L'ambasceria, in queste condizioni, mandata da Pisa a Piombino, era composta di contadini e di cittadini, i quali non potevano essere dello stesso animo, come il Machiavelli già sapeva, e come ebbe subito a sperimentare. Il 15 marzo infatti egli scriveva, rendendo conto ai Dieci della sua commissione, che i Pisani, venuti in gran numero, s'erano doluti che, invece di due o tre autorevoli cittadini, si fosse mandato un semplice segretario, il quale neppur veniva direttamente da Firenze. In ogni modo chiedevano la pace, salve le vite, la roba e gli onori; non avevano però mandato di concludere. A questo il Machiavelli, assai poco contento, si era, dopo poche parole, rivolto al Signore di Piombino, dicendo, «che non rispondeva nulla, perchè non avevano detto nulla. Se volevano qualche risposta, dicessero qualche cosa. Vostre Signorie volevano obbedienza, e non si curavano di lor vita, nè di lor roba, nè di loro onore, e avrebbero lasciato libertà ragionevole.» I Pisani fecero allora la proposta di cedere il contado, e di essere lasciati chiusi nelle mura della loro città. «Non vedete,» rispose il Machiavelli, rivolgendosi di nuovo al signor di Piombino, «che si ridono di voi? Se non si vuole rimettere Pisa in mano dei Signori fiorentini, è inutile di trattare; e quanto alla sicurtà, se non si vuole stare alla loro fede, non c'è altro rimedio.» E ai contadini poi disse, «che gl'incresceva della loro semplicità, perchè giocavano un giuoco in cui dovevano perdere in ogni modo. Se Pisa doveva essere sottomessa colla forza, essi avrebbero perduto la roba, la vita ed ogni cosa. Quando invece avessero vinto i Pisani allora i cittadini non li avrebbero voluti per compagni, ma per servi, e li avrebbero fatti tornare ad arare.» A questo punto uno dei cittadini presenti cominciò a gridare, che quelli non erano termini convenienti, perchè si cercava dividerli; ma i contadini parevano invece consentire, e uno di essi, Giovanni da Vico, esclamò ad alta voce: «Noi vogliamo la pace, noi vogliamo la pace, imbasciatore.» Il Machiavelli non si occupò d'altro, ed il giorno seguente partì, sebbene due volte, anche quando era montato a cavallo, fossero tornati da lui per riannodare i discorsi.[126]
Egli dovè subito recarsi a Firenze, dove i Dieci lo chiamavano allora in grandissima fretta,[127] con tutti gli uomini che poteva menar seco. Pare che fossero in grave pensiero, perchè da ogni parte le genti del Papa e della Francia movevano già contro Venezia. Ben presto però lo troviamo di nuovo nel campo a Mezzana, donde, avendo da essi ricevuto invito d'andare a Cascina, per ivi fermarsi, rispondeva il 16 aprile. Dopo avere minutamente ragguagliato sullo stato dell'esercito, dicendo che le fanterie erano così buone come ogni altra che si potesse avere in Italia, concludeva raccomandandosi vivissimamente, che lo lasciassero dove si trovava, altrimenti non avrebbe potuto occuparsi nè dei fanti nè del campo, ed a Cascina bastava mandassero un uomo qualunque. Capiva bene che l'andare colà sarebbe stato per lui meno faticoso e meno pericoloso; «ma se io non volessi nè pericolo nè fatica, non sarei uscito da Firenze; sicchè mi lascino Vostre Signorie stare infra questi campi, e travagliare fra questi commissari delle cose che corrono, dove io potrò essere buono a qualche cosa, perchè io non sarei quivi buono a nulla, e morrei disperato; e però di nuovo le prego disegnino sopra qualche altro.[128]» I Dieci gli risposero, che stesse pure là dove credeva più utile la sua presenza;[129] ed egli fu quindi in giro pei tre campi, a sorvegliare l'andamento delle cose, trovandosi sempre ov'era necessaria l'opera sua, perchè nulla mancasse ai soldati. Ora distribuiva le paghe, ora mandava le vettovaglie, ora consigliava e dirigeva le operazioni necessarie ad impedire che entrassero aiuti nella città.[130] Il 18 maggio era a Pistoia per sollecitare l'invio del pane che era stato ritardato, e dava ordini severi perchè non seguissero più simili inconvenienti.[131] E queste cure indefesse ebbero finalmente il desiderato effetto, perchè i Pisani si trovarono così stretti e vigilati da ogni lato, che dovettero ormai decidersi a cedere.
Il 20 di maggio, infatti, i tre commissari scrivevano ai Dieci,[132] annunziando che quattro Pisani erano venuti a chiedere salvocondotto, per mandare a Firenze ambasciatori che trattassero della resa. Ed il 24 questi ambasciatori, con cinque cittadini e quattro contadini[133] si presentarono al campo e partirono subito con Alamanno Salviati e Niccolò Machiavelli, tanto che la sera stessa erano arrivati a San Miniato.[134] Il giorno 31 il Machiavelli si trovava di ritorno a Cascina, e gli ambasciatori, avendo concordato a Firenze i termini della resa, che in sostanza era incondizionata, con promessa però d'essere trattati con clemenza, rientrarono subito in Pisa. Non v'era tempo da perdere. Il 2 giugno erano uscite dalla misera città trecento persone, correndo affamate al campo di Mezzana, per chiedere pane, che fu loro dato. Il giorno seguente uscivano a frotte da ogni porta, tanto che fu necessario rimandarne indietro parecchie, altrimenti avrebbero riempito e disordinato il campo intero.[135] Il 6 tutto era concluso, perchè i Fiorentini entrassero il giorno seguente. I tre commissari s'adunarono a Mezzana col Machiavelli, che aveva ricevuto tremila ducati per le paghe. Venne anche l'ordine, che lasciassero scegliere a lui le genti che dovevano entrare in città, alle quali doveva dar prima un terzo delle paghe, acciò non vi fosse occasione o pretesto d'abbandonarsi al saccheggio o ad altri eccessi.[136] Si tardò ancora un giorno, per entrare il dì 8; non sappiamo il perchè. È probabile che, per determinare non solo il giorno, ma anche l'ora, si consultassero, come allora usava, gli astrologi. Certo è che fra le molte lettere, mandate in quei giorni al Machiavelli, ne troviamo una dell'amico Lattanzio Tedaldi, il quale gli raccomandava vivamente di non cominciar l'entrata prima delle dodici e mezza, possibilmente qualche minuto poco dopo le tredici «che sarà hora felicissima per noi.»[137]
Secondo il giudizio concorde degli storici contemporanei, tutto procedette da questo momento con una grandissima umanità e benevolenza verso la infelice città, che con tanta energia aveva combattuto e sofferto.[138] I Fiorentini non solamente non usarono violenza; non solo portarono grande quantità di vettovaglie che distribuirono largamente tra la popolazione affamata; ma resero ai Pisani tutti i beni stabili, che avevano loro confiscati, computando scrupolosamente a vantaggio degli antichi possessori anche i frutti di quell'anno sino al giorno della pace. I conti vennero affidati a Iacopo Nardi, lo storico, il quale dice che furono fatti talmente a favore dei Pisani, che pareva quasi avessero essi dettato e non subìto le condizioni della pace.[139] Vennero confermati gli antichi privilegi, le antiche magistrature amministrative della città; rese le franchigie commerciali già godute in antico; concesso nelle liti un appello ai medesimi giudici che giudicavano i Fiorentini. Ma se tutto ciò faceva onore ai vincitori, massime al Soderini ed al Machiavelli, che avevano avuto la parte principale nel dare ed eseguire questi ordini, non poteva certo bastare a soddisfare i vinti. La libertà, l'indipendenza, i diritti politici erano perduti per sempre! Nessun Pisano poteva più sperare di aver qualche parte nel decidere i destini della sua città, e però le principali famiglie esularono a Palermo, a Lucca, in Sardegna, altrove. Molti s'arrolarono nell'esercito francese, che combatteva allora in Lombardia contro Venezia, per cercare poi nella Francia meridionale un'immagine del bel clima toscano.[140] In questa occasione esularono anche i Sismondi, da cui discese lo storico illustre delle repubbliche italiane.
Allora, osserva il Nardi, non pochi pensarono ad Antonio Giacomini, il primo che aveva dato alla guerra pisana un indirizzo tale da poterla condurre a buon fine, ed era stato poi, per invidia, lasciato da parte; sicchè trovavasi vecchio, inabile, cieco e abbandonato. Per singolare capriccio della fortuna trionfava invece il Machiavelli, che non era uomo di guerra. Ma egli poteva avere la coscienza tranquilla, perchè non era stato mai di quelli che avevano disprezzato il Giacomini, anzi ebbe sempre per lui un'ammirazione sincera, nè tralasciò occasione di manifestarla, biasimando coloro che lo avevano trascurato, riconoscendo d'essere stato dall'esempio e dai buoni successi militari di lui incoraggiato ad ordinare quella Milizia, cui ora si attribuiva la resa di Pisa.
Tutto gli era riuscito a buon fine; e la clemenza usata nel prender possesso della città crebbe la reputazione della sua prudenza e l'autorità del suo nome. Da ogni parte gli arrivavano lettere di congratulazione. Una di Agostino Vespucci, suo coadiutore nella cancelleria di Firenze, gli diceva, in data appunto dell'8 giugno, che i fuochi s'erano accesi nella Città sin dalle ore 21, nè era possibile descrivere la letizia universale: «ogni uomo quodammodo impazza di esultazione.... Prosit vobis lo esservi trovato presente ad una gloria di questa natura, et non minima portio rei.... Nisi crederem te nimis superbire, oserei dire che voi con li vostri battaglioni tam bonam navastis operam, ita ut, non cunctando sed accelerando, restitueritis rem florentinam. Non so quello mi dica. Giuro Dio, tanta è la esultazione aviamo, che ti farei una Tulliana, avendo tempo, sed deest penitus.»[141] Ed il 17 giugno, il commissario Filippo da Casavecchia, suo amico, gli scriveva da Barga: «Mille buon pro' vi faccia del grandissimo acquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte.... Ognindì vi scopro el maggior profeta che avessino mai li Ebrei o altra generazione.»[142]
Tutti questi trionfi non erano però senza qualche pericolo per l'avvenire del Machiavelli, ed anche della Repubblica. Da un lato era inevitabile che venisse fatto segno a nuove gelosie ed invidie un segretario, il quale aveva sorvegliato un assedio, con autorità quasi superiore a quella dei commissarî di guerra, e per giunta era stato fortunato in modo da ottenere il trionfo, ponendo fine ad una lotta ostinata, che per tanti anni aveva esaurito le forze delle due città. Da un altro lato questo fortunato successo fece a tutti concepire grandissima opinione della nuova Ordinanza. Infatti d'allora in poi il Machiavelli e gli altri riposero in essa una fiducia così illimitata, che poteva essere, e più tardi fu veramente, cagione di grandi e crudeli disinganni. Pareva che nessuno s'avvedesse, che in sostanza allora tutto s'era per essa ridotto a dare il guasto, senza incontrar mai nemici da combattere; a far buona guardia, perchè non arrivassero soccorsi di vettovaglie ad una città affamata ed esausta, che non era più in grado di difendersi. Non si pensava, che assai diverso sarebbe stato il caso, quando si fosse trattato d'affrontare nemici agguerriti ed in forze. In fatti questa esperienza si dovè fare più tardi, ed allora a proprie spese s'imparò quanto sia in guerra pericoloso il pascersi di vane illusioni.
CAPITOLO XII.
La lega di Cambray e la battaglia d'Agnadello. — Umiliazione di Venezia. — Legazione a Mantova. — Decennale Secondo. — Piccole contrarietà del Machiavelli. — Il Papa alleato di Venezia, nemico della Francia. — Ricomincia la guerra — Terza legazione in Francia.
Il 10 dicembre 1508 s'era finalmente conclusa quella lega di Cambray, che Giulio II aveva con tante cure e tanto ardore promossa. L'Imperatore, la Spagna, la Francia ed il Papa s'univano, in apparenza a combattere il Turco, ma di fatto a vendetta, a sterminio di Venezia; ed erano già d'accordo sul come dividersene il territorio. Il Papa avrebbe avuto le agognate terre di Romagna; l'Imperatore, Padova, Vicenza, Verona, il Friuli; la Spagna, le terre napoletane sull'Adriatico; la Francia, cui toccava nella guerra la parte principale, Bergamo, Brescia, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda ed il Milanese. Le ostilità cominciarono subito, e sino dal principio pareva che gli uomini e la natura cospirassero a danno di Venezia. Il magazzino delle polveri saltò in aria; il fulmine colpì la fortezza di Brescia; una barca, che portava a Ravenna 10,000 ducati, naufragò; alcuni degli Orsini e dei Colonna, che erano stati assoldati, con obbligo di condurre buon numero di fanti e cavalieri, e avevano già ricevuto 15,000 ducati, ritennero il danaro e ruppero il contratto, per ordine del Papa. Ma la indomabile repubblica non si perdè d'animo, e mise sull'Oglio un poderoso esercito di nazionali e stranieri, e sotto il comando di Niccolò Orsini conte di Pitigliano e di Bartolommeo d'Alviano. Il Pitigliano però era tutto prudenza, l'Alviano tutto impeto, e non volendo nessuno dei due cedere all'altro il comando supremo, la direzione della guerra ne rimaneva incerta.