Durante la sua dimora in Roma, il Machiavelli aveva mandato sempre notizie incerte e contradittorie sulla guerra che seguiva allora fra gli Spagnuoli ed i Francesi, i quali si trovavano accampati da una parte e dall'altra del Garigliano, su terreni paludosi, sotto piogge continue. Fino alla sua partenza, infatti, non era seguìto nulla di veramente decisivo, e non v'erano che voci sempre diverse. Ma egli non era appena giunto a Firenze, che arrivò la notizia di quella che si chiamò la rotta del Garigliano, seguìta nella fine del dicembre, e che fu pei Francesi una vera catastrofe. Il loro esercito venne disperso e distrutto; i loro migliori capitani uccisi, prigionieri o fuggiaschi; il Reame ormai fu tutto nelle mani degli Spagnuoli. Fra le tante notizie arrivate allora a Firenze, ve ne fu una che rallegrò assai la Città: Piero de' Medici, che seguiva l'esercito francese, era rimasto, come altri non pochi, affogato nel Garigliano, mentre cercava passarlo in una barca. L'essere finalmente liberati da questo tiranno odioso e spregiato, era però un piccolo compenso di fronte alla gravità dei nuovi pericoli che ora appunto minacciavano la Repubblica. A molti pareva già di vedere il gran capitano Consalvo, alla testa del suo esercito vittorioso, avanzarsi fino in Lombardia, per cacciare addirittura dall'Italia i Francesi. Che sarebbe stato allora di Firenze? Sape vasi che Consalvo favoriva i Pisani. E quale animo poteva mai essere il suo verso la più fida alleata di Francia nella Penisola?

Per tutte queste ragioni il Machiavelli, quasi non aveva ancora ripreso il suo ufficio in Firenze, che fu per la seconda volta, spedito in Francia, dove era già ambasciatore residente Niccolò Valori. Le istruzioni, in data 19 gennaio 1501, firmate da Marcello Virgilio, dicevano: «Anderai a Lione presso il nostro oratore Niccolò Valori e presso la Maestà del Re, per far loro conoscere lo stato delle cose di qua; vedere in viso le provvisioni che fanno i Francesi, e scrivercene subito, dando il giudizio tuo. E quando non ti paiano sufficienti, farai bene intendere, che noi non siamo in grado di mettere insieme tante forze da poterci difendere; e però saremmo costretti di volgerci altrove, per cercare la salute nostra donde si può averla, non ci restando altro che questa piccola libertà, la quale ci conviene salvare con ogni industria. Nè ti contenterai di grandi promesse e disegni, ma farai capire che occorrono aiuti effettivi ed immediati.»[687] Oltre di ciò, essendo stata rotta la condotta del Baglioni, doveva sollecitar qualche provvedimento anche per questo verso.

Il Machiavelli partì subito, ed il 22 gennaio 1504 scriveva da Milano, che il signore di Chaumont non credeva che Consalvo fosse per venire innanzi, e affermava che in ogni caso il Re avrebbe saputo difendere i suoi amici, ed egli stesso gli avrebbe scritto, perchè si fermasse la condotta col Baglioni, e s'aiutasse la Repubblica a fare amicizia «con questi spicciolati d'Italia;» quanto ai Veneziani «li farebbero attendere a pescare.» Altri gli assicuravano invece che il re di Francia si trovava senza danari, con poche genti e sparse in più luoghi, mentre «i nemici erano in sulla sella, freschi e «in sulla vittoria.»[688] Il 26 il Machiavelli arrivava a Lione, ed il 27 si presentava col Valori al cardinale di Rouen, cui parlò assai vivamente, esponendo lo stato delle cose e la necessità d'immediati provvedimenti. Le risposte erano sempre vaghe e tali da non soddisfare; ma ad un tratto si vide che l'orizzonte abbuiato rapidamente si rischiarava. La Spagna, sebbene avesse ottenuto una straordinaria vittoria, non s'era lasciata ubriacare dalla prospera fortuna, e cercava consolidare quello che aveva conquistato, piuttosto che slanciarsi in nuove e pericolose imprese. Essa prestava perciò facile ascolto alle proposte di tregua fatte dalla Francia, la quale non poteva negli accordi dimenticare i Fiorentini, che così vedevano inaspettatamente dileguarsi i temuti pericoli. Una tregua di tre anni fu infatti firmata a Lione il dì 11 febbraio. Gli Spagnuoli restavano per ora padroni del Reame, le buone relazioni venivano ristabilite temporaneamente fra i due potentati, e i Fiorentini erano inclusi nella tregua come amici della Francia. Subito il Valori ne dava notizia ai Dieci; ed ora al Machiavelli non restava da fare altro che apparecchiarsi a partire. Il 25 febbraio, infatti, egli scriveva che, appena giunta la notizia della tregua, era stato in sulle staffe per tornarsene, come fece dopo qualche giorno, essendo trattenuto solo per affari di poco momento dal Valori. Questi faceva di lui moltissimo conto; ne lodava ai Dieci lo zelo e l'intelligenza; si valse molto de' suoi consigli; ma pure continuò sempre a tenere da sè la corrispondenza diplomatica, e così in tutta questa Legazione non troviamo che tre lettere del Machiavelli, fra le quali solo quella scritta da Milano è notevole.[689]

Tornato questi a Firenze, venne il 2 di aprile mandato a Piombino, per dare a quel Signore assicurazioni di sincera amicizia da parte della Repubblica, e metterlo in diffidenza contro i Senesi.[690] Al solito gli ordinavano di esaminare attentamente quale fosse l'animo di lui e di chi lo avvicinava, per poi riferirne, come fece, quando fu di nuovo in Firenze. E dopo ciò ricominciarono più fitti che mai gli affari della cancelleria, ripigliandosi con nuovo zelo la guerra di Pisa.

Il Soderini aveva ora preso animo, e cominciava un poco a fare di sua testa; il Machiavelli, che aveva gran potere su di lui, lo secondava per meglio dominarlo. L'ufficio di Gonfaloniere perpetuo toglieva naturalmente importanza a tutti gli altri, nei quali si rimaneva assai poco, e vi entravano perciò uomini di minore autorità, che lasciavano mano sempre più libera a colui che era il capo effettivo dello Stato, ed al quale un'amministrazione assai economica dava, dopo il tanto profonder danari, sempre maggior credito appresso gli uomini prudenti. Per il che egli otteneva facilmente dalla Pratica, dagli Ottanta e anche dal Consiglio Maggiore quello che voleva, sebbene non mancassero già le gelosie contro di lui, ed anche contro del Machiavelli, nel quale egli aveva riposto pienissima fiducia.[691] In ogni modo si fermarono le condotte con G. P. Baglioni, Marcantonio Colonna e con altri capitani più o meno reputati, per 50, per 100 o più uomini d'arme ognuno. Si assoldarono 3000 fanti per dare il guasto.[692] Era allora commissario di guerra il Giacomini, che incominciò subito le operazioni militari. Nel maggio uscì a dare il guasto a San Rossore, e tutto fu compiuto in quattro giorni; lo stesso fece in val di Serchio, e poi subito prese Librafatta. Si assoldarono tre galee, che furono assai utili ad impedire l'arrivo di vettovaglie ai nemici, ed intanto egli eseguì varie scorrerìe nel Lucchese, per fare vendetta degli aiuti che di là venivano sempre ai Pisani. A lui scrivevano il dì 1º luglio i Dieci, per mezzo del Machiavelli, rallegrandosi di ciò che aveva compiuto, ed invitandolo a far ben capire, essere egli deliberato ad operare in modo che i Lucchesi «non presumino rinfrescare di un bicchiere d'acqua i Pisani; e perchè sai che da essi li è mantenuto loro la vita in corpo, hai fatto fermo pensiero che non vada più così, e sarai per andarli a trovare fin dentro in Lucca.»[693]

Ma tutto ciò non aveva nulla d'insolito. Se non che era entrata ora nella testa del Soderini un'idea assai infelice, nella quale egli ed il Machiavelli s'erano riscaldati stranamente, contro il parere delle persone più competenti. Trattavasi nientemeno che di deviare l'Arno presso Pisa, gettandolo in uno stagno vicino a Livorno, per lasciare a secco quella città, e toglierle ogni comunicazione col mare. Consultati i maestri d'acqua, dissero che con 2000 operai e certa quantità di legname, poteva farsi una pescaia, la quale avrebbe fermato il corso del fiume, deviandolo e gettandolo nello stagno, per mezzo di due fossi a questo fine cavati, e di là poi nel mare. Bastavano 30,000 o 40,000 giornate di lavoro. Portata la cosa dai Dieci nella Pratica, non fu consentita, parendo «più tosto ghiribizzo che altro.»[694] Ma il Gonfaloniere allora la girò per tante vie che ne venne a capo, e fu deliberata. Il 20 agosto Niccolò Machiavelli scriveva una lunga lettera al Giacomini, comunicandogli la risoluzione presa, ed ordinandogli di metter mano ai necessari provvedimenti per eseguirla, d'accordo con Giuliano Lapi e Colombino, mandati espressamente.[695] La cosa non persuadeva punto nè al Bentivoglio, nè al Giacomini. Il primo con la penna in mano dimostrava che, avendosi in tutto a cavare 800,000 braccia quadre di terreno, occorrevano 200,000 opere almeno, e poi non si sarebbe concluso nulla.[696] Il Giacomini, pur dichiarandosi, come doveva, pronto ad eseguire gli ordini avuti, scriveva: «Vedranno VV. SS. che ci nascerà grandissime difficultà ogni giorno, e che la tanta facilità monstrasi, resterà inferiore.»[697] Anch'egli in tutto ciò non vedeva altro che una perdita di danaro e di tempo, con l'obbligo di stare a guardare gli operai, senza poter fare intanto altre fazioni di guerra. Ed essendo uomo di poca pazienza, ben presto, tolta occasione dalle febbri che davvero lo avevano ridotto a mal partito, chiese con lettera del 15 settembre licenza, che gli fu concessa il giorno seguente, inviando i Dieci a succedergli Tommaso Tosinghi.[698]

Il Machiavelli intanto scriveva una serie interminabile di lettere per dirigere i lavori. Si ordinava a tutti i Comuni l'invio al campo di zappatori per fare i fossi; si ordinava il mettere soldati a guardia per difendere i lavori; si mandavano maestri d'ascia per la pescaia; si facevano venire maestri d'acqua da Ferrara: non si posava mai.[699] Il lavoro dei due canali che dovevano essere profondi sette braccia, e larghi, l'uno 20, l'altro 30, procedeva rapidamente; ma più rapida ancora procedeva la spesa, non essendosi con 80,000 opere anche a mezzo dell'impresa. E quel che era peggio, ben presto cominciarono gravi dubbi sulla possibile riuscita; giacchè, fatta, durante una piena, entrar l'acqua nel primo dei fossi che era già compiuto, ritornò tutta in Arno cessata che fu la piena.[700] Si affermava che la pescaia, fermando il corso del fiume, ne avrebbe rialzato il letto; ma si vide poi che, dovendola costruire a poco per volta, si restringeva il corso delle acque, che subito procedevano più rapide, e quindi invece lo abbassavano. Si rispondeva che l'inconveniente sarebbe cessato una volta compiuto il lavoro, e intanto i soldati restavano oziosi a far guardia agli operai.

Il Soderini tuttavia non si dava per vinto, ma, portata la cosa prima nella Pratica e poi nel Consiglio degli Ottanta, fece deliberare che si continuasse, e così fu scritto al Tosinghi il 28 e 29 settembre.[701] Tuttavia ben presto si cominciò a desiderar solamente, che la spesa già fatta di 7000 ducati non riuscisse del tutto inutile, operando in modo che i fossi, allagando il paese, servissero almeno ad impedire l'avanzarsi dei Pisani.[702] Si mandò poi fuori un bando, che fu letto sotto le mura di Pisa, e diceva che i Signori avevano dal Consiglio Maggiore ottenuto di poter perdonare coloro che, uscendo da quella città, si dichiarassero obbedienti alla Repubblica.[703] Ma anche questo riuscì male, perchè i Fiorentini speravano così di levar forze ai Pisani, e questi ne profittarono invece per scaricarsi delle bocche inutili, durante la carestìa. Altri si fecero, uscendo, reintegrare nei loro beni, e tornavano poi di nascosto. Fu quindi necessario riscrivere subito a fin di provvedere in modo, che le intenzioni benevole del bando non ne facessero frodare lo scopo.[704] Ma tutto andò rapidamente a rovina in questi giorni. Le navi noleggiate per guardare il mare, erano già naufragate con la morte di 80 uomini; le genti d'arme si dimostravano sempre più scontente; gli operai al sopravvenire delle pioggie andavano via.[705] E sebbene nuovi maestri d'acqua, venuti da Ferrara, uniti con quelli che erano al campo, non dessero la impresa per disperata affatto, pure il 12 ottobre si commetteva al Tosinghi che decidesse egli se bisognava andar oltre, o licenziare l'esercito e sospendere tutto, il che significava che in Firenze ormai mancava ogni fiducia per continuare. Infatti il Tosinghi poco dopo fu richiamato, inviandogli un successore; l'esercito fu licenziato, e i fossi con tanta spesa e fatica condotti, vennero in fretta ripieni dai Pisani. Così ebbe fine la mal consigliata impresa.[706]

In questo momento appunto il Machiavelli si mise a scrivere i primi versi che abbiamo di lui, ed in quindici giorni compose il suo Decennale Primo,[707] che con lettera del 9 novembre 1504[708] dedicò ad Alamanno Salviati, uno degli uomini più autorevoli in Firenze, e del quale si fanno nel Decennale medesimo grandi lodi, sebbene più tardi egli si dimostrasse molto avverso al Machiavelli.[709] In questo breve lavoro noi non possiamo dire di trovar poesia vera, perchè si tratta d'una semplice narrazione storica dei fatti seguìti in Italia nel decennio che incominciò coll'anno 1494. Il racconto procede assai rapido, in terzine semplici e disinvolte, accennando solo i principalissimi avvenimenti, senza tralasciarne alcuno d'importanza, massime in tutto quel che risguarda la storia di Firenze. Di tanto in tanto però scoppia una pungente ironìa, che ravviva coi suoi frizzi la narrazione, e fa singolare contrasto colle espressioni di vero dolore, che non meno spesso sfuggono all'autore.

Egli invoca la Musa, perchè l'aiuti a descrivere le sventure d'Italia, incominciate quando questa si lasciò nuovamente calpestare dalle genti barbariche, così chiama sempre gli stranieri. I Francesi invitati dalle nostre discordie nazionali, percorrono la Penisola, senza che alcuno osi far loro fronte. Solo in Firenze resiste il coraggio di Piero Capponi: