Arrivati i Francesi al confine napoletano, l'infelice Federico raccoglieva le sue poche genti, avendo già messo ogni speranza d'aiuto nella Spagna, il cui esercito era comandato dal valoroso Consalvo di Cordova. Ma questi allora appunto dichiarò che doveva ricusare i feudi nel Napoletano, perchè i suoi doveri di capitano di Spagna non si conciliavano più con quelli di vassallo di Federico. Così il misero Re si trovò senza aiuti, ed il Reame fu in breve tempo tutto occupato da stranieri. Solo Capua resistette ai Francesi, e fu presa d'assalto nel mese di luglio, messa crudelmente a sacco, perdendovi la vita da settemila persone. Il Guicciardini afferma, che neppure le vergini nei chiostri poterono sfuggire alla libidine dei soldati, che molte donne si gettarono disperate nel Volturno, altre si ricoverarono in una torre. Colà il Valentino, che aveva seguìto l'esercito colla sua guardia, ma senza comando effettivo, e s'era nel saccheggio abbandonato ad ogni eccesso, avrebbe, secondo lo stesso scrittore, voluto vederle per sceglierne quaranta delle più belle. Il 19 agosto i Francesi entrarono in Napoli, e poco dopo Federico cedette interamente al loro Re, che gli diè in Francia il Ducato d'Angiò con 30,000 scudi di rendita. Ivi egli morì il 9 settembre 1504; i suoi figli lo seguirono ben presto nella tomba l'un dopo l'altro, e con essi s'estinse la casa aragonese di Napoli. Consalvo aveva intanto, senza trovare resistenza, preso la parte del Reame che spettava alla Spagna. Se non che, il trattato di Granata era stato, forse non a caso, scritto in maniera da dar luogo, nella divisione, a diverse interpretazioni. Ben presto fu chiaro infatti che l'uno o l'altro dei due sovrani doveva restare padrone di tutto, e che la decisione finale spettava alle armi. Nondimeno fra gli eserciti si venne allora ad un temporaneo accordo, amministrando in comune le province soggette a disputa.
Ed ora le genti del Valentino entravano il 3 di settembre in Piombino, donde l'Appiano fuggiva, e dove nel febbraio veniva il Papa stesso col figlio a vedere i disegni delle fortezze, che questi voleva costruire colà.[471] Così i Fiorentini si trovavano da capo col temuto nemico alle porte, mentre che i Lucchesi ed i Pisani si mostravano sempre più audaci, e la Francia tornava a dimostrarsi poco benevola, sebbene, dopo averle pagato 30,000 ducati per gli Svizzeri, si trattasse ora di pagargliene ancora da 120 a 150 mila, in tre o quattro anni, sempre con la solita vana promessa di restituire Pisa.[472] Mentre tutto ciò teneva la Repubblica in sempre maggiori strettezze, e rendeva sempre più impopolari i Dieci, da Pistoia si chiedevano nell'ottobre pronti aiuti, perchè la città era di nuovo lacerata dal furore delle parti, e nessun ordine di governo vi era possibile. Il Machiavelli, che già era stato ripetutamente inviato colà, vi fu ora, nel mese d'ottobre, mandato altre due volte, per portare ordini, e suggerire, tornando, i necessari provvedimenti così ai Dieci come alla Signoria.[473] E questa faceva poi da lui stesso scrivere, che unico rimedio era pensare adesso a riordinare il governo e l'amministrazione della città, facendovi subito tornare i Panciatichi, per pensare più tardi al contado, ove i guai erano anche maggiori.[474] In questi mesi, tra le molte lettere, ordini ed istruzioni, egli scrisse ancora, nella sua qualità di segretario, una breve relazione dei fatti seguìti in Pistoia, per dare ai magistrati una più chiara idea di tutto.[475] Di siffatte relazioni o narrazioni di quello che avveniva nel territorio della Repubblica, se ne compilavano allora molte nella cancelleria dei Dieci e della Signoria, e questa del Machiavelli, scrittura d'ufficio come le altre, non ha neppur essa maggiore importanza.
Calmati appena i torbidi di Pistoia, si sentiva nel maggio 1502 che Vitellozzo e gli Orsini s'avanzavano nella Val di Chiana, seguìti a poca distanza dal Valentino. E Massimiliano, volendo venire in Italia a prendere la corona, chiedeva ai Fiorentini, col solito pretesto di far guerra al Turco, 100,000 ducati, di cui 60,000 subito. Questi danari non furono dati; ma colla Francia bisognò bene obbligarsi a pagarle in tre anni 120,000 ducati, secondo un trattato d'alleanza, concluso il 12 aprile 1502, col quale il Re prometteva di difendere la Repubblica e mandarle 400 lance ad ogni richiesta.[476] Tutto questo però non bastava punto a fermare il Valentino, che invece lentamente s'avanzava, e intanto s'era talmente esausta di danari la Repubblica, che non si poteva più ricorrere a nuove gravezze, essendosi già messa perfino la Decima scalata, che differisce poco da quella che noi oggi chiamiamo imposta progressiva.[477] Così la guerra di Pisa dovè restare come sospesa, e restringersi solo a dare il guasto nel contado. I cittadini perciò furono da capo tanto scontenti dei Dieci, che di nuovo tornarono a non eleggerli, affidando le cose della guerra ad una commissione scelta dalla Signoria, il che le fece subito andare di male in peggio.[478] I Pisani infatti s'avanzarono impadronendosi di Vico Pisano, e continuarono le trattative iniziate nello scorso dicembre col Papa e col Valentino, per formare uno Stato indipendente, che arrivasse fino al mare, e ripigliasse dall'altro lato le terre occupate dai Fiorentini, coi quali non volevano in nessun modo far mai pace o tregua. Il Valentino avrebbe avuto il titolo di duca di Pisa, e il Ducato sarebbe stato ereditario; verrebbe conservato l'antico magistrato degli Anziani, e uno dei Borgia sarebbe nominato arcivescovo della città.[479] Questi disegni restarono senza effetto, ma bastavano a mettere in pensiero i Fiorentini, a danno dei quali i Borgia cercavano sollevare nemici in tutta Italia, dicendo ora di volerla unire in lega contro gli stranieri in genere ed i Francesi in particolare.
Intanto Vitellozzo era già presso Arezzo, con manifesta intenzione di sollevarla, ed il Valentino se ne stava a poca distanza, con la simulata apparenza di non pigliar nessuna parte a ciò che uno dei suoi proprî capitani faceva.[480] Firenze, non potendo ora disporre di nessuna forza, spedì in gran fretta, come commissario di guerra, Guglielmo dei Pazzi, che era padre del vescovo d'Arezzo. Ma il commissario non era appena giunto colà, che il popolo si levò a tumulto (4 giugno), e dovettero, padre e figlio, chiudersi nella fortezza insieme col capitano fiorentino. Vitellozzo allora entrò con centoventi uomini d'arme e buon numero di fanti, seguìti subito da Giovan Paolo Baglioni, altro capitano del Valentino, con cinquanta uomini d'arme e cinquecento fanti. Per riparare a questi pericoli, Firenze richiese dalla Francia le 400 lance promesse, anzi mandò Piero Soderini a Milano, per farle addirittura partire. Le genti del campo di Pisa ebbero intanto ordine d'avanzarsi per la Val di Chiana, dove fu mandato commissario, con ufficio di capitano, Antonio Giacomini Tebalducci, il quale, datosi da qualche tempo al mestiere dell'armi, aveva già cominciato a provare alla Repubblica quanto i capitani proprî valessero più dei mercenarî.[481] Ed il Machiavelli, che a lui continuamente doveva scrivere, ne seguiva i passi, e continuava le sue osservazioni, maturando le proprie idee sulla milizia nazionale. Ma le cose precipitavano, perchè la cittadella d'Arezzo, dopo una resistenza di 14 giorni, dovette arrendersi prima di poter ricevere aiuto dagli uomini partiti dal campo di Pisa, i quali perciò ebbero dai Dieci, nuovamente eletti, ordine di ritirarsi a Montevarchi, ora che i nemici, ingrossati in Arezzo, occupavano tutta la Val di Chiana, e Piero dei Medici col fratello s'era già unito ad essi.[482]
I Fiorentini, com'è facile immaginarlo, aspettavano ansiosissimi gli aiuti di Francia, per uscire dall'imminente pericolo, quando il Valentino (19 giugno) chiese che gl'inviassero persona con cui conferire; ed essi mandarono subito Francesco Soderini vescovo di Volterra, accompagnato dal Machiavelli. Il Duca trovavasi in Urbino, di cui s'era a tradimento impadronito; e l'infelice Guidobaldo di Montefeltro aveva potuto appena, con una fuga precipitosa su pei monti, salvare la propria vita, dopo che s'era creduto amico dei Borgia, e li aveva aiutati colle sue genti, il che era valso invece a fargli torre improvvisamente lo Stato. Il Machiavelli restò in compagnia del Soderini qualche giorno solamente, per tornare subito in Firenze, a ragguagliare a voce i Signori. E però solo i due primi dispacci di questa legazione sono scritti da lui, sebbene anch'essi firmati dal vescovo Soderini. Nel secondo, che ha la data di Urbino 26 giugno, ante lucem, si trova descritto un ritratto del Valentino, che dimostra chiaro come questi avesse già lasciato una profonda impressione sull'animo del Segretario fiorentino. Furono ricevuti la sera del 24, a due ore di notte, nel palazzo in cui il Duca si trovava con pochi de' suoi, tenendo la porta sempre serrata e ben guardata. Egli disse di volere ormai uscire da ogni incertezza coi Fiorentini, ed essere loro amico o nemico vero. Quando non accettassero la sua amicizia, sarebbe scusato con Dio e cogli uomini, se avesse cercato d'assicurare in qualunque modo il proprio Stato, che confinava col loro per sì lungo tratto. «Io voglio avere esplicita sicurtà, chè troppo bene conosco come la città vostra non ha buono animo verso di me, anzi mi lascerà come un assassino, ed ha cerco già di darmi grandissimi carichi con il Papa e col re di Francia. Questo governo non mi piace, e dovete mutarlo, altrimenti se non mi volete amico, mi proverete nemico.» Gl'inviati risposero che Firenze aveva il governo che desiderava, e nessuno poteva in Italia vantarsi di serbar meglio la fede. Che se il Duca voleva davvero esserle amico, poteva provarlo subito, facendo ritirare Vitellozzo, che in fine era suo uomo. A questo egli disse, che Vitellozzo e gli altri operavano per proprio conto, sebbene a lui non dispiacesse punto che i Fiorentini ricevessero, senza sua colpa, una buona e meritata lezione. Nè altro fu possibile cavarne, onde gli ambasciatori scrissero subito, parendo loro che importasse assai far conoscere con quale intenzione erano stati dal Duca invitati, tanto più che «il modo del procedere di costoro è di essere altrui prima in casa che se ne sia alcuno avveduto, come è intervenuto a questo Signore passato,[483] del quale si è prima sentito la morte che la malattia.»
Il Duca aveva detto ancora che della Francia era sicuro, e lo stesso fece ripetere loro dagli Orsini, i quali non solo lasciarono capire che l'impresa di Vitellozzo era fatta di comune accordo, ma aggiunsero che tutto era in ordine per invadere subito la Toscana con 20 o 25 mila uomini, che gli oratori però valutavano a 16 mila solamente. «Questo Signore,» concludeva la lettera, «è tanto animoso, che non è sì gran cosa che non li paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai si riposa, nè conosce fatica o pericolo; giugne prima in un luogo, che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a' suoi soldati; ha cappati i migliori uomini d'Italia, le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto con una perpetua fortuna.» Ma il fatto era, che egli sapeva che i Francesi venivano in aiuto de' Fiorentini, che voleva perciò stringere subito in ogni modo. Infatti a tre ore della notte dal 25 al 26, quando gli oratori avevano già parlato cogli Orsini, li fece chiamare di nuovo, per dire loro che voleva una pronta risposta dalla Signoria, nè fu possibile ottenere un indugio maggiore di quattro giorni. E però la lettera,[484] finita all'alba, partì subito con un corriere espresso, cui teneva dietro il Machiavelli stesso, che altro non aveva ora da fare colà. Egli se ne tornava con l'animo pieno d'una strana ammirazione per questo nemico della sua patria, ammirazione che era stata in lui alimentata da quella che già aveva pei Borgia anche il vescovo Soderini.[485] Questi restò presso il Duca, che faceva ogni giorno maggiori premure e minacce, a cui però i Fiorentini davano assai poca retta, perchè sapevano che già erano in via gli aiuti francesi.
E per la medesima ragione, al Giacomini, che aveva dato prova d'un coraggio, d'un'attività maravigliosa, e scriveva che, se gli mandavano 3000 fanti e mille comandati, sentivasi in grado d'assalire i nemici, rispondevano, ai primi di luglio, che si contentasse di stare sulla difensiva; giacchè erano in via le artiglierie e 4000 Svizzeri mandati dalla Francia; che bisognava subito dar loro le paghe, e non era perciò prudente impegnare la Repubblica in nuove spese, tanto più che il Valentino già abbassava le ali.[486] E lo stesso ripetevano nei giorni successivi.[487] Il 24 luglio il Re scriveva da Asti, che sarebbero arrivati uomini a piè ed a cavallo, con sufficienti artiglierie, capitano La Trémoille: si tenessero pronte le paghe e le vettovaglie.[488] E ben presto il capitano Imbault presentavasi con pochi soldati ad Arezzo, dove Vitellozzo venne subito a patti, che furono di rendere tutte le terre, eccetto la città stessa, nella quale egli si trovava, e dove gli fu concesso di restare con Piero dei Medici fino al ritorno del cardinale Orsini, andato a trattar direttamente col Re. Ma anche questa concessione, che ai Fiorentini parve giustamente indecorosa,[489] venne poi ritirata, perchè il Papa stesso e il Duca, gettando la colpa d'ogni cosa su Vitellozzo e sugli Orsini, che odiavano a morte, li abbandonarono; nè dei Medici in sostanza si curavano molto, appunto perchè amici e parenti degli Orsini.[490] S'impegnarono inoltre ad aiutare la Francia nella impresa di Napoli.[491] E i Fiorentini, ottenuto che al capitano Imbault, il quale li aveva scontentati, succedesse il De Langres,[492] riebbero subito dopo tutte le loro terre, come annunziavano ai sudditi con lettera del 28 agosto, ordinando ancora pubbliche feste.[493]
Il Machiavelli fu mandato, verso la metà d'agosto, al campo francese, per accompagnare il De Langres e raccogliere notizie a carico dell'Imbault; ma tornò subito al suo ufficio, essendo stati mandati in Arezzo Piero Soderini e Luca degli Albizzi, uomini autorevolissimi, con incarico di riordinare la terra appena sedata la ribellione, e fare che il De Langres non partisse troppo presto, non potendo i Fiorentini disporre delle loro forze, occupate contro i Pisani che s'avanzavano dall'altro lato.[494] Dalla cancelleria intanto egli scriveva al Soderini, che si affrettasse a mandare in Firenze, prima che i Francesi partissero, tutti quegli Aretini, «che tu giudicherai, o per cervello o per animo o per bestialità o per ricchezza, potere trarsi dreto alcuno, e penderai più presto in mandarne più venti che manco uno, senza avere rispetto nè al numero nè a rimanere vota la terra.»[495] L'11 ed il 17 settembre lasciò di nuovo l'ufficio per far due corse ad Arezzo, a fin di vedere da sè lo stato delle cose, e provvedere alla partenza dei Francesi, che erano ormai decisi ad andarsene.[496]
Per fortuna tutto riuscì discretamente bene, ed egli che già da un pezzo meditava sulle faccende politiche, non solo come semplice segretario, ma più ancora come uomo di studio e di scienza, cercando sempre indagar le cagioni dei fatti, che raccoglieva e coordinava poi nella sua mente, sotto norme e principî generali, compose, dopo l'esperienza avuta delle cose d'Arezzo, il suo breve scritto: Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati.[497] È un discorso che l'autore suppone di fare ai magistrati della Repubblica, ma non fu compilato per obbligo d'ufficio nella segreteria; è anzi addirittura il primo tentativo per sollevarsi dalla pratica burocratica di tutti i giorni, alle sommità della scienza. E noi possiamo fin d'ora cominciare a vedere in germe i grandi pregi e i difetti che più tardi ritroveremo nelle opere maggiori del Machiavelli. Ciò che prima di tutto qui ferma la nostra attenzione, è il modo singolare con cui nella mente dello scrittore si trovano fra loro innestati l'esperienza dei fatti veduti, i giudizî che si era andato formando sulle azioni degli uomini da lui conosciuti, tra cui non ultimo il Valentino, con una straordinaria ammirazione dell'antichità romana, la quale sembra essere per lui quasi l'unico anello che congiunga le osservazioni raccolte di giorno in giorno con le generalità della sua scienza ancora incerta. — Paragonando, egli dice, quello che oggi succede con quello che in simili casi è seguito e s'è fatto a Roma, possiamo arrivare a capire quello che dovremmo fare noi, giacchè gli uomini in sostanza sono sempre gli stessi, hanno le medesime passioni, e però quando le condizioni sono identiche, le medesime cagioni portano i medesimi effetti, e quindi gli stessi fatti debbono suggerire le stesse regole di condotta.
Certo il ricorrere all'antichità ed alla storia per cercare, paragonandole coll'esperienza del presente, i principii che regolano l'andamento delle azioni umane, e debbono guidare i governi, era a quei tempi un pensiero ardito ed originale. Ma se la storia ci espone la successione delle umane vicende, essa anche ci dimostra che l'uomo e la società mutano di continuo, e però norme assolute ed immutabili difficilmente si possono trovare. Ed in verità, se bene si osserva, quantunque essa sia l'esemplare, il modello a cui di continuo ricorre il Machiavelli, pure assai spesso gli serve solo a dare maggiore autorità, o a fornirgli la dimostrazione di quelle massime che a lui, in sostanza, erano state già suggerite dalla esperienza. Ed in ciò si può trovare la prima sorgente di molti suoi pregi e difetti. Non essendo ancora riuscito a veder chiaro il processo, secondo cui dal passato risulta un presente sempre diverso, e pure ad esso intrinsecamente unito; non essendo ancora abbastanza sicuro del suo metodo, per cavare con rigore scientifico principii generali dai fatti particolari, tra gli uni e gli altri poneva l'antichità, la quale doveva riuscire un legame artificiale, ogni volta che era chiamata solo a dimostrare ciò, di cui egli s'era già innanzi persuaso. Tuttavia in questo suo primo tentativo noi vediamo assai chiaro, come solo salendo, direi quasi, sulle spalle di essa, a lui riuscisse, stanco com'era delle minute faccende di tutti i giorni e d'una politica di piccoli ripieghi, sollevarsi in un mondo superiore. Ivi portato e sospinto dalla potenza della sua analisi, dal suo genio, da una fantasia irrequieta, tentava creare una scienza nuova, non senza cadere qualche volta in eccessi, che nei suoi scritti non scomparvero mai del tutto, e che più tardi gli furono rimproverati anche dal Guicciardini, il quale lo accusò di amare troppo «le cose e modi estraordinarî.»