La rapida decomposizione del cadavere per la corruzione del sangue, e l'essersi nello stesso tempo ammalati il Papa, il Valentino ed il cardinale Adriano, fecero spargere la voce, e credere universalmente, che vi fosse stato veleno, opinione che veniva suggerita dal nome stesso dei Borgia. Si disse che il Papa e il Duca volevano disfarsi del cardinale; ma che per errore, il vino, già prima avvelenato per lui, era stato dato invece ad essi. Senza qui osservare che i Borgia non erano nel proprio mestiere tanto inesperti da lasciar facilmente commettere, a proprio danno, simili errori, non si capirebbe in questo caso, come mai anche il cardinale si fosse ammalato.[649] Da altri si affermava che questi si salvò, perchè, avvedutosi a tempo del pericolo, corruppe con 10,000 ducati il coppiere, che dètte perciò il veleno solo ai Borgia. Ma tutte queste voci pèrdono ogni valore dinanzi ai dispacci degli ambasciatori, massime del Giustinian, il quale descrisse, giorno per giorno, l'origine ed il progresso della malattia; parlò continuamente col medico del Papa, e così seppe che la congestione cerebrale, sopravvenuta alla febbre, aveva prodotto la morte. Lo stesso ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, che il 19, dopo la rapida corruzione del cadavere, annunziava la voce per questa ragione diffusa e creduta di avvelenamento, aveva il 14 dichiarato esplicito, che era febbre terzana, di che nessuno poteva maravigliarsi, perchè quasi tutti della Corte erano stati presi dallo stesso male, che allora infieriva in Roma, «per la mala conditione de aere.» Sarebbe in ogni caso assai strano, per non dire di più, che il veleno dato la sera della cena avesse cominciato a produrre i suoi effetti visibili solo dopo sette giorni, quando infatti cominciò la febbre.[650] Anche l'oratore ufficiale, che dinanzi ai Cardinali radunati prima del Conclave, pronunziò la orazione funebre sopra Alessandro VI, dice che fu quadriduana febris quella che lui e medio abstulit.

Noi risparmieremo al lettore tutti gli altri racconti che furono allora ripetuti, di diavoli visti presso al letto del Papa, con cui avevano pattuito sin dal principio del pontificato, per avere la sua anima, e simili altre favole, tanto più credute, quanto più incredulo era il secolo. Il 19 agosto anche il Duca sembrava vicino a morte, le botteghe si chiudevano, gli Spagnuoli si nascondevano, e correva voce che Fabio Orsini era entrato in Roma coll'Alviano e cogli altri di sua casa, pieni d'un furore indescrivibile di vendetta. Cesare Borgia lo sapeva; ma egli che, come disse al Machiavelli più tardi, aveva pensato a tutto meno che al caso di trovarsi moribondo quando il Papa era morto, sembrava che ora si fosse perciò affatto smarrito.[651] I suoi soldati tumultuavano e mettevano fuoco alle case degli Orsini, bruciandone una parte. Finalmente il Conclave, per mezzo degli ambasciatori, riuscì a persuadere tutti ad una specie di tregua. Gli Orsini ed i Colonna si allontanarono quindi da Roma; il Duca, essendo migliorato, mandò innanzi le sue artiglierie, ed il 2 settembre uscì anch'egli da Roma in portantina, per andarsene al castello di Nepi ancora suo. Colà si trovava vicino all'esercito francese, già in via per Napoli, e da esso sperava aiuto, essendosi a un tratto dichiarato per la Francia, sebbene ponesse sempre tutta la sua fiducia nei cardinali spagnuoli, dai quali era circondato e favorito.

Arrivarono a Roma il cardinale Giuliano Della Rovere, dopo un esilio di dieci anni; il cardinale Ascanio Sforza, liberato dalla prigionìa per opera del cardinale di Rouen, che aspirava al papato, ed altri molti. Il 3 di settembre furono fatte le esequie solenni e di rito al Papa morto; il 22 fu eletto finalmente Francesco Todeschini dei Piccolomini, nipote di Pio II, e prese il nome di Pio III. Aveva allora 64 anni, ed era così malato, che saliva sul trono come un'ombra passeggera, quasi destinato solamente a lasciar continuare le trame che d'ogni parte si ordivano, e dar tempo di misurarsi ai varî partiti, che già erano in moto per la prossima elezione. L'esercito francese che s'era fermato, proclamato che fu il nuovo Papa, continuò il suo cammino; ed allora il Duca, trovandosi solo co' suoi a Nepi, dove s'avvicinava l'Alviano assetato di sangue e di vendetta, tornò subito a Roma. Ivi seppe che le città, già sue una volta, richiamavano i loro antichi signori, i quali tornavano ed erano festosamente accolti. La Romagna però, essendo stata da lui assai meglio governata, gli restava ancora fedele, e le sue fortezze colà, occupate da comandanti spagnuoli, si mantenevano sempre per lui. Pure non gli venne mai l'idea di mettersi alla testa del suo piccolo esercito, per aprirsi la via fra i nemici, riconquistare e difendere il proprio Stato colle armi. Sperava sempre e solo negli intrighi orditi, acciò la prossima elezione riuscisse a lui favorevole. Intanto il nuovo Papa, d'indole mitissima, gli dimostrava per ora compassione. Ma gli Orsini, sentito che egli s'era volto a Francia ed era stato accettato, ne furono sdegnatissimi, e fecero subito alleanza coi Colonna, con Consalvo e la Spagna. Una parte di essi assalirono Borgo, misero fuoco a porta Torrione, per entrare in Vaticano ed ivi impadronirsi del Borgia, che essi cercavano a morte. A fatica ed in fretta egli potè essere salvato da alcuni cardinali, i quali lo menarono pel corridoio in Castel Sant'Angelo. E così là dove tante vittime di lui e del padre erano spirate nelle tenebre, fra i tormenti, consumati dal veleno, si trovò finalmente anch'egli per un momento quasi prigioniero. Seppe allora che Pio III, il quale non s'era potuto tenere in piedi il giorno 8 ottobre, quando fu incoronato, dopo dieci giorni era morto.[652]

Il resultato della nuova elezione non poteva ormai essere più dubbio, perchè tutto era stato apparecchiato con danari, concertato con promesse, con intrighi fatti per ogni verso, anche coi cardinali spagnuoli, per mezzo del Valentino, il quale credeva così d'essersi assicurata valida protezione. Il 31 ottobre trentacinque cardinali entrarono in Conclave. S'erano a mala pena radunati, e quasi non s'era ancora, secondo il costume, chiusa la porta, che già il nuovo Papa veniva proclamato nella persona di Giuliano Della Rovere, che prese il nome di Giulio II. Questo acerrimo nemico dei Borgia, il quale pure seppe a tempo favorirli, nato presso Savona, di bassa origine, aveva allora 60 anni; ma della forte stirpe di Sisto IV, di cui era nipote, cardinale dal 1471 e per molti vescovadi ricchissimo, aveva una tempra di ferro. Sebbene la sua gioventù non fosse stata molto diversa da quella dei prelati d'allora, e sebbene non fosse uomo di molti scrupoli, pure egli mirava alla potenza e grandezza politica della Chiesa con un ardore ed un ardire maravigliosi alla sua età. Senza abbandonare i suoi, non voleva sacrificare ad essi gl'interessi dello Stato e della Chiesa, e però non trasmodò mai troppo nel nepotismo. Le sue vie, le sue mire, il suo carattere impetuoso, violento, erano affatto contrari a quelli dei Borgia. Pure sapeva a tempo simulare e dissimulare, e non aveva avuto scrupolo alcuno di trattare col Valentino per la propria elezione, promettendo di farlo Gonfaloniere della Chiesa, lasciargli governar la Romagna, far sposare la figlia di lui con Francesco Della Rovere, prefetto di Roma. Sebbene però egli non fosse proprio deliberato a violare queste promesse, era ben altro che deciso a mantenerle. Tutto dipendeva dal vedere se il Duca poteva, per un po' di tempo almeno, essere utile strumento ai disegni del Papa, che erano di respingere i Veneziani dalla Romagna, dove s'avanzavano. Prima o poi doveva consegnare le fortezze che ancora si tenevano per lui, qualunque fossero le promesse fatte o le speranze date; giacchè l'interesse generale della Chiesa non poteva cedere dinanzi ad alcun riguardo umano. In questi propositi Giulio II era saldo e deliberato, ed il suo carattere era tale, che nulla poteva ormai farlo deviare. Lo stato delle cose s'andò quindi rapidissimamente complicando; con questo Papa anzi cominciò addirittura un'epoca nuova, non solamente in Italia, ma in Europa. Ha perciò tanto maggiore importanza la nuova legazione del Machiavelli, che allora appunto fu spedito a Roma.

CAPITOLO VII.

I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani. — Legazione a Roma. — Gli Spagnuoli trionfano nel Reame. — Seconda legazione in Francia. — Si ripiglia la guerra di Pisa. — Vani tentativi per deviare l'Arno. — Decennale Primo. — Uno scritto perduto.

(1503-1504)

Quando a Roma seguivano i fatti da noi ora descritti, Firenze teneva l'occhio rivolto a quello che accadeva negli Stati già appartenuti al Valentino, coi quali essa confinava. Ciò che più di tutto voleva evitare era l'avanzarsi dei Veneziani, che aspiravano sempre alla Monarchia d'Italia. E però il Machiavelli, per ordine e in nome dei Dieci, scriveva ai commissarî e podestà, che favorissero la Chiesa o il ritorno degli antichi Signori o quello del Duca stesso, secondo la piega che gli avvenimenti pigliavano, pur di chiudere la porta a Venezia.[653] Nè si tralasciasse di considerare, se non fosse possibile profittare del generale trambusto, impadronendosi per conto proprio di qualche terra vicina: si raccomandava però sempre di farlo con molta prudenza, e senza esporre la Repubblica a conseguenze pericolose. In questo senso i Dieci scrivevano al commissario Ridolfi per Citerna, Faenza, Forlì, dichiarandosi pronti a spendere, per avere quest'ultima terra, sino a 10,000 ducati. Ma aggiungevano al solito che, non avendo la Repubblica forze sufficienti a fare imprese ardite, bisognava, ad eccezione dei Veneziani, favorire in ogni caso chiunque avesse maggiore probabilità di fortunato successo.[654] Mentre però si discuteva se conveniva impadronirsi di Forlì, v'entrò invece il signor Antonio Ordelaffi, il quale fu bene accolto dalle popolazioni, e dichiarò subito di rimettersi tutto alla protezione dei Fiorentini. Questi allora non seppero più come regolarsi. Non potevano convenientemente ricusargli protezione; ma non si sentivano in forze da difenderlo contro la Chiesa e contro il Valentino, che facilmente lo avrebbero assalito. Ricorsero quindi al ripiego d'invitarlo a Firenze, dicendo che ivi starebbe più sicuro, e che avevano da trattare con lui faccende di importanza. Nello stesso tempo il Machiavelli scriveva al commissario in Castrocaro: «Questa venuta farà sollevare gli animi dei Forlivesi, e insospettire le genti del Duca. Ai primi dirai che lo abbiamo fatto venire per aiutarlo meglio; ai secondi, invece, che lo abbiamo chiamato per vantaggio del Duca, e per chiudere quella porta aperta ai Veneziani, togliendo loro di mano uno strumento. E così verrai bilanciando la cosa per farci guadagnare tempo. Bisogna però governare con destrezza e segretamente questo maneggio, e colorirlo in modo che nessuna delle parti s'avvegga d'essere aggirata o tenuta in pratica.»[655] Un così continuo e misero tergiversare era ciò che più di tutto disgustava il Machiavelli, che vi si trovava, per obbligo d'ufficio, costretto, e lo spingeva sempre più ad un'esagerata ammirazione per la condotta di uomini come il Valentino, i quali, senza riguardi umani nè divini, andavano diritti al loro fine.

Per buona fortuna egli fu presto levato da siffatta tortura, giacchè il 23 ottobre ebbe le istruzioni e l'ordine di recarsi a Roma, con lettere di raccomandazione a molti cardinali che doveva visitare, specialmente al cardinal Soderini, che trattava colà i principali affari della Repubblica, e dal quale egli doveva dipendere.[656] Era mandato a far condoglianze per la morte di Pio III; a raccogliere tutte le notizie che poteva, durante il Conclave, ed ancora a concludere, mediante il cardinale di Rouen, una condotta con G. P. Baglioni. Questa si faceva in nome dei Fiorentini, ma tutta nell'interesse ed a servizio della Francia, per bilanciare il danno da essa risentito a causa dell'abbandono degli Orsini, che insieme coi Colonna s'erano uniti a Consalvo di Cordova, appena che l'amicizia del Valentino era stata accettata dai Francesi. Come era naturale, la condotta fu subito conclusa, ed il Baglioni s'apparecchiò senza indugio a partire, per riscuotere il danaro in Firenze, che s'era impegnata a pagarlo coi 60,000 ducati dovuti alla Francia «per conto della protezione.»[657] Al quale proposito il Machiavelli scriveva di lui, «che anch'egli era come gli altri che saccheggiano Roma, i quali sono più ladruncoli che soldati, e vengono cercati più pel nome e le amicizie che hanno, che pel loro valore o per gli uomini di cui dispongono. Obbligati come sono alle proprie passioni, le alleanze fatte con essi durano fino a quando non torna loro l'occasione d'offendere, e però chi li conosce cerca solo di temporeggiarli.»[658]

Del resto gli avvenimenti mutarono subito lo scopo e l'indole di questa legazione. Al giungere del Machiavelli in Roma, già erano in sul finire quegli scandalosi maneggi coi quali, secondo che scriveva l'ambasciatore veneto, i voti s'erano contrattati non a migliaia, ma a diecine di migliaia di ducati, chè «ormai non è differenzia dal papato al soldanato, perchè plus offerenti dabitur[659] Il cardinale Giuliano Della Rovere aveva così guadagnato rapidissimamente terreno, ed essendogli, come già dicemmo, riuscito, mercè le promesse fatte al Valentino, di avere il favore dei cardinali spagnuoli, era sicuro del fatto suo. Gli animi erano però sempre assai agitati, e grandissimo il disordine nella città, a segno tale che un servitore di quel cardinale, la sera del 31 ottobre, fu accompagnato da venti uomini armati, nell'andare a casa del Machiavelli. Tuttavia questi scriveva la sera stessa, che l'elezione era omai sicura. Il giorno seguente, infatti, radunatosi il Conclave, veniva proclamato il nuovo Papa, che prese subito il nome di Giulio II, e senza esitare strinse con mano fermissima le redini del governo. Così ora non si trattava più di pensare a raccogliere e trasmettere notizie intorno al Conclave; ma sorgevano invece due altre questioni assai più gravi. Che cosa il Papa intendeva fare del Valentino, cui aveva tanto promesso? Che condotta voleva tenere di fronte a Venezia, la quale già si dimostrava deliberata ad avanzarsi in Romagna?