Eppure, strano a dirsi, egli era scontentissimo, e chiedeva ogni giorno con maggiore insistenza d'essere richiamato. Alcune ragioni di questa sua scontentezza le abbiamo già notate. Di natura irrequieto, non gli piaceva il restar lungamente fermo in un luogo;[545] in questa come in tutte le sue legazioni non trovava modo di vivere con quel poco che la Repubblica gli dava, e non volendo, come altri facevano, starsene a spese del Duca nella Corte, nè mancare in nulla alla dignità del proprio grado, gli toccava spendere e far debiti. La moglie, trovandosi, appena sposata, priva del marito, che le aveva promesso di rimanere assente soli otto giorni, ed invece non tornava e di rado le scriveva, lasciandola anche in domestiche strettezze, era ogni giorno nella cancelleria a chiedere nuove di lui, a dolersi, a strepitare col Buonaccorsi e cogli altri amici, che di continuo gli scrivevano di ciò.[546] A queste ragioni se ne aggiungevano però altre, anche di maggior peso per lui. Era certo un ufficio penosissimo stare a temporeggiar col Duca, senza nulla poter concludere, trovarlo ogni giorno più impaziente, e sentirsi con derisione ripetere dagli agenti di lui, «che chi aspetta tempo ed hallo, cerca miglior pane che di grano.»[547] A concludere ci voleva in ogni modo un ambasciatore, che venisse con proposte chiare e decise. Era stato, secondo lui, un errore mandarne uno a Roma invece che ad Imola, perchè dell'accordo doveva contentarsi il Duca e non il Papa, il quale non avrebbe mai potuto disfare ciò che il Duca faceva, mentre l'opposto poteva facilmente seguire.[548] Ma sebbene, per queste inquietudini e travagli, la sua stessa salute ne soffrisse, ed egli se ne dolesse, i suoi lamenti non approdavano a nulla,[549] avendo i Fiorentini assai buone ragioni per voler temporeggiare.

Nè dei Borgia, nè degli Orsini e Vitelli potevasi la Repubblica in modo alcuno fidare, perchè gli accordi fatti con essi valevano solo finchè tornava loro il conto. La base della sua politica in Italia era l'alleanza colla Francia, non certo sicura, ma non così mal fida come quella dei Borgia. A questi dunque non si volevano dare che parole, e però un ambasciatore poteva bene mandarsi per ossequio al Papa, ma non al Duca che voleva subito stringere. Per inviarlo anche a lui, era necessario aspettare avvisi ed istruzioni di Francia. Questo i Dieci scrivevano di continuo al Machiavelli, che non se ne contentava, giacchè la sua condizione restava sempre la stessa. Da un altro lato a Firenze v'era bisogno grandissimo d'informazioni esatte sui movimenti non solo, ma ancora sulle intenzioni del Duca, e per questo verso la importanza delle lettere del Machiavelli era ormai così universalmente riconosciuta da tutti, che nessuno voleva sentir parlare di richiamarlo, non potendosi trovare uomo più di lui adatto al suo ufficio presente. Niccolò Valori gli scriveva il 21 ottobre: «E veramente queste due ultime (lettere) ci avete mandate, v'è suto tanto nervo, e vi si mostra sì buono iudicio vostro, che non le potrebbano essere sute più aprovate. Ed in spezie ne parlai a lungo a Piero Soderini, che non iudica si possa a nessun modo rimuovervi di costì.»[550] Più tardi gli scrissero il Buonaccorsi, Marcello Virgilio ed il Gonfaloniere stesso, ripetendogli che non era possibile richiamarlo, perchè bisognava pure che uno stésse presso il Valentino, e più adatto di lui non si sapeva trovarlo.[551] Il Gonfaloniere e i Dieci aggiungevano a ciò l'invio di 25 ducati d'oro e 16 braccia di damasco, i primi affinchè egli si potesse mantenere più convenientemente colà, il drappo per donativi da farsi.[552]

Ma a tutte le ragioni sinora accennate del suo scontento, bisogna aggiungerne un'altra. Sebbene il Machiavelli trovasse grandissima materia di studio nell'osservare le azioni del Valentino e di coloro che lo circondavano,[553] pure, per quanto egli astraesse la politica dalla morale, e non avesse una coscienza troppo tenera e troppo scrupolosa nelle faccende di Stato, il vivere in mezzo a una rete così continua e fitta d'infamie; fra uomini così pieni di delitti, così pronti al tradimento ed al sangue, i quali tutti non rispettavano altro che la forza, senza potere egli nè impedire, nè moderare le loro azioni in modo alcuno, era più assai di ciò che la sua indole potesse comportare. Non c'è un'opinione più erronea di quella di coloro i quali vollero supporre, che in questo momento le azioni del Valentino fossero consigliate e guidate dal Machiavelli.[554] Da tutte le lettere che questi scrisse, si vede chiaro come egli durasse invece una gran fatica a scoprire le intenzioni e i segreti disegni del Duca, assai spesso non riuscendovi e restando al buio di tutto. Il Duca non aveva bisogno dei consigli del Segretario fiorentino, di cui qualche volta sembrava quasi prendersi gioco. Il Machiavelli non era punto sanguinario e crudele, anzi quando si trovava proprio in presenza ed in contatto del male, anche per mitezza d'indole ne rifuggiva. Più volte, difatti, in questa legazione cadono dalla sua penna parole che, sotto l'apparente cinismo, tradiscono un certo angoscioso terrore. Ed allora, per allontanarsi dal tristo spettacolo, scriveva lettere oscene e facete ai compagni d'ufficio, i quali rispondevano che, leggendole, smascellavano dalle risa,[555] e poi gli raccontavano a loro volta i pettegolezzi e le baruffe seguite nella cancelleria, dove in sua assenza il disordine era sempre grande, o pure i loro stravizî e le loro oscenità. Altra volta, stanco di tutto ciò, si chiudeva in sè stesso a meditare sugli antichi scrittori, e lo vediamo chiedere con febbrile insistenza le Vite di Plutarco al suo Buonaccorsi, cui ricorreva di continuo per libri, per danari e per mille altre faccende, trovandolo sempre pronto e servizievole. Questi in una lettera del 21 ottobre gli scriveva: «Habbiamo fatto cercare delle Vite di Plutarco, e non se ne truova in Firenze da vendere. Abbiate pazienza, che bisogna scrivere a Venezia; ed a dirvi il vero, voi siete lo 'nfracida a chiedere tante cose.»[556] Singolare spettacolo è questo del Machiavelli che, contemplando gli eroi di Plutarco da un lato e le azioni del Valentino dall'altro, comincia a creare quella scienza politica che deve fondarsi sulla storia del passato e sull'esperienza del presente. La scolastica aveva cercato le origini prime e la base della società umana, partendo dal concetto di Dio e del Sommo Bene, perdendosi in considerazioni che non avevano nessun valore nella pratica della vita. Lo stesso Dante Alighieri non s'era potuto nella sua Monarchia liberare dalle troppo artificiali e astratte teorie. Il Machiavelli non aveva nè tempo, nè opportunità, nè voglia da ciò. Trovandosi dinanzi alla realtà delle cose, indagava secondo quali leggi seguivano i fatti umani, per cavarne precetti utili a governare gli uomini. Voleva sapere donde tragga la sua forza l'uomo di Stato, e come debba adoperarla per ottenere il fine propostosi, e quando non rispondevano i moderni, interrogava gli antichi.

Intanto gli riusciva sempre più difficile vedere il Duca, il quale, quando lo riceveva, tornava sempre sulla necessità di stringere alleanza, di confermargli la condotta già stipulata, e quando sentiva nuove proteste d'amicizia, senza che si venisse a proposte determinate, prorompeva sdegnato: «ecco che qui non si stringe nulla.»[557] Pure di tanto in tanto lo chiamava e cercava di scoprire terreno, sotto colore di far nuove confidenze. Un giorno gli disse che Giovan Paolo Baglioni aveva nel passato chiesto una lettera, con cui gli si ordinasse di seguire Vitellozzo, per aiutarlo a rimettere i Medici in Firenze, ed egli l'aveva scritta. «Ora non so,» seguì egli, guardando a un tratto il Machiavelli, «se se ne sarà fatto bello, per darmi carico.» Al che questi rispose di non averne notizia.[558] Un altro giorno cominciò con molta gravità a confidargli, come Paolo Orsini dicesse d'avere allora appunto avuto dai Fiorentini offerta d'una condotta, per andare al campo di Pisa, offerta che fu ricusata. Al che il Machiavelli chiese se l'Orsini aveva pronunziato il nome di chi gli portò l'offerta, o fatto vedere le lettere, e se aveva mai detto bugìe. Il Duca, accorgendosi che il Segretario non cadeva nella rete, rispose che l'Orsini non aveva detto i nomi, nè mostrato le lettere; ma che delle bugìe gliene aveva dette assai. «E così si risolvè questa cosa ridendo, nonostante che nel principio lui ne parlasse turbato, mostrando di crederla e che la gli dolesse.»[559] Raccontò poi d'un segreto accordo fatto dai Veneziani in Rimini, per mezzo d'un Veneto che abitava colà, aggiungendo che egli, «per l'onor loro, lo aveva fatto impiccare.» Dato questo avvertimento, come di passaggio, venne a parlare della espugnazione di Pisa, ed osservò che sarebbe la più gloriosa impresa che potesse fare un capitano. «Di qui saltò in Lucca, dicendo che era la più ricca terra, e che era un boccone da ghiotti. Poi aggiunse che se egli, Firenze e Ferrara fossero d'accordo, non avrebbero avuto a temere di nulla.»[560] Pareva proprio il gatto che volesse pigliarsi gioco del topo, se non che il topo era Niccolò Machiavelli.

In questo mezzo le trattative già iniziate continuavano, per tirarvi dentro quanti più si poteva. Vitellozzo era ancora restìo e temporeggiava, sicchè di lui parlavasi con grande sdegno nella Corte. «Questo traditore ci ha data una coltellata, e ora crede guarirla con le parole.»[561] Pure anch'egli fu preso finalmente al laccio. Tutto essendo ormai concluso, il Duca d'Urbino si trovò da capo abbandonato; laonde dovè subito pensare ai casi suoi, e quindi, demolite alcune delle fortezze, altre lasciate in mano di gente fida, se ne fuggì sopra una muletta, piangendo, ed era fatto cercare a morte, con furore indescrivibile, dal Papa e dal Valentino. L'angoscia e la fatica furono tali, che a Castel Durante si svenne. Pure riuscì a salvarsi.[562] Nel suo Stato fu dal Borgia mandato ad amministrare giustizia Antonio da San Savino, il quale procedette con qualche moderazione; in Romagna invece adempiva lo stesso ufficio, con crudeltà inaudita, un tal messer Ramiro.[563] Nel medesimo tempo il Valentino partiva con l'esercito per Forlì; il Machiavelli lo seguiva, ed il 14 dicembre scriveva da Cesena, pieno d'incertezza, che tutti erano sospesi, vedendo che non licenziava neppure una lancia: e però, sebbene ci fosse l'accordo, il passato faceva giudicare dell'avvenire, e costringeva a creder che volesse ora assicurarsi de' suoi nemici. Tornava poi sulla necessità di concludere accordo per mezzo di un ambasciatore, e chiedeva nuovamente d'essere richiamato.[564] Ma la Repubblica meno che mai lo ascoltava ora che le cose si avvicinavano ad una soluzione, e che la Francia faceva capire di non voler più lasciare la briglia sciolta ai Borgia.

Infatti le 450 lance francesi, che avevano dato al Duca tanta riputazione, furono a un tratto richiamate, e partirono il 22 dicembre: cosa, scriveva il Machiavelli, che ha mandato il cervello sossopra a questa Corte....; e «ognuno fa sua castellucci.» La ragione di così subito mutamento non si capiva allora, e le conseguenze di un tal procedere non si potevano prevedere.[565] Certo è però, che questo fatto, l'essere ancora tutte le fortezze d'Urbino o smantellate o tenute sempre in nome di Guidobaldo, il non aversi nè potersi avere nessuna fiducia negli accordi conclusi, «avevano subito tolto metà delle forze e due terzi della riputazione al Duca.»[566] Pure le sue artiglierie andavano innanzi, come se nulla fosse. Mille Svizzeri erano arrivati a Faenza, altri 1500 ne aveva già tra Svizzeri e Guasconi. Nessuno sapeva indovinare lo scopo di tali mosse, tutto era mistero, perchè «questo signore non comunica mai cosa alcuna, se non quando e' la commette, e commettela quando la necessità strigne, e in sul fatto e non altrimenti; donde io prego VV. SS. mi scusino, nè m'imputino a negligenza, quando io non satisfaccia alle SS. VV. con gli avvisi, perchè il più delle volte io non satisfo etiam a me medesimo.»[567] E ad accrescere il mistero seguiva, in quei giorni appunto, un caso strano. Messer Rimino o Ramiro, il fidato strumento del Duca in Romagna, autore delle più nefande crudeltà per sottomettere quel paese, da cui era perciò odiatissimo, arrivato da Pesaro in Cesena, fu, con generale maraviglia di tutti, preso il 22 dicembre e messo in fondo d'una torre.[568] Dopo quattro giorni il Machiavelli scriveva ai Dieci: «Messer Rimino questa mattina è stato trovato in dua pezzi, in sulla piazza dove è ancora, e tutto questo popolo lo ha possuto vedere: non si sa bene la cagione della sua morte, se non che li è piaciuto così al principe, il quale mostra di saper fare e disfare gli uomini a sua posta, secondo i meriti loro.»[569]

Ma ora le cose procedevano rapidamente al loro fine; tutto era diretto alla presa di Sinigaglia. Questa terra, fino dai tempi di Sisto IV appartenuta a Giovanni della Rovere, marito di Giovanna sorella di Guidobaldo d'Urbino, era per la morte di quel Signore, pervenuta nel 1501 al figlio suo Francesco Maria, di anni 11, che Alessandro VI nominò prefetto di Roma, come era stato il padre. Nella sua prima fuga Guidobaldo aveva menato seco il nipote, che trovavasi ora di nuovo in Sinigaglia con la madre, la quale governava pel figlio, aiutata dai consigli del celebre Andrea Doria tutore di lui, ed era chiamata la prefettessa. Vedendo che l'esercito del Valentino s'avvicinava in gran fretta, e innanzi a lui erano già le genti di Vitellozzo e degli Orsini, disposte ad assalir la città, il Doria salvò la madre ed il figlio alle sue cure affidati, e poi, ordinato ai suoi di difendere la fortezza più che potevano, se n'andò egli stesso a Firenze.[570] Il 29 dicembre, il Machiavelli scriveva da Pesaro una lettera che andò smarrita, nella quale narrava minutamente ciò che compendiò poi in altre, cioè come Vitellozzo e gli Orsini erano entrati in Sinigaglia, e come il Duca, avutone notizia, ordinò subito che ponessero le loro genti nel borgo, fuori delle mura, e s'avanzò col suo esercito verso la terra, in cui entrò la mattina del 31. Primo a farglisi incontro fu Vitellozzo, colui appunto che più di tutti aveva resistito all'accordo, il quale, sapendo d'essere perciò il più odiato, veniva sopra una muletta, disarmato, dimesso, con la berretta in mano. Seguivano il duca di Gravina, Paolo Orsini, Oliverotto da Fermo, e tutti quattro accompagnarono il Duca per le vie della città, nella casa in cui alloggiò. Egli che già aveva fatto cenno a chi doveva guardarli, entrato che fu con essi in una stanza, li fece subito prendere prigioni; dette ordine che fossero svaligiate le loro fanterie nel borgo, ed inviò una metà del suo esercito per fare lo stesso alle genti d'arme, che erano alloggiate nelle vicine castella, a sei o sette miglia da Sinigaglia. Quel medesimo giorno il Machiavelli dava immediata notizia del fatto ai Dieci, aggiungendo: «La terra va tuttavia a sacco, e siamo a ore 23. Sono in un travaglio grandissimo; non so se i' mi potrò spedire la lettera, per non avere chi venga. Scriverò a lungo per altra; e secondo la mia opinione, non fieno vivi domattina.»[571]

Un'altra lettera, più lunga e più importante assai, scritta quel medesimo giorno, andò perduta. Abbiamo però quella del primo di gennaio 1503, in cui egli racconta come verso un'ora della notte innanzi era stato chiamato dal Duca, il quale «colla miglior cera del mondo si rallegrò meco di questo successo, aggiungendo parole savie e affezionatissime sopra modo verso cotesta Città. Disse che questo era il servigio che aveva promesso di rendervi a tempo opportuno. E come aveva dichiarato, che vi offrirebbe la sua amicizia con istanza tanto maggiore, quanto più fosse stato sicuro di sè, così ora teneva la promessa; e venne esponendo tutte le ragioni che l'inducono a desiderare questa amicizia, con parole che mi fecero restare ammirato. M'invitò ancora a scrivervi che, avendo spento i capitali nemici suoi, di Firenze e di Francia, e levata quella zizzania che minacciava guastare l'Italia, dovevate dargli segno manifesto d'amicizia, col mandar gente verso Perugia dove s'avviava ora, e col ritenere per lui il duca Guidobaldo, se nella sua nuova fuga entrasse in Toscana. È seguìto poi che questa notte passata, a ore dieci, fece strangolare Vitellozzo e messer Oliverotto da Fermo;»[572] «gli altri due sono rimasi ancora vivi, credesi, per vedere se il Papa arà avuti nelle mani il cardinale[573] e gli altri che erano a Roma, che si crede di sì, e dipoi ne delibereranno tutti di bella brigata.» La rôcca s'era già arresa; l'esercito era partito quel giorno stesso alla volta di Perugia, per continuare verso Siena; il Machiavelli lo seguiva, ed essendo inverno, erano grandissimi gli stenti dei soldati e di chiunque andava con essi.[574]

Il disordine, il trambusto divennero universali, ed all'avvicinarsi del Duca tutti i piccoli tiranni del paese fuggivano come dinanzi all'idra.[575] Ben si può credere che, in tanta confusione, corrieri per portar le lettere non se ne trovassero, o non fossero sicuri, e però non poche di quelle scritte allora dal Machiavelli andarono perdute. Il 4 gennaio 1503, egli avvisò che le genti vitellesche ed orsine erano riuscite a scampare. Intanto s'andava innanzi, e i Baglioni fuggivano da Perugia, che il giorno 6 si arrese. Le loro sorelle, arrivate al confine, donde il Commissario fiorentino Piero Ardinghelli aveva, per gli ordini ricevuti, respinto tutti i profughi, vestirono due figlie giovinette da uomo, abbandonandole per forza alla compassione di lui, piuttosto che vederle cadere nelle mani dei nemici. Sicchè quegli scriveva il 19 gennaio al gonfaloniere Soderini: «Ora io non ho potuto far che la pietà di questa fortuna, di questa età non mi abbia commosso.... Ho eletto scriverne in proprio all'E. V., per intendere se le persone sole delle quattro donne o almeno le due pulzelle io possi qui receptare.... Quando non fussi contro la pubblica intenzione, io che naturalmente ho compassione agli afflitti, me ne terrò obbligatissimo.»[576] E gli fu permesso.

Il giorno 8 Niccolò Machiavelli scriveva da Assisi, che tutti si maravigliavano come ancora non fosse venuto da Firenze alcuno a congratularsi col Duca, il quale ripeteva d'avere cogli ultimi fatti reso gran servigio alla Repubblica, perchè «alle SS. VV. sarebbe costo lo spegnere Vitellozzo e gli Orsini dugento mila ducati, e poi non sarebbe riuscito loro sì netto.» E intanto continuava il suo cammino, procedendo sempre «con una fortuna inaudita, un animo e una speranza più che umana,»[577] risoluto a cacciare di Siena il tiranno Pandolfo Petrucci, e, potendo, anche impadronirsi della sua persona, al qual fine il Papa cercava «addormentarlo coi Brevi,» perchè è bene, diceva il Duca, «ingannare costoro che sono suti li maestri dei tradimenti.» Non si attentava d'impadronirsi della città stessa, non permettendolo la Francia; ma quanto a Pandolfo, che era stato «il cervello» dei congiurati, voleva levarlo di mezzo.[578]