Prima però che troppo ci commoviamo, il poeta ci trasporta altrove sul cavallo alato della sua fantasia, e troviamo il semivivo Medoro nelle braccia voluttuose della bella Angelica. Passiamo così sempre d'avventura in avventura, di descrizione in descrizione, ed anche gli oggetti da noi già mille volte veduti, riappariscono pieni di vita e di giovanezza, come se il mondo uscisse ora novamente sotto i nostri occhi dal nulla. La rosa, di cui tanto parlarono i poeti e tante descrizioni ci lasciarono, par che sbocci la prima volta dal suolo, rorida, fresca, piena di nuove bellezze e d'immortale poesia,

L'aura soave e l'alba rugiadosa,

L'aria, la terra al suo favor s'inchina.

Cavalli, cavalieri e dame, tempeste, foreste, paesi incantati, avvenimenti d'ogni sorta, personaggi possibili ed impossibili passano, come se fossero la realtà e la verità stessa, sotto i nostri occhi estatici. Leggendo questo poema ci pare qualche volta d'essere nella Farnesina o nelle Logge vaticane, dinanzi agli affreschi di Raffaello. La Galatea, la Psiche, i filosofi della Scuola d'Atene e gli abitatori del Parnaso si staccano dalle mura, muovon intorno a noi; respirano, ci sorridono come antiche conoscenze. Questa poesia infatti è uno specchio, in cui si riflette tutta la vita esteriore ed interiore, morale, estetica del secolo, con tutti i suoi splendori. Essa lo rende a noi visibile, intelligibile, sempre più chiaro; ne disegna, ne colorisce la fisonomia, ne fa rivivere lo spirito. Ma il poema cavalleresco, dopo avere nell'Orlando Furioso manifestato la sua potenza, la sua infinita varietà e ricchezza d'immagini, sembra che abbia ad un tratto esaurito le proprie forze; esso comincia infatti d'ora in poi a decadere, nè sa far altro che vivere della sua vita passata.[37]

È singolare davvero il vedere come nei due primi decenni del secolo XVI vennero alla luce quasi tutti i più grandi lavori dell'ingegno italiano, così nelle lettere come nelle arti, o si formarono e giunsero a maturità la mente e la cultura di coloro che ne furono gli autori. In questo tempo vennero scritte tutte le principali opere del Machiavelli, e non poche del Guicciardini, il quale, perchè occupatissimo allora negli affari, pose mano solamente più tardi alla sua grande Storia d'Italia. Ma anch'egli aveva già nei primi del secolo scritto alcune delle sue Legazioni, la Storia Fiorentina e la più parte di quelle Opere inedite, che basterebbero sole a renderne immortale la fama, e ci fanno assai bene conoscere il carattere ed il valore d'un uomo, che certo è fra quelli che meglio ritraggono l'immagine vera del Rinascimento italiano. Più volte noi lo incontreremo in questa nostra storia, e quindi non sarà inutile, ora che egli incomincia a comparir sulla scena, fermarsi un momento a dirne qualche cosa coll'aiuto de' suoi Ricordi autobiografici e di famiglia. Sfortunatamente essi restarono ben presto interrotti, e ci danno perciò notizie dei suoi primi anni solamente.

Il Guicciardini discendeva da un'assai antica famiglia fiorentina. La più parte de' suoi antenati furono uomini operosi e d'ingegno, ma dati quasi tutti ai piaceri della vita, ambiziosi del potere, amanti del proprio interesse. Egli stesso ci racconta che messer Luigi fratello di suo avo, più volte gonfaloniere della Repubblica, ebbe quattro mogli, ed era tanto amante delle donne, che perfino nella vecchiaia correva dietro alle serve, fermandole per via. Tra i figli legittimi non ebbe nessun maschio; una schiava[38] però gli dette un figlio naturale, cui lasciò la propria fortuna, e che divenne poi vescovo di Cortona. Costui fu come il padre, lussurioso sino alla vecchiaia, e «nella gola seguitò l'uso degli altri preti, che si stanno in Firenze a poltroneggiare, che il pensare a mangiare è una delle maggiori faccende che abbino.»[39] L'avo del Guicciardini poi, messer Iacopo, dato anch'egli alla gola ed alle donne, era uomo senza lettere, ma assai accorto ed ardito, partigiano dichiarato de' Medici: ottenne tutti i principali ufficî ed onori della Repubblica. Fu lui che, essendo gonfaloniere, compilò, per secondare le voglie di Lorenzo de' Medici, quella legge sui testamenti, che pur sapeva ingiusta e pericolosa, dalla quale venne poi provocata la terribile congiura dei Pazzi nel 1478; fu ancora quegli che tenne il popolo tranquillo, quando Lorenzo dovette andare a Napoli, per liberarsi dalla guerra mossagli in conseguenza della congiura. Piero suo figlio, e padre dello storico, ebbe una discreta cultura letteraria; conobbe il greco, il latino, la filosofia; tenne con onore diverse ambascerie ed altri ufficî politici; fu ammiratore del Savonarola, di cui ascoltava, compendiava le prediche, e ciò non ostante era avverso al Soderini, e fautore dei Medici, come tutti i Guicciardini, senza però mai lasciarsi trasportare dallo spirito di parte; fu anche onesto, amorevole ai poveri, mite nei consigli e nelle azioni. Il figlio, Francesco, fra molte lodi, gli rimprovera solo d'essere stato poco vivace e troppo riservato.

Questo figlio, che nacque nel 1482, accoppiò la prudenza del padre all'energia dell'avo, di gran lunga superando l'uno e l'altro nell'ingegno e negli studî. Temperato nei costumi, dignitoso nei modi, molto ambizioso del potere, egoista, era assai avido del danaro, non però mai a segno da appropriarselo indebitamente; che anzi egli e tutti i Guicciardini godevano in ciò reputazione d'aver sempre avuto le mani nette. Si diede subito con ardore agli studî; apprese assai bene il latino, e quelli che erano allora i primi rudimenti di matematica; studiò anche il greco, che però, secondo egli stesso ci dice, dimenticò affatto. Così i più grandi scrittori di quel secolo erudito, l'Ariosto, cioè, il Machiavelli ed il Guicciardini, o non conobbero punto il greco, o lo conobbero in modo da averlo ben presto affatto dimenticato. Nel 1498, quando fu bruciato il Savonarola, il Guicciardini aveva sedici anni, e cominciò a studiare diritto romano e civile, prima a Firenze nello Studio, poi dal 1500 al 1505, a Ferrara ed a Padova, aggiungendovi anche il diritto canonico. In questi anni, essendo molto turbate le cose di Firenze, il padre pensò di mandargli a Ferrara la somma allora grossissima di 2000 scudi, acciò la tenesse in salvo; ed egli, che era assai giovane, rese scrupoloso conto di tutto. Ciò dimostra la sua prudenza, e la grande fiducia che il padre aveva in lui. Nel medesimo tempo gli s'ammalò gravemente lo zio vescovo di Cortona, che poco dopo morì (1503). Ed egli ci racconta che pensò subito di lasciare gli studî, per farsi prete, chiedendo allo zio, che forse si sarebbe lasciato indurre, la immediata concessione dei benefici che godeva. «Nè ciò, egli aggiunge, per alcuna inclinazione che avessi alla vita religiosa, e neppure per poltronaggine, come allora solevano quelli che vestivano l'abito ecclesiastico; ma solo per farmi strada nel mondo, e riuscire un giorno ad essere cardinale.»[40] Questi fatti dimostrano chiaro quali erano, fin da principio, le buone e le cattive qualità del giovane, quale doveva poi essere l'indole dell'uomo. Fortunatamente allora per lui, Piero Guicciardini, sebbene avesse cinque figli, rinunziò ad ogni idea di aver benefizî ecclesiastici nella famiglia, perchè non voleva che alcuno de' suoi divenisse prete, essendo la Chiesa, così egli diceva, «troppo trascorsa nel male.» Infatti erano i tempi d'Alessandro Borgia.

Finito il tirocinio universitario, Francesco Guicciardini venne a Firenze, dove fu chiamato ad insegnare il diritto: ivi si addottorò, e fu subito uno dei primi professori dello Studio. Questo però fu chiuso nel 1506, ed egli si diede allora ad esercitar con fortuna l'avvocatura. Avendo sempre gran voglia di far rapido cammino nel mondo, pensò ad un matrimonio conveniente e sposò nel 1508 Maria Salviati. Il padre di lui era stato contrario a questo matrimonio, non solo perchè avrebbe preferito e sperato pel figlio una maggior dote, ma ancora perchè non vedeva di buon occhio l'imparentarsi coi Salviati, troppo amanti del lusso, troppo avversi al gonfaloniere Soderini, e troppo partigiani. «Ma io,» così scrive il figlio, «pensavo che 500 scudi di più o di meno facevano poca differenza, e volli imparentarmi coi Salviati, appunto perchè, oltre ad esser ricchi, avanzavano tutti di aderenze e potenza, ed io ero vòlto a queste cose assai.»[41] Nè i suoi disegni andarono falliti, avendo subito avuto incarichi, ufficî onorevoli e lucrosi.

In quel medesimo anno pose mano ai suoi primi lavori, avendo il dì 13 d'aprile 1508 cominciato a scrivere i Ricordi[42] e circa il medesimo tempo, la Storia fiorentina, che nel febbraio del 1509 era giunta più che a metà.[43] Di questi due scritti, il primo non ha gran valore letterario, perchè, composto più che altro d'appunti e frammenti staccati, rimase ben presto interrotto. Pure già vi si scorge quel mirabile spirito d'osservazione, e quella precisione d'indagine psicologica, che dovevano poi essere il pregio dominante dello scrittore divenuto più maturo. Vi si trova ancora quella forma semplice, schietta e spontanea che risplende in tutte le sue Opere inedite, ma che nella Storia d'Italia divenne più tardi essai artificiosa. C'è anche un sentimento, un bisogno della verità e della realtà, spinto qualche volta fino al cinismo, notando egli, come abbiam visto, di sè stesso e de' suoi antenati fatti poco lodevoli, con una calma e indifferenza singolarissime, quasi si trattasse di personaggi storici a lui affatto estranei.

La Storia fiorentina, invece, è già lavoro d'un gran merito letterario. Incominciando da Cosimo de' Medici, di cui parla brevemente, per venir subito a Lorenzo, finisce colla battaglia della Ghiara d'Adda, vinta dai Francesi contro i Veneziani il 14 maggio 1509; sicchè può dirsi una storia di fatti contemporanei o poco lontani dall'autore. In essa vediamo chiaramente il passaggio dalla cronica alla storia moderna, che qui apparisce la prima volta già formata. L'autore, è vero, procede ancora con la forma annalistica, cioè notando sempre il principio di ciascun anno, come se dovesse essere il principio di un nuovo periodo storico o di nuovi avvenimenti; ma lo fa in modo così fugace, che il lettore se ne avvede appena. La materia invece è divisa in capitoli, secondo la natura del soggetto e dei fatti narrati, i quali vengono svolti ed esposti con un ordine maraviglioso. V'è una chiarezza, una eleganza, ma sopra tutto una penetrazione nel giudicare i fatti, ed una esperienza degli uomini singolari davvero in chi aveva solo ventisette anni, e non era stato ancora nelle pubbliche faccende. L'acume nel determinare i caratteri, nel descrivere l'avvicendarsi dei partiti, nello scoprire le cagioni personali, le passioni che producono e conducono gli avvenimenti, la sua imparzialità verso i Medici, l'entusiasmo con cui rende giustizia al Savonarola; in una parola, la sua obiettiva fedeltà e precisione storica sono superiori ad ogni elogio.