Nel 1507 Massimiliano chiese un esercito alla Dieta di Costanza, per andare a riconquistare il Milanese, prendere la corona, ristabilire l'autorità imperiale. E la Dieta si mostrò favorevole all'impresa; ma voleva che si facesse in suo nome, scegliendo essa anche i generali, e Massimiliano voleva dirigerla da sè in nome dell'Impero. Di qui le solite conseguenze, cioè provvedimenti temporanei ed insufficienti. Gli concessero 8000 cavalli e 22,000 fanti, ma per sei mesi solamente, cominciando dalla metà di ottobre, e 120,000 fiorini di Reno per le artiglierie e spese straordinarie.[55] Con le incertezze e la prodigalità di Massimiliano, c'era da aspettarsi di vederlo in sei mesi da capo senza danari e senza soldati, prima anche di aver cominciato l'impresa. Tuttavia pareva che, accorgendosi d'essere, come dice il Guicciardini, «in galea con poco biscotto,»[56] volesse questa volta operare con prontezza. Ordinò infatti, che l'esercito procedesse subito diviso in tre parti: una verso Besançon per minacciare la Borgogna; l'altra verso la Carintia per minacciare il Friuli; la terza verso Trento, dove s'avviò egli stesso, per minacciare Verona. E tutto ciò con grandissimo mistero, come soleva far sempre, tenendosi in disparte, ordinando agli ambasciatori presso di lui accreditati di non andare oltre Bolzano o Trento. Era sdegnatissimo contro Venezia, che non s'era voluta unire a lui, ed aveva fatto invece alleanza colla Francia, da cui gli erano stati guarentiti gli Stati di terraferma, ed a cui aveva in compenso guarentito il Milanese, promettendo d'opporsi colle armi al passaggio degl'imperiali. Luigi XII, messosi perciò in difesa dalla parte della Borgogna, mandava G. G. Trivulzio con 400 lance e 4000 fanti a rafforzare l'esercito dei Veneziani, i quali avevano mandato il conte di Pitigliano con 400 uomini d'arme verso Verona, e Bartolommeo d'Alviano con altri 800 uomini d'arme nel Friuli.[57]

Tutto pareva dunque apparecchiato ad un grosso conflitto, che poteva avere gravissime conseguenze in Italia. Nessuna meraviglia perciò che gli animi fossero da per ogni dove agitati, massime in Firenze, a cui Massimiliano aveva in nome dell'Impero chiesto la somma di 500,000 ducati, come sussidio al suo viaggio per la incoronazione.[58] I Fiorentini questa somma eccessiva non potevano in modo alcuno pagarla; ma quando anche fosse stata diminuita di molto, si sarebbero trovati sempre in gravi difficoltà. Temevano di negare ogni sussidio, perchè si sarebbero esposti allo sdegno di Massimiliano, quando fosse davvero venuto a Roma; ed erano certi che una concessione qualunque gli avrebbe esposti a perdere l'amicizia della Francia, per la quale tanti sacrifizî avevano fatti. I nemici del Soderini, sapendolo amico dichiarato dell'alleanza francese, avevano in questa incertezza buon gioco a combatterlo; ed erano istigati a ciò anche dall'ambasciatore imperiale, il quale sparlava del «governo tirannico del Gonfaloniere,» e prometteva che il suo signore vi avrebbe messo rimedio.[59] Da ciò nacque un'animata discussione, che finì colla proposta di mandare un ambasciatore a Massimiliano, come facevano gli altri Stati d'Italia, ma prima spedire qualcuno che s'accertasse se egli davvero s'avanzava, non essendo altrimenti necessario venire con lui a nessuna conclusione. Il Soderini deliberò subito di mandarvi il Machiavelli, come suo fidatissimo, e lo aveva già fatto eleggere dai magistrati. Ma le proteste furono allora così vive contro questo che venne chiamato atto d'indebito favore, che dovette decidersi a mandare invece Francesco Vettori, senza che con ciò si riuscisse a calmare gli animi più irritati.[60]

Ormai si cominciava a formare un partito avverso al Gonfaloniere, ed ogni pretesto era buono per combatterlo. Si diceva che Firenze non aveva la libertà che di nome, facendosi tutto ad arbitrio d'un solo, il quale cercava seguito nel popolo minuto e negli uomini da poco, per mettere da parte i cittadini più autorevoli, dei quali era geloso. S'aggiunse che appunto allora l'ufficiale preposto alla zecca, forse per adulazione, ebbe la strana idea di far coniare un nuovo fiorino, ponendovi da un lato, invece del giglio, il ritratto del Soderini, il quale disapprovò la cosa, e fece ritirar le monete; ma non evitò per questo rimproveri e scherni.[61] Più tardi fu necessario licenziare don Michele, il bargello delle fanterie, perchè i suoi disonesti portamenti e la sua violenza mostrarono chiaro a che cosa menava il prendere dei ribaldi a servizio della Repubblica. E anche da ciò si prese occasione a sparlare, non per difender don Michele, ma «approvandosi più presto essere stato opportuno torli segretamente la vita, perchè con troppa nostra inimicizia si partiva.» Egli veramente potè fare poco altro male, perchè nel febbraio del seguente anno, uscendo una sera di casa lo Chaumont, fu ucciso da alcuni degli Spagnuoli, che erano colà; e così «perdè la vita, come già la aveva a molti tolta.»[62] In ogni modo il Soderini era dagli avversarî accusato, perchè non lo aveva, segretamente e senza processo, fatto ammazzare. Tale era la morale del tempo.

Ma le più ardenti discussioni nascevano dalle lettere di Francesco Vettori, il quale scriveva che Massimiliano era per adesso contento di soli 50,000 ducati; li voleva però subito, altrimenti l'oratore fiorentino non gli venisse più innanzi. E questi aggiungeva, che il decidersi era necessario davvero, perchè le cose di Germania sbandavano di giorno in giorno riscaldando. Bisognava dunque o pagare e farsi nemica la Francia, o ricusare e farsi nemico l'Imperatore. E qui si riaccendeva la disputa in Firenze più viva che mai. Dopo lungo discorrere fu deciso nella Pratica di mandare nuovi ambasciatori, e gli Ottanta elessero Piero Guicciardini ed Alamanno Salviati. Ma nei Dieci e negli Ottanta si oppose all'ambasceria lo stesso Guicciardini, il quale ricusava l'ufficio, dicendo come il mandarli senza commissione di stringere l'alleanza era superfluo, ed andare a concluderla fra tante incertezze era pericoloso, perchè si perdeva l'amicizia della Francia senza esser sicuri dell'aiuto tedesco. Il 17 dicembre 1507 si discusse di nuovo lungamente nella Pratica in senso diverso, senza venire a nessuna conclusione. Fra tanti dispareri il Gonfaloniere credette rimediare a tutto portando l'affare nel Consiglio Grande, e lasciando a ciascuno facoltà di esprimere liberamente il proprio avviso. Era questo un procedimento allora così insolito, che parve una violazione della libertà, ed ognuno si tacque. L'uso voleva che il governo presentasse le sue proposte, e che i cittadini si raccogliessero poi a deliberare nelle pancate, ognuna delle quali eleggeva il suo rappresentante, il quale doveva o parlare per difendere la legge e votare in favore, o tacere, se voleva votar contro. Il dare ad ognuno assoluta libertà di parola, sembrò quindi, secondo la espressione del Parenti, un aver «perduto in facto la libertà, sotto dimostrazione di così largamente cederla.»[63] Finalmente, come meglio si potè, fu deliberato di stabilire gli ultimi termini d'un accordo possibile, e mandarli per lettera al Vettori, non per concludere subito, ma solo per trattare e scriverne poi a Firenze. Ed allora il Gonfaloniere, pigliando la palla al balzo, riuscì a persuadere i Dieci, che non era prudente mandare per mezzo dei soliti corrieri istruzioni tanto gravi e gelose, potendo le lettere venire intercette; essere pertanto necessario spedire un uomo fidato, che, occorrendo, riferisse a bocca; e così gli riuscì d'inviare il Machiavelli, lasciandolo accanto al Vettori, come da molto tempo ardentemente desiderava. Si mormorò com'era naturale, e si disse che l'aveva mandato, perchè suo mannerino, e perchè gli faceva scrivere quel che voleva, «secondo il proposito dei loro fini e disegni.»[64] E veramente il Gonfaloniere fidava più nel Machiavelli che nel Vettori, e non voleva da questo essere trascinato in una politica di pericolose avventure.

Nel dicembre del 1507 il Machiavelli adunque partiva, apportatore delle istruzioni, le quali erano: che a Massimiliano si offrissero 30,000 ducati, per arrivare, in caso di estrema necessità anche fino ai 50,000 da lui chiesti. Si sarebbe però cominciato a pagarli solo quando s'avesse la certezza che egli veniva in Italia, continuando secondo che si avanzasse. Ed il Machiavelli dovè per via stracciare le lettere, temendo che non gli fossero trovate addosso nella Lombardia, dove, come aveva preveduto, venne minutamente esaminato.[65]

Questa legazione, di cui non si hanno che sedici lettere, tre delle quali firmate dal Machiavelli, le altre scritte da lui, ma firmate dal Vettori, che di rado v'aggiunse qualche parola di sua mano, non poteva avere grande importanza politica, trattandosi solo di portare in lungo Massimiliano, e, per ora almeno, non dargli nulla.[66] Ha però un valore non piccolo, per le osservazioni che il Machiavelli ebbe occasione di fare sugli Svizzeri e sui Tedeschi, e per le notizie che dette in essa dei fatti allora seguìti nell'alta Italia. Il 25 dicembre era di passaggio a Ginevra, il dì 11 gennaio 1508 arrivò a Bolzano, e di là scrisse il 17 due lettere. Nella seconda, firmata Vettori, racconta come l'offerta di 30 mila ducati non era punto piaciuta a Massimiliano, onde erano subito saliti a 40,000, il che lo aveva reso assai più benigno, sebbene sospettasse sempre che fossero arti dei Fiorentini, per tenerlo a bada. Trovavasi a sette leghe da Trento, e già era in grandissime strettezze di danaro; sarebbe quindi stato assai facile contentarlo con una somma non molto grande, purchè data senza indugio. Ma questo era quello appunto, che nè il Vettori nè il Machiavelli potevano consentire.[67]

La prima lettera, scritta lo stesso giorno, in nome proprio dal Machiavelli, dava un minuto ragguaglio del viaggio da lui fatto; e si vede subito con quanta attenzione, con quanta cura aveva osservato i paesi pei quali era così rapidamente passato. «Da Ginevra a Costanza,» egli scrive, «mi sono fermato quattro volte sulle terre degli Svizzeri, ed ho ricercato con la diligenza che ho potuto maggiore di loro essere e qualità. Ho inteso che il corpo principale degli Svizzeri è composto di dodici Cantoni,[68] collegati insieme per modo, che quello è deliberato nelle loro Diete, viene da tutti osservato.[69] Perciò s'inganna chi dice, che quattro sono con la Francia ed otto con l'Impero. Il vero è che la Francia ha tenuto nella Svizzera uomini che hanno con danari, in pubblico ed in privato, avvelenato tutto il paese. Se l'Imperatore avesse danari potrebbe avere anche gli Svizzeri, i quali non vogliono averlo nemico, ma neppure vogliono servirlo contro la Francia, che ha troppi danari. Oltre i dodici Cantoni, vi sono anche altri Svizzeri, come i Vallesi e la Lega Grigia, i quali confinano coll'Italia, e non sono per modo collegati coi primi, da non poter fare diversamente da ciò che deliberano le Diete di questi. Nondimeno s'intendono tutti fra loro a difesa della libertà. I dodici Cantoni danno, per difendere il paese, quattromila uomini ciascuno, di cui mille in mille cinquecento da mandar fuori. E questo perchè nel primo caso sono dalla legge forzati tutti a prendere le armi, nel secondo, cioè quando si tratta di andare a militare con altri, va solo chi vuole.»[70] Non è certo da meravigliarsi che il Machiavelli si fermasse subito a studiare, con gran cura, una Repubblica fondata sulle armi proprie, quale egli avrebbe voluto che divenisse Firenze, dandone perciò minuto ragguaglio ai Dieci. E per concludere anche questa seconda lettera con qualche cosa relativa alla sua commissione, dice che a Costanza aveva con insistenza interrogato un oratore del duca di Savoia circa il procedere o no della impresa di Massimiliano, e gli era stato risposto: «Tu vuoi in due ore sapere quello che in molti mesi io non ho potuto intendere. L'Imperatore procede con un gran segreto, la Germania è grande assai, le genti arrivano in diversi luoghi, da provincie assai lontane; bisognerebbe avere troppe spie per tutto a sapere il certo.»[71]

Seguono quattro lettere, due delle quali, del 25 e 31 gennaio, sono quasi del tutto in cifra, e contengono notizie insignificanti e poco intelligibili, o anche allusioni oscene. Queste erano state scritte solo col proposito di farle cadere in mano del nemico, a fin di potere più facilmente salvare le altre due, che davano notizie riservate sulle persone che erano presso Massimiliano, e sulle arti da esse adoperate.[72] Il dì 8 febbraio il Machiavelli scriveva poi da Trento una lettera firmata Vettori, nella quale narrava come Massimiliano, arrivato colà, era il 4 del mese, colla spada sguainata, preceduto dagli araldi, andato nel duomo, dove il suo cancelliere Matteo Lang, vescovo di Gurk, arringando il popolo, aveva solennemente dichiarato che l'Imperatore scendeva in Italia. Ed è singolare che qui egli non si fermò punto a notare, che Massimiliano assunse allora il titolo d'Imperatore dei Romani eletto, facendo a meno della incoronazione in Roma, senza che Giulio II, il quale non lo voleva in Italia, protestasse. Il fatto era assai importante, perchè così l'Impero si rese indipendente dalla sanzione papale.[73]

Continuava la medesima lettera dando notizie sul modo molto singolare, con cui la impresa era cominciata. Il marchese di Brandeburgo era con 5000 fanti e 2000 cavalli andato verso Roveredo, per tornarsene poi improvvisamente. L'Imperatore con 1500 cavalli e 4000 fanti era andato alla volta di Vicenza, ed aveva preso e devastato i Sette Comuni, che si reggevano liberi sotto la protezione di Venezia. Parlavasi ancora d'un castello da lui assediato, quando si seppe invece che anch'egli era tornato indietro per Trento, ed alloggiava a dieci miglia dalla città, nella via di Bolzano. «Ora io vorrei domandare al più savio uomo del mondo, che avesse la commissione che le Signorie Vostre mi dànno, quello che farebbe. Se le vostre lettere[74] fossero arrivate tre giorni fa, io avrei subito pagato, credendo certa la venuta dell'Imperatore, e sarei stato approvato, per essere poi oggi, visto l'effetto, condannato. È difficile prevedere gli eventi. L'Imperatore ha molti e buoni soldati, ma non ha danari, nè si vede chi possa darglieli, ed è troppo liberale di quello che ha. Or, sebbene l'essere liberale sia una virtù nei principi, non basta soddisfare a mille, quando ve ne sono ventimila, e la liberalità non giova là dove non arriva. Egli è esperto nell'armi, duro alla fatica, ma è tanto credulo che molti dubitano della impresa; sicchè ci è da sperare e da temere. Quello che fa credere alla sua riuscita è che l'Italia è tutta esposta alle ribellioni e mutazioni, ed ha triste armi; onde ne sono seguiti i miracolosi acquisti e le miracolose perdite. Vi sono è vero i Francesi che hanno buone armi; ma essendo senza gli Svizzeri, coi quali furono consueti vincere, e tremando loro il terreno sotto i piedi, fanno anch'essi dubitare. Considerando adunque tutte queste cose, io resto sospeso, perchè a volere che la vostra commissione abbia effetto, bisogna che l'Imperatore assalti e che vinca.» Questa lettera era scritta come le altre dal Machiavelli, e firmata dal Vettori, il quale di sua mano v'aggiungeva pochi versi, dicendo che non giudicava, «per cosa al mondo, opportuno richiamare il Machiavelli: lo star suo è necessario fino a che le cose non sono composte.»[75]

Tutta la legazione continua sullo stesso argomento. L'Imperatore insiste per aver danari subito, e i Fiorentini discutono per pigliar tempo e non dar nulla, profittando dello stato delle cose sempre più incerto e confuso. Un esercito di 400 cavalli e 5000 fanti entrò nel Cadore, che era devoto ai Veneziani, e raggiunto da Massimiliano con 6000 fanti percorse e devastò da quaranta miglia di paese nel Veneto. Ma ad un tratto l'Imperatore, trovandosi senza danari, tornò ad Innsbruck, per mettere in pegno le proprie gioie. Ivi lo seguirono i due oratori fiorentini, e seppero che, non avendo egli pagato gli Svizzeri, i Cantoni avevano permesso alla Francia d'assoldare fanti, e già essa ne aveva in Italia 5000, e 3000 ne avevano i Veneziani. Bartolommeo d'Alviano circondava intanto le genti restate nel Cadore, e dopo averne uccise mille, faceva prigioniero il resto, pigliando le fortezze che erano colà. Andò poi oltre, ritirandosi il nemico, e prese Pordenone, che ebbe in feudo, Gorizia, Trieste e Fiume. Un assalto tentato dai Tedeschi fra Trento ed il lago di Garda, ebbe dapprima per essi qualche buon successo, che poi andò presto in fumo. I due eserciti nemici restarono di fronte nella valle dell'Adige, ma poco dopo i 2000 Grigioni, essendo male pagati dall'Imperatore, si ritirarono e furono seguiti dagli altri: arrivati a Trento si sciolsero tutti. Massimiliano non aveva potuto aver dall'Impero mai più di 4000 fanti per volta, e sempre per sei mesi solamente; sicchè gli uni arrivavano, quando gli altri partivano; ond'egli, per mettere insieme un esercito grosso, avrebbe dovuto spendere danari che non aveva. Intimò una Dieta in Ulm, per chiedere nuovi aiuti, e corse in Germania; ma ad un tratto nessuno sapeva più dove fosse, perchè se ne stava nascosto a Colonia, dove gli giunse notizia che la Dieta s'era prorogata senza concludere nulla.[76]