Il Machiavelli intanto, con la fantasia esaltata, piena la mente di tutto quello che aveva veduto e sentito del Valentino e dei Borgia, era tornato a Firenze, dove continuava nella cancelleria a leggere ed a scriver lettere che parlavan di loro. Ma chi credesse che egli si fosse addirittura illuso nel giudicare il vero carattere del Papa e del figlio, dovrebbe rileggere la sua prima Legazione a Roma, ed il suo primo Decennale, per convincersi facilmente del contrario. In questo egli chiama il Duca uomo senza pietà, ribellante a Cristo, l'idra, il basilisco, degno della più trista fine, e parla in termini non molto diversi del Papa.[605] Pure fu, come dicemmo, accanto al Valentino, che nella sua mente sorse la prima volta e cominciò a formularsi assai chiaro il pensiero, che doveva poi occupare tutta la sua vita, d'una scienza dello Stato, separata, indipendente da ogni concetto morale. In questa separazione egli credette di vedere l'unico mezzo per concepire chiaramente, e fondare su nuova base la vera arte di governare. Si trovò in uno stato d'animo e di mente non molto diverso da quello di chi si fosse la prima volta messo a ricercare le leggi, secondo cui si aumenta o si diminuisce la ricchezza delle nazioni, ed avesse esaminato il fenomeno economico così nel mercante, nell'industriale e nell'agricoltore che producono, come nel soldato che saccheggia, nel brigante e nel pirata che rubano. Da questa separazione, più o meno astratta e forzata, di uno solo dei fenomeni sociali da tutti gli altri, cominciò infatti la scienza economica a formarsi, ed a ciò dovette così il suo rapido progresso come anche alcuni di quegli errori che più tardi cercò di correggere. E da una separazione non molto diversa partiva il Machiavelli, quando cominciò ad esaminare, a studiare le azioni del Valentino: in esse l'assoluta distinzione della politica dalla morale non appariva come un'ipotesi o un'astrazione, perchè era invece un fatto reale. Se non che, allora il Machiavelli riusciva solo a formulare alcune massime generali, senza innalzarsi ad un concepimento teoretico di principî, e molto meno poteva riuscire ad esser tanto sicuro del suo metodo, da tentar di raccoglierli in un corpo di dottrine. Le sue idee, quasi inconsapevolmente, lo conducevano piuttosto a formar nella sua mente un personaggio ideale, che rappresentava l'uomo politico, accorto, abile, audace, non trattenuto da nessuno scrupolo di coscienza, da nessuna autorità morale, pur di giungere, superando ogni ostacolo, anche attraverso il sangue ed i tradimenti, allo scopo che s'era prefisso. In sostanza, esaminando le azioni del Valentino, egli aveva finito col concepire un Valentino immaginario, al quale ritornò continuamente più tardi. È la nota figura che così spesso ricomparisce in mezzo alle considerazioni dei Discorsi e del Principe, come a ricordare la loro prima sorgente, ed a testimoniare di nuovo che l'autore ha cercato il fondamento della sua politica, non già risalendo al Sommo Bene, o movendo da qualche metafisica astrazione, ma solo esaminando la realtà della vita. Ad un simile impulso egli obbediva, quando più tardi scrisse la Vita di Castruccio Castracani, la quale, come tutti sanno, non è storia, ma è invece un tentativo per cavare dalla storia il suo proprio ideale politico. Tutto questo ci spiega com'egli potesse tanto lodare e tanto biasimare il Valentino. Le lodi vanno generalmente al personaggio della sua mente, il biasimo a quello della storia. L'uno però non è così diverso dall'altro, che non ci accada qualche volta di confonderli insieme, tanto più che ciò segue anche all'autore, trasportato come è da una fantasia, che spesso lo domina con forza tanto maggiore, quanto più egli crede di ragionare a freddo. Nè è veramente raro il caso di vedere appunto gli uomini che più riflettono e ponderano, cadere a un tratto in assoluta balìa della propria immaginazione.
Qualunque del resto fosse lo stato del suo animo e delle sue idee, il Machiavelli non aveva allora il tempo necessario alle scientifiche meditazioni, ed a scrivere lavori di lunga lena. Si provò quindi solamente a narrare in breve tutto quel che aveva veduto in Romagna, non per darne un esatto ragguaglio storico, che già trovavasi nelle molte lettere della sua legazione, sebbene più d'una ne fosse andata perduta; ma per mettere, invece, anche meglio in chiaro la prudenza e l'arte, secondo lui maravigliose, del Duca. Compose perciò la ben nota Descrizione,[606] in cui il modo da questo tenuto nell'uccidere i suoi nemici, vien dipinto in quella forma che meglio rispondeva allo scopo che lo scrittore aveva preso di mira. Così e non altrimenti si può spiegare perchè il Machiavelli ora descriva i fatti tanto diversamente da quel che vedemmo nella Legazione, quando egli era sul luogo, e ragguagliava i Dieci per dovere d'ufficio.
Nella Descrizione comincia col presentarci il Duca che ritorna di Lombardia, dove era stato a scusarsi col Re di Francia «di molte calunnie gli erano state date da' Fiorentini per la ribellione d'Arezzo.» Il che non è vero, perchè i Fiorentini non lo avevano calunniato, e ciò dovrebbe in ogni caso bastare a far ricredere tutti coloro che in questa Descrizione non vollero vedere altro che una delle sue solite lettere ai Dieci o ai Signori. Certo il Segretario non avrebbe potuto, scrivendo ad essi, parlare delle calunnie de' Fiorentini. Continuando poi, egli narra con molta brevità la congiura alla Magione, e l'accordo più tardi seguìto fra i ribelli e il Duca, del quale fa in ogni maniera risaltare l'astuzia. Qui il Duca parte da Imola alla «uscita di novembre,» e nella Legazione il 10 dicembre; parte da Cesena «intorno a mezzo dicembre,» e nella Legazione, invece, era il 26 dicembre ancora «in sul partire.» Si procede poi narrando come, presa Sinigaglia dai Vitelli e dagli Orsini, la fortezza non si volle arrendere, avendo il castellano dichiarato di cederla solo «alla persona del Duca,» che fu perciò invitato a venire. A lui, osserva il Machiavelli, parve la occasione buona e da non dare ombra, e per meglio colorire la cosa licenziò i Francesi.[607] Nella Legazione invece aveva detto, come del resto da tutti gli storici ed ambasciatori del tempo risulta chiaro, che i Francesi partirono improvvisamente il 22 dicembre, perchè furono richiamati senza che se ne sapesse la ragione, e in ogni modo con grande dispiacere e pericolo del Duca.[608] Anzi il 20 dicembre scriveva che la cosa aveva «mandato il cervello sottosopra a questa Corte,» ed il 23, che al Duca erano così «mancate più che la metà delle forze e a due terzi della reputazione.» Nella Descrizione, invece, tutto ciò si muta in un tratto di fina accortezza del Valentino. Anche la strada che da Fano mena a Sinigaglia, apparisce qui assai diversa da quella minutamente descritta nel brano che ci resta della citata lettera, in cui si epiloga il racconto dei fatti. E sino alla fine si continua sempre allo stesso modo. Il Duca comunica il suo disegno a otto de' suoi fidi, di alcuni dei quali sono dati i nomi della Descrizione, sebbene nella Legazione di ciò non si faccia parola. Si racconta diversamente anche la presa dei quattro capitani, e si danno le parole dette da Oliverotto e Vitellozzo in sul morire, parole di cui nessuno può confermare o negare la verità storica, non avendone l'autore accennato nulla altrove, nè essendo presumibile che le conoscesse di certa scienza. Come si spiegherebbero mai così patenti contradizioni, se non si ammettesse che qui non si tratta di storia vera e propria? Il Valentino che il Machiavelli ci descrive ora, calunniato dai Fiorentini, abile ed accorto anche più di quel che appaia nella Legazione, non è altro che il precursore del suo Principe, nel quale ci sarà più tardi esposto in una forma teoretica ciò che ora vediamo invece in una forma individuale e concreta. Il concetto scientifico, sebbene ancora non apparisca molto chiaro, è però già nascosto nel personaggio ideale che ci sta dinanzi.
CAPITOLO VI.
Necessità di nuove imposte. — Discorso sulla provvisione del danaro. — Provvedimenti contro i Borgia. — Guerra di Pisa. — Nuovi misfatti del Papa. — Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di Giulio II.
(1503)
La Repubblica trovavasi ora molto angustiata dall'urgente bisogno di danari necessarî ad assoldare nuove genti; giacchè non solo i Borgia minacciavano da un lato e i Pisani dall'altro, ma un nuovo esercito francese era in via per Napoli, ed a nessuno era dato prevedere le complicazioni e i pericoli che da ciò potevano nascere. Pure fu questo il momento, in cui il gonfaloniere Soderini, che finora aveva governato con grandissimo favore, e tutto gli era riuscito, trovò la prima forte opposizione nei cittadini. Sette proposte diverse furono nel febbraio e nel marzo 1503 presentate al Consiglio Maggiore, per ottenere il danaro necessario, e nessuna fu vinta. Nè si sapeva più a quale partito appigliarsi, perchè se la imposta che si proponeva era grossa, non poteva essere accettata da un popolo già tanto gravato; se piccola, non soddisfaceva al bisogno. A queste ragioni di scontento se ne univano altre, che rendevano la presente opposizione assai viva. I cittadini più ricchi avevano non solo pagato le ordinarie gravezze; ma erano stati costretti ad imprestare non piccole somme di danaro al Comune, il quale perciò aveva con essi un debito di 400,000 fiorini, di cui 18,000 erano dovuti al Soderini ed ai suoi nipoti. Non volevano adunque i ricchi sentir parlare di provvedimenti straordinarî; ma chiedevano una imposta ordinaria e generale che, cadendo del pari su tutti, desse alla Repubblica modo di pagare qualche parte de' suoi debiti a chi essa aveva finora più aggravato. Questa norma s'era appunto seguìta nelle varie proposte sostenute dal Gonfaloniere, e respinte dal Consiglio, in cui prevalevano i meno ricchi, i quali si dolevano che egli, eletto dal popolo, favorisse invece i potenti. Ed aggiungevano che tutto ciò seguiva, perchè voleva ora farsi pagare i crediti che aveva egli verso lo Stato, dal quale riscoteva pure così grosso stipendio. Nè bastando, si univano a questi lamenti anche le grida di coloro che erano stati colpiti dai molti risparmî introdotti nella nuova amministrazione; e si faceva perfino un gran brontolare, perchè la moglie del Gonfaloniere, che era dei marchesi Malaspina, «bellissima, benchè attempata, e savia con modi regî,» secondo l'espressione del Cerretani, avesse allora preso alloggio in Palazzo, e quindi si vedesse per quelle scale un gran salire e scendere di signore, cosa fino allora insolita a Firenze.
La conseguenza naturale di tutto ciò fu, che il credito della Repubblica, rapidamente salito per la elezione del nuovo Gonfaloniere, e per la ordinata amministrazione di lui, discese ora con uguale rapidità, e i luoghi del Monte Comune e del Monte delle Fanciulle si tornavano a negoziare a bassissimo prezzo come in passato. Onde egli, stanco ormai di più temporeggiare, radunò il Consiglio Maggiore, e fece un solenne discorso, in cui, esposti gl'imminenti pericoli, rimise nei cittadini stessi la forma da dare alla nuova gravezza, pur che il danaro necessario a conservare e difendere la Repubblica, fosse una volta deliberato. E così finalmente si vinse una Decima universale su tutti i beni immobili, compresi gli ecclesiastici, quando se ne avesse il permesso da Roma, consentendo anche «un poco d'arbitrio.» Era l'arbitrio una tassa sull'esercizio delle professioni, e questo nome derivava forse dal mettersi senza regole molto determinate, massime poi nel caso presente, in cui veniva affidata del tutto alla discrezione dei magistrati. In ogni modo le cose tornarono subito nel loro stato normale, essendosi così superate le difficoltà assai più facilmente che non si sarebbe potuto supporre.[609]
Il Machiavelli si provò allora a mettere sulla carta il discorso che, secondo lui, avrebbe dovuto essere fatto in quella occasione. Se lo scrivesse per ordine del Soderini, e se veramente sia lo stesso che questi lesse o recitò in Consiglio, noi non possiamo affermarlo. Certo egli lo compose come se a ciò fosse destinato. Scritto in modo da poter essere, nel pronunziarlo, ancora più ampliato e svolto, ha una forza e concisione di stile singolarissime, e vi si trovano molte di quelle massime, di quelle sentenze generali e reminiscenze storiche, che, quasi direi, galleggiavano ancora non bene coordinate fra loro nella mente del Segretario fiorentino, ma venivano pur sempre da lui esposte e ripetute con una lucidità inarrivabile.[610] Egli incomincia col notare che tutti gli Stati hanno bisogno d'unire la forza alla prudenza. I Fiorentini avevano fatto prova di prudenza, nel dare unità e capo al governo; mancarono però subito al debito loro, non volendo provvedere alle armi, quando pochi mesi prima erano stati, per opera del Valentino, vicini all'ultima rovina. Nè valeva il dire che ora egli non aveva più ragione di offendere, «perchè bisogna sempre tenere che sia nemico chiunque può levarci il nostro, senza che noi siamo in grado di difenderci. E voi non potete ora difendere i vostri sudditi, e siete fra due o tre città, che desiderano più la vostra morte che la loro vita. Se andate poi fuori di Toscana, troverete che l'Italia gira tutta sotto i Veneziani, il Papa e il Re di Francia. I primi vi odiano e vi chiedono danari, per farvi guerra: meglio spenderli voi, per farla ad essi. Ognuno conosce che fede si può avere nel Papa e nel Duca, coi quali finora non vi è stato possibile concludere alleanza di sorta, e quando pure vi riuscisse, io vi ripeto che quei signori solamente vi saranno amici, che non vi potranno offendere, perchè fra gli uomini privati le leggi, le scritte, i patti fanno osservare la fede, e fra i Signori le armi. Quanto al Re di Francia, ci vuol proprio chi osi dirvi il vero, e quest'uno son io. O egli non troverà altro ostacolo che voi in Italia, e allora siete perduti, o vi saranno anche altri, e la salute vostra dipenderà solo dal sapervi fare rispettare in modo, che non si pensi d'abbandonarvi in preda a lui, e che egli non creda potervi lasciare fra i perduti. Pensate, in ogni caso, che non sempre si può mettere mano sulla spada di altri, e però gli è bene averla allato e cingersela, quando il nemico è discosto. Molti di voi debbono ricordare che, quando Costantinopoli fu per esser presa dal Turco, l'Imperatore previde la rovina, e non potendo provvedere colle sue entrate, chiamò i cittadini, ed espose quali erano i pericoli ed i rimedî; e se ne feciono beffe.» «La ossidione venne. Quelli cittadini che aveano prima poco stimato i ricordi del loro Signore, come sentirono suonare le artiglierie nelle loro mura, e fremere lo esercito de' nemici, corsono piangendo all'Imperadore con grembi pieni di danari, i quali lui cacciò via, dicendo: andate a morire con codesti danari, poi che voi non avete voluto vivere senz'essi.... Se però gli altri diventano savi per li pericoli dei vicini, voi non rinsavite per li vostri.... Perch'io vi dico, che la fortuna non muta sentenza dove non si muta ordine; nè i cieli vogliono o possono sostenere una cosa che voglia ruinare ad ogni modo. Il che io non posso credere, veggendovi Fiorentini liberi, ed essere nelle mani vostre la vostra libertà. Alla quale credo che voi avrete quei rispetti, che ha avuto chi è nato libero e desidera viver libero.» Quello che noi dobbiamo per ora notare si è la tendenza, che apparisce sempre più chiara nel Machiavelli, a formulare massime di politica generale, anche parlando di un affare così semplice come era il raccomandare una nuova imposta.
Le trattative intanto iniziate dai Borgia, per fare alleanza coi Fiorentini, continuavano senza speranza d'alcun resultato, perchè questi volevano procedere in tutto col consenso della Francia, la quale ora s'allontanava dal Papa, che dimostrava favore agli Spagnuoli. Essa cercava di favorire una lega tra Siena, Firenze, Lucca e Bologna, il che era finora riuscito solo ad aiutare il Petrucci a tornare in Siena. Colà i Fiorentini mandarono nell'aprile il Machiavelli, per comunicare a quel Signore le pratiche e le premure fatte dal Papa; e ciò per dargli una prova d'amicizia, più che per speranza o desiderio avessero di venire a qualche pratico resultato.[611] E però vinta che fu la provvisione del danaro, pensarono seriamente a mettersi in difesa contro inaspettati assalti dei Borgia, ed il Machiavelli era di nuovo al suo banco a scrivere lettere. Ad un commissario scriveva di tener d'occhio i nemici, ad un altro d'armare la fortezza, un terzo veniva rimproverato aspramente di mollezza e pigrizia. Nel maggio avvertiva che il Valentino licenziava le sue genti, le quali potevano fare qualche colpo di mano per proprio conto, o anche tentar, sotto queste mentite apparenze, di meglio servire il loro signore. Intanto esse erano verso Perugia, e minacciavano il confine. «Laonde, sebbene il divieto della Francia non ci faccia credere possibile un assalto, nè abbiamo pelo addosso che pensi quella Maestà essere per consentirgliene;[612] pure non bisogna punto addormentarsi, ma stare in guardia come se ci si credesse, visto il modo con cui procedono ora le cose, riuscendo quasi sempre dove nessuno immagina. Più adunque le vedi rannugolarsi e le conosci pericolose, e più terrai gli occhi aperti.»[613] I Dieci invero temevano poco un assalto manifesto, ma dubitavano molto di furti, di rapine, di saccheggi o anche di ribellione provocata in qualche terra, per poi scusarsene. «Se si ha a dubitare di assalto manifesto a 12 soldi per lira, e' se n'ha a dubitare a 18 soldi di furto.»[614] Forse ancora tutti questi segni di minacce avevano per unico scopo d'impedire che si désse il solito guasto ai Pisani, richiamando altrove l'attenzione e le forze della Repubblica. Ma quanto a ciò, essa era fermamente decisa a profittar della buona stagione.