Ecco adunque come egli incomincia il suo discorso. «Lucio Furio Camillo, dopo aver vinto i popoli ribelli del Lazio, entrò in Senato e disse: Io ho fatto quello che si poteva colla guerra; ora tocca a voi, Padri Coscritti, sapervi stabilmente assicurare per l'avvenire dei ribelli. Ed il Senato perdonò generosamente ai vinti, facendo solo eccezione per le città di Veliterno e di Anzio. La prima fu demolita, e gli abitatori mandati a Roma; nella seconda si mandarono invece abitatori nuovi e fedeli, dopo aver distrutto le sue navi, proibito di costruirne altre. E ciò perchè i Romani sapevano che bisogna sempre fuggire le vie di mezzo, e guadagnarsi i popoli coi benefizî, o metterli nella impossibilità di offendere.» «Io ho sentito dire che la istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de' principi,[498] e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri e chi serve volentieri, e che si ribella ed è ripreso.» «Si può dunque approvare la condotta da voi tenuta coi popoli della Val di Chiana in generale; ma non quella tenuta in particolare cogli Aretini, che si sono sempre ribellati, e che voi non avete saputo nè beneficare nè spegnere, secondo l'esempio romano. Non avete infatti beneficato gli Aretini, ma li avete tormentati col chiamarli a Firenze, toglier loro gli onori, vendere i loro possessi; nè ve ne siete assicurati, perchè avete lasciato in piedi le loro mura, lasciato in città i cinque sesti degli abitatori, non mandato altri che li tengano sotto. E così Arezzo sarà sempre pronta a ribellarsi di nuovo, il che non è cosa di poco momento, perchè Cesare Borgia è vicino, e cerca formarsi uno Stato forte col pigliare anche la Toscana. E i Borgia non vanno coi rispetti e colle vie di mezzo. Il cardinal Soderini, che li conobbe assai, più volte mi ha detto che fra le altre lodi di grande uomo, che si posson dare al Papa ed al figlio, vi è questa, che sono conoscitori della occasione e la sanno usare benissimo, il che viene confermato dalla esperienza di ciò che han fatto.»[499] E qui si ferma in tronco questo discorso, di cui non abbiamo la fine.

Il Machiavelli che aveva messo tanto ardore nel condurre a fine l'affare della presa e condanna del Vitelli, ed il dì 8 settembre aveva scritto ai commissari fiorentini che, nel mandar via gli uomini pericolosi da Arezzo, preferissero inviarne piuttosto «venti di più che uno di meno, non temendo neppure di lasciar vuota la terra,» non aveva bisogno di dimostrare che a lui non piacevano in politica i mezzi termini, che credeva solo in una condotta risoluta e pronta, e non era punto contento del misero e continuo tergiversare dei Fiorentini. Ma non bisogna neppur credere, che in questi suoi discorsi teoretici egli volesse addirittura biasimare, senza riserve, la condotta dei magistrati. Sapeva bene che questi dovevano tener conto delle passioni e dell'indole degli uomini fra cui e su cui governavano; scriveva per indagare quale avrebbe dovuto essere la vera politica di un gran popolo, formato come lo immaginava, dopo aver letto e meditato la storia di Roma.

Certo è però che le cose della Repubblica procedevano allora così fiacche ed incerte, che tutti vedevano la necessità di qualche riforma. Una nuova legge s'era fatta nell'aprile di quell'anno, con la quale s'erano aboliti il Podestà ed il Capitano del popolo, antichi magistrati che avevano avuto in origine un ufficio politico e giudiziario; ma perduta da un pezzo la prima delle due loro attribuzioni, male adempivano ora anche la seconda, che pure era importantissima. Fu quindi istituita, secondo un antico suggerimento del Savonarola, la Ruota, composta di cinque dottori in legge, di cui ognuno presiedeva a turno per sei mesi, durante i quali teneva il luogo del Podestà. Essa, che doveva giudicar le cause civili e criminali, fu iniziata, con una provvisione del 15 aprile 1502, per soli tre anni, termine che venne poi prorogato.[500] Con altra del 21 aprile fu riformata la Corte della Mercanzia, destinata a trattare i soli affari commerciali.[501] Ma tutto ciò, come è ben facile immaginare, non rimediava punto all'andamento generale delle cose d'un governo, la cui debolezza nasceva principalmente dal mutare ogni due mesi il Gonfaloniere e la Signoria.[502] In esso non si formavano tradizioni, nè vi potevano essere segreti di Stato; tutto si trattava in pubblico, e solamente il primo cancelliere, Marcello Virgilio, per la sua molta fede ed autorità, poteva mantenere una qualche coerenza ed uniformità nella condotta degli affari.[503] I provvedimenti erano sempre lenti ed incerti, i danari si profondevano, i cittadini, gravati d'imposte, erano scontentissimi, e non potevano rivolgersi contro alcuno, perchè i magistrati scomparivano dalla scena quando appena s'erano seduti in ufficio. Così si finiva col non votare il danaro che era richiesto, e i soldati non si pagavano, e i cittadini autorevoli ricusavano di accettare le ambascerìe o gli uffici più onorevoli, che erano invece occupati da uomini leggieri e di poco conto, gente che, secondo la espressione del Guicciardini, avevano «più lingua che persona,» si facevano avanti, ed erano eletti perchè sempre pronti.[504]

Per tutte queste ragioni si pensò di portare addirittura qualche mutamento nella forma stessa del governo. Fu dapprima proposto un Senato a vita, a similitudine dei Pregadi di Venezia, che era sempre il modello cui si guardava; ma temendo poi di restringere con ciò lo Stato in mano di pochi, si pensò invece di creare un Gonfaloniere a vita come il Doge,[505] ed il 26 agosto 1502 fu votata la Provvisione.[506] Il carattere e l'ufficio del nuovo Gonfaloniere non furono molto diversi da ciò che era stato in passato: egli era capo della Signoria e non altro. Se non che poteva sempre prendere in essa l'iniziativa delle proposte di legge; poteva ancora intervenire e votare coi giudici nelle sentenze criminali, il che già gli dava un aumento di potere. L'essere poi eletto non più per due mesi, ma a vita, fra magistrati politici che mutavano tutti così spesso (i Signori ogni due mesi, i Dieci ogni sei), era quello che gli dava ora un'autorità ed una forza assai maggiori. Doveva avere cinquant'anni almeno, e non poteva esercitare altri ufficî: i figli, fratelli e nipoti avevano divieto dall'ufficio dei Signori; a lui ed ai figli era vietato d'esercitare il commercio; lo stipendio era di 1200 fiorini l'anno. Il numero degli eleggibili era grande, essendovi ammessi anche i cittadini che appartenevano alle Arti Minori; la elezione doveva farsi dal Consiglio Maggiore, potendovi allora intervenire e votare tutti coloro che erano abilitati a sedervi. Ogni consigliere era chiamato a dare il nome del cittadino che voleva eleggere, e quelli che ottenevano la metà più uno dei voti, venivano sottomessi a nuovo scrutinio per tre volte, intendendosi la terza volta eletto colui che aveva raccolto più voti, tra coloro che ne avevano ottenuti più della metà. I Signori, i Collegi, i Dieci, i Capitani di Parte Guelfa e gli Otto, riuniti insieme, potevano con tre quarti di voti privarlo dell'ufficio, quando avesse violato le leggi. Questa Provvisione portata due volte negli Ottanta e due nel Consiglio Maggiore, dopo che molti l'ebbero difesa,[507] fu finalmente vinta con 68 voti contro 31 negli Ottanta, e 818 contro 372 nel Consiglio Maggiore. Il 22 settembre venne poi con grandissimo favore eletto Piero Soderini, che, fratello del vescovo, era stato poco prima Gonfaloniere, aveva tenuto molti altri uffici politici, e sebbene fosse di antica e ricca famiglia, era tenuto amatore del popolo e del governo libero. Egli era inoltre facile parlatore, buon cittadino; non aveva figli, non aveva nè grande energia nè grandi doti da potere suscitare troppi odî o troppi amori, il che non fu tra le ultime cause della sua elezione.[508] Il 23 dello stesso mese, il Machiavelli, in nome dei Dieci, gli faceva scrivere e mandare in Arezzo, dove era commissario, la lettera di partecipazione, esprimendogli la speranza che riuscisse a dare alla Repubblica quella felicità, per cui il nuovo ufficio era stato creato.[509] Questa elezione fu un fatto assai importante, non solo nella storia di Firenze, ma anche nella vita del Machiavelli, perchè egli conosceva da più tempo la famiglia Soderini, alla quale subito scrisse rallegrandosi,[510] e ben presto seppe guadagnarsi tutta quanta la fiducia del nuovo Gonfaloniere, che, come vedremo, si valse di lui continuamente ed in affari di molta importanza.

CAPITOLO V.

Legazione al duca Valentino in Romagna. — Ciò che nel medesimo tempo fa il Papa in Roma. — Il Machiavelli compone la Descrizione dei fatti di Romagna.

(1502-1503)

E qui son di nuovo i Borgia che richiamano l'attenzione di tutta Italia. La Lucrezia per sua fortuna scompariva adesso dalla scena di Roma, dove aveva continuato ad essere il soggetto principale dei più scandalosi e turpi racconti, dei quali sembrava curarsi assai poco. Infatti si era lasciata vedere col padre e col fratello assistere ridendo a mascherate, a balli così osceni, che erano veramente orgie, e sarebbe a noi impossibile descriverli.[511] Ma nel gennaio del 1502 finalmente partiva per Ferrara, con un grandissimo séguito, con un lusso che passava ogni misura; e qualche volta promuove addirittura disgusto vedere i cronisti del tempo occuparsi minutamente a darcene eterne descrizioni. Andava in moglie al duca Alfonso d'Este in Ferrara, e colà per molti giorni continuavano da capo le feste col medesimo lusso.[512] Ma la sua vita entrò allora in un periodo assai più tranquillo e riservato, perchè aveva da fare con un marito, il quale non avrebbe esitato molto a valersi delle arti stesse dei Borgia, per mandarla via dal mondo. I pochi fatti che potevano ricordare ancora la vita passata, restarono perciò avvolti sempre nel più gran mistero.[513] Ella si circondò di letterati che l'adularono, si dètte anche ad opere di pietà; ed a ciò si deve la reputazione migliore che godette allora, e la difesa che fecero di lei molti scrittori.

A Roma, dove era il Papa, ed in Romagna, dove si trovava il Valentino, la scena invece mutava solo per divenire sempre più tragica e sanguinosa. Nella Città Eterna comparivano libelli, epigrammi atroci; ma il Papa non se ne curava punto, occupato com'era d'altri pensieri. Di tanto in tanto qualche cardinale, divenuto assai ricco, s'ammalava e moriva a un tratto, o sotto falso pretesto gli era fatto un processo sommario, per metterlo poi in Castel Sant'Angelo, donde non usciva più vivo. Mobili, tappezzerie, argenti e danari andavano subito in Vaticano. I loro uffici e benefizi venivano concessi ad altri, che, appena arricchiti, erano assai spesso destinati a fare la medesima fine. «Nostro Signore,» scriveva l'ambasciatore veneto, «suole prima ingrassarli, per far poi loro la festa.» Così avvenne nel luglio di quell'anno al datario Battista Ferrari, cardinale di Modena, che era stato il suo più fido strumento nell'aiutarlo a cavar danari da tutto e da tutti. Divenuto ricchissimo, s'ammalò improvvisamente; il Papa lo visitò nell'ultima ora, e poi al solito spogliò la casa e prese i danari. La più parte de' suoi benefizi andò a Sebastiano Pinzon, intimo segretario del defunto, a cui, secondo la comune opinione, aveva, per ordine del Santo Padre, amministrato il veleno.[514]

In quei giorni la città era illuminata; il governatore di Roma e le guardie palatine, seguite da una gran turba, andavano per le vie gridando: Duca, Duca.[515] Cesare Borgia era entrato in Camerino, ed aveva preso prigioniero il signor Giulio Cesare da Varano coi figli. Il Papa era per ciò pieno di tanta gioia, che gli riusciva impossibile frenarsi. Radunato il Concistoro con l'intendimento d'annunziare una vittoria degli Ungheresi contro i Turchi, parlò invece di Camerino e del Duca. Avvertito dal cardinale di Santa Prassede dello scopo che li aveva fatti radunare, mandò subito a pigliare la lettera; ma poi, continuando nel primo discorso, dimenticò di farla leggere.[516] Parlando coll'ambasciatore veneto e collo spagnuolo, non poteva tenersi sulla sedia, e girava per la stanza; faceva leggere invece la lettera, in cui il Duca, dopo aver tutto narrato, concludeva: «che buon pro faccia alla Santità Sua;» ne esaltava la grandezza d'animo e la prudenza, «laudandolo ab omni parte.»[517] Egli vedeva già le future conquiste del figlio, lo vedeva col pensiero signore di tutta l'Italia centrale. Non sapeva però che cosa avrebbe detto o fatto Venezia, in presenza di così rapidi progressi. Chiamato quindi l'ambasciatore veneto, aveva subito cominciato a fare grandi proteste d'amicizia, tanto per sentire che cosa dicesse. Ma Antonio Giustinian era una volpe vecchia, e scriveva al Doge: «In risposta di quanto è soprascritto, Principe Serenissimo, ambulavi super generalissimis, se il Pontefice andò super generalibus[518]