C'è però un punto assai notevole e sostanziale su cui l'attenzione del Machiavelli sembra non essersi mai fermata. Egli, che pure aveva tante volte meditato sulla opportunità di riunire l'Italia, per costituire una forte nazione, non si fermò, nel traversare la Svizzera, sui vantaggi che essa ritraeva dalla Confederazione dei suoi Cantoni. Non si fece mai la domanda: perchè i Comuni italiani non si uniscono in Confederazione? E c'è un altro punto non meno sostanziale su cui non si fermò mai. Nella Svizzera, ed in parte anche nel Tirolo, le popolazioni rurali avevano una parte importantissima nella vita nazionale, e ne accrescevano grandemente la forza. Presso di noi invece erano state da essa affatto escluse, il che fu causa di debolezza dapprima, e più tardi anche della rapida decadenza dei nostri Comuni. Questi sono due punti sui quali i politici italiani non riuscirono mai a portare la loro attenzione.
Ed ora, continuando, il Machiavelli cerca avvicinarsi sempre meglio alla realtà delle cose, e descriverla anche più fedelmente. «La Germania è tutta divisa fra i comuni ed i principi, che sono nemici fra di loro, ed insieme nemici dell'Imperatore, cui non vogliono dar troppa forza, perchè non domi il paese loro come in Francia hanno fatto i re. E questo si capisce da tutti; ma pochi capiscono per qual ragione le città libere della Svizzera si dimostrino così avverse, non solo ai principi ed all'Imperatore, ma anche alle comunità della Germania, con le quali hanno pur comune l'amore della libertà, ed il bisogno di difendersi dai principi. La ragione vera è che gli Svizzeri non sono nemici dei principi e dell'Imperatore solamente, ma anche dei nobili che sono in Germania, non però del loro paese, dove si gode, senza distinzione alcuna d'uomini, fuori di quelli che seggono nei magistrati, una libera libertà. Così avviene che questi gentiluomini fanno ogni opera per tenere le loro comunità divise dalle svizzere. Da un altro lato l'Imperatore, il quale è avversato dai principi, aiuta contro di loro le comunità, che sono il nerbo della Germania; e così essi si trovano deboli, perchè doppiamente combattuti, e perchè i loro Stati si dividono nelle successioni. Se a ciò si aggiungono le guerre dei principi e dei comuni fra loro, di questi con quelli, degli uni e degli altri coll'Imperatore, si capirà come, sebbene sia assai grande la forza di quel paese, venga poi assai indebolita nel fatto.»[95]
Tutte queste considerazioni trovansi, quasi con le stesse parole, così nei Ritratti,[96] che poco altro contengono, come nella seconda metà[97] del Rapporto. Esso però, che è, come vedemmo, quasi una relazione d'ufficio, incomincia col parlar delle condizioni presenti degli affari, e del carattere dell'Imperatore, di cui dice che, non ostante la sua apparente grandezza e potenza, trovavasi difatti poi debolissimo, perchè la Germania, divisa com'era e gelosa, non gli dava mai i danari necessari. «Dicono che i suoi Stati gli rendono 600,000 fiorini d'entrata netti, e che 100,000 gliene rende il suo ufficio imperiale. Ciò basterebbe a pagare molta gente; ma invece, per la sua grande liberalità, egli è sempre senza soldati e senza danari; nè si vede dove questi ne vadano. Prè Luca (il prete Luca dei Renaldi) che è sempre presso di lui, mi disse che l'Imperatore non chiede mai consiglio ad alcuno, ed è consigliato da tutti; vuole fare ogni cosa da sè, e nulla fa a suo modo, perchè quando, non ostante il misterioso segreto in cui sempre s'avvolge, l'andamento delle cose scopre i suoi disegni, egli è subito tirato da chi gli è vicino. Questa sua liberalità e questa facilità lo fanno lodare da molti, ma son poi la sua rovina, perchè tutti ne profittano, tutti lo ingannano. E uno che gli è vicino mi disse che, sebbene una volta avvistosene, non si lascia ingannare di nuovo; pure son tanti gli uomini e tante le cose, che gli potrebbe toccar d'essere per tutta la vita ingannato ogni dì, quando anche se n'avvedesse sempre. Se non avesse questi difetti, sarebbe un ottimo principe, perchè è virtuoso, giusto ed ancora perfetto capitano.[98] La sua venuta in Italia è spaventosa a tutti, sapendosi che con la vittoria crescerebbero i suoi bisogni, quando non avesse addirittura mutato natura. E se le frondi degli alberi d'Italia gli fossero divenute ducati, non gli basterebbero. Notate poi che dagli spessi suoi disordini nascono gli spessi bisogni, dai bisogni le spesse domande, e da queste le spesse Diete, come dal suo poco giudizio le deboli risoluzioni e debolissime esecuzioni. Se però fosse venuto, voi non lo avreste potuto pagar di Diete.»[99]
I Ritratti delle cose di Francia[100] sono, più che altro, pensieri staccati, scritti dopo la sua ultima legazione in Francia nel 1510. In essi tuttavia egli nota subito la forza crescente di quel paese, in conseguenza del suo grande accentramento, che risulta dalla unione e sottomissione delle diverse provincie e dei baroni alla Corona. Di qui una forza politica nell'interno, una forza militare fuori, le quali sono maggiori della forza sociale e reale del paese: il contrario precisamente di quel che aveva notato in Germania. «La nobiltà è tutta data alla vita militare, e quindi gli uomini d'arme francesi sono fra i migliori d'Europa. Le fanterie invece sono cattive, perchè composte d'ignobili e genti di mestiere, sottomessi ai baroni, e tanto in ogni loro azione depressi, che sono vili. Bisogna eccettuarne però i Guasconi, che, vicini alla Spagna, hanno dello spagnuolo, e sono un poco migliori degli altri, sebbene da qualche tempo in qua si siano mostrati più ladri che valenti.[101] Pure fanno buona prova nel difendere ed assaltare fortezze, ma cattiva in campagna aperta.[102] Anche in ciò sono il contrario dei Tedeschi e degli Svizzeri, i quali alla campagna non hanno pari, ma per offendere o difendere luoghi fortificati valgono poco. Queste son le ragioni per le quali i re di Francia, non fidandosi delle proprie fanterie, assoldano Svizzeri e lanzichenecchi. In sostanza sono più fieri che gagliardi o destri, e se si resiste al loro primo impeto, diventano così timidi che paiono femmine, come notò anche Cesare, il quale disse appunto, che in principio sono più che uomini, in fine meno che femmine. E però chi vuole superarli, deve intrattenerli e guardarsi dai primi loro impeti. Non sopportano i lunghi disagi; ed è facile, trovandoli in disordine, sopraffarli, come se n'è avuto esperienza nell'ultima guerra cogli Spagnuoli sul Garigliano.»
«Il paese è ricchissimo di prodotti dell'agricoltura, ma povero di danari, ogni cosa andando nelle mani dei gentiluomini e dei vescovi, i quali ultimi ritraggono due terzi delle ricchezze di quel regno, ed hanno un grandissimo potere politico, essendo assai numerosi nel consigliar la Corona. Sono i popoli di Francia umili e ubbidientissimi, ed hanno in gran venerazione il loro re. Vivono con pochissima spesa, per l'abbondanza grande delle grasce, ed anche ognuno ha qualche cosa stabile per sè.[103] Vestono grossamente e di panni di poca spesa; non usano seta di alcuna sorta, nè loro, nè le donne loro, perchè sarebbero notati dai gentiluomini.»[104] Ed altrove in questi medesimi Ritratti, che procedono sempre a paragrafi staccati: «La natura dei Francesi è appetitosa di quello d'altri, di che insieme col suo e dell'altrui è poi prodiga. E però il Francese ruberìa con lo alito, per mangiarselo e mandarlo a male e goderselo con colui a chi lo ha rubato, natura contraria alla spagnuola, che di quello che ti ruba mai non ne vedi niente.»[105]
Evidentemente il Machiavelli non aveva nessuna simpatia pei Francesi nè per la Francia, che conosceva assai meglio della Germania; e di essi veramente la Repubblica non aveva nessuna ragione d'esser contenta. Di questa sua antipatìa abbiamo una riprova anche in alcuni pochi e brevi pensieri staccati, che nelle sue Opere vengono intitolati: Della Natura dei Francesi.[106] «Sono umilissimi nella cattiva fortuna, nella buona insolenti. Sono piuttosto taccagni che prudenti. Tessono bene i loro male orditi con la forza. Sono vani e leggieri. Degli Italiani non ha buon tempo in Corte, se non chi non ha più che perdere e naviga per perduto.»
Nei Ritratti delle cose di Francia egli passa inoltre a rapida rassegna anche i varî Stati che la circondano, per dimostrare come essa non abbia molto a temere da nessuno. Accenna alle gabelle; alle entrate del paese; all'ordine del governo, dell'esercito, delle Università, della Corte, dell'amministrazione, e sopra tutto all'arbitrio e potere regio, che è quasi illimitato. Sono notizie rapide, brevi, staccate, come appunti presi in viaggio. Ma quello che sopra tutto richiama la nostra attenzione, qui come negli scritti sulla Germania, è la continua, quasi involontaria, irresistibile tendenza dell'autore a coordinar sempre le notizie particolari che ha raccolte, intorno a pochi fatti generali, quali sono la natura del paese, il carattere del popolo, l'indole del governo. Questi fatti generali divengono poi il centro da cui partono ed a cui tornano le sue osservazioni più speciali e minute, e spiegano così le condizioni sociali e politiche del paese che egli esamina. In Francia il Machiavelli si ferma ad osservare che tutti gli uomini, tutte le attività nazionali sono raccolte, accentrate sotto l'unità di un solo comando, e ne vede nascere aumento di forza politica e militare; ma non gli sfugge, che tutto ciò può a lungo andare essere pericoloso, perchè ne rimane sacrificata la libertà individuale, e le moltitudini ne restano oppresse. Dopo trascorsi più secoli, dopo tanti casi diversi e clamorosi, dopo tante rivoluzioni, questo suo giudizio resta sempre verissimo. Anche oggi la Francia soffre del suo accentramento, assai più antico che non si crede, come dimostrò il Tocqueville,[107] e come si vede qui nel Machiavelli; anche oggi dura tuttavia quella eccessiva potenza del clero che egli osservava allora. Perfino la grande estensione della piccola proprietà, su cui tanto s'è scritto, che tanti han dichiarato conseguenza esclusiva della Rivoluzione, e però affatto moderna, ha, come notò lo stesso Tocqueville, origini assai più antiche, e neppur essa, come abbiam visto, sfuggì all'attenzione del Machiavelli. A lui in fatti non sfuggiva mai nulla che avesse una vera importanza politica e generale; era nei particolari che s'ingannava spesso, e qualche volta non li osservava addirittura.
Nel descrivere la Germania egli era invece partito dalla grande varietà dei costumi, degl'interessi, delle passioni e delle libertà locali, che, se generavano confusione, se toglievano unità d'azione, e quindi forza al governo, non spegnevano però la forza vera del paese, la quale veniva, in mezzo al disordine, alimentata dalla indipendenza individuale, dalla educazione militare. Ed anche questo è rimasto per secoli il fatto, il carattere predominante nella storia della Germania, che pur oggi mantiene la forma federativa, e dopo i tanti trionfi, dopo le tante guerre per costituire la sua unità nazionale, sostiene ancora una lotta interna a cagione dei diversi elementi che la costituiscono. V'è però un fatto assai importante, che al Machiavelli sfuggì del tutto, del quale non dice una sola parola, ed è la grande agitazione religiosa che già apparecchiava la Riforma. Ma ciò si spiega se ricordiamo che egli non dimorò mai nell'interno della Germania propriamente detta, di cui non conosceva neppure la lingua, e se ricordiamo la sua profonda indifferenza per tutte le quistioni religiose, la poca o nessuna cognizione che di esse aveva, difetto dei resto che fu comune alla maggior parte degl'italiani del suo tempo.[108]
CAPITOLO XI.
Nuovo guasto alle campagne pisane. — Trattative con la Francia e con la Spagna. — Pisa è stretta da ogni lato. — Il Machiavelli va a Piombino per trattare della resa. — Pisa s'arrende ed è occupata dai Fiorentini.