Tornato in patria, il Machiavelli si rimise con l'usato ardore al proprio ufficio, e i registri della Cancelleria son di nuovo ogni giorno pieni delle sue lettere. Gli affari procedettero subito con ordine maggiore, sia perchè egli esercitava molta autorità sui suoi sottoposti, sia perchè erano stati rieletti i Dieci, i quali venivano scelti fra le persone più pratiche di cose militari, erano meno distratti da altre cure, duravano in ufficio sei mesi e non due solamente come i Signori. Le loro attribuzioni inoltre erano state, con la Provvisione del 18 settembre 1500, che li ristabiliva, meglio definite e limitate, non potendo più di loro autorità far paci o leghe, nè condotte per più di otto giorni, e dovendo in tutte le cose d'importanza avere l'approvazione degli Ottanta, prima che fossero definitivamente deliberate.[459]

CAPITOLO IV.

Tumulti in Pistoia, dove è inviato il Machiavelli. — Il Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini. — Nuovo esercito francese in Italia. — Nuovi tumulti in Pistoia, e nuova gita del Machiavelli colà. — Continua la guerra di Pisa. — Ribellione di Arezzo e della Val di Chiana. — Il Machiavelli ed il vescovo Soderini inviati presso il Valentino in Urbino. — I Francesi vengono in aiuto per sedare i disordini d'Arezzo. — Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati. — Creazione del Gonfaloniere a vita.

(1501-1502)

E le faccende non mancavano davvero, sebbene la guerra di Pisa fosse alquanto sedata. A Pistoia s'erano gravemente rincrudeliti i sanguinosi tumulti tra i Cancellieri ed i Panciatichi, i quali ultimi erano stati cacciati dalla città, che restava sempre sottomessa a Firenze, ma con pericolo continuo di ribellione. Fu quindi necessario inviare a rimetter l'ordine, commissari speciali, uomini ed armi. Il Machiavelli non solo teneva la corrispondenza, dava ordini, veniva dai Signori e dai Dieci richiesto del suo avviso; ma fu più volte mandato colà. Ivi infatti lo troviamo nel febbraio, nel luglio e nell'ottobre, andato a vedere coi proprî occhi per poi riferire.

Molti dell'una e dell'altra parte furono confinati in Firenze; tutti i rimanenti invitati a rientrare in Pistoia, con obbligo a quel Comune di difenderli e di risarcirli largamente d'ogni nuovo danno che potessero patire, dandogli facoltà di rivalersene sugli offensori; e tutto ciò con una deliberazione dei Signori e dei Dieci fiorentini, in data del 28 aprile 1501.[460] Volevano i Pistoiesi lasciar fuori della loro città i Panciatichi, perchè avversi a Firenze; ma il Machiavelli scriveva ai Commissari, in nome dei Signori, il 4 maggio, che il tenere i Cancellieri dentro e i Panciatichi fuori era assai pericoloso, potendosi così a un tratto «perdere tutta la città o tutto il contado, e forse questo e quella insieme, trovandosi l'uno malcontento, l'altra piena di sospetto.» Concludeva che si eseguissero senz'altro gli ordini dati, valendosi delle forze che erano colà, perchè i Panciatichi rientrassero disarmati e fossero tenuti sotto buona guardia.[461]

Ben presto cominciavano più gravi pensieri da un altro lato. Il Valentino, impedito dagli ordini di Francia d'assalire Bologna, si rivolgeva verso la Toscana, ed insignoritosi di Brisighella, chiave della Val di Lamone, s'era, con l'aiuto di Dionigi Naldi,[462] uomo d'armi e di gran parentado colà, messo in grado di disporre di tutto quel paese. Egli chiedeva, minaccioso, libero passaggio attraverso il territorio della Repubblica, dicendo di volersene coi suoi tornare a Roma. Ed i Fiorentini, che sapevano con chi avevano da fare, mandarono a lui Piero Del Bene suo amico privato, mandarono un commissario di guerra sul confine a Castrocaro, ed uno speciale inviato a Roma, per informare di tutto l'ambasciatore francese: apparecchiarono nello stesso tempo 20,000 ducati[463] da spedirsi a Luigi XII, per averlo, come l'ebbero difatti, più decisamente favorevole. Intanto mille voci diverse correvano per tutto. I Senesi ed i Lucchesi mandavano continui aiuti a Pisa, dove Oliverotto da Fermo, soldato del Valentino, era entrato con alcuni cavalieri; i Vitelli aiutavano i Panciatichi a vendicarsi dei loro nemici. Da ogni parte erano noie e pericoli. Bisognava subito provvedere, ed il Machiavelli sembrava moltiplicarsi, scrivendo lettere, dando ordini ai capitani, ai commissari, ai magistrati.[464] Fortunatamente però arrivarono avvisi di Francia, che promettevano sicuro aiuto, e così la Repubblica fu nel maggio assai più tranquilla.

Ma il Valentino non si fermava. A Firenze infatti venne la nuova che gli Orsini ed i Vitelli minacciavano già al confine; che un tal Ramazzotto, vecchio amico dei Medici, s'era presentato a Firenzuola, chiedendo la terra in nome del Duca e di Piero de' Medici.[465] E per questi fatti gli animi si sollevarono in modo, che si parlava perfino di creare una Balìa con pieni poteri,[466] cosa che poi non si fece; pure si pigliarono i necessarî provvedimenti a difendere la Città da un improvviso assalto. Si posero nei dintorni alcuni comandati, fatti venire dal Mugello e dal Casentino, sotto l'abate don Basilio; ne vennero anche dalla Romagna; altre genti furono messe dentro le mura. Il Machiavelli era l'anima di questi movimenti d'armati, e se ne occupava con un ardore singolarissimo in un uomo di lettere. Ma egli aveva, contro l'opinione prevalente allora, perduto ogni fede nelle armi mercenarie; questi comandati gli parevano il germe d'una milizia nazionale, chiamata a difendere la patria nel modo stesso che facevano gli antichi Romani, e ciò bastava a tener viva la sua fede, il suo entusiasmo.

Dopo di ciò si mandarono ambasciatori al Duca, invitandolo a passar pure se voleva; ma alla spicciolata, senza gli Orsini ed i Vitelli. Egli s'avanzò sdegnato pel Mugello, dove i suoi soldati venivano insultando e saccheggiando le terre; onde l'irritazione popolare andò sempre più crescendo nella Città e nella campagna, gridandosi per tutto contro la «pazienza asinina» dei magistrati, i quali dovettero durare grandissima fatica ad impedire una sollevazione generale contro quell'esercito di predoni.[467] Il Duca finalmente, vedendo la mala parata, e sapendo che i Fiorentini adesso erano davvero protetti dalla Francia, dichiarò di volere stringere con essi sincera amicizia, mediante una condotta in qualità di loro capitano. Aggiungeva però che dovevano lasciargli libero il passo per andare alla sua impresa contro Piombino, e dovevano anche mutare la forma del governo, richiamando Piero dei Medici, affinchè si potesse esser sicuri delle loro promesse. Di fronte a queste pretese, i Fiorentini prima di tutto armarono altri mille uomini in Città, ordinando maggiore diligenza e buona guardia per ogni dove; risposero poi che, quanto all'impresa di Piombino, continuasse pure il suo viaggio; ma quanto al dovere essi mutare governo, non ne ragionasse neppure, che non era affar suo, e dei Medici nessuno voleva più sapere in Firenze. Il Valentino allora, non aggiungendo altro, arrivato che fu a Campi, fece sentire che si contentava d'una condotta di 36,000 ducati l'anno per un triennio, senza obbligo d'effettivo servizio, pronto però ad ogni richiesta, con 300 uomini d'arme, in caso di bisogno. In sostanza, non potendo ormai sperare altro, voleva almeno, secondo il solito, danari. Ed i Fiorentini, per farlo una volta partire, firmarono il 15 maggio 1501 la convenzione con cui gli concedevano la condotta, e fermavano alleanza perpetua fra le due parti.[468] Essi in verità speravano di non dargli neppure un soldo, ed il Duca, che se n'era avvisto, accettava nonostante i patti, perchè, non avendo il danaro, avrebbe, in tempo più opportuno, trovato facile pretesto a nuove aggressioni. Intanto continuava il suo cammino saccheggiando, e giungeva a Piombino il 4 giugno. Ivi non potè far altro che pigliare qualche terra vicina e l'isola di Pianosa; passò poi, sopra alcune navi mandate dal Papa, nell'isola d'Elba.[469] Ma di là fu subito richiamato, per accompagnare i Francesi, che tornavano alla guerra nel Napoletano; e così, lasciate ben difese le poche terre conquistate, se ne andò in fretta a Roma, dove entrò come un trionfatore, sebbene le sue imprese fossero state più di predatore che di capitano.

Ma se la guerra nel Reame liberava la Repubblica dalla presenza del Valentino, essa le recava pure altri danni e pensieri. L'esercito francese forte di 1000 lance e 10,000 fanti, di cui 4000 erano Svizzeri, senza tener conto di più che 6000 uomini, i quali venivano per mare, s'avanzava diviso in due parti, l'una delle quali passava, col maggior numero delle artiglierie, per Pontremoli e Pisa; l'altra, discendendo da Castrocaro, doveva traversare quasi tutta la Toscana. Al che s'aggiungeva, che soldati spicciolati del Valentino con Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Vitelli ed altri capitani, venendo alla coda, sarebbero andati al solito predando, o entrati in Pisa, avrebbero aiutato i ribelli. Bisognò dunque scrivere ai Commissarî e Podestà, perchè apparecchiassero vettovaglie agli uni, si difendessero dagli altri; bisognò con 12,000 ducati soddisfare alle continue domande dei Francesi, fatte sempre col pretesto delle paghe dovute agli Svizzeri, che tanto male avevano servito la Repubblica.[470] Il Machiavelli s'adoperò a tutt'uomo in queste faccende, e finalmente, come Dio volle, l'esercito abbandonò la Toscana ed entrò nello Stato del Papa. A questo allora solamente fu reso noto il trattato segreto concluso in Granata fra i re di Spagna e di Francia, ed egli col suo solito cinismo promise l'investitura ai due sovrani.