La lettera del 22 marzo 1508, scritta da Innsbruck, dopo aver dato alcune di queste notizie ai Dieci, concludeva: «Voi mi dite che paghi la somma fatta sperare, se credo, a quindici soldi per lira,[77] che l'Imperatore passerà. Ma io credo a ventidue soldi per lira che passerà; non posso però prevedere se vincerà e se potrà continuare; giacchè finora di due eserciti, composti di sei o sette mila uomini ciascuno, l'uno è stato battuto, l'altro non ha concluso nulla. Da un altro lato la Germania è assai potente e, se vuole, può vincere. Ma vorrà?» Il Vettori poi aggiungeva che, stando poco bene, aveva deliberato mandare il Machiavelli presso la Dieta e l'Imperatore. Questa proposta venne subito accolta dai Dieci[78]; ma non potè essere recata ad effetto,[79] perchè coloro che erano vicini a Massimiliano e ne godevano la fiducia, fecero sapere che non conveniva nè andare, nè mandare. Onde i due oratori restarono a continuare la solita altalena, di che erano omai stanchi. «Vostre Signorie,» scrivevano essi il 30 maggio, «hanno filato questa tela sì sottile, che gli è impossibile tesserla. Se voi non cogliete l'Imperatore nella necessità, vorrà più che non gli offrite; e se lo cogliete nella necessità, allora non si può, come voi richiedete, prevedere la sua venuta a quindici soldi per lira. Bisogna decidersi; vedere dove è manco pericolo, e quivi entrare, fermando una volta l'animo in nome di Dio, perchè volendo queste cose grandi misurarle colle seste, gli uomini s'ingannano.»[80]
Gli eventi provarono tuttavia, che la tela non era stata poi tessuta così male, come gli oratori dicevano. Il dì 8 giugno essi davano la notizia, che tra Massimiliano e Venezia s'era venuto ad accordi, per una tregua da durare tre anni (6 giugno 1508). Vi si comprendevano da un lato il Papa, l'Inghilterra, l'Ungheria e l'Impero; dall'altro i governi d'Italia, la Spagna e la Francia. Questa però, non essendo stata nè consultata, nè avvisata di nulla, si mostrò scontentissima, e più tardi ne pigliò pretesto alla sua iniqua condotta contro Venezia, lasciandosi indurre dal Papa alla lega di Cambray conclusa a sterminio di quella Repubblica. E intanto, fra tutti questi mutamenti, l'Imperatore non ricevè più nulla dai Fiorentini, che ottennero così il loro scopo. Il Vettori chiese congedo, dichiarando ormai inutile la sua dimora colà; e quanto al Machiavelli, che pareva minacciato dal mal della pietra, partì senz'altro. Il 10 giugno aveva lasciato Trento, il 14 era già a Bologna, donde scriveva le ultime notizie raccolte per via intorno alla tregua.[81]
Egli era stato assente da Firenze 183 giorni. Partito il 17 dicembre 1507, trovavasi a Ginevra il 25, e di là, il giorno seguente, s'era mosso per Costanza, viaggio che durava allora sette giorni, e nel quale potè rapidamente traversare da un estremo all'altro quasi tutta la Svizzera, non perdendo nessuna occasione per osservarla e conoscerla. Il 17 gennaio 1508 scriveva da Bolzano, e fino al dì 8 giugno, quando, per tornare a Firenze, partì da Trento, era restato sempre fra questa città, Bolzano ed Innsbruck.[82] Colà vide arrivare e partire continuamente Tedeschi di ogni grado e condizione: soldati, generali, principi, vescovi, diplomatici; e così ebbe opportunità di studiare quei popoli, e lasciarcene una breve descrizione. Gli oratori fiorentini non avevano, come i Veneti, l'obbligo di fare, in fine della loro ambasceria, una relazione generale sullo stato del paese in cui erano andati. Pure di tanto in tanto si fermavano nei loro dispacci a fare osservazioni e considerazioni acutissime. Questa era anzi la parte, in cui primeggiavano gli uomini come il Guicciardini ed il Machiavelli, i quali, senza esservi obbligati, usavano, sia per proprio diletto, sia per utilità dei magistrati, scrivere non di rado anch'essi qualche loro relazione.
Noi abbiamo inoltre una Istruzione scritta dal Machiavelli nel 1522, quando da più tempo era fuori d'ogni ufficio, all'amico Raffaello Girolami, che andava ambasciatore nella Spagna appresso all'Imperatore.[83] Ed in essa, consigliandogli i modi che doveva tenere nella sua ambasceria, ci fa chiaramente vedere quale era il metodo che egli stesso aveva sempre seguito. «Voi dovete,» così scriveva, «attentamente osservare ogni cosa: il carattere del principe e di chi lo circonda, i nobili, il popolo, e dipoi darne una piena notizia.» Proseguiva dandogli norme su quello che più particolarmente doveva osservare nella Spagna, aggiungendo che un ambasciatore deve acquistarsi reputazione d'uomo da bene, il quale non pensi una cosa e ne dica un'altra. «Ne ho conosciuti molti, che per essere tenuti sagaci e doppî, hanno in modo perduta la fede col principe, che è poi stato loro impossibile il poter negoziare seco.» Concludeva con alcuni suggerimenti sui piccoli artifizi del mestiere, osservando che, quando si tratta di fare induzioni generali, e cercare d'indovinare i fini cui mirano gli uomini, o l'andamento più riposto delle cose, è assai odioso l'esprimere in nome proprio l'avviso che uno si è formato da sè, e però riesce invece opportuno, anche per dare maggior peso alle proprie parole, metterle in bocca di autorevoli personaggi, dicendo: «considerato adunque tutto quello che si è scritto, gli uomini prudenti che si trovano qua, giudicano che ne abbia a seguire il tale effetto e il tale.»[84] Queste parole, infatti, noi le troviamo di continuo nelle sue legazioni, e possiamo ora comprenderne tutto il valore. Ma per quanto minute e pratiche fossero tali avvertenze al Girolami, il Machiavelli faceva anche più e meglio che non consigliava. E massime in questa legazione all'Imperatore, non avendo affari molto gravi da trattare, si dette per suo proprio conto ad uno studio attento e coscienzioso del paese nel quale si trovava.
Noi abbiamo già visto con quanta cura avesse osservato e descritto nelle sue lettere le condizioni generali della Svizzera, che così rapidamente aveva traversata. Tornato che fu a Firenze, si pose subito, il 27 giugno 1508, cioè il giorno dopo il suo arrivo, a scrivere il Rapporto di cose della Magna, in cui diede un ritratto fedelissimo dell'Imperatore, ed un quadro generale del paese. Questo quadro egli cominciò a riscriverlo più tardi, verso la fine del 1512, in una forma più letteraria, col titolo di Ritratti delle cose dell'Alemagna. Sembra che dopo la battaglia di Ravenna (1512), la quale è in essi rammentata, avesse intenzione di comporre sulla Germania un nuovo lavoro, riassumendo ciò che aveva già scritto, per continuare a fare altre osservazioni; ma lo lasciò poi interrotto, non avendone scritto che un brano. Nè ha importanza di sorta il Discorso sopra le cose di Alemagna e sopra l'Imperatore, scritto nel 1509, quando Giovanni Soderini e Piero Guicciardini furono inviati a Massimiliano, perchè è di sole due pagine, nelle quali non fa che rimettersi a quanto aveva già detto nel Rapporto. Questo, adunque, che in sostanza è una breve relazione fatta ai magistrati della Repubblica, è il solo lavoro veramente originale del Machiavelli sulla Germania, salvo qualche piccola osservazione aggiunta nel frammento dei Ritratti.[85]
Il Rapporto è stato dai Tedeschi variamente giudicato. Il Gervinus afferma che esso e l'altro simile scritto, dettato poco più tardi, sulla Francia, provano quanto acutamente il Machiavelli «sapesse indagare il carattere proprio dei popoli, e con quanta profondità giudicasse le condizioni politiche, lo stato interno dei paesi stranieri, la natura delle nazioni e dei governi. Le sue notizie statistiche sulla Francia, egli dice, sono eccellenti, e sul carattere dell'Imperatore Massimiliano e del governo tedesco in genere non si è forse mai detto nulla di meglio.»[86] E questa opinione è stata in Germania più volte ripetuta fino ai nostri giorni.[87] Ma con essa non vanno punto d'accordo alcuni moderni, tra i quali il professor Mundt, il cui libro, sebbene venuto alla luce parecchi anni dopo, è pure assai inferiore a quello del Gervinus. Secondo lui, il giudizio del Machiavelli sui Tedeschi e sul loro paese è una fantasmagoria, ispirata in parte dalla Germania di Tacito, ma senza riscontro alcuno colla realtà delle cose nei primi del secolo XVI.[88] Lo stato delle finanze quale egli lo descrive, la purità di costumi, la libertà e l'eguaglianza che egli vuol farci ammirare, non son altro che un idillio della sua fantasia, non vedendosi donde mai abbia potuto cavare il ritratto che ci presenta.[89] Basta leggere le opere di Lutero, e gli scritti del contemporaneo Fischart, dice il Mundt, per esser subito persuasi che la virtuosa semplicità tedesca, al tempo in cui comincia la Riforma, è un sogno, che in alcune città il lusso era grande, e che la corruzione non mancava.
Noi abbiamo già osservato, e avremo più volte occasione d'osservarlo nuovamente, che quanto alla precisa esattezza nel determinare i fatti particolari, il Machiavelli è spesso poco esatto, e vien sempre superato dagli ambasciatori veneti, i quali lo vincono non di rado anche nel determinare il carattere vero dei personaggi, con cui trattano, dei quali sanno meglio indovinare le più riposte intenzioni. Ed anche ora, se esaminiamo la relazione sulla Germania, che dall'ambasciatore veneto Quirini fu letta ai Pregadi nel dicembre del 1507,[90] troviamo una conoscenza assai più sicura del paese, che egli aveva lungamente percorso, attentamente esaminato, ed un numero assai maggiore di notizie, che sono anche più esatte. Il Machiavelli resta però senza rivali, quando si tratta di determinare l'indole ed il valore politico dei popoli o dei principi; l'azione che queste loro qualità esercitano sugli avvenimenti contemporanei; la natura propria delle istituzioni, e gli effetti che ne risultano. Se si deve indovinare che cosa faranno oggi o domani il re di Francia o l'Imperatore, che passioni o desiderî, in un dato momento, li muovono, il Segretario fiorentino può essere vinto dai Veneziani, ed anche da qualche Fiorentino assai pratico degli affari, come era per esempio il Guicciardini. Forse questa è anche una delle ragioni, per le quali il Machiavelli non riuscì mai ad avere il grado di ambasciatore. Ma se si tratta invece di determinare in che consista la forza politica della Francia o della Germania, del Re o dell'Imperatore, egli dimostra allora tutta la potenza del suo genio, e riesce superiore ad ogni altro. L'osservazione fedele, accurata dei fatti politici e sociali era antichissima in Italia, e ne abbiamo molti esempî così nei cronisti del secolo XIV, come negli eruditi ed ambasciatori del XV, i quali ci lasciarono nelle loro lettere ammirabili descrizioni dei paesi che visitarono e dei personaggi politici che conobbero. Ma il Machiavelli è il primo che veda i fatti sociali coordinarsi in una vera unità organica, e su di essa principalmente si fermi. Lo stesso Guicciardini, che nella sua legazione nella Spagna raccolse una moltitudine di preziose notizie, esponendole con una mirabile precisione e chiarezza, quando volle poi raccoglierle insieme, per darci un giudizio generale sul carattere, sulla forza politica di quel paese e dei suoi ordinamenti, riescì, come vedremo in altro luogo, quasi inferiore a sè stesso. Si direbbe, che l'immenso materiale d'osservazioni, che l'Italia aveva in più secoli raccolto, e continuava a raccogliere, s'andasse la prima volta ordinando nella mente del Machiavelli, il quale cominciava così a porre la base della scienza politica. Di tutto ciò si vedono i primi segni così nel suo Rapporto sulla Germania come nell'altro simile, che scrisse poco dopo sulla Francia. In essi, ma specialmente nel primo, si ritrova anche un'altra qualità, che pochi riconobbero in lui, ma senza la quale molti de' suoi scritti resterebbero inesplicabili affatto. Egli andava dietro a certi proprî ideali, i quali s'impadronivano della sua fantasia per modo, che li vedeva spesso anche là dove non erano, ed essi lo conducevano allora a dare un colorito personale ai fatti che descriveva ed agli avvenimenti che narrava.[91]
Chi ricorda ciò che dicono della Germania il Bracciolini ed il Piccolomini, i quali, specialmente il secondo, dimorarono a lungo in quel paese, e minutamente lo descrissero, senza mai finir di lamentarne l'ignoranza, la rozzezza, la barbarie; chi legge il Viaggio in Alemagna[92] di quello stesso Francesco Vettori, che era stato col Machiavelli nel Tirolo, e non trova in esso quasi altro che una raccolta di novelle oscene, si sente come in un mondo nuovo, quando legge le poche, ma eloquenti pagine del Machiavelli, nelle quali è una così grande ammirazione per quel medesimo paese. Non si può certo disconoscere l'acume col quale egli, ammirando la semplicità del vivere e l'educazione militare della Germania, ne pone in evidenza la forza reale, anche in mezzo all'anarchia ed alla impotenza politica presente, e spiega la debolezza di Massimiliano, nonostante le sue buone qualità, il suo valor militare, la molta popolarità, il vasto impero. E fin qui tutto conferma il giudizio dato dal Gervinus.
Bisogna però ricordarsi che il Machiavelli aveva assai rapidamente traversato la Svizzera, e s'era fermato nel Tirolo, arrivando fino ad Innsbruck, senza andare più oltre. Colà aveva, è vero, visto moltissimi Tedeschi, e ragionato con alcuni di essi, i quali parlavano il latino o l'italiano; ma il loro paese non lo aveva visitato, nè lo potè quindi conoscere per esperienza propria. E sebbene ne' suoi scritti egli distingua abbastanza la Svizzera dal Tirolo e dalla Germania, pure sembra che assai spesso li consideri più come parti d'un medesimo paese, che come regioni e popoli diversi. Già nella sua Commissione coll'Albizzi al campo di Pisa, notammo che egli, parlando degli Svizzeri, li chiamava quasi sempre Tedeschi. Ed in questo suo presente scritto si vede chiaro, non solo che, ragionando della Germania, v'include sempre la Svizzera ed il Tirolo; ma che anzi, essendo questi i soli paesi di parlare tedesco che aveva visitati, gli accade di attribuire a tutta la Germania i costumi e il vivere che in essi aveva osservati. Egli s'era esaltato alla vista di quelle popolazioni sobrie, armigere, fiere, e nella «libera libertà» delle repubbliche svizzere aveva ritrovato il suo ideale della nazione armata; quindi le presentava all'Italia come un esempio da imitarsi. L'arrivo di continue bande di Tedeschi, che partivano per dar luogo ad altre; la notizia da essi avuta delle molte repubbliche colà ancora fiorenti; il loro aspetto marziale, la loro reputazione militare colpirono la sua immaginazione per modo che vide nella Germania un paese tutto dedito alle armi, sobrio, amante della libertà, e così la descrisse, attribuendole, troppo spesso, i costumi degli Svizzeri e dei Tirolesi, coi quali essa aveva ed ha certamente molta somiglianza e parentela, ma con i quali non si può confondere. Tutto questo può spiegare le inesattezze osservate dal Mundt, il quale non si occupò di rintracciarne le cagioni, e non riuscì a formarsi un chiaro concetto del molto valore che, non ostante i difetti, ha lo scritto del Machiavelli.
«Non si può,» questi dice, «dubitare della potenza della Germania, che abbonda d'uomini, di ricchezza e d'armi. Spendono i Tedeschi poco in amministrazione e nulla in soldati, perchè esercitano nelle armi i propri sudditi.[93] Invece di giuochi, nei giorni di festa la loro gioventù si occupa a maneggiare lo scoppietto, la picca, chi un'arme e chi un'altra. Sono parchi in tutto, perchè non edificano, non vestono con lusso, non hanno molte masserizie in casa. Basta loro lo abbondare di pane, di carne, ed avere una stufa dove rifuggire il freddo, e chi non ha dell'altre cose, fa senza esse, e non le cura. Quindi il loro paese vive di quello che produce, senza avere bisogno di comprar dagli altri; vendono le loro robe lavorate manualmente, di che condiscono quasi tutta Italia,[94] ed il guadagno è tanto maggiore, in quanto nasce tutto dal lavoro con pochissimo capitale. Così si godono quella lor rozza vita e libertà, e per questa causa non vogliono ire alla guerra, se non soprappagati, nè ciò anche basterebbe, se non fossero comandati dalle loro comunità.» Qui par veramente di sentire come una rimembranza della Germania di Tacito. V'è quasi un accento di dolore, che rivela l'animo trafitto dal paragone, che il Machiavelli fa, senza esprimerlo, del paese che descrive con l'Italia. E par che, prorompendo, esclami ai Dieci: Ecco come dovreste voi ordinar la Repubblica, se veramente la volete libera e forte. Lo splendore delle arti, delle lettere, della ricchezza italiana, che aveva fatto velo al giudizio di tanti fra i nostri scrittori, i quali perciò disprezzavano gli stranieri, non offuscò mai quello del Machiavelli, il cui sguardo acutissimo andava diritto alla sorgente prima delle cose, e nella corruzione del suo paese vedeva la causa inevitabile delle future calamità.