I nemici della repubblica andavano invece concordi e deliberati al loro scopo. Il 15 d'aprile Giulio II pubblicò la bolla di scomunica contro i Veneziani e contro chiunque gli aiutasse, dando libera facoltà ad ognuno di derubarli e venderli poi anche schiavi. Il 14 maggio l'avanguardia francese, comandata da G. G. Trivulzio, passato l'Adda, incontrò la retroguardia dei Veneziani alla cui testa era l'Alviano. Questi, essendosi fermato, si trovava sempre più lontano dal grosso dell'esercito, che proseguiva il suo cammino; il nemico era invece continuamente rinforzato dal sopraggiungere de' suoi. Avvistosi di ciò l'Alviano, fece avvertire il conte di Pitigliano, perchè gli venisse in aiuto; ma questi, con la solita prudenza, rispose che il Senato non voleva si desse allora battaglia, e però consigliava anche a lui di continuare il suo cammino. L'Alviano invece attaccò il nemico e si condusse con valore; ma fu, come quasi sempre nella sua vita, sfortunato. Le fanterie italiane, specie quelle dei Brisighella, si condussero eroicamente, restando uccisi seimila dei loro uomini. Venti pezzi d'artiglieria furono perduti; l'Alviano stesso rimase ferito e prigioniero. La rotta fu generale, ma una parte della cavalleria si salvò, ed il grosso dell'esercito veneziano, avendo continuato il suo cammino col Pitigliano, non prese parte alla mischia. Questa battaglia, nota col nome di Vailà o d'Agnadello, fu la prima delle grandi e sanguinose lotte, che d'allora in poi seguirono in Italia senza tregua, nelle quali i nostri soldati e capitani combatterono con valore nei due campi avversi, rendendo la loro patria sempre più serva dello straniero. I Francesi ebbero in loro potere Caravaggio, Bergamo, Brescia, Crema; presero anche Peschiera, e così in 15 giorni Luigi XII, venuto in Italia alla testa del suo esercito, era già padrone di tutte le terre che gli erano state promesse a Cambray; ed allora cominciò subito a raffreddarsi nella guerra. Il conte di Pitigliano si chiuse in Verona.

Ma intanto l'esercito pontificio, forte di 400 uomini d'armi, 400 cavalli leggieri ed 800 fanti, cui s'unirono più tardi 3000 Svizzeri, s'avanzava rapidamente in Romagna, senza più incontrare ostacoli di sorta, sotto il comando di Francesco Maria della Rovere, nipote del Papa, e ora duca d'Urbino per l'adozione che di lui aveva fatta Guidobaldo da Montefeltro, morto senza figli. Il duca Alfonso d'Este, che finora era sembrato neutrale, all'annunzio della battaglia di Vailà cacciò da Ferrara il Visdomino veneziano, mandò 32 de' suoi celebri cannoni all'esercito del Papa, e ripigliò alcune terre state già tolte agli Este dai Veneziani. Nemico si dichiarò anche il marchese di Mantova; ed alcuni vassalli dell'Impero, aspettando l'arrivo di Massimiliano, attaccavano intanto nel Friuli e nell'Istria la bersagliata repubblica di S. Marco, alla quale restava adesso solo la speranza che, col cedere a qualcuno dei nemici tutto quello che voleva, potesse farselo amico e separarlo dagli altri, che così avrebbe indeboliti.[143]

Alla Francia ormai non v'era più nulla da cedere, perchè essa aveva già preso tutto quel che voleva. Alla Spagna i Veneziani resero le poche terre napoletane che avevano sull'Adriatico; ma ciò era, nel presente momento, ben poca cosa. Occorreva fare assai di più, per ottenere il desiderato intento. Gli storici dicono che la Repubblica veneta mandò allora Antonio Giustinian all'Imperatore col foglio bianco, con la commissione cioè di sottomettersi a lui, cedendo tutto quel che chiedeva. E si diffuse allora assai largamente una orazione latina. Ad divum Maximilianum Imperatorem, che il Giustinian avrebbe, dicevano, scritta e letta poi a quel sovrano. Essa è veramente una povera cosa, umile fino quasi all'abbiezione, indegna della Serenissima e del suo oratore, i cui dispacci eran sempre pieni di acume e di dignità. Pure fu dal Guicciardini tradotta nella sua Storia d'Italia; il Machiavelli ne conservò copia nelle sue carte,[144] e v'alluse nei Discorsi; il Ricci la trascrisse nel suo Priorista, ed il 7 luglio 1509 l'ambasciatore fiorentino Piero de' Pazzi, ne mandava da Roma copia ai Dieci, scrivendo che era «cosa miserabile vedere gli oratori veneti andar per la terra, tanto la loro superbia s'era mutata in umiltà.»[145]

Certo Venezia, dopo la disfatta subita, avendo contro di sè Papa, Impero e Francia, era assai sgomenta; ma non si abbandonò, non si avvilì mai quanto farebbe credere quella orazione. Oltre di ciò, noi abbiamo le istruzioni che la repubblica dette prima al Giustinian, poi ad altri suoi rappresentanti; sappiamo quindi con precisione quali proposte, nelle sue calamità, essa fece, e con quale scopo. Volendo far di tutto per indurre Massimiliano a venire in Italia a combattere la Francia e difendere Venezia, offriva di cedergli quelle terre che nello scorso anno essa aveva tolte all'Impero. E sebbene sembrasse assai più restia per alcune altre città, che l'Imperatore presumeva fossero sue, pure anche su queste sembrava disposta a riconoscerne l'autorità, pagandogli un censo. E quando fosse per loro venuto davvero in Italia, i Veneziani lo avrebbero con tutte le loro forze aiutato, dandogli in diverse rate 200,000 fiorini. Più tardi, facendo altre minori proposte, si dichiaravano pronti a pagargli addirittura 50,000 fiorini l'anno per tutta la sua vita.[146] Ma l'Imperatore rispose di volere andare d'accordo con la Francia, di non voler trattare con chi era stato scomunicato dal Papa, e negò il salvocondotto al Giustinian, che non si potè quindi neppur presentare a lui. La sua pretesa orazione adunque, se non è un esercizio retorico di qualche nemico di Venezia, non fu di certo mai letta a Massimiliano, e quello che è più, non risponde alle istruzioni che l'oratore aveva ricevute dal Senato Veneto.[147]

Se però l'Imperatore si dimostrava così restìo, pareva invece che fosse già disposto a mutare animo il Papa, che era stato il promotore della lega. Avute le sue terre di Romagna, egli si dimostrava sempre sdegnato contro i Veneziani, dai quali richiedeva le entrate che essi avevano colà riscosse in passato; nemico sempre degli stranieri in genere, era adesso anche più sdegnato contro i Francesi, che, dopo aver preso per sè tutto quello che volevano, non sembravano punto disposti a proseguire seriamente la guerra. Sembrava perciò assai inclinato ad unirsi contro di loro con l'Imperatore. Se non che questi, quantunque ora non gli mancassero i danari, quantunque parecchie terre del Veneto sembrassero pronte ad arrendersi a lui, non si moveva. I suoi rappresentanti però s'avanzarono per prenderne possesso, e Venezia, che voleva evitare ogni conflitto con lui, ordinò che si cedesse. Infatti il vescovo di Trento assai facilmente prese possesso di Verona e di Vicenza; anche Padova si arrese senza resistenza. A Treviso però le cose andarono assai diversamente. Colà, se i nobili, sempre avversi a Venezia in tutte le città da essa conquistate, si dimostravano pronti a sottomettersi senz'altro, il popolo invece, che dappertutto le era affezionatissimo, insorse al grido di Viva San Marco, saccheggiò le loro case, e cacciò i rappresentanti dell'Impero. E questa fu una scintilla, che s'andò facilmente propagando per tutto, tanto più che le forze di Massimiliano in Italia erano scarsissime. Si disse allora e si ripetè poi dagli storici, che Venezia, dando prova d'una grande sapienza politica e d'una grandissima fiducia nell'affezione dei propri sudditi, sciolse le città di terra ferma dal giuramento d'obbedienza, lasciandole libere d'arrendersi o difendersi, secondo che volevano, e che esse, per affezione a S. Marco, si difesero eroicamente. Tutto questo però è, in parte almeno, una leggenda, di cui facilmente si spiega l'origine, se si guarda alla realtà vera dei fatti.[148] Venezia voleva separare l'Imperatore dalla Francia, per attirarlo a sè, a questo fine era disposta, come abbiam visto, ad ogni sacrifizio di uomini e di danaro, a cedere anche alcune delle sue città, e aveva dato perciò gli ordini opportuni. Ma quando vide che l'Imperatore non si moveva, e che il popolo insorgeva al grido di Viva San Marco, cominciò ben presto a mutare condotta.

Infatti, sebbene avesse in sul principio mostrato di rassegnarsi a cedere perfino Padova, il 17 luglio 1509 mutò improvvisamente, e rientrò per sorpresa nella città, che subito s'arrese insieme con la fortezza: il popolo intanto saccheggiava le case dei nobili. Tutto il territorio padovano seguì l'esempio della città, e Verona, dove l'arcivescovo di Trento si trovava con pochissime forze, era sul punto d'insorgere anch'essa, tanto più che, avendo gl'imperiali invocato l'aiuto del marchese di Mantova, e questi essendosi mosso, fu per via fatto prigioniero dagli Stradioti di Venezia. Luigi XII, invece di ricominciare la guerra per aiutare gli alleati, se ne tornava in Francia, lasciando ai confini veronesi il La Palisse con 500 lance e 200 gentiluomini. E ciò, dopo aver concluso col Papa un trattato a difesa comune dei propri Stati, abbandonando al loro destino i vassalli della Chiesa, fra i quali principalissimo il duca di Ferrara, suo alleato, che restava così esposto all'odio ed agli assalti di Giulio II.

Finalmente però Massimiliano si decise a muoversi, per venire all'assedio di Padova, dove i Veneziani fecero subito entrare tutte le forze che avevano disponibili. V'entrarono anche i due figli del doge Loredano con 100 fanti tenuti a loro proprie spese; li seguirono altri 176 gentiluomini veneziani, e poi vennero gli abitanti della campagna colle loro raccolte di viveri. L'Imperatore comandava il più poderoso esercito che da molti secoli si fosse visto in Italia. V'erano i Francesi del La Palisse, gli Spagnuoli educati alla guerra sotto Gonsalvo di Cordova, Italiani, Tedeschi, avventurieri d'ogni nazione, e 200 cannoni. In tutto da 80 a 100 mila uomini.[149] Presto cominciarono le operazioni d'assedio, e la breccia fu aperta; ma quando si venne all'assalto, i Veneziani fecero scoppiare le mine già prima caricate, e la più parte degli assalitori, fra cui alcuni capitani di grido, saltarono in aria. Così l'assedio fu levato il 3 di ottobre, e ricominciarono le querele degli alleati, massime dell'Imperatore, che, trovandosi senza danari, ne cercava a tutti, e con più insistenza che mai ai Fiorentini, ai quali ricordava le somme già promesse per mezzo del Vettori, quando fosse venuto in Italia, dove ormai si trovava.

Essi dovettero quindi inviargli a Verona, dove sembrava che ora si recasse, sebbene tornasse poi indietro, due ambasciatori, Giovan Vittorio Soderini e Piero Guicciardini, il padre dello storico. Il Machiavelli, rimandandoli a ciò che esso aveva già scritto sulla Germania e sull'Imperatore, ricordava loro di essere accorti, perchè questi «assai spesso disfaceva la sera quello che concludeva la mattina.»[150] E gli ambasciatori arrivati a Verona, firmarono subito un trattato (24 ottobre 1509), col quale i Fiorentini s'obbligavano a pagare 40,000 ducati a Massimiliano, che prometteva loro amicizia e protezione.[151] Il pagamento doveva farsi in quattro rate: la prima subito, nel mese stesso d'ottobre, la seconda il 15 novembre,[152] la terza nel gennaio, e la quarta nel febbraio seguenti.

A portare la seconda rata fu, con deliberazione del 10 novembre, mandato il Machiavelli con ordine di trovarsi il 15 a Mantova, e, fatto il pagamento, recarsi a Verona o dove credesse più opportuno, per raccogliere notizie. Ed il Machiavelli adempiè la commissione, cominciando subito a cercar notizie in Mantova stessa, non senza avvertire, che quello era un «luogo dove nascono, anzi piovono le bugìe, e la Corte ne è più piena che la piazza.[153] Il 22 era a Verona, donde scriveva il 26, notando subito, secondo il suo solito, i fatti essenziali ad avere una giusta cognizione dello stato delle cose e degli animi colà. «I gentiluomini,» egli diceva, «non amano Venezia, inclinano agli alleati; ma il popolo, la plebe, i contadini sono tutti marcheschi.[154] Il vescovo di Trento si trova a Verona con poche migliaia di fanti e cavalli, Vicenza s'è già ribellata e data ai Veneziani: l'Imperatore trovasi a Roveredo, e non vuol ricevere oratori; i nobili di Verona guardano alla Francia, che finalmente ha mandato solo 200 Guasconi e 200 uomini d'arme. Ma questi aiuti non giovano a niente, perchè sono pochi, e intanto gli alleati devastano e rubano il paese in modo indescrivibile.» «E così negli animi di questi contadini è entrato un desiderio di morire e vendicarsi, che sono divenuti più ostinati e arrabbiati contro a' nemici de' Veneziani, che non erano i Giudei contro a' Romani; e tuttodì occorre che uno di loro, preso, si lascia ammazzare per non negare il nome veneziano. Eppure iersera ne fu uno innanzi a questo vescovo, che disse che era marchesco e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che il vescovo lo fece appiccare, nè promesse di camparlo, nè d'altro bene, lo poterono trarre di questa opinione: di modo che, considerato tutto, è impossibile che questi re tenghino questi paesi con questi paesani vivi.»[155] La resistenza energica e qualche volta eroica di quei contadini ricorda quella assai simile dei contadini pisani contro Firenze, e ci conferma nella opinione già espressa sul vigore e l'energia morale ancora esistente negli ordini inferiori della società italiana, dei quali allora si faceva troppo poco conto, e di cui generalmente non s'occuparono gli storici.

«Le cose,» continuava il Machiavelli, «non possono in questi termini durare a lungo. Più la guerra va lenta e più crescerà l'amore verso Venezia, perchè le popolazioni sono in casa e fuori consumate dagli alleati, che le rubano e le rovinano, mentre i Veneziani, pur facendo continue scorrerie e prede, le rispettano e fanno trattare con ogni riguardo.[156] Intanto Luigi XII e Massimiliano non vanno punto d'accordo fra di loro, e si teme che alla fine questi si unirà coi Veneziani. Sono due re, che uno può fare la guerra ma non vuole, e quindi la va dondolando; l'altro vuole ma non può. Se però mantengono con questi modi a' paesani la disperazione, e a' Veneziani la vita, credesi, come ho detto altre volte, che in un'ora possa nascere cosa che farà pentire e re e papi e ciascuno di non aver fatto suo debito ne' debiti tempi.[157] I Veneziani in tutti questi luoghi dei quali s'insignoriscono, fanno dipingere un S. Marco che, in cambio di libro, ha una spada in mano; donde pare che si sieno avveduti a loro spese, che a tenere gli Stati non bastano gli studî e i libri»[158] Il 12 dicembre egli era a Mantova, di dove, essendo già vicina la guerra intorno a Verona, mandò una lunga ed esatta descrizione di questa città;[159] e poco dopo, avutane licenza dai Dieci, se ne tornò a Firenze.