Il 13 gennaio si trovavano a Castello della Pieve, ed essendo finalmente per arrivare il nuovo ambasciatore fiorentino, Iacopo Salviati, il Machiavelli s'apparecchiava a partire, come fece poi il 20. Ma prima, per sopperire alle molte lettere perdute, si pose a scriverne una che riepiloga tutti i fatti seguìti, della quale sfortunatamente non abbiamo che il primo foglio. In essa egli incomincia con grandissima cura ed amore a fare un quadro generale dell'impresa che, sin dalle prime parole, dichiara veramente «rara e memorabile.» Non accenna nel Duca alcun disegno premeditato di tradire, ma piuttosto un animo risoluto a vendicarsi in tempo, quando s'avvide che, per la partenza delle lance francesi, volevano tradirlo. Descrive la somma accortezza che egli usò per tener celato agli Orsini ed ai Vitelli il numero delle genti che ancora gli rimanevano, facendole credere minori che non erano. Con uguale ammirazione descrive minutamente gli ordini dati per dividere in piccoli drappelli tutto l'esercito, e condurlo poi unito a Sinigaglia, in modo da arrivare inaspettato con forze preponderanti, trovando disseminate lungi dalla città quelle dei falsi amici, i quali così non avrebbero potuto disobbedirgli, senza scoprirsi traditori prima del tempo. Ma appunto quando si è per descrivere l'entrata in Sinigaglia, finisce il brano di questa lettera,[579] in cui lo scrittore, cercando pure di restar fedele alla verità storica, sembra quasi esaltarsi a descrivere un eroe, cosa di cui qualche rimprovero gli era stato già fatto da Firenze, come apparisce dalle lettere stesse del Buonaccorsi.[580]
Il Machiavelli trovavasi ancora il giorno 18 gennaio a Castello della Pieve, quando il Valentino, ricevuta la notizia lungamente aspettata, che il Papa aveva cioè preso prigioniero il cardinale Orsini e gli altri in Roma, fece strangolare anche Paolo e il duca di Gravina Orsini, che aveva menati seco da Sinigaglia, sotto buona guardia. Il Duca procedette saccheggiando le terre del Senese, e minacciando di assalire la città stessa, se non ne cacciavano subito il Petrucci; ma si contentò poi di lasciarlo partire, quando questi chiese un salvocondotto, perchè la Francia gli vietava d'assalire la terra, ed il Papa lo chiamava in fretta a Roma. Ciò per altro non impedì punto che, dopo avergli concesso il salvocondotto e raccomandatolo con lettera ai Lucchesi, gli mandasse dietro cinquanta uomini armati, per averlo, morto o vivo, nelle mani. E veramente il tiranno di Siena scampò questa volta per miracolo. Il 28 gennaio, infatti, aveva lasciato la sua città, e fuggiva più che in fretta con Giovan Paolo Baglioni verso Lucca, perchè, sebbene non sapessero di essere inseguiti, pure nessuno si fidava dei Borgia. E gli sgherri erano sul punto di raggiungerlo, se non che, durando sempre la guerra tra Firenze e Pisa, il commissario fiorentino, ignaro di tutto, non volle permettere che uomini armati corressero liberamente un paese guerreggiato, e li fermò chiedendo istruzioni a Firenze. Questo bastò perchè la desiderata preda avesse il tempo necessario a sfuggire dagli artigli avvelenati del Duca. Ed egli dovette ora finalmente decidersi ad andar subito verso Roma, chiamatovi con febbrile istanza dal Papa, il quale non si sentiva punto sicuro, essendo la Campagna piena d'armati che lo minacciavano. La Francia da un altro lato aveva di nuovo e severamente vietato che si procedesse oltre nelle conquiste.
Mentre in Romagna e nell'Italia centrale vediamo il Duca, e Niccolò Machiavelli che con tanta evidenza ci fa assistere a tutto quello che seguiva colà; a Roma possiamo osservare il rovescio, non meno tragico, della medaglia. Ivi si trovavano di fronte il Papa, che sapeva dominarsi assai meno del figlio, e Antonio Giustinian che, senza avere nè l'ingegno nè la cultura del Machiavelli, aveva assai maggiore autorità, maggiore esperienza del mondo, straordinaria conoscenza degli uomini, e, come ambasciatore veneto, molti mezzi che mancavano al Segretario fiorentino, per conoscere il segreto delle cose. Fin dal 6 agosto egli aveva scritto al Doge, che Vitellozzo andava «scantonando» il Duca, e che tutto faceva prevedere che questi ed il Papa fossero decisi a «mozzar le ali» agli Orsini. Quando vennero le nuove della ribellione, e della rotta di don Ugo e don Micheletto, il Papa si scagliò in Concistoro con un furore forsennato contro gli Orsini, ma poi subito, a poco a poco, abbassò la voce in modo da mostrarsi, scrive l'oratore, quasi umile ed avvilito. Alle prime notizie dei favori di Francia la sua gioia era di nuovo tale, che i cardinali sogghignavano fra loro, vedendo che il Santo Padre sapeva così poco frenarsi.[581] Cominciarono poi le trattative per gli accordi, e subito l'ambasciatore veneto, senza avere i dubbi e le incertezze del fiorentino, notava che erano condotti in modo da non farvi entrare di mezzo persone potenti, per non trovare poi ostacoli a violarli, venendo al sangue.[582]
Intanto non si perdeva tempo. Il Papa confessava d'avere in pochi giorni mandato al Duca 36,000 ducati;[583] e raccoglieva artiglierie, armava come se i nemici fossero alle porte, pigliando danari «cusì da amici come da nemici, non avendo respetto che sieno nè Orsini, nè Colonnesi: e fa come chi se aniega, che se attacca alle frasche.»[584] Senza punto occuparsi di cercare i principî o teorie d'una nuova scienza dello Stato, il Giustinian era, quanto e più del Machiavelli, intento a dare una fotografia di quel che vedeva; e sin dai primi di novembre, notando che la mala fede grandissima con cui procedevano gli accordi, traspariva dalle parole stesse del Papa, le riferiva al Doge de verbo ad verbum, aggiungendo: «E se possibile fosse, vorìa depenzerli la cosa inanti li occhi, perchè el modo fa molte fiate vegnir li uomini in cognizion dell'intrinseco più che le parole:» ognuno è persuaso che sia un finto accordo.[585] Infatti quando si lessero i nomi degli Orsini che lo avevano firmato, il Papa disse ridendo all'ambasciatore fiorentino: «Non vi pare che questa sia una compagnia di tristi e di falliti? Non vedete dai patti, come diffidano e si confessano traditori, non escluso il cardinale stesso, che ci fa l'amico, e intanto vuol mettere per condizione di stare a Roma solo quando gli pare?» Al quale proposito, il Giustinian scriveva: Gli Orsini possono essere ben certi d'aver preso il «tossego a termene.»[586] Nessuno invero capiva la cecità loro, massime del cardinale, che era sempre intorno al Papa, quasi volesse da sè medesimo entrare nella rete.
A misura che Alessandro VI credeva più vicini e sicuri i nuovi trionfi del Duca in Romagna, faceva ogni opera per cattivarsi l'amicizia della repubblica veneziana. Egli chiamava a parte l'ambasciatore, ed incrociando le braccia, stringendole al petto, deplorava che la gelosia dei governi d'Italia avesse dato il paese in mano a stranieri, che stavano con la bocca aperta per pigliarsi il resto. «Finora ci ha salvati solo la gelosia tra Francia e Spagna, altrimenti saremmo già rovinati. Ma non vi pensate esser figli dell'oca bianca. Ce ne sarebbe stato anche per voi. Noi siamo vecchi e dobbiamo pensare alla nostra posterità, onde non possiamo sperare in altri che nella serenissima Repubblica, che è eterna. Per amor di Dio, uniamoci insieme e provvediamo alla salute d'Italia. Sapete che cosa si dice? Che volete esser troppo savî. Contentatevi d'esser savî e lasciate quel troppo. E nel dir queste cose (aggiunge l'ambasciatore) pareva quasi gli si aprisse il petto, e che le parole gli uscissero dal core e non dalla bocca.»[587] Ma chi poteva prestar fede ai Borgia? E però gli disse in risposta brevissime parole; «e solum rengraziai la Santità Sua del bon volere dimostrato verso la Eccellentissima Signoria Vostra.» Del resto neppur Venezia era allora capace di seguire una politica veramente nazionale, e tale da cavar partito dalle giuste idee che, per suo proprio interesse e per fini malamente mascherati, esponeva il Papa, pronto il giorno dopo a fare il contrario di quel che con tanta passione diceva allora.
Comunque sia di ciò, il 24 novembre, quando il Machiavelli in Romagna era ancora al buio dei disegni del Valentino, e invano si stillava il cervello, il Giustinian scriveva da Roma: «La prima botta sarà a Sinigaglia, per impedire che la Prefettessa aiuti il duca d'Urbino, che il Papa ha una passione sfrenata d'aver nelle mani.»[588] Raccoglieva e mandava di continuo danari al figlio, che spendeva da 1000 ducati al giorno,[589] e s'aiutava perciò col saccheggiare e rubare. Aspettava con straordinaria impazienza le nuove dei progressi di lui, a segno tale che quando lo seppe per qualche tempo fermo a Cesena, andava gridando, fuori di sè per la stizza: Non sappiamo che diavolo stia a fare colà; gli abbiamo scritto che si spicci in sua buon'ora. E ad alta voce, per ben tre volte ripeteva, sì che tutti l'udirono: «Al fio de putta bastardo!» e simili parole e bestemmie in spagnuolo.[590] Per riposarsi poi da questi pensieri, e deviare la pubblica attenzione da' suoi segreti maneggi, promuoveva in Roma feste e mascherate popolari, che percorrevano le strade, e divenivano più oscene, quando arrivavano sotto le sue finestre, donde egli guardava ridendo il suo solito riso di vecchio dissoluto.[591] La sera la passava in Vaticano, continuando spesso fino a giorno «ne li consueti solazzi,» non mancandovi mai le solite belle donne, senza le quali «non se ne fa festa che diletti,» e giocavansi qualche volta centinaia di ducati. A questi sollazzi interveniva anche il cardinale Orsini, con maraviglia di tutta la Corte, la quale non capiva come egli si andasse così da se stesso «intrapolando.»[592]
Il 31 dicembre il Papa girava per le stanze del Vaticano, dicendo di non saper capire che cosa facesse il Duca, consumando invano mille ducati al giorno; ma poi non poteva celare il suo buon umore, e ridendo aggiungeva: «Vuol far sempre cose nuove, ha troppo grande animo.» Ed i cardinali gli dicevano che stesse contento, perchè il Duca sapeva spender con profitto il danaro. « — Noi tutti, essi aggiungevano, lo aspettiamo presto qui di ritorno per fare un bel carnevale. — Lo sappiamo bene, lo sappiamo, diceva il Papa, continuando a ridere, che voi non pensate ad altro. — » Era quello il giorno stesso, in cui Niccolò Machiavelli annunziava ai Dieci la presa di Sinigaglia e dei nemici del Duca. Il giorno dipoi il Santo Padre, finita la messa, chiamò gli ambasciatori presenti, e dètte loro la grande notizia, mostrandosi quasi maravigliato; ed aggiungeva che il Duca non perdonava mai a chi gli faceva ingiuria, e la vendetta non la lasciava ad altri, e minacciò quelli che l'avevano offeso, ed in particolare Oliverotto, «el qual el Duca aveva giurato in ogni modo di appiccar con le soe proprie mane.» I cardinali lo circondavano, e con varî rallegramenti «li grattavan le orecchie,»[593] mentre che esso «entrò in un gran cantar della virtù e magnanimità del Duca.» Poi si guardavano in viso, e stringendosi nelle spalle, pensavano a quello che presto sarebbe seguito.»[594]
Infatti il giorno 3 di gennaio 1503, essendo arrivata al Papa, sebbene ancora tenuta segreta, la notizia certa che Oliverotto e Vitellozzo erano stati strangolati, egli fece in gran fretta chiamare in Vaticano il cardinale Orsini, che venne col Governatore e con Iacopo da Santa Croce, i quali pare avessero ordine d'accompagnarlo, sebbene fingessero di venir con lui a caso. Non era anche arrivato, che fu preso e messo, come tutti prevedevano, in Castel Sant'Angelo, per non uscirne mai più vivo. La casa fu subito svaligiata, e la madre con due giovinette che le tenevano compagnia, cacciate senza poter portare seco altro che quello avevano in dosso. Le tre donne andaron raminghe per Roma, non trovando chi volesse riceverle, perchè ognuno temeva. Seguirono senza indugi moltissimi altri arresti. L'auditor della Camera, vescovo di Cesena, fu portato via dal letto con la febbre, e la sua casa del pari svaligiata; lo stesso fu fatto al protonotario Andrea de Spiritibus,[595] e così ad altri ed altri ancora. Chiunque aveva danari tremava per la sua vita, perchè ora «non par che il Pontefice pensi ad altro che a recuperar denari. Si afferma che abbia, tra robe, ufficî e beneficî, raccolto non meno di 100,000 ducati; e dice che quel che è fatto è nulla a quello che farà.»[596] I Medici stessi a Roma erano assai sbigottiti, ed il vescovo di Chiusi morì di spavento. Quelli che fuggirono erano già tanti, che il Papa credè necessario chiamare i Conservatori della Città, per dir loro che ormai erano presi tutti quelli che avevano commesso male: attendessero dunque gli altri a fare un bel carnevale.[597] Ed egli stesso, pure continuando la sua opera di sterminio, passò i due mesi di gennaio e febbraio tra le feste carnevalesche. L'ambasciatore veneto, andato a parlargli d'affari, lo trovò al balcone che rideva guardando il popolo mascherato buffoneggiare sotto le sue finestre.[598] Invitato poi a veglia una sera, lo trovò che assisteva, dopo aver passato il giorno a veder correre palii, alla recita di commedie, delle quali fu sempre amantissimo, in presenza d'altri diplomatici, in mezzo ai cardinali, «alcuni con l'abito cardinalesco, ed alcuni anco da maschera, con quelle compagnie che soleno gradir al Pontefice, e qualcuna ne era a' piedi del Santo Padre.»[599]
Il giorno che seguì a quella festa, il cardinale Orsini spirava nella prigione di Castel Sant'Angelo, dove, secondo che tutti dicevano, era stato avvelenato. Invano i cardinali avevano supplicato per la sua vita, invano i parenti avevano offerto 25 mila ducati per salvarlo. La madre, cui prima era stato concesso di mandar cibo al figlio, e poi vietato, inviò una donna amata dal cardinale, con l'offerta d'una grossa perla al Papa, che da più tempo la desiderava, sperando così di muoverlo a pietà. Prese la perla, ma non fece la grazia. Solo concesse che si mandasse di nuovo il desinare. Allora però il cardinale cominciava a dar «segni di frenesia,» e secondo la comune opinione, aveva già bevuto alla tazza avvelenata: quasi per ironia si ordinò poi ai medici lo curassero con ogni diligenza.[600] Il 15 si disse che lo avevano trovato con la febbre: il 22 era morto; il 24 quelli che lo avevano assistito furono chiamati a giurare che era stata morte naturale. Vennero poi, per ordine di Sua Santità, celebrate pubbliche esequie.[601]
Ed ora s'aspettava il Duca. Il cardinale d'Este era già fuggito da Roma a tale annunzio, temendo per la propria vita. Tra le mille voci che correvano, dicevasi anche che egli amasse donna Sancia cognata del Duca, e da questo pure amata.[602] Quelli fra gli Orsini che erano avanzati alla strage, i Savelli, i Colonna, corsi alle armi, s'erano fortificati in Ceri, Bracciano, altrove, ed avevano il 23 gennaio assalito il ponte Nomentano. Sebbene fossero stati respinti, pure il Papa aveva armato il Palazzo; era fuori di sè per la rabbia e la paura; andava gridando che voleva sradicar casa Orsini, e chiedeva al suo Duca, che non perdesse tempo, s'affrettasse a venire. Ed egli s'era avanzato, portando sterminio dovunque arrivava. A San Quirico, non trovò che due vecchi e nove vecchie, essendo fuggiti tutti gli altri. Li fece sospendere per le braccia, ponendo il fuoco sotto i loro piedi, perchè rivelassero dove erano nascosti i tesori; e non potendo nè sapendo essi rispondere nulla, dovettero morire. Simili atrocità commise a Montefiascone, Acquapendente, Viterbo, ecc.[603] Ma quantunque tutto cedesse dinanzi a lui, e molti dei nemici si fossero ritirati, pure Ceri e Bracciano resistevano, non bastando a sottometterli le artiglierie mandate dal Papa, nè il Duca osando secondarlo ora con troppo zelo, a cagione degli ordini ricevuti di Francia, dei quali l'altro non si curava punto. In questo modo le cose andarono per le lunghe; e però il Valentino, lasciati in una villa vicina 50 uomini armati, coi quali era venuto, entrò il 26 febbraio in Roma, insieme con il cardinale Borgia, il cardinale d'Alibret e tre servitori, tutti in maschera. La sera assisteva mascherato alla rappresentazione d'una delle solite commedie in Vaticano, sebbene ognuno lo riconoscesse.[604]