Il Valentino intanto assumeva i titoli di Cesare Borgia di Francia, per la grazia di Dio, Duca di Romagna, di Valenza e d'Urbino, Principe di Andria, Signore di Piombino, Gonfaloniere e Capitano generale della Chiesa; e senza perdere tempo s'avanzava verso Bologna. Se non che, in questo punto arrivò il veto della Francia, la quale fece sentire, come non avrebbe mai permesso che i Borgia s'andassero così insignorendo d'Italia: smettessero dunque di pensare a Bologna ed alla Toscana.[519] E nel medesimo tempo i principali capitani del Duca, la più parte piccoli tiranni dell'Italia centrale, vedendo come egli andasse, a uno per volta, distruggendo tutti i loro compagni, capirono che sarebbe ben presto sonata l'ora anche per essi. Seppero, in questo mezzo, che egli aveva già deliberato d'insignorirsi prima di Perugia e Città di Castello, di metter poi le mani sugli Orsini; onde, «per non essere a uno a uno devorati dal dragone,»[520] si riunirono, deliberando di prendere le armi e ribellarsi contro di lui, sembrando opportuno il farlo ora che la Francia lo abbandonava. Il primo resultato di questo accordo fu, che il giorno 8 di ottobre alcuni de' congiurati s'impadronirono per sorpresa della rôcca di San Leo nel ducato d'Urbino, dove la cosa produsse una straordinaria impressione, come segno e principio di nuovi eventi. Il giorno 9 di ottobre,[521] infatti, tutti i congiurati convennero alla Magione presso Perugia, per stipulare solennemente i patti della lega. V'erano molti degli Orsini, cioè il cardinale, il duca di Gravina, Paolo e Frangiotto; inoltre Ermes, figlio di Giovanni Bentivoglio, con pieno mandato del padre; Antonio da Venafro con pieno mandato di Pandolfo Petrucci; messer Gentile e Giovan Paolo Baglioni, e Vitellozzo Vitelli che, essendo ammalato, si fece portare in letto.[522] Si obbligarono a difesa comune, a non muovere guerra senza mutuo accordo, ed a mettere insieme un esercito di 700 uomini d'arme in bianco,[523] 100 cavalli leggieri, 9000 fanti e più, occorrendo; pena 50,000 ducati e la taccia di traditore a chi non osservasse questi patti legalmente stipulati. Si cercarono subito aiuti ai Fiorentini; ma si corse senz'altro aspettare alle armi, e il ducato d'Urbino fu da Paolo Vitelli, che il 15 ottobre prese d'assalto anche la rôcca della città, sollevato tutto, restando colà al Valentino qualcuna solamente delle molte fortezze che v'erano.

Questi capì bene la gravità di siffatta ribellione. Ma, senza perdersi d'animo, mandò contro i nemici quella parte dell'esercito che gli restava fedele, sotto il comando di don Michele Coriglia, crudelissimo spagnuolo,[524] suo capitano e suo strangolatore, più noto col nome di don Micheletto. Questi entrò subito nella rocca della Pergola, che si teneva ancora pel Duca, e di là fece impeto nella terra che saccheggiò. Si racconta che allora scannasse Giulio da Varano con la moglie e due dei figli tenuti prigioni colà, mentre che un altro di loro veniva prima straziato in Pesaro, e poi menato semivivo in una chiesa, dove era trucidato da un prete spagnuolo, che a sua volta fu più tardi, a furore di popolo, fatto in pezzi a Cagli. Dalla Pergola l'esercito andò a Fossombrone, e allora molte donne, per scampare al furore dei soldati, si gettarono coi propri bimbi nel fiume.[525] Se non che l'esercito dei ribelli, essendo già arrivato il Baglioni co' suoi, s'era ingrossato fino a 12,000 uomini, ed a tre miglia da Fossombrone venne a giornata con quello del Valentino, comandato ora da don Micheletto e da don Ugo di Moncada, anche questi spagnuolo. La disfatta dei ducheschi fu intera; don Ugo cadde prigioniero, don Micheletto scampò a stento, e la gioia dei ribelli fu al colmo. Il fuggitivo Guidobaldo di Montefeltro tornò di nuovo nel suo Stato, e venne accolto trionfalmente in Urbino; Giovan Maria da Varano, unico superstite della stirpe infelice, tornò a Camerino. Così pareva che ad un tratto la faticosa e sanguinosa opera dei Borgia andasse in fumo. Tuttavia seguivano ancora scontri abbastanza importanti: don Micheletto si difendeva sempre in Pesaro; il Duca era in Imola con buon numero di armati, che cercava aumentare. I ribelli avevano chiesto aiuto a Venezia, la quale se ne stava invece a guardare, ed a Firenze che, ricordando sempre le imprese degli Orsini e dei Vitelli in Toscana, nè volendo entrare in guerra coi Borgia, temporeggiò prima, poi ricusò addirittura. Il Duca invece ricorse ai Francesi, che gli mandarono subito alcune lance, sotto il comando di Carlo d'Amboise, signore di Chaumont. Questo atto, di cui furono universalmente biasimati, mutò a un tratto lo stato delle cose, perchè mise un timor panico nei nemici del Valentino, i quali, non avendo potuto o saputo profittar del momento, vedevano ormai nella bandiera di Francia la salvezza di lui e la loro rovina.

Fin dal momento in cui la rottura cogli Orsini divenne manifesta, il Valentino ed il Papa avevano con premura chiesto a Firenze, che mandasse ambasciatori presso di loro, volendo assicurarsi l'amicizia di uno Stato che, confinando così largamente colla Romagna, poteva molto giovare e molto nuocere. Quanto al Papa, i Fiorentini deliberarono subito di mandare Gian Vittorio Soderini, che per indisposizione di salute, partì solo il 7 dicembre, e intanto v'andò invece Alessandro Bracci. Ma quanto al Duca, vi fu lunga discussione, perchè, se non lo desideravano nemico, neanche volevano stringere con lui un'amicizia che li obbligasse ad aiutarlo. Certo a loro non metteva conto irritarlo, ma neppure tirarsi addosso l'ira dei ribelli, così numerosi ed in armi; non potevano poi, nè volevano decidersi a nulla senza previo accordo colla Francia. Sicchè dopo molto disputare non si potè vincere l'elezione, e fu deliberato invece, che i Dieci mandassero un inviato speciale.[526] La loro scelta cadde su Niccolò Machiavelli, che non aveva nè il grado, nè la reputazione necessaria ad un ambasciatore; ma aveva fatto buona prova in altre legazioni, e, secondo osserva il Cerretani, era «uomo da servire bene alla voglia di pochi,»[527] cioè da guadagnarsi la fiducia di coloro coi quali veniva in relazione diretta, come fece più tardi col gonfaloniere Soderini.[528]

Essendo segretario dei Dieci, egli non poteva ricusare l'onorevole commissione; pure sembra che l'accettasse con grande rincrescimento, e partisse di malissima voglia. Ognuno di questi incarichi l'obbligava a far nuovi debiti, perchè era sempre assai poco retribuito, ed a lui piaceva lo spendere ed il tenere la dignità del suo ufficio. Sentiva ancora di non avere nè il grado nè l'autorità necessaria a trattare onorevolmente col Valentino. A tutto ciò si aggiungeva che da breve tempo aveva preso per moglie Marietta di Lodovico Corsini, la quale era a lui affezionata molto, e dolentissima perciò di una così pronta separazione.[529] Veramente anche di questo fatto, certo importante nella vita privata del Machiavelli, conosciamo assai poco. Pure tutto ciò che si è scritto contro la povera Marietta, affermando che a lei avesse alluso il marito nella sua famosa novella di Belfagor, sappiamo che non ha ombra di fondamento. Alcune lettere di lei, e molte scritte da amici al Machiavelli, provano invece che ella era affezionata ai figli ed al marito.[530] Questi pur troppo della moglie parla assai poco, nè pare che le scrivesse di frequente valendosi invece spesso di altri per farle arrivare le sue nuove. Anzi neppure il recente matrimonio gli fece smettere del tutto un abito di vivere assai poco morigerato, di che parlava e scriveva, ridendo, a molti, e fra gli altri al Buonaccorsi stesso, di cui appunto si valeva per ricevere notizie della Marietta, e mandarle le sue. Ma senza volergli attribuire, in fatto di costumi, una delicatezza raffinata di sentimenti, la quale egli certo non ebbe, non possiamo neppure concludere punto, che non sentisse molta affezione per la moglie e per la famiglia. Questo sarebbe un errore smentito dai fatti. Nella sua condotta, nei suoi discorsi dobbiamo invece vedere la conseguenza di quel poco rispetto, per non dire disprezzo della donna, cominciato in Italia con la decadenza morale della nazione, e di quel cinismo nel parlare di tutto ciò che s'attiene al costume, cinismo che largamente introdotto fra noi dagli eruditi, era divenuto allora un abito anche negli uomini più buoni ed affettuosi. Da quanto noi sappiamo infatti del Buonaccorsi, questi era d'un animo sotto ogni rispetto eccellente; eppure le sue lettere al Machiavelli ci forniscono un'altra prova assai chiara di quanto abbiam detto qui sopra, e nel pubblicarle bisogna spesso sopprimere molte parole ed anche molti periodi, per non disgustare troppo il lettore moderno. Comunque sia di ciò, il Machiavelli, non potendo ricusare la commissione che vollero dargli, ed avendo ogni ragione di credere che la sua assenza sarebbe stata assai breve, la fece credere alla moglie brevissima, e s'apparecchiò a partire.

Il 4 di ottobre fu firmato il salvocondotto; il dì seguente, la commissione che gli ordinava di partire senza indugio, per recarsi dal Duca, a fargli ogni più larga protesta di buona amicizia, e a dichiarargli che la Repubblica aveva esplicitamente negato ogni aiuto ai congiurati, i quali già ne avevano fatto richiesta. «Ed in questa parte ti allargherai quanto ti parrà a proposito; ma di quanto Sua Eccellenza ti ricercasse più oltre, ti rimetterai a darcene avviso, ed aspettarne risposta.» Gli veniva inoltre commesso di chiedere un salvocondotto pei mercanti fiorentini che, andando o venendo d'Oriente, passavano per gli Stati del Duca, raccomandando assai vivamente una tal cosa come quella «che è lo stomaco di questa città.»[531] Ognuno capisce che ardua impresa dovesse essere pel modesto Segretario fiorentino, l'andare in sostanza a vender parole ad un uomo come il Valentino, che di parole ne faceva poche e dagli altri ne voleva meno, e che ora si trovava coll'animo assetato di vendetta. Pure, appunto in questa legazione così mal volentieri accettata, il Machiavelli cominciò la prima volta a manifestare tutto il suo genio di scrittore politico.

Ancora inesperto della vita pratica, e per natura più facile assai a scrutare e capire che ad operare, egli si trovò di fronte ad un uomo che non parlava, ma operava; che non discuteva, ma accennava il suo pensiero con un gesto, un atto, i quali indicassero la risoluzione già presa o eseguita. Sentendo tutta la superiorità del suo ingegno su quello del Duca, il Machiavelli sentiva del pari la sua inferiorità come uomo d'azione, e vedeva quanto poco giovasse, in mezzo all'urto delle passioni e nella realtà della vita, il troppo riflettere e troppo ponderare. Tutto questo cominciò subito a crescere in lui quell'ammirazione, di cui i primi segni vedemmo già nella sua andata col cardinal Soderini ad Urbino. Il Valentino non era, come già notammo, nè un gran politico, nè un gran capitano; ma una specie di capitano brigante, la cui forza veniva principalmente dal Papa e dalla Francia. Aveva però saputo creare uno Stato dal nulla, ispirando terrore a tutti, perfino al Papa stesso. Circondato a un tratto da gran numero di nemici potenti e armati, seppe liberarsene e disfarsene con un'audacia grande ed un'arte infernale. Quest'audacia e quest'arte erano ciò che tanti allora ammiravano, ed il Machiavelli anche più degli altri. Considerandole in sè stesse, e senza troppi scrupoli, egli si domandava: dove non potrebbero esse arrivare, quando fossero adoperate ad un diverso e più nobile fine? E così la sua mente cominciò ad esaltarsi. Il Duca, dall'altro lato, trovandosi di fronte ad un uomo educato sui libri e nella cancelleria di Firenze, sentiva di fronte a lui tutta la superiorità della propria forza, e lo mostrava chiaro ne' suoi discorsi. Quest'uomo era però Niccolò Machiavelli, il cui occhio penetrava assai addentro, e se non aveva sempre quell'istinto che suggerisce la pronta risposta e l'immediata azione, nessuno poteva al pari di lui, dopo il fatto, arrivare ad una più sicura analisi delle azioni altrui. Il Machiavelli non poteva nè voleva prendere nessuna parte a quel che seguiva sotto i suoi occhi; ma nella sua mente ora per la prima volta si cominciava a formulare preciso e chiaro il concetto, che lo dominò poi sempre, e che mirava a dare alla scienza politica una base scientifica e sicura, dandole un suo proprio valore indipendente, separato affatto da ogni valore morale, quasi un'arte di trovare i mezzi per ottenere il fine, qualunque esso fosse. E sebbene nella Repubblica che egli serviva si fosse tutt'altro che scrupolosi e teneri della morale, pure quest'arte egli la vedeva ora per la prima volta personificata, vivente nel Valentino, chiara dinanzi ai suoi occhi. Di lui fece perciò il tipo rappresentativo di essa, ed esaltandosi sempre di più, finì con l'ammirarlo quasi fosse la creatura della sua propria mente. Ma su di ciò torneremo più oltre.

Il Machiavelli partì subito a cavallo, e giunto a Scarperia, si mise in vettura, continuando fino ad Imola, dove arrivò il 7 ottobre, e ad ore 18, senza neppure mutare abiti, si presentò al Duca (scrive egli ai Dieci) così cavalchereccio com'ero. Allora la ribellione era appena cominciata, e non se ne poteva misurare l'importanza. Il Duca ascoltò le proteste d'amicizia fatte dal Machiavelli in nome della Repubblica, senza rispondere, tenendole come semplici formole d'uso. Disse volergli confidare dei segreti, che non aveva mai rivelati ad uomo vivo; e cominciò a raccontare come gli Orsini s'erano altra volta quasi gettati ai suoi piedi, perchè assalisse Firenze, ed egli non aveva mai voluto consentirvi. Della loro andata in Arezzo non aveva saputo nulla, ma non gli era dispiaciuta, perchè i Fiorentini non gli avevano mantenuto la fede. Venute poi le lettere di Francia e del Papa, dovè ordinare che si ritirassero. Da ciò gli odî che li avevano portati a questa «dieta di falliti;»[532] ma erano pazzi, perchè l'essere il Papa vivo e il Re di Francia in Italia, gli facevano «tanto fuoco sotto, che ci voleva altra acqua che coloro a spegnerlo.» La conclusione di tutto il discorso fu, che questo era pei Fiorentini il momento di fare una stretta alleanza con lui. Se aspettavano che egli si fosse «rimpiastrato cogli Orsini,» tornavano i medesimi rispetti e le stesse difficoltà di prima. Bisognava quindi dichiararsi e venire subito ai patti. Il Machiavelli dovè rispondere che avrebbe scritto a Firenze, il che subito annoiò per modo il Duca, che non volle aggiungere altro, quando fu pregato che determinasse in qualche modo, che specie d'accordo voleva. «E non ostante che io gli entrassi sotto, per trarre da lui qualche particolare, sempre girò largo.»[533]

Il giorno 9, quello in cui i ribelli firmarono i patti alla Magione, il Duca chiamò il Machiavelli, colmandolo di tali gentilezze, che questi diceva di non saper come fare a descriverle. Gli fece sentire alcune lettere favorevoli, venute di Francia, volendo che leggesse la firma al Machiavelli già nota, e insisteva da capo sulla necessità di pronti accordi. «Si vede chiaro,» concludeva il Machiavelli, dopo aver dato molti altri ragguagli, «che il Duca è pronto ora ad ogni mercato; ma sarebbe necessario mandare un ambasciatore con patti definiti e precisi.»[534] Il segretario e gli agenti del Duca gli ripetevano le medesime cose, stringendolo da ogni lato. Arrivava intanto la nuova della rotta data a don Ugo e don Micheletto dagli Orsini e Vitelli, ed il Machiavelli trovava una difficoltà grandissima a conoscerne i particolari, «perchè in questa Corte tutto si governa con un segreto mirabile, e le cose che sono da tacere non si dicono mai.» Il Duca, sempre impenetrabile, affettava un sommo disprezzo pe' suoi nemici e pel numero delle genti d'arme, che pretendevano di avere, dicendo, che facevano bene a chiamarle «uomini d'arme in bianco, che vuol dire in nulla.» Vitellozzo fra gli altri non s'era mai visto fare «una cosa da uomo di cuore, scusandosi col mal francioso. Solo è buono a guastare i paesi che non hanno difesa, e a rubare chi non gli mostra il volto, e a fare di questi tradimenti.» In ciò dire si diffuse assai, «parlando così pianamente senza mostrarsi punto alterato.»[535] Il pericolo lo aveva reso più mite, ed il Machiavelli potè allora ottenere il salvocondotto pei mercanti fiorentini, che mandò subito ai Dieci,[536] aggiungendo sempre tutte le notizie che poteva raccogliere.

Il 23 ottobre ebbe un'altra lunga conferenza col Duca, che gli lesse una lettera assai amichevole del Re di Francia, aggiungendo che le lance francesi erano per arrivare subito, e così i fanti forestieri. Poi parlò con grandissimo sdegno del tradimento degli Orsini, i quali ragionavano d'accordo. «Ora fanno,» egli disse, «gli amici, e scrivonmi buone lettere. Oggi deve venire a trovarmi il signor Paolo, domani il Cardinale, e così mi scoccoveggiano a loro modo. Io dall'altro canto temporeggio, porgo orecchio ad ogni cosa, ed aspetto il tempo mio.» E tornò a ripetere, che i Fiorentini avrebbero dovuto fare con lui amicizia esplicita.[537] Era sempre la stessa conclusione, alla quale l'oratore non poteva mai dare risposta. A tutto ciò s'aggiungeva, per crescere la sua confusione, che egli non riusciva a capire qual risultato potessero avere gli accordi iniziati coi ribelli. Il 27 ottobre arrivava Paolo Orsini, travestito da corriere, per trattare; «ma quale animo sia ora quello del Duca, io non lo giudicherei: non vedo come egli possa perdonare l'offesa, nè come gli Orsini possano lasciare la paura.»[538] Il segretario Agapito lo avvertiva che non si era anche concluso nulla, perchè il Duca voleva nei patti aggiungere una clausola, «la quale, se è accettata, gli apre una finestra, se ricusata, una porta per uscire di questi capitoli, dei quali infino alli putti se ne debbono ridere.»[539] Altri agenti tornavano a ripetergli, che quello era il momento per Firenze di stringere amicizia col Duca, dandogli la condotta promessa, senza perdere un tempo prezioso. «Quanto agli accordi coi ribelli, dicevano, non erano anche conclusi, e in ogni caso non doveva darsene pensiero, perchè dove è uomini è modo. Una parte sola degli Orsini sarà salva; ma di Vitellozzo, che è il vero nemico di Firenze, il Duca non vuol neppure sentir parlare, per essere un serpente avvelenato, il fuoco di Toscana e d'Italia.»[540]

Finalmente i capitoli dell'accordo furono conclusi colla data del 28 ottobre, firmati dal Duca e da Paolo Orsini; ed il Machiavelli con la lettera del 10 novembre ne mandava ai Dieci una copia ottenuta segretamente.[541] Si giurava pace e lega offensiva e difensiva tra il Duca e i ribelli, con l'obbligo di rimettere in obbedienza Urbino e Camerino. Il Duca prometteva tenere ai suoi stipendi gli Orsini ed i Vitelli, come prima, con questo che essi non erano obbligati a stare in campo più d'uno alla volta, ed il Cardinale non era tenuto a stare in Roma se non quando a lui piacesse. Il Papa avrebbe, come fece, confermato i capitoli. Quanto al Bentivoglio, non venne incluso in questi patti, e ciò perchè, avendo la protezione di Francia, non sarebbe stato possibile ai Borgia violarli. Era chiara la diffidenza con cui veniva da una parte e dall'altra fatto l'accordo, nè si può capire come mai gli Orsini ed i Vitelli si lasciassero così miseramente tirare nella rete, se non fosse che l'aiuto delle lance francesi al Duca li aveva atterriti, e la mancanza di danaro rendeva loro impossibile continuare la guerra con un avversario potente, sostenuto dal Papa e dalla Francia. Speravano prendere tempo, per tornare da capo alle cospirazioni; ma il Duca era in sull'avviso, e sebbene circondato da molti nemici, doveva riuscirgli facile sbrancarne qualcuno, e indebolirli, cosa che non potevano essi, avendo da fare con un uomo solo.[542] Il Machiavelli descriveva ai Dieci con la più grande evidenza, passo per passo, tutto il procedere di questi eventi; e quando il dì 11 novembre essi si dolevano con lui di non avere per otto giorni ricevuto alcuna sua lettera[543] rispondeva: «Le SS. VV. mi abbino per scusato, e pensino che le cose non s'indovinano, e intendino che si ha a fare qui con un principe che si governa da sè, e che chi non vuole scrivere ghiribizzi e sogni, bisogna che riscontri le cose, e nel riscontrarle va tempo, e io m'ingegno di spenderlo e non lo gittare via.»[544] Egli infatti osserva, esamina, studia il dramma che si svolge sotto i suoi occhi, con tutto l'ardore di chi, con uno spirito ed un metodo scientifico, va dietro alla ricerca del vero. Qualche volta par proprio di vedere un anatomico che sezioni un cadavere, nel quale è sicuro di scoprire il germe d'un male ignoto. Racconta con una fedeltà ed una evidenza non mai uguagliata, ed il suo stile acquista un vigore, una originalità, di cui la prosa moderna non aveva ancora dato esempio. Qui, sotto i nostri occhi, si cominciano a formare ed a formulare le dottrine politiche, il rigore metodico, e si manifesta finalmente tutta quanta l'eloquenza, di cui è capace il Machiavelli.