Infatti s'erano già inviati al campo, come commissarî di guerra, Antonio Giacomini, che faceva anche l'ufficio di capitano con ardore sempre maggiore, e Tommaso Tosinghi. Nell'aprile una circolare dei Dieci ordinava che s'arrolassero nel territorio alcune migliaia di marraiuoli per dare il guasto, e nel maggio si mandavano al campo travi, bombarde, maestri d'ascia, e si annunziavano pronti a partire fanti, uomini d'arme e guastatori, tanto che i Pisani si spaventarono e dettero segno di voler venire ad accordi. Ma nè il Giacomini nè il Tosinghi si lasciarono prendere a questa pania, dichiarando di volere stare ai fatti, non alle parole, e ne furono molto lodati dai Dieci, in nome dei quali Niccolò Machiavelli scriveva loro il 22 maggio, confortandoli «a seguire co' medesimi termini in ogni vostra azione, mostrando sempre dall'una mano la spada e dall'altra l'unguento, in modo che conoscano essere in loro arbitrio pigliare quale e' vogliano.»[615] E il 23 del mese uscirono in campagna 300 uomini d'arme, 200 cavalli leggeri, 3000 fanti e 2000 guastatori, che per l'energia del Giacomini, in due giorni, dettero dalla parte dell'Arno un guasto così generale, che i Dieci stessi ne restarono assai soddisfatti, anzi maravigliati, e incoraggiavano a continuare in Val di Serchio.[616] Il Machiavelli, nello scrivere tutte queste lettere, non solo trasmetteva gli ordini avuti; ma qualche volta si distendeva a dare consigli, direzioni, suggerimenti, entrando nei più minuti particolari, quasi fosse un uomo di guerra, e che si trovasse in sul posto, pure ripetendo sempre che la Repubblica si rimetteva del tutto ai giudizî dei commissarî e capitani.[617]

Ai primi di giugno era finito il guasto anche nella Valle del Serchio, ed arrivava il balì di Caen, il quale, portando poco più che la bandiera di Francia, e qualche uomo d'arme, cominciava subito coi soliti lamenti e le solite pretese. Tuttavia la sua presenza e quella dei suoi, senza poter fare nè gran male nè gran bene, toglievano animo ai Pisani e ne davano ai Fiorentini, i quali subito presero Vico Pisano e la Verruca, di che i Dieci molto si rallegrarono,[618] ed il 18 giugno ordinarono che si espugnassero Librafatta e la Torre di Foce.[619] Ma la notizia che i Francesi comandati dal La Trémoille s'avanzavano verso Napoli, fece sospendere queste operazioni, essendo ora necessario d'avere l'esercito libero ad ogni occorrenza imprevista; e però fu dato invece ordine di limitarsi a pigliar solo la Torre di Foce, «perchè si lievi questo riceptacolo ai Pisani, e che non possino più rifarci nidio alcuno.»[620] Dopo di ciò la guerra fu da quel lato sospesa, ed il Giacomini richiamato per mandarlo ai confini.

Le cose del Reame avevano preso una piega assai contraria alla Francia, di cui i Borgia perciò cominciavano a curarsi assai poco, e quindi i Fiorentini si sentivano ora meno sicuri che mai. Alcune genti del Valentino scorrevano già nel Senese, di che il commissario Giovanni Ridolfi era in grandissimo pensiero, e però, con lettera del 4 agosto, il Machiavelli cercava fargli animo, scrivendo: «Gaeta non è poi all'olio santo come tu supponi, gli Spagnuoli cominciano a ritirarsi, i Francesi s'avanzano. Ed è falsa la tua opinione che l'esercito loro resti in Lombardia per paura dei Veneziani;» «e' quali non sono meglio in su le staffe, che si sieno stati tutto questo anno, nè si sente che tramutino un cavallo, nè che muovino un uomo d'arme, tale che, per tornare al proposito, noi non veggiamo come el Duca in su el traino di queste cose, abbi a cominciare una guerra e turbare apertamente le cose di Toscana, possendo in mille modi esserli, colla metà di questi favori, messo fuoco sino sotto el letto.»[621] Tuttavia, non ostante questa fiducia apparente, si davano gli ordini per la difesa, e si mandavano al Ridolfi 250 lance francesi. Così fra questo ondeggiare passò buona parte dell'anno, quando nuovi eventi in Roma mutarono affatto le condizioni della politica italiana.

Colà, dopo che le genti del Duca avevano finalmente preso Ceri, pareva che fosse nato dissenso fra lui ed il Papa, non volendo quegli procedere risoluto contro Bracciano e gli Orsini, per rispetto della Francia, quando l'altro si mostrava per ciò pieno di così gran furore, che minacciava scomunicare il figlio; e corse perfino la voce che una sera erano tra loro venuti alle mani.[622] Ma tutto questo, secondo l'ambasciatore veneziano, era una commedia. Nella presente incertezza intorno ai prossimi eventi del Reame, il Papa dimostrava d'inclinare a Spagna, il Duca a Francia. Pure, «buttandosela un all'altro, continuava il Giustinian, non restano di far li soi disegni.»[623] La verità era che adesso più che mai speravano poterli finalmente, fra i prossimi ed inevitabili disordini, porre in atto, e perciò con ogni mezzo davano opera a far danari. Il dì 29 marzo lo stesso ambasciatore scriveva che erano stati con una Bolla creati ottanta nuovi ufficî nella Curia, venduti subito a 760 ducati l'uno. «La Sublimità Vostra fazi el conto, e vedrà quanti denari ha toccato el Pontefice.»[624] E nel maggio aggiungeva, che erano stati nominati nove cardinali, uomini della peggior sorte, pagando tutti buona somma di danaro, alcuni da 20,000 ducati in su, tanto che s'erano messi insieme da 120 a 130 mila ducati. Così Alessandro aveva fatto vedere al mondo, che le entrate d'un Papa possono esser quali e quante esso vuole.[625]

Ma tutto ciò non bastava, e si ricorreva quindi ad altri mezzi. La notte dal 10 all'11 aprile, il cardinale Michiel, dopo due giorni di vomito, moriva, e prima dell'alba la sua casa era svaligiata, per ordine del Papa, che, secondo il Giustinian, tra danari, argenti, tappezzerie, prese più di 150,000 ducati. Infatti, andato questi in Vaticano, trovò tutte le porte serrate, e non fu ricevuto, perchè erano occupati a contar danari, e continuavano ancora nella sala, in cui fu condotto la mattina del 13, quando v'andò perchè invitato dal Papa. Questi gli disse: «Vedete, non sono che 23,832 ducati, e pure tutta la terra è piena della notizia che abbiamo avuto in contanti da 80 a 100 mila ducati.» E domandava la testimonianza di quelli che erano presenti, «quasi,» osservava l'ambasciatore, «ch'el fosse gran cosa che loro el dovessero servire di busìa.» E tuttavia il Papa gli faceva vivissime premure, perchè si ricercasse nel Veneto dove erano gli altri danari del cardinale, parendogli pochi quelli che aveva trovati.[626] Non andò guari, e Iacopo da Santa Croce, colui che lo aveva aiutato ad impadronirsi del cardinale Orsini, accompagnandolo in Vaticano, fu fatto prigioniero anch'egli, e dopo pattuito con lui di lasciarlo vivo, mediante buona somma di danari, gli fu invece il dì 8 giugno tagliata la testa. Il suo cadavere venne lasciato per terra sul ponte Sant'Angelo fino a sera, i suoi beni mobili e immobili confiscati, la moglie ed il figlio mandati raminghi.[627]

Intanto il 19 maggio era a un tratto fuggito di Roma il Troches o Troccio, uno dei più fidati strumenti degli assassinii de' Borgia, i quali ora lo cercavano a morte.[628] Il Valentino, con lettera dello stesso giorno, pregava gli amici, ed ordinava «a tucti nostri vaxalli,» sotto pena di ribellione, che lo ritenessero prigioniero, fuggendo egli per cose che erano «contro l'onore del Re di Francia.»[629] Altri però affermavano, che causa della fuga di questo assassino era stata lo sdegno di non esser messo nella lista dei nuovi cardinali, sdegno da lui manifestato al Papa, il quale gli avrebbe risposto che tacesse, se non voleva essere ammazzato dal Duca; e ciò lo aveva, come si affermava, indotto a rivelare alla Francia i loro segreti maneggi colla Spagna. Quindi il furore dei Borgia, e la brama ardente d'averlo nelle mani. Comunque sia, fu preso in una nave che lo menava in Corsica, e portato subito a Roma, venne chiuso in una torre nel Trastevere. Colà, dopo poche ore, comparve il Duca che gli parlò brevemente, e poi, ritiratosi in luogo donde lo vedeva e non era visto, mandò don Micheletto a strangolarlo. La sua roba, che era stata già inventariata, fu distribuita secondo gli ordini del Papa. E così, osservava il Giustinian, di tutti i più sicuri e fedeli strumenti dei Borgia restavano ora vivi solo don Micheletto e Romolino, ai quali era forse tra poco serbata la medesima sorte degli altri.[630] Veramente pareva che non vi dovesse essere più fine alle persecuzioni ed alle morti. Molti vennero imprigionati come ebrei, altri in maggior numero come marrani: con questi pretesti s'entrava nelle loro case, svaligiandole d'ogni cosa; poi si pattuiva con ciascuno di essi di lasciar solo salva la vita, mediante una somma più o meno grossa. «Sono tutte invenzioni da far danari,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Vittorio Soderini, e lo stesso diceva presso a poco il veneto.[631] Questi annunziava più tardi che il dì 1º agosto, verso l'Ave Maria, dopo due soli giorni di malattia, era improvvisamente morto il cardinal di Monreale, Giovanni Borgia, «per la morte del quale el Pontefice ha abuto una bona zera, benchè li fosse nepote.» Andato l'ambasciatore in Vaticano, non fu ricevuto, scusandosi il Papa col dire d'esser fastidito per la morte del cardinale nepote; «et el fastidio doveva esser in contar danari e manizar zogie.» Infatti, tutto computato, si trovò, fra contanti ed altro, pel valore di 100,000 ducati; e pubblicamente si affermava, «che lui etiam sia sta' mandato per la via che sono tutti gli altri, da poi che sono bene ingrassati; e dassi di questo la colpa al Duca.»[632] Le cose erano ormai arrivate a tal punto, che chi aveva danari o fama d'averne, tremava per la sua vita, parendogli da tutta ora aver el barisello alle spalle.»[633]

I Borgia facevano ora ogni sforzo, per trovarsi pronti a nuove imprese, in mezzo al disordine generale che s'aspettava pei rapidi mutamenti che seguivano nel Napoletano. Il D'Aubigny era stato disfatto in Calabria dagli Spagnuoli sopravvenuti di Sicilia; il Nemours alla Cerignola da Consalvo di Cordova, che era uscito di Barletta, e dopo una splendida vittoria entrò nel maggio trionfante in Napoli. In breve ai Francesi non restò che la fortezza di Gaeta, dove si rifugiò il maggior numero dei loro soldati avanzati alla rotta; Venosa, dove era Luigi d'Ars; Santa Severina, dove era assediato il principe di Rossano. Luigi XII si dovette quindi rifar da capo, assalendo direttamente la Spagna, ed inviando in Italia un nuovo esercito sotto Luigi La Trémoille e Francesco Gonzaga, esercito che doveva essere poi accresciuto cogli aiuti promessi da Firenze, Siena, Mantova, Bologna, Ferrara. Questa spedizione procedeva però con una lentezza incredibile, a causa della sospetta neutralità di Venezia, e della sempre più mutabile e meno comprensibile politica del Papa. Egli manifestamente inclinava a Spagna, cui permetteva fare pubblici arrolamenti in Roma; ma faceva poi sentire ai Francesi, che gli avrebbe aiutati nella loro impresa, pagando sino a due terzi della spesa, quando però dessero il Reame o la Sicilia al Valentino, rifacendosi nell'Italia superiore a loro piacere.[634] Nello stesso tempo faceva le più grandi profferte d'amicizia e d'alleanza ai Veneziani, perchè s'unissero con lui contro la Francia e contro la Spagna, a difesa comune dell'Italia dagli stranieri.[635] A Massimiliano re dei Romani, che pensava sempre di venire in Italia a pigliar la corona imperiale, chiedeva invece con grande istanza la investitura di Pisa pel Duca, dicendo che altrimenti sarebbe obbligato d'abbandonarsi alla Francia, che gli prometteva il Reame in cambio della Romagna.[636] Che riuscita potesse avere una così stolta condotta, lo lasceremo giudicare a coloro che esaltarono l'accortezza e il senno politico dei Borgia. Trattando con tutti contro tutti, dopo tanto agitarsi, il Papa si trovava condannato alla immobilità, senza poter contare sull'amicizia di alcuno. E il Duca, che s'armava con animo d'andar contro Siena, di unirsi a Pisa, e, fattosene padrone, spingersi contro Firenze, non poteva neppur egli muovere ora un passo; giacchè avrebbe per via incontrato l'esercito francese, e gli sarebbe stato necessario dichiararsi amico o nemico, cioè combatterlo o unirsi con esso e seguirlo nel Reame. Volendo invece serbarsi pronto a tutti i possibili eventi, a lui non conveniva nè l'uno nè l'altro partito, e quindi il resultato di tanto agitarsi, di tante astuzie, di tanti assassinii, era anche per lui l'immobilità e l'incertezza.

Ma un fatto inaspettato venne a mutare improvvisamente lo stato delle cose. Il 5 agosto verso sera, il Papa andò col Duca a cena nella vigna del cardinale Adriano da Corneto, in Vaticano, e stettero colà fino a notte. Il mese di agosto, sempre cattivo per le febbri romane, era quell'anno pessimo. Alcuni degli ambasciatori, moltissimi della Curia, specialmente coloro che abitavano in Palazzo, s'erano ammalati; e però tutti quelli che erano stati alla cena, se ne risentirono più o meno gravemente. Il giorno 7 il Giustinian andò dal Papa che, rinchiuso e rimbacuccato, gli disse volersi aver cura, perchè gli facevano paura le tante febbri e morti che allora seguivano in Roma.[637] Il giorno 11 il cardinale Adriano era a letto colla febbre; il 12 il Papa fu preso da un assalto di febbre e di vomito; il Duca s'ammalò anch'egli dello stesso male.[638] Il Papa aveva allora 73 anni, e quindi era evidente la gravità del suo stato. Infatti cominciarono subito minacce di congestione cerebrale, cui si cercò riparare con abbondanti salassi, i quali, indebolendo il malato, rendevano più forte la febbre.[639] Sopravvenne un sopore minaccioso, che pareva quasi di morte. Il 17 la febbre, che l'ambasciatore di Ferrara chiama tertiana nota,[640] tornò con parossismi così violenti, che il medico dichiarò il caso disperato. Il disordine fu subito grandissimo in Vaticano, molti cominciavano già a mettere in salvo le loro robe. Alessandro VI, che durante tutto questo tempo non aveva neppur chiesto notizia del Duca o della Lucrezia,[641] il giorno 18 si confessò e comunicò. Verso le ore 6 si svenne in modo che parve spirare, e si rinvenne solamente per dar subito dopo l'estremo respiro, verso l'ora di vespro, in presenza del vescovo di Carinola, del Datario e di alcuni camerieri.[642]

Allora la confusione fu al colmo. Il Duca, sebbene stésse sempre assai male, tanto che pareva in pericolo di vita, aveva fatto trasportare in Castello buona parte delle proprie robe, e dato ordine alle sue genti di venire in Roma. Don Michele era con alcuni armati entrato nelle stanze del Papa, e, chiuse le porte, aveva fatto puntare un pugnale alla gola del cardinal Casanova, minacciando di ucciderlo e gettarlo dalle finestre, se non dava subito le chiavi e i danari del Papa. Così furono presi pel Valentino da 100,000 ducati in contanti, oltre le argenterie e le gioie, in tutto un valore di più che 300,000 ducati.[643] Fu però dimenticata la stanza accanto a quella, in cui era spirato Alessandro, nella quale erano le mitrie preziose, anelli e vasi d'argento da empirne molte casse.[644] I servitori pigliarono ogni altra cosa che trovarono nelle camere già saccheggiate. Da ultimo si spalancarono gli usci e fu pubblicata la morte.

Tutto ebbe un aspetto lugubre e sinistro fino alla sepoltura. Lavato e vestito il cadavere, fu abbandonato con due soli ceri accesi. I cardinali chiamati non vennero, e neppure i penitenzieri che dovevano dire l'ufficio dei morti. Il giorno seguente il cadavere s'era, per la corruzione del sangue, alterato in modo che aveva perduto ogni forma umana. Nerissimo, gonfio, quasi altrettanto largo che lungo; la lingua s'era ingrossata così che riempiva tutta la bocca, la quale rimaneva aperta.[645] In sul mezzogiorno del 19 agosto fu esposto, secondo il costume, in San Pietro; «tamen per esser el più brutto, mostruoso et orrendo corpo di morto che si vedesse mai, senza alcuna forma nè figura de omo, da vergogna lo tennero un pezzo coperto, e poi avanti el sol a monte, lo sepelite, adstantibus duobus cardinalibus de' suoi di Palazzo.»[646] In San Pietro mancava il libro per leggere le preci, e poi seguì un tafferuglio tra preti e soldati, in conseguenza del quale il clero, smesso il canto, fuggì verso la sagrestia, ed il cadavere del Papa restò quasi abbandonato. Portatolo all'altar maggiore, si dubitò d'insulti per l'ira popolare, e lo posero perciò con quattro ceri dietro un'inferriata che venne chiusa: così restò tutto il giorno. Dopo 24 ore fu portato nella cappella de febribus, dove sei facchini, beffando ed insultando la sua memoria, cavarono la fossa per seppellirlo, mentre che due falegnami, i quali avevano fatto la cassa troppo corta e stretta per lui, messa la mitria per parte, copertolo con un vecchio tappeto, ve lo introdussero pestandolo a forza di pugni.[647] La sepoltura fu tale, che il marchese di Mantova, il quale nel settembre trovavasi coll'esercito francese presso Roma, scriveva a sua moglie, la marchesa Isabella: «Fugli fatto un deposito tanto misero, che la nana, moglie del zoppo, l'ha lì a Mantova più onorevole.»[648]