Levò le genti, affaticato e stanco;
E dalla Lega sendo derelitto,
Di ritornarsi nella Magna vago,
Perdè Vicenza per maggior despitto.[161]
E con questo fatto, seguìto nei giorni stessi, in cui il Machiavelli era a Verona ed a Mantova, rimane in tronco il secondo Decennale, che è solo un breve frammento, e letterariamente vale anche meno del primo.
La lettera cui più sopra abbiamo accennato, scritta dal Machiavelli in Verona, il dì 8 dicembre, a Luigi Guicciardini in Mantova, dimostra che se veramente, come noi supponiamo, egli scrisse allora il brano del secondo Decennale, le sue ore d'ozio pur troppo non furono occupate solamente nello scrivere quei versi abbastanza mediocri. Pare che Luigi Guicciardini, fratello dello storico, gli avesse narrato una sua oscena avventura. Rispondendo, egli ne racconta un'altra così ributtante, che noi vi alludiamo solo, perchè la lettera che ne parla fu data alle stampe, ond'è pur necessario dirne qualche cosa. Il Machiavelli adunque racconta d'essere a Verona entrato nello scuro tugurio d'una donna di mala vita, la quale era così sudicia, puzzolente e brutta, che quando, nell'accomiatarsi da lei, potè vederla al lume della lucerna, fu tanto disgustato d'esserle stato vicino, che dette di stomaco. La più fugace lettura di questo racconto, che del resto sarebbe preferibile ignorare affatto, dimostra chiaro che egli, per far ridere l'amico, esagerava anche più del solito, in modo da oltrepassare non poco i confini del verosimile. L'esagerazione stessa però è tale da far deplorare che un uomo grave, il quale pur era padre di famiglia, non più giovane, marito di moglie affezionata, potesse, quando anche non fosse che per celia, raccogliere così disgustoso fango.[162] Nè qui basta a tutto giustificare la solita scusa dei tempi. Fortunatamente le molte faccende non gli lasciarono allora tempo da pensare e scrivere altre simili sconcezze.
I suoi amici, che spesso gareggiavano con lui nei più osceni discorsi, in questi giorni gli mandavano da Firenze lettere che discorrevano anche di private ed assai poco grate faccende. Francesco del Nero, suo parente, accennava, in data del 22 novembre 1509, ad una lite di famiglia, che non determinava, ma che doveva essere di qualche gravità, perchè egli diceva che molte persone autorevoli, tra cui lo stesso gonfaloniere Soderini e i fratelli di lui, erano stati consultati in proposito, e sembravano adoperarsi in favore del Machiavelli.[163] Di che cosa si tratti noi non sappiamo; è certo però che, in conseguenza di un accordo fatto col fratello Totto, il quale s'era dato alla vita ecclesiastica, e dovette perciò avere i benefizî spettanti alla famiglia, Niccolò era venuto in possesso di tutta l'eredità paterna, coi debiti non piccoli e le tasse che la gravavano. Nel 1511, infatti, gli ufficiali del Monte portarono a suo carico le Decime dovute, e fu poi obbligato anche a pagar grosse somme ai creditori.[164] Da tutto ciò è facile supporre che sorgessero liti, e che ad una di esse il Del Nero accennasse. Poco dopo, altra e più grave lettera, in data del 28 dicembre, gli veniva dal fido Biagio Buonaccorsi. «Sette giorni fa,» egli scriveva, «un tale s'è presentato turato,[165] con due testimonî, al notaio dei Conservatori, con una protesta la quale diceva, che per essere voi nato di padre, ecc.,[166] non potete esercitare l'ufficio di segretario. E benchè la legge, già altre volte citata, sia quanto la può in vostro favore, pure c'è molti che strepitano, e se ne parla dovunque, perfino nei bordelli.» E dopo avergli consigliato, in nome degli amici, a non tornare ancora in Firenze, concludeva: «Io qui prego e ringrazio per voi, cose alle quali non siete punto adatto. Meglio adunque che lasciate passar questa tempesta, per la quale da più giorni non ho dormito, senza nulla tralasciare per voi, giacchè non so donde venga, ma ci avete ben pochi che vogliano aiutarvi.[167]
A che cosa alluda questa seconda lettera, è anche meno facile indovinarlo. Si trattava certo di un divieto che i nemici del Machiavelli volevano dal padre far ricadere sul figlio.[168] Il Passerini, che pubblicò la lettera del Buonaccorsi, dice che «Bernardo, padre del nostro Niccolò, era nato illegittimo.» Non dà però nessuna prova della sua asserzione. Invece il Tommasini (II, 958-9) cita un manoscritto del Cerretani da lui posseduto, nel quale l'accusa di bastardo è ricordata. Nei Ricordi della famiglia Machiavelli, da noi già citati, i figli naturali sono menzionati, ma tra di essi non c'è Bernardo, del quale si dice solo che ereditò il patrimonio della famiglia. Nè dagli Statuti risulta che al figlio legittimo di padre illegittimo fosse vietato il far parte della Cancelleria.[169] Non è facile quindi dare una sicura interpetrazione della lettera del Buonaccorsi. Fu supposto da altri, che Bernardo Machiavelli fosse messo, come dicevano, a specchio, per non aver pagato le imposte dovute, e che da ciò risultasse il divieto anche al figlio. Infatti, secondo una deliberazione del 1402, quando il padre era a specchio, veniva ritenuto come tale anche il figlio[170] Ma nella Riforma della Cancelleria deliberata il 14 febbraio 1498,[171] fu data facoltà al Consiglio dei Richiesti di nominare i cancellieri e coadiutori, senza tener conto alcuno dei divieti.[172] E questo farebbe comprendere le parole del Buonaccorsi, là dove nella sua lettera dice: «Sebbene la legge sia in favore quanto la può.»
Comunque sia di tutto ciò, o che la lettera del Buonaccorsi trovasse il Machiavelli già partito, o che egli, sicuro della benevolenza del Gonfaloniere e del favore della legge, non facesse gran caso delle tante paure degli amici, che gli consigliavano di non venire per ora a Firenze, certo è che il 2 gennaio egli era già di ritorno, occupato nelle solite faccende d'ufficio.[173] Il 13 marzo lo troviamo a San Savino, per una questione di confine tra Senesi e Fiorentini;[174] nel maggio, in Val di Nievole, a far la mostra delle bandiere, e poi sempre più occupato nell'ordinamento della Milizia a Firenze.[175]
Intanto i Veneziani, che erano rientrati in Vicenza, giunsero troppo tardi a Verona, dove gl'imperiali s'erano già fortificati. Presero varie terre nel Friuli e nel Polesine; ma le loro navi, che erano entrate nel Po per assalire Ferrara, vennero, per inesperienza e viltà di Angelo Trevisan, che le comandava, vinte e quasi distrutte. Poco dipoi, cioè al principio del 1510, moriva il conte di Pitigliano; ed essendo già prigioniero l'Alviano, essi restavano addirittura senza un capitano di grido, che potesse comandare l'esercito, nè riuscirono a trovare altri che Giovan Paolo Baglioni di Perugia. In questo momento però l'aiuto venne donde meno era aspettato.