E due erano gli uomini, che con maggiore diligenza e penetrazione le esaminavano: il Machiavelli ed il Giustinian. Questi però, come era naturale, s'occupava assai meno dell'affare del Valentino, di cui la sua Repubblica poco temeva. Fin da quando sentì parlare delle promesse, che gli faceva colui che stava per essere eletto Papa, era andato con grande accortezza a scrutarne l'animo. E gli fu risposto: «Fate che l'elezione riesca, e non dubitate. Voi vedete la miseria, in cui ci ha condotto la carogna che dopo sè ha lasciato papa Alessandro, con questo gran numero di cardinali. La necessità costringe gli uomini a fare quello che non vogliono, finchè dipendono da altri; ma, una volta liberati, fanno poi in diverso modo.»[660] Il Giustinian non ebbe dopo ciò bisogno d'altre spiegazioni, nè più si occupò del Valentino, anzi ripetutamente da lui pregato che venisse a trovarlo, non volle andare, per non crescergli importanza.[661] Invece scrutava, con una riserva e costanza maravigliose, i più segreti pensieri del Papa circa l'avanzarsi dei Veneziani, e ne ragguagliava il suo Governo con una diligenza insuperabile. Egli si era subito avvisto che i primi segni di benevolenza e le prime incertezze del Papa erano solo apparenti ed illusorie, essendo questi deciso a mettere a repentaglio la tiara e la pace d'Europa, per riprendere le terre, che, secondo lui, appartenevano alla Chiesa. E così, prima che si manifestino ad altro occhio umano, noi vediamo i germi della Lega di Cambray nei dispacci del veneto ambasciatore, che invano dava consigli di prudenza al suo Governo, ed invano cercava calmare l'animo irritato e fiero del Papa. Diversa assai apparisce di fronte a questi fatti la condizione del Machiavelli. I Fiorentini erano sopra ogni altra cosa impazientissimi di vedere Giulio II dichiararsi nemico dei Veneziani. Le necessarie riserve da lui usate alle prime notizie dell'avanzarsi di costoro, venivano da essi interpetrate non solo come segni d'imperdonabile freddezza; ma quasi come una prova che egli fosse contento, e forse andasse d'accordo, per impedire così il ritorno del Valentino. Il Machiavelli perciò veniva dai Dieci spronato a destare con ogni arte gelosia e odio contro Venezia; ma ben presto egli si dovette avvedere che la cosa era assai facile, perchè i primi accenni del passionato e deliberato sdegno del Papa non tardarono a manifestarsi. Invece doveva tener d'occhio il Valentino, il quale, quando fosse andato in Romagna, avrebbe dovuto passare per la Toscana, il che non sarebbe stato un piccolo malanno per la Repubblica. Egli poi non aveva come il Giustinian molto frequenti occasioni d'avvicinare il Papa, e quindi non sapeva quale fosse veramente l'animo di lui verso un uomo che aveva molto odiato, ma a cui aveva pure molto promesso.
L'importanza di questa legazione, per quel che risguarda la vita del Machiavelli, viene dal trovarsi egli, dopo breve tempo, nuovamente in presenza del Valentino, caduto dal potere e dalla fortuna in cui lo aveva la prima volta veduto. Infatti ora ne scrive e ragiona con una indifferenza ed un freddo disprezzo, che ha scandalezzato moltissimi, i quali vollero in ciò vedere non solo una flagrante contradizione con quanto aveva scritto di lui altra volta; ma anche la prova di un animo basso, che sapeva ammirare solo il prospero successo e la buona fortuna, pronto a calpestare il proprio eroe appena lo vedeva caduto. Questo falso giudizio però non è altro che la conseguenza naturale del precedente errore, commesso nel voler dare all'ammirazione del Machiavelli pel Valentino un significato ed un valore che non potevano avere. Anche presso un capo di briganti, che fosse stato assai audace ed accorto, tale da saper mettere a soqquadro tutto un paese e dominarlo, il Machiavelli ne avrebbe ammirato l'accortezza ed il coraggio, senza lasciarsi spaventare da qualsiasi azione più sanguinosa e crudele. Ne avrebbe anzi potuto formare nella propria fantasia una specie d'eroe immaginario, lodandone la prudenza e la virtù, nel senso che a questa parola dava il Rinascimento italiano. E tutto ciò per la natura del suo ingegno, per l'indole dei tempi, ed anche, se vuolsi, per la freddezza del suo cuore, non punto cattivo, ma neppur sempre riscaldato da troppo ardenti entusiasmi pel bene. Se però avesse più tardi ritrovato il medesimo brigante, caduto dalla prima fortuna, ritornato nella vita privata, e si fosse visto dinanzi l'uomo, avvilito ed abbietto, nella sua ributtante ed immorale mostruosità, egli, seguendo sempre lo stesso esame impassibile della realtà, senza punto esitare e senza punto temere di contradirsi, lo avrebbe descritto e giudicato quale veramente lo vedeva ed era. Non molto diverso dobbiam credere che fosse allora lo stato del suo animo di fronte al Valentino; e la contradizione non è perciò ne' suoi giudizî, ma in quelli di chi volle attribuirgli opinioni, virtù o vizi che non ebbe mai.
Intanto molte e molto varie erano le voci che correvano sulle intenzioni del Papa, a proposito delle promesse fatte. Non voleva mantenerle, e non voleva passare per violatore della fede, accusa da lui tante volte lanciata ai Borgia. E il Duca dall'altro lato, scriveva il Machiavelli, trasportato sempre «da quella sua animosa confidenza, crede che le parole d'altri sieno per essere più ferme che non sono sute le sue, e che la fede data de' parentadi debba tenere.»[662] Il 5 novembre le lettere dei Dieci narravano come Imola s'era ribellata dal Valentino, e i Veneziani s'avanzavano verso Faenza. Il Machiavelli recò queste notizie prima al Papa, che le ascoltò senza turbarsi, e poi ad alcuni cardinali, cui disse che, andando di questo passo, Sua Santità si ridurrebbe ad essere il cappellano dei Veneziani. Si presentò quindi al Duca, che subito si turbò sopra modo, e si dolse amaramente dei Fiorentini, i quali, egli diceva, con cento uomini avrebbero potuto assicurargli quegli Stati, e non lo avevano fatto. «Giacchè Imola è perduta, Faenza assalita, egli dice che non vuol più raccogliere gente, nè essere uccellato da voi: metterà tutto quello che gli resta, in mano dei Veneziani. Così crede che vedrà presto rovinato lo Stato vostro, e sarà per ridersene, avendo i Francesi tanto da fare nel Reame, che non potranno aiutarvi.» «E qui si distese con parole piene di veleno e di passione. A me non mancava materia di rispondergli, nè anco mi sarebbe mancato parole; pure presi partito di andarlo addolcendo, e più destramente ch'io posse' mi spiccai da lui, che mi parve mill'anni.»[663] Lo stato delle cose era adesso totalmente mutato da quello d'una volta; il Duca non aveva più la forza a suo comando; si trattava solo di ragionare e discutere, ed in ciò il Machiavelli sentiva tutta la propria superiorità sul suo interlocutore, che altra volta gli era apparso tanto maggiore.
A Roma si trattavano adesso i più grandi affari diplomatici e politici del mondo: quelli della Francia e della Spagna, che erano i più importanti in Europa; le faccende della Romagna; le fazioni dei baroni nel Reame e nello Stato della Chiesa. Ma il Papa, obbligato a tutti per la sua elezione, non avendo ancora raccolto proprie forze o danari, non poteva decidersi a favorire alcuno. «Conviene di necessità che giocoli di mezzo, infino a tanto che i tempi e la variazione delle cose lo sforzino a dichiararsi, o che sia in modo rassettato a sedere, che possa, secondo lo animo suo, aderire a fare imprese.» «Nessuno capisce che cosa voglia fare col Valentino: lo spinge a partire, ha scritto e fatto scrivere a VV. SS. che gli diate il salvocondotto, ma non si cura poi che lo abbia davvero.[664] Questi s'apparecchia a prendere la via di Porto Venere o Spezia, e di là per la Garfagnana e Modena, in Romagna. Le sue genti, che sono 300 cavalli leggieri e 400 fanti, passerebbero per la Toscana, avuto il salvocondotto da VV. SS., verso cui si dimostra ora tutto benigno. Ma chi si può fidare della sua amicizia, massime ora che egli stesso non sembra sapere che cosa voglia? Il cardinal di Volterra lo ha trovato» «vario, inresoluto e sospettoso, e non stare fermo in alcuna conclusione, o che sia così per sua natura, o perchè questi colpi di fortuna lo abbino stupefatto, e lui, insolito ad assaggiarli, vi si aggiri drento.» Il cardinal d'Elna[665] ha detto che «gli pareva uscito di cervello, perchè non sapeva lui stesso quello si volesse fare, sì era avviluppato e irresoluto.»[666]
Il nome del Valentino poi era così odiato dalla generalità dei cittadini in Firenze, che, nonostante le raccomandazioni, certo non molto calde, del cardinal Soderini e del cardinal di Roano,[667] portata nel Consiglio degli Ottanta la proposta del suo salvocondotto, sopra 110 votanti ve ne furono 90 contrarî.[668] Ed al ricevere questa notizia, Sua Santità, alzando il capo, disse al Machiavelli, che andava bene così e che era contento; laonde questi scriveva: «si vede chiaro che vuol levarselo dinanzi, senza parere di mancare alla fede, e quindi non si cura punto di quel che altri faccia contro di lui.»[669] Ben diversa naturalmente doveva essere l'impressione prodotta nell'animo del Duca, il quale, appena vide il Machiavelli, andò in furore, dicendo che aveva già inviato le sue genti, che era per montare in acqua, e non voleva più aspettare. L'oratore cercò calmarlo col promettergli di scrivere a Firenze, dove anche il Duca poteva spedire un suo uomo, e qualcosa di buono si sarebbe certo concluso. Ma ai Dieci scriveva invece d'aver parlato così per calmarlo, e perchè esso minacciava che, ove non si concludesse subito, si sarebbe gettato ai Pisani, ai Veneziani, al diavolo, pur di far loro male. «Venendo il suo uomo, VV. SS. potranno trascurarlo e governarsene come parrà loro. Quanto alle genti che sono già partite, 100 uomini d'arme e 250 cavalli leggieri, cercheranno intendere di loro essere, e, quando paia a proposito, opereranno che le si svaligino in qualche modo.»[670] Il Valentino partiva per Ostia con 400 o 500 persone, secondo la pubblica voce, la quale faceva ascendere a 700 i cavalli in via per la Toscana,[671] e il vescovo di Veroli li aveva preceduti, recandosi a Firenze con una lettera di raccomandazione, firmata dal cardinal Soderini, e scritta di mano del Machiavelli,[672] che subito ne inviava direttamente un'altra, con cui avvertiva che erano lustre per addormentare e mandar via il Duca. Potevano regolarsi come volevano.[673]
Ora però le cose si complicavano, perchè arrivava la notizia che i Veneziani avevano preso Faenza, e non molto dopo che avevano acquistato Rimini, per accordo col Malatesta. Il Machiavelli allora, con un linguaggio veramente profetico, scriveva che questa impresa dei Veneziani «o la sarà una porta che aprirà loro tutta Italia, o la fia la ruina loro.»[674] Infatti qui è il germe della futura lega di Cambray. Il cardinal di Rouen, fieramente alterato, giurava sull'anima sua che, se i Veneziani minacciavano Firenze, il Re lascerebbe tutto per soccorrerla; il Papa dichiarava che, se non mutavano consiglio e non si fermavano, s'accozzerebbe con la Francia, con l'Imperatore, con chiunque, per pensare solo alla loro rovina, come difatti poi fece.[675]
E non potendo più stare alle mosse, se prima aveva tollerato che il Valentino se ne andasse ad Ostia, senza lasciare i contrassegni delle fortezze di Cesena e Forlì, che ancora si tenevano per lui, mandava ora il cardinal di Volterra ed il cardinal di Sorrento, perchè se li facessero dare in ogni modo, avvertendolo che altrimenti Sua Santità lo avrebbe fatto arrestare, e dato ordine che fossero svaligiate le genti di lui. Infatti, essendo essi tornati senza aver potuto nulla concludere, spedì subito l'ordine al comandante delle navi in Ostia, che s'impadronisse del Duca; e scrisse a Siena ed a Perugia, perchè ne svaligiassero le genti, e, potendo, gli mandassero prigioniero don Michele che le comandava.[676] Tutto ciò fece correr la voce che Cesare Borgia era stato gettato addirittura nel Tevere, cosa a cui il Machiavelli non prestava piena fede, aggiungendo però: «Credo bene che quando non sia, che sarà.... Questo Papa comincia a pagare i debiti suoi assai onorevolmente, e li cancella con la bambagia del calamaio; e poichè gli è preso (il Duca), o vivo o morto che sia, si può fare senza pensare più al caso suo....[677] Vedesi che i peccati sua lo hanno a poco a poco condotto alla penitenza: che Iddio lasci seguire il meglio.»[678] Ecco un esempio di quel linguaggio che tanto scandalezza coloro i quali, dopo aver fatto del Machiavelli non solo un cieco ammiratore, ma quasi un consigliere ed un agente segreto del Valentino, si debbono maravigliare, non possono comprendere che ne parli ora con così freddo disprezzo, e trovano quindi in ciò materia di nuove accuse contro di lui. Ma la condotta del Valentino in questi giorni apparve a tutti, quale veramente era, bassa, inconseguente, spregevole. Invece di difendere colla spada i male acquistati dominî, divenuto umile ed incerto, fidava solo nei più volgari intrighi. Non è questi più l'uomo che il Machiavelli aveva ammirato e lodato. E per quanto il suo presente linguaggio paia cinico a coloro che lo vogliono, in ogni modo, o troppo lodare o troppo biasimare, assai diverso era il giudizio dei contemporanei. A Firenze egli veniva invece accusato di voler sempre fare gran caso del Duca, al che i meno benevoli aggiungevano ancora la derisione e perfino la calunnia. «Voi,» dice una lettera del Buonaccorsi, «nell'universale ne siete uccellato, scrivendo di lui gagliardo; nè è chi manchi di credere, che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi.»[679]
Cesare Borgia intanto, accompagnato dalla guardia del Papa, arrivava il 29 novembre per il Tevere, sopra un galeone, fino a San Paolo, donde la sera entrò in Roma. «Le SS. VV.,» scriveva il Machiavelli, «non hanno a pensare per ora dove possa spelagare. Le genti partite con lui son tornate alla sfilata, quelle venute con don Michele in costà, non la faranno molto bene.»[680] Il primo dicembre infatti arrivava la notizia che esse, inseguite dai Baglioni e dai Senesi, erano state disfatte e svaligiate, e don Michele, preso dalle genti di Castiglion Fiorentino, mandato prigioniero a Firenze. Il Papa ne fu lietissimo, e voleva averlo nelle mani, per «scoprire tutte le crudeltà di ruberìe, omicidî, sacrilegi e altri infiniti mali, che da undici anni in qua si sono fatti a Roma contro Dio e gli uomini. A me disse sorridendo, che voleva parlargli, per imparare qualche tratto da lui, per saper meglio governare la Chiesa. Spera che voi glielo mandiate, ed il cardinal di Volterra gliene ha dato ferma speranza, e conforta quanto e' può le SS. VV. a fargliene un presente, come di uomo spogliatore della Chiesa.»[681] Il Duca, come era naturale, ne restò sempre più avvilito nelle stanze del cardinal di Sorrento, dove alloggiava. Non per questo però mutava modo. Aveva finalmente dato i contrassegni a Pietro d'Oviedo, che doveva partire con essi, per far cedere le fortezze; ma chiedeva dal Papa assicurazioni per le terre di Romagna, e che il cardinal di Rouen gli guarentisse in iscritto queste assicurazioni. Ma mentre che egli «sta così in sul tirato,» scriveva il Machiavelli, «e pretende guardarla pel sottile, il Papa, sicuro del fatto suo, lascia correre e non vuole sforzarlo. Credesi però che, senza altra assicurazione, il D'Oviedo parta domani;» «e così pare che a poco a poco questo Duca sdruccioli nello avello.»[682]
È inutile ora fermarsi a raccontare come il D'Oviedo partisse; come venisse in Romagna impiccato da uno dei comandanti delle fortezze, che non volle cedere, perchè il suo signore era sempre in potere del Papa, e come questi avesse finalmente le fortezze, ed il Valentino, da tutti abbandonato, andasse a Napoli, dove Consalvo di Cordova lo prese prigioniero, e lo mandò nella Spagna. Sono cose molto note, ed estranee al soggetto di questa narrazione. Importa invece ricordare un ultimo fatto, che illustra assai bene la condotta del Valentino in questi giorni, gettando una luce sinistra sul suo carattere. Egli, che aveva così iniquamente tradito il povero duca Guidobaldo d'Urbino, inseguendolo, cercandolo a morte, volendolo costringere a sciogliere il matrimonio come impotente, a rinunziare al proprio Stato di cui già lo aveva spogliato, ed a farsi prete, come più volte ripetè, aggiungendo che senza questo non li darìa uno suspiro,[683] adesso invece chiedeva, supplicava, come «una grazia speciale,» d'essere ricevuto dal duca Guidobaldo, che da Urbino era venuto a Roma, dove trovavasi in assai buoni termini col Papa. Guidobaldo, sdegnato e disgustato, come era naturale, ricusava di vederlo; ma pure cedè finalmente alle intercessioni di Sua Santità. Il Valentino, scrive un testimone oculare, entrò con la berretta in mano, e s'avanzò facendo due volte umile riverenza, trascinandosi con le ginocchia per terra, fino al duca d'Urbino, che sedeva nell'anticamera dei pontefici sopra una specie di letto. Questi, al vederlo in tale posizione, mosso da un sentimento di dignità e quasi di rispetto per sè stesso, si levò e lo fece con le proprie mani alzare e sedere accanto a sè. Chiese il Valentino umilmente perdono del passato, «incolpando la gioventù sua, li mali consigli suoi, le triste pratiche, la pessima natura del Pontefice, e qualche uno altro che l'haveva spinto a tale impresa, dilatandosi sopra el Pontefice, e maledicendo l'anima sua.» Promise di restituirgli la roba rubata, salvo alcuni «panni troiani» dati al cardinale di Rouen, e qualche altra cosa che più non aveva. Guidobaldo rispose poche parole cortesi, ma tali che l'altro «remase pauroso assai e bene chiarito.»[684] Nonostante, continuò con tutti nella stessa petulante e bassa umiltà, come apparisce dal seguito della citata lettera e dai dispacci dei varî ambasciatori italiani a Roma. Possiamo noi dunque maravigliarci, che il Machiavelli sentisse ora per la persona del Valentino un freddo disprezzo, e cercasse quasi cancellar dalla sua memoria il presente spettacolo, per non perdere la reminiscenza delle osservazioni già fatte, e delle idee che altra volta gli erano state suggerite dallo stesso individuo in condizioni ben diverse?
La legazione può dirsi adesso quasi finita. Il Machiavelli si trattenne qualche giorno di più in Roma, impedito di partire da una tosse allora prevalente colà, e dalle premure del cardinal Soderini, che mal volentieri si separava da lui. In questo mezzo continuò a trasmettere le notizie che raccoglieva alla giornata. Annunziò la presa d'un segretario, che si riteneva avesse, per ordine di Alessandro VI, avvelenato il cardinale Michiel, e che si diceva ora sarebbe perciò stato pubblicamente arso;[685] continuò, come aveva fatto sempre, a dare le notizie che correvano sulla guerra nel Reame, e scritta qualche altra cosa del Valentino, che ormai era come prigione, mandava la sua ultima lettera in data del 16 dicembre, e partiva per Firenze con una del cardinal Soderini, la quale faceva di lui i più alti elogi alla Repubblica, come uomo di fede, diligenza e prudenza senza pari.[686]