che già cominci con Dante Alighieri, il quale nelle sue opere immortali ci lasciò la sintesi d'una età che muore, e ci annunziò il sorgere d'un'èra novella. Questa, che è appunto il Rinascimento, s'iniziò davvero con Francesco Petrarca e con gli eruditi, finì con Martino Lutero e la Riforma, la quale alterò profondamente la storia anche dei popoli che restarono cattolici, e portò di là dalle Alpi il centro di gravità della cultura europea. Durante il periodo di cui ragioniamo, vedesi in Italia una rapida trasformazione sociale, una grandissima operosità intellettuale. Da per tutto tradizioni, forme, istituzioni antiche, che crollano dinanzi alle nuove che sorgono. La scolastica cede il luogo alla filosofia, il principio d'autorità cade innanzi alla libera ragione ed al libero esame, che s'avanzano. Comincia lo studio delle scienze naturali: con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci si danno i primi passi alla ricerca del metodo sperimentale; progrediscono il commercio e l'industria; si moltiplicano i viaggi, e Cristoforo Colombo scopre l'America. La stampa, trovata in Germania, diviene subito un'industria italiana. L'erudizione classica si diffonde per tutto, e l'uso della lingua latina, che sembra, per qualche tempo, tornata la lingua universale dei popoli civili, pone l'Italia in stretta relazione con l'Europa, che l'accetta a guida e maestra del sapere. Si creano la scienza politica e l'arte della guerra; la cronaca cede il luogo alla storia civile del Guicciardini e del Machiavelli; la cultura antica rinasce, ed il poema cavalleresco sorge in mezzo ad altre ed altre nuove forme di componimenti letterarî. Il Brunelleschi crea un'architettura nuova, Donatello fa risorgere la scultura, Masaccio ed una miriade di pittori toscani ed umbri apparecchiano, collo studio della natura, la via a Raffaello ed a Michelangelo. Il mondo sembra rinnovarsi e ringiovanirsi, illuminato dal sole della cultura italiana.
Ma in mezzo a così grande splendore si osservano strane ed inesplicabili contradizioni. Questo popolo tanto ricco, industrioso, intelligente, innanzi a cui l'Europa resta come estatica d'ammirazione, va corrompendosi rapidamente. La libertà scomparisce e sorgono tiranni per tutto; i vincoli della famiglia sembrano indebolirsi, e il focolare domestico profanarsi: nessuno si fida più della fede italiana. La nazione diviene politicamente e moralmente così debole, che non può resistere ad alcun urto di potenza straniera; il primo esercito che passa le Alpi, percorre la Penisola senza quasi colpo ferire, e seguono altri, che vengono con uguale facilità a lacerarla e calpestarla. Usi a sentire ogni giorno ripetere, che l'istruzione e la cultura costituiscono la grandezza e misurano la forza dei popoli, siamo naturalmente indotti a domandarci: come dunque l'Italia, in mezzo a tanto splendore di lettere e di arti, s'indebolisce, si corrompe e decade? È facile il dire: colpa degl'italiani, che, invece d'unirsi a difesa comune, si lacerano fra loro. Ma perchè sono essi a un tratto divenuti così colpevoli? L'Italia del Medio Evo non era stata più divisa e più forte ad un tempo, le vendette e le guerre civili non erano state più cieche e più sanguinose? Nè vale il dire che essa s'era esaurita nelle lotte e nella grandezza raggiunta nel Medio Evo. Può dirsi veramente esaurita una nazione nel momento in cui, con la sua intelligenza ed operosità, trasforma la faccia del mondo? Invece d'affaticarsi a formulare giudizî e sentenze generali, val meglio fermarsi ad osservare e descrivere i fatti. Ed il fatto principale nel secolo XV è questo: che le istituzioni medievali avevano in Italia prodotto una società nuova ed un progresso civile tale, che esse si trovarono a un tratto divenute insufficienti o anche dannose. Una radicale trasformazione e rivoluzione era quindi inevitabile. Or fu nel momento appunto, in cui questo generale sconvolgimento sociale seguiva nella Penisola, che gli stranieri le piombarono addosso, e le resero impossibile l'andare innanzi.
Il Medio Evo non conosceva quell'organismo politico che noi chiamiamo Stato, che riunisce e coordina con norme precise le forze sociali. La società era invece divisa in feudi e sotto-feudi, in Comuni grossi e piccoli, ed il Comune non era altro che un fascio di associazioni minori, malamente legate insieme. Al di sopra di sì vasta ed incomposta mole stavano il Papato e l'Impero, che sebbene, essendo spesso in guerra fra loro, crescessero il generale scompiglio, pur costituivano allora la informe unità del mondo civile. Tutto ciò era mutato affatto nel secolo XV. Da un lato le grandi nazioni cominciavano a formarsi, da un altro l'autorità dell'Impero, circoscritta in Germania, era in Italia poco più che una memoria del passato; ed i papi, occupati a costituire un vero e proprio principato temporale, restando pur capi della Chiesa universale, non potevano più pretendere al dominio politico del mondo, e cercavano perciò divenire sovrani come gli altri. In questo stato di cose il Comune, che aveva costituito la passata grandezza d'Italia, si trovò in una condizione sostanzialmente nuova, che fu troppo poco esaminata dagli storici.
Esso aveva ora ottenuto la tanto sospirata indipendenza, e non doveva contare che sulle proprie forze; nelle sue guerre coi vicini non v'era più da sperare o temere che s'interponesse un'autorità superiore. Era quindi necessario estendere il proprio territorio, e rendersi più forte, specialmente se, volgendo intorno lo sguardo, si osservava che in tutta Europa s'andavano formando i grandi Stati e le monarchie militari. Ma la costituzione politica del Comune era tale, che ogni estensione del suo territorio faceva sorgere pericoli nuovi e così gravi che ne mettevano a repentaglio l'esistenza. Poteva dirsi giunta per esso un'ora funesta, nella quale ciò che più gli era necessario, più lo minacciava. Il Comune medievale non conosceva il governo rappresentativo, ma solo il governo diretto de' suoi liberi cittadini, i quali era perciò necessario ridurre ad un numero assai ristretto, se non si voleva cadere nell'anarchia. Il diritto di cittadinanza era quindi un privilegio concesso solo ad alcuni di coloro che abitavano dentro la cerchia delle mura. Firenze, che era la repubblica più democratica dell'Italia, e che nel 1494 ebbe la sua più libera costituzione, contava allora circa 90,000 abitanti, di cui solo 3200 erano veri e proprî cittadini.[7] Neppure i Ciompi, nel loro incomposto tumulto, avevano preteso di dare la cittadinanza a tutti. E quanto al contado, pareva già molto l'avere abolito la servitù; a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiamarlo a parte del governo.
Questo stato di cose trovava la sua sanzione non solo negli statuti, nelle leggi e nelle consuetudini esistenti, ma nelle convinzioni radicate e profonde degli uomini più illustri. Dante Alighieri, che aveva preso non piccola parte alla legge tanto democratica degli Ordinamenti di Giustizia, al tempo di Giano della Bella, rimpiange nel suo poema i tempi nei quali il territorio del Comune si stendeva solo fino a pochi passi oltre le mura, e gli abitanti delle vicine terre di Campi, Figline e Signa non s'erano venuti a mescolare con quelli di Firenze; perchè
Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal della Cittade.[8]
Ed il Petrarca, che sognava anch'egli l'antico Impero, ed era tanto entusiasta di Cola di Rienzo, raccomandava che, nel riordinare la repubblica romana, se ne affidasse il governo ai soli cittadini, escludendone come stranieri gli abitanti del Lazio, ed anche gli Orsini ed i Colonna, perchè, sebbene romani, discendevano, secondo lui, da stranieri.[9]