Quando adunque il Comune ingrandiva il suo territorio, sottomettendo un altro Comune, questo, anche se governato con mitezza, si trovava d'un tratto escluso da ogni vita politica, ed i suoi principali cittadini se ne andavano esuli e raminghi per il mondo. Vedere un Pisano, un Pistoiese nei Consigli della repubblica fiorentina, sarebbe stato allora come il vedere oggi un cittadino di Parigi o Berlino sedere fra i deputati del Parlamento italiano. Si preferiva quindi cadere sotto una monarchia, perchè in essa almeno tutti i sudditi erano nelle medesime condizioni, ed agli ufficî pubblici poteva ogni abitante, di qualunque provincia, partecipare. Il Guicciardini infatti osservava al Machiavelli, quando questi immaginava una grande repubblica italiana, che ciò sarebbe stato tutto a vantaggio d'una sola città, ed a rovina delle altre; perchè la repubblica non concede il benefizio della sua libertà «a altri che a' suoi cittadini proprî;» la monarchia invece «è più comune a tutti.»[10] E non v'era spavento che potesse uguagliare quello provato dalle repubbliche italiane, quando Venezia, che pur governava i sudditi suoi con maggiore libertà, volgendosi alla terraferma, sembrò aspirare al dominio della Penisola. Avrebbero preferito non solo la monarchia, ma ancora lo straniero, che poteva lasciar qualche locale indipendenza, cosa allora non sperabile in Italia da una repubblica. Cosimo dei Medici, quando aiutò Francesco Sforza a divenir signore di Milano, salvò, secondo il Guicciardini, la libertà di tutta Italia, che sarebbe altrimenti caduta sotto Venezia.[11] E Niccolò Machiavelli, che pur sospirava così spesso la repubblica, in tutte le sue lettere d'ufficio, in tutte le sue legazioni, parla sempre di Venezia come del maggior nemico che avesse la libertà d'Italia.

Fra queste condizioni e queste convinzioni, era impossibile sperare che il Comune potesse, formando una forte repubblica, riunire l'Italia. Si poteva sperare in una confederazione o in una monarchia; ma la prima supponeva già un governo centrale diverso da quello dei Comuni, nel quale la città non fosse più lo Stato, e aveva contro di sè i papi ed i re di Napoli. La monarchia, invece, trovava contro di sè, da un lato l'antico amore di libertà, che aveva reso gloriosa l'Italia, e da un altro i papi, che, messi nel centro della Penisola, troppo deboli per poterla riunire, abbastanza forti per impedire che altri la riunisse, di tanto in tanto chiamavano gli stranieri, i quali venivano a sovvertire ogni cosa. Per tutte queste ragioni il Comune, che aveva formato l'antica forza e grandezza d'Italia, sopravvisse come a sè stesso, in presenza dei nuovi problemi sociali, che sorgevano ad ogni piè sospinto; fra i mille pericoli, che scaturivano come dal suo proprio seno.

Esso aveva proclamato la libertà e l'uguaglianza; era quindi naturale che il basso popolo, il quale trovavasi escluso dal governo, dopo avere coi ricchi mercanti combattuto e vinto il feudalismo, non potesse rimanere contento. Nè gli abitanti del contado, che pure erano colle armi chiamati a difendere la patria, tolleravano più di buon animo d'essere esclusi da ogni ufficio pubblico, da ogni diritto di cittadinanza. E quando il territorio si estendeva, e nuove città venivano conquistate, la moltitudine degli oppressi cresceva, e le passioni s'infiammavano, perchè la sproporzione fra il piccolo numero dei governanti e quello sempre maggiore dei governati aumentava, ed ogni equilibrio riusciva affatto impossibile. Un abile tiranno, che fosse sorto allora, avrebbe trovato in suo appoggio la moltitudine infinita degli scontenti, ai quali sarebbe apparso come un liberatore o almeno come un vendicatore.

Se poi dalle condizioni politiche volgiamo lo sguardo alle sociali, osserveremo una trasformazione non meno grave, nè meno pericolosa. I Comuni del Medio Evo, chi li guarda da lontano, appariscono già come un piccolo Stato, nel senso moderno della parola; ma erano invece un agglomerato di mille associazioni diverse: Arti maggiori ed Arti minori, Società delle torri, Consorterie, Leghe, ordinate tutte come altrettante repubbliche, con le loro assemblee, statuti, tribunali, ambasciatori. Esse erano qualche volta più forti dello stesso governo centrale, di cui facevano le veci, quando, fra le continue rivoluzioni, questo si trovava come momentaneamente soppresso, il che di tanto in tanto avveniva. Si direbbe quasi che la forza del Comune fosse tutta nelle associazioni, che lo dividevano e lo governavano. I cittadini erano ad esse così tenacemente legati, che spesso sembravano combattere a difesa della repubblica, solo perchè tutelava l'esistenza dell'associazione cui essi appartenevano, ed impediva che venisse oppressa dalle altre.

Il Medio Evo è stato perciò a giusta ragione chiamato un'età di consorterie e di caste. Il numero e la varietà grande di esse produssero una varietà infinita di caratteri e di passioni, ignota al mondo antico; ma l'indipendenza dell'uomo moderno non era anche nata, perchè l'individuo restava come assorbito nella casta, in cui e per cui viveva. Infatti, per lunghissimo tempo la storia italiana ci tace quasi del tutto i nomi dei politici, dei soldati, degli artisti e dei poeti, che fondarono e difesero i Comuni; crearono le istituzioni, le lettere, le arti. Sono Guelfi e Ghibellini, Arti maggiori e minori, poeti vaganti, maestri comacini, sempre associazioni o partiti, non mai individui. Le stesse grandi figure dei papi e degl'imperatori ricevono la loro importanza, meno dal proprio carattere personale, che dal sistema e dalla istituzione cui appartengono e che rappresentano.

Tutto ciò scomparisce rapidamente nel secolo XIV. La figura colossale di Dante si stacca dal fondo medievale, in mezzo a cui vive ancora, ed egli si vanta orgogliosamente d'essersi fatta parte per sè stesso. I nomi dei poeti, dei pittori, dei capi di parte si moltiplicano d'ora in ora, e i caratteri individuali si determinano, si disegnano nettamente, e si separano dalla folla. Noi assistiamo ad una generale trasformazione di tutta la società italiana, la quale, dopo avere distrutto il feudalismo e proclamata l'uguaglianza, si trova obbligata a decomporre le associazioni che l'avevano costituita. E ciò si vede assai più chiaro che altrove in Firenze, dove gli Ordinamenti di Giustizia (1293) abbattono i nobili e li cacciano dal governo; sopprimono alcune delle associazioni e rendono impossibili le consorterie; pongono per la prima volta alla testa del Comune un gonfaloniere.[12] La necessità di cominciare a costituire l'unità dello Stato moderno scaturiva naturalmente dalla forma sempre più democratica che aveva preso il Comune; questo era anzi il grande problema che doveva risolvere l'Italia del secolo XV. Ma il periodo di passaggio e di trasformazione era pieno di mille pericoli, perchè le antiche istituzioni si decomponevano prima che le nuove sorgessero; l'individuo, abbandonato a sè stesso, si trovava dominato solo dall'interesse personale e dall'egoismo: la corruzione dei costumi diveniva inevitabile.

La moralità del Medio Evo era fondata principalmente sugli stretti vincoli della famiglia e della casta cui si apparteneva. Di questi vincoli le leggi e le consuetudini erano state in mille modi gelose custodi: mantenevano la eredità nelle famiglie; impedivano che i matrimonî la portassero fuori del Comune; rendevano difficilissimi quelli fra persone non solo di diverso Comune, ma di diverso partito o consorteria. Di qui una grande comunanza d'interessi, le affezioni tenaci e i forti sacrifizî nel seno della casta, le gelosie e spesso gli odî, le vendette contro i vicini. A poco a poco tutto questo scomparve per le riforme politiche, che spezzarono i vecchi legami, per la cresciuta uguaglianza, pel continuo prevalere del diritto romano imperiale, che rendeva la donna meno sottoposta alla tutela de' suoi. E nel medesimo modo in cui il Comune s'era a un tratto trovato abbandonato a sè stesso, per la cessata supremazia dell'Imperatore e del Papa, il cittadino, sciolto da ogni vincolo, si trovò isolato e costretto a fare assegnamento sulle sole sue forze. Esso quindi non poteva più sentire l'antico interesse nel destino de' suoi vicini, che non s'occupavano più di lui; il suo avvenire, il suo stato nel mondo dipendeva unicamente dalle sue qualità individuali. Così si vide, in un medesimo tempo, l'egoismo impadronirsi rapidamente degli animi, e la personalità umana svolgersi sotto forme sempre più varie e nuove. Non solo si moltiplicano ora i nomi degl'individui, e ambiziosi capi di parte sorgono per tutto; ma le guerre intestine dei Comuni sembrano mutarsi in guerre personali; le città si dividono secondo i nomi dei più potenti e turbolenti; le famiglie stesse si scindono e si lacerano, perchè gli uomini non sanno sottostare più a nessun vincolo. I pregiudizi, le tradizioni, le virtù e i vizî del Medio Evo scompariscono affatto, per dar luogo ad un'altra società, ad altri uomini.

Chi osserva ora la doppia mutazione che han subita le nostre repubbliche, s'accorge come da un lato, secondo che esse ingrandivano il proprio territorio, divenivano internamente più deboli, e sentivano sempre maggiore bisogno d'un governo centrale più forte e più uguale verso tutti; e come da un altro lato, secondo che le consorterie si scioglievano, aumentava il numero degli ambiziosi e degli audaci, i quali non avevano altro scopo, che d'essere primi e soli a comandare. Queste ambizioni, manifestandosi nel tempo appunto in cui il Comune era portato naturalmente verso la forma monarchica, costituivano un pericolo gravissimo; e così, come v'era stato un giorno nel quale si videro in Italia sorgere per tutto i Comuni, era adesso giunta l'ora in cui si vedevano per tutto sorgere i tiranni.

Il tiranno italiano però, con molti vizi, aveva una propria originalità di carattere, una vera importanza storica. A lui non era necessario discendere di nobile o potente famiglia, e neppure essere primogenito della sua casa. Un mercante, un bastardo, un venturiero qualunque potevano comandare un esercito, fare una rivoluzione, divenire tiranni, se avevano l'audacia e l'arte necessarie a riuscire. Le storie ci raccontano, a questo proposito, strane avventure, ed i novellieri italiani, che sì fedelmente descrivono i costumi del tempo, ridono spesso d'uomini da nulla, i quali si ponevano in mente di farsi tiranni, come quel calzolaio che, invece di fare scarpe, voleva, secondo narra il Sacchetti, «tor la terra a messer Ridolfo da Camerino.»[13]

Il secolo XV fu giustamente chiamato il secolo degli avventurieri e dei bastardi: Borso d'Este a Ferrara, Sigismondo Malatesta a Rimini, Francesco Sforza a Milano, Ferdinando d'Aragona a Napoli, molti e molti altri signori o principi erano bastardi. Nessuno di essi si sentiva più legato da alcuna convenzione o tradizione; tutto dipendeva dalle qualità personali di coloro che osavano tentare la fortuna, dagli amici e aderenti che sapevano guadagnarsi. Costretti ad impadronirsi del potere in mezzo a mille pericoli, contro mille emuli, si trovavano come in uno stato di guerra continua, nel quale tutto era permesso: nessuno scrupolo vietava la violenza, il tradimento ed il sangue. Il male, per questi tiranni, non aveva altri limiti se non quelli imposti dalla opportunità e dalla utilità personale; doveva essere un mezzo adatto a conseguire il fine desiderato. Di là da questi confini era non una colpa, ma una follìa indegna d'un uomo politico, perchè non portava alcun vantaggio. La loro coscienza non conosceva rimorsi, la loro ragione calcolava e misurava tutto. Ma una volta superate le difficoltà, e riusciti nell'intento, i pericoli non cessavano per questo. Bisognava lottare contro lo scontento fierissimo di coloro che, per lunga consuetudine, s'erano usati a non saper vivere senza partecipare al governo; contro le ire feroci di coloro che avevano anch'essi aspirato alla tirannide, ed erano stati prevenuti o vinti. Se colla forza si vinceva un tumulto popolare, i pugnali s'appuntavano nelle tenebre da ogni lato. E le congiure erano allora più crudeli, perchè assumevano il carattere di vendette personali; s'ordivano fra gli amici, nella famiglia stessa: si vedevano i più stretti parenti, anche i fratelli, contendersi il trono col ferro o col veleno. Così il tiranno italiano poteva dirsi condannato a riconquistare ogni giorno il suo regno; e pur di ottenere questo fine, esso credeva giustificato ogni mezzo.