Egli non solo aveva visto ciò che narrava, o lo aveva appreso da testimonî oculari; ma è certo che ricercò anche i documenti originali, con l'aiuto dei quali espose le leggi, le riforme, le ambascerie della Repubblica, riportando qualche volta quasi le parole testuali dei documenti stessi. Ancora non si spingeva, come fece poi nella Storia d'Italia, in un campo più vasto di avvenimenti molteplici; e non di rado, come del resto in quel secolo seguiva quasi a tutti, gli sfuggiva la concatenazione impersonale degli avvenimenti, che egli voleva sempre e solo spiegare con le passioni, con la volontà individuale, con gl'intrighi diplomatici e politici. Certo, in questo suo lavoro giovanile, il Guicciardini ci ha lasciato non solo il primo esempio della storia civile moderna; ma anche uno dei primi e più splendidi modelli della nuova prosa italiana, semplice, chiara, elegante e spontanea, senza mai cadere nella volgarità, dignitosa e corretta, senza mai cadere nelle circonlocuzioni latine. Nè si lascia mai, come segue spesso al Machiavelli, trascinare dalla propria fantasia; non ama la poesia, non scrive Commedie o Decennali, non cerca teorie, non ha ideali che lo trasportino lungi dalla realtà. E perciò la sua precisione nel descrivere e narrare i fatti supera, come avremo più volte occasione di notare, quella del Machiavelli, al quale sotto altri aspetti riesce assai inferiore. Difficilmente si troverebbe nella letteratura di altri popoli, certo non in quel secolo, un quadro storico così lucido, preciso, elegante, con una cognizione così sicura, profonda degli uomini e degli avvenimenti, quale abbiamo in questa Storia fiorentina. Essa, non ostante le sue divergenze, ha nella sostanza e più ancora nella forma, tale e tanta parentela con gli scritti del Machiavelli, da mostrar chiaramente che le opere di questi due grandi scrittori, pur essendo la creazione personale di due uomini di genio, sono anche un prodotto necessario di quel tempo, una manifestazione del pensiero nazionale.
CAPITOLO X.
Il Machiavelli provvede all'ordinamento della Milizia. — Sua gita a Siena. — Condizioni generali dell'Europa. — Massimiliano s'apparecchia a venire in Italia, per prendere la corona imperiale. — Legazione all'Imperatore. — Scritti sulla Germania e sulla Francia.
Il Machiavelli era adesso occupato in un gran numero di minute faccende. Gli anni 1506 e 1507 li passò di continuo organizzando la nuova Milizia, il cui peso cadde tutto sulle sue spalle, ed egli lo assunse con animo lieto e con grande ardore. Ogni giorno scriveva lettere ai Podestà, perchè formassero le liste degli uomini atti alle armi; ponessero le bandiere; provvedessero alle spese necessarie, per raccogliere ed istruire i fanti iscritti. Mandava le armi e le istruzioni; riceveva notizia dei più gravi disordini, e provvedeva, sia determinando il modo e la qualità della pena, sia inviando, nei casi più gravi, don Michele con la sua compagnia, perchè adoperasse la forza. Spesso la violenza brutale di don Michele era tale che, invece di spegnere, cresceva i disordini, e bisognava allora trovare altro rimedio. Tutto ciò il Machiavelli faceva in nome dei Nove, di cui era segretario; ma di fatto essi lasciavano a lui ogni responsabilità. Onde i capitani a lui si rivolgevano con lettere infinite, delle quali anche oggi troviamo grandissimo numero.[44] Nè ciò bastava. Egli doveva di continuo girare pel territorio della Repubblica, a remuovere personalmente le mille difficoltà che nascevano, a fare egli stesso leve di fanti,[45] a scegliere i capitani delle compagnie, di cui mandava le liste a Firenze, dove venivano senz'altro nominati, come eletti e riveduti dal Machiavelli.[46] I primi esperimenti di queste fanterie si fecero inviandone qualche centinaio al campo di Pisa; ma quando appena esse acquistavano un po' di reputazione nell'armi, subito arrivavano agenti delle compagnie di ventura o degli Stati vicini, con larghe promesse per farle disertare. Quindi nuove cure, nuovi provvedimenti, per impedire che l'opera con tanto stento iniziata, andasse in fumo ad un tratto.[47]
Nè questo indefesso lavoro impediva che di tanto in tanto gli venissero affidate dai Dieci o dalla Signoria nuove commissioni militari nel campo di Pisa; o anche commissioni diplomatiche, più o meno importanti, essendo il Soderini sempre disposto a riporre in lui tutta la sua fiducia. Nell'agosto del 1507 fu spedito a Siena, per vedere che séguito accompagnava e che accoglienza riceveva colà il legato Bernardino Carvaial, cardinale di Santa Croce, che il Papa mandava incontro a Massimiliano,[48] nella supposizione che questi venisse davvero, come diceva, a prendere la corona imperiale. Egli doveva dar notizia di tutto, cercando ancora, se pur era possibile, d'indagare dai discorsi che si facevano qual fosse l'animo dell'Imperatore nelle gravi complicazioni politiche che si apparecchiavano.[49] E noi vediamo il Segretario fiorentino occupato nell'assai umile officio di ragguagliare da Siena sopra i centodieci cavalli, i trenta o quaranta muli che menava seco il legato; le vitelle e i castroni scorticati, le coppie di polli, di paperi e di pippioni, i fiaschi di vino e i poponi, di cui gli facevano presente i Senesi.[50] Aggiungeva d'aver sentito che Pandolfo Petrucci non era contento della venuta dell'Imperatore, perchè la credeva utile solo ai Pisani, ma pur fingeva il contrario; e che il legato aveva commissione di dissuadere l'Imperatore dal venire innanzi, e perciò appunto aveva con un altro cardinale tedesco avuto facoltà di coronarlo fuori d'Italia. Ma anche queste poche e magre notizie non erano che voci raccolte a caso da terze persone.
Il viaggio dell'Imperatore teneva in Italia sospesi tutti gli animi; a Firenze se ne parlava molto in vario senso, e per esso il Machiavelli dovè fra poco abbandonare l'Italia. Non solamente si sapeva che dovunque l'Imperatore passava, chiedeva grosse somme di danari; ma erano tali e tante le cause di complicazioni europee, che ogni più piccolo incidente poteva avere gravissime conseguenze, non prevedibili da nessuno. La morte della regina Isabella ed il sollevamento della Castiglia in favore dell'arciduca Filippo e di Giovanna sua moglie, figlia ed erede legittima della regina, avevano costretto Ferdinando d'Aragona a seguire una politica più cauta e meno aggressiva. Perciò aveva fatto tregua colla Francia, firmato con essa il trattato di Blois nell'ottobre del 1505, ed era venuto in Italia a vedere da vicino lo stato delle cose. La morte dell'arciduca, seguìta in questo mezzo; la pazzia di Giovanna, e la reggenza della Castiglia, in conseguenza di ciò, affidata a lui, lo rendevano più tranquillo; ma gli davano pure abbastanza da fare a casa, dove non mancavano cagioni di turbolenze, nè molti scontenti. Questi potevano facilmente far capo al gran Capitano Gonsalvo, che se ne viveva allora ritirato a casa, per essere quel re venuto in gelosìa e diffidenza di lui, a cagione della grandissima popolarità che aveva nell'esercito ed in tutta la Spagna, le cui armi s'erano sotto il suo comando ricoperte di gloria. Questo nuovo stato di cose faceva subito risorgere la fortuna e la potenza irrequieta della Francia, alle cui armi diede pronta occasione di tornare in reputazione la violenta ribellione di Genova, che Luigi XII, sottomise, con molto spargimento di sangue, alla testa del proprio esercito, nei primi del 1507.[51]
E la fortuna delle armi francesi spingeva subito ad avanzarsi sulla scena Massimiliano I, altro rivale della Francia, il quale, si trovava a comandare un paese che non mancava di forza, ma era reso debolissimo dai disordini politici che lo travagliavano. Il Sacro Romano Impero, d'universale che era stato in passato, si trovava mutato in germanico, per la formazione delle nazionalità, già costituitesi in Stati indipendenti da esso. Poco o nulla poteva più l'Impero in Italia; nulla addirittura nella Spagna, nella Francia, in Inghilterra, divenute invece sue potenti rivali. I principi, i vescovi, le città libere che lo costituivano, erano anch'essi animati da uno spirito d'indipendenza tale che rendeva debolissima l'autorità di Massimiliano, il quale comandava davvero solamente nell'arciducato d'Austria e negli altri Stati suoi proprî, e come signore feudale anche nell'Alsazia, nella Svevia ed altrove; ma contava assai poco come re dei Romani o Imperatore. S'andava, è vero, anche in Germania formando adesso uno spirito di nazionalità, che tendeva a riunire le sparse membra sotto un'autorità centrale, e ciò poteva di certo favorire chi rappresentava appunto l'unità dell'Impero. Se non che Massimiliano mirava a ricostituirla nell'interesse degli Asburgo, per mezzo di un Consiglio da lui nominato, da lui dipendente, e i patriotti tedeschi volevano invece un'oligarchia, che desse nelle loro mani il potere, o facesse da loro dipendere l'Imperatore stesso. Così erano contemporaneamente in moto e spesso in conflitto gl'interessi della casa di Asburgo e quelli degli Stati su cui essa voleva comandare; il bisogno d'indipendenza locale; il sentimento crescente della nazionalità ed unità germanica; le tradizioni sempre potenti dell'Impero: tutto ciò costituiva un insieme di cose che non potevano nè armonizzarsi fra loro, nè separarsi.[52]
A capo d'un paese in condizioni politiche tanto complicate e difficili, trovavasi Imperatore non ancora coronato, e però col titolo di Re dei Romani, Massimiliano, il cui carattere era pieno anch'esso delle più singolari contradizioni. Piacevole con tutti nei modi, non bello, ma proporzionato e forte della persona; prodigo del suo; esperto nelle guerre, massime nel comandare le artiglierie, e però amato dai soldati. Nella sua mente brulicavano i più strani e fantastici disegni, che non poteva mai condurre a termine, perchè, mentre era per eseguirne uno, veniva trascinato a iniziarne un altro.[53] Pieno ancora delle idee medioevali, voleva rimettere il mondo sotto l'autorità dell'Impero; riconquistare l'Italia; andare a Costantinopoli contro i Turchi, e liberare il Sacro Sepolcro: qualche volta sognò addirittura di farsi papa, cosa che non sarebbe credibile, se alcune sue lettere non ne parlassero.[54] Se non che, quest'uomo che voleva sottomettere l'Oriente e l'Occidente, vedeva ogni giorno posto in discussione il numero dei soldati e il danaro dovuto all'Impero dai principi e dalle città libere; nè riusciva sempre a farsi obbedire neppure dai sudditi degli Stati suoi proprî. Spesso non poteva pagare gli uomini che teneva sotto le armi, ed invano piativa e radunava Diete per aver danari. Si ridusse così ad impegnare le gioie della corona, e persino a pigliar servizio presso piccoli signori, stipendiato quasi come un capitano di ventura. Ma tutto ciò non gli faceva smettere i suoi vasti disegni, nei quali di volta in volta la Germania sembrava secondarlo, per poi abbandonarlo improvvisamente; il che nondimeno bastava, perchè egli ripetutamente vi s'ingolfasse, e ne concepisse sempre dei nuovi. Così egli ci apparisce come l'ultimo cavaliere d'un mondo destinato a perire, e, non ostante le sue buone e nobili qualità, si presenta spesso sotto un aspetto comico e grottesco.
Nella sua politica estera egli s'era sempre trovato in antagonismo colla Francia, la quale manteneva perciò segrete relazioni con molti principi dell'Impero, e cresceva di continuo difficoltà al suo avversario. Gl'interessi dei due Stati, se Stato può chiamarsi l'Impero, si trovavano in conflitto permanente così nei Paesi Bassi come in Italia; per il che Ferdinando ed Isabella di Spagna, volendo abbassare la Francia, avevano in quei luoghi secondato la Germania. Ma ora, dopo gli accordi di Blois, Luigi XII, sentendosi sicuro, prendeva animo, e Massimiliano, vedendo inevitabile la guerra, cercava raccogliere uomini e danari. A Carlo, nipote e poi successore nell'Impero, non fu dalla Francia mantenuta la promessa di dargli in moglie Claudia, figlia del Re; e Massimiliano negava alla Francia l'investitura del ducato di Milano, che voleva conquistare per sè. La sottomissione di Genova, che aveva cresciuto animo ai Francesi, lo indusse ad affrettare la sua calata in Italia, per prendervi la corona imperiale, farsi signore della Lombardia, ristabilire per tutto l'autorità dell'Impero. Giulio II seguiva con occhio inquieto questi movimenti, avendo egli sempre un solo e medesimo fine: riprendere le provincie che egli credeva usurpate alla Chiesa, specialmente quelle occupate da Venezia, contro la quale sembrava avere perciò un odio inestinguibile. E già stendeva, per mezzo d'accorti legati, le fila della sua futura politica. Ma finora i suoi disegni non riuscivano, perchè non era possibile riconciliare la Germania colla Francia, che s'avvicinava invece a Venezia. Massimiliano persisteva intanto nel pensiero di venire a prendere la corona, anche se per avanzarsi avesse dovuto combattere i Francesi ed i Veneziani. E questo era ciò che teneva ora sollevati tutti gli animi in Italia, nè meno degli altri quello del Papa, cui non piaceva che gli avvenimenti minacciassero di sfuggire affatto all'azione della sua tenace volontà. Certamente poi, se gli erano giunte, non potevano riuscirgli gradite le voci corse della strana idea che Massimiliano aveva di farsi papa, per quanto la cosa dovesse sembrare a tutti incredibile e puerile.
In ogni modo a Massimiliano occorrevano, per venire in Italia, uomini e danari, quello appunto che ora come sempre gli mancava. Poteva pei primi rivolgersi alla Svizzera, che, dopo la fiera ed eroica resistenza contro Carlo il Temerario duca di Borgogna (1476-77), era divenuta una ricca miniera di soldati. Ma ormai anch'essa faceva parte dell'Impero solo di nome, ed egli stesso aveva, dopo una lotta ostinata (1499), dovuto riconoscere la indipendenza della Confederazione elvetica. A questa, dopo essersi ben presto aggiunti Basilea e Sciaffusa, si unì più tardi anche Appenzel, e furono così tredici Cantoni, cui erano legate, con vincoli più o meno forti, altre piccole repubbliche, fra le altre quella dei tre cantoni retici, che erano allora chiamati in Italia la Lega Grigia, e che poi col nome di Grigioni fecero anch'essi parte integrante della Confederazione. Tutte queste repubbliche eran pronte a mandare le loro eccellenti fanterie in qualsiasi guerra, a difesa od offesa di qualsiasi Stato; ma ci volevano molti danari, che Luigi XII aveva, e Massimiliano cercava invano. Così anche sulle Alpi erano in conflitto la Germania e la Francia con vantaggio evidente di questa, in un paese che sino a pochi anni fa aveva riconosciuto la supremazia dell'Impero.