Il Papa ogni giorno più geloso della Francia, dopo avere, trascinato dalla sua natura irrequieta, chiamato in Italia un diluvio di stranieri per combattere Venezia, ora che questa s'era umiliata ai suoi piedi, cedendo a lui in ogni cosa, non solo inclinava manifestamente verso di essa; ma già le aveva dato l'assoluzione, e secondo che scriveva da Roma l'ambasciatore veneto Trevisan, s'era lasciato dire, che «se quella terra non fosse, bisogneria farne un'altra.»[176] Ed incominciò adesso a levare il suo ben noto grido di Fuori i barbari. L'oratore fiorentino in Francia, messer Alessandro Nasi, che da un pezzo aveva scritto, alludendo al Papa ed al Re: potersi credere, «che la sospizione fra loro non sia poca, e la fede non sia molta,» aggiungeva ora che lo sdegno dei Francesi era divenuto grandissimo.[177] Ma anche per Luigi XII era un assai grosso affare trovarsi in guerra col Papa, ed un Papa della tempra di Giulio II, che voleva essere, come scriveva il Trevisan, «il signore e maestro del giuoco del mondo.»[178] S'aggiungeva inoltre che gli Svizzeri, tenuti allora la prima fanteria in Europa, sapendo d'esser sempre più necessarî alla Francia, aumentarono tanto le loro domande di denaro, che il Re ne fu irritato per modo, che si contentò di far solo qualche accordo separato coi Vallesi e coi Grigioni. Invece trovava fra tutti loro gran favore il cardinale Mattia Schinner, vescovo di Sitten o, come dicevano gl'Italiani, Sion, il quale girava, promettendo danari, per assoldar gente a servizio del Papa.

Ben presto la guerra ricominciò, sebbene assai fiaccamente, tra i Francesi uniti all'Imperatore da un lato, i Veneziani uniti al Papa dall'altro. Nè i Veneziani sarebbero stati, con un debole esercito, comandato da un capitano come il Baglioni, in grado di resistere alle forze dei nemici; ma l'Imperatore era sempre incerto, ed in Francia moriva (25 maggio 1510) il cardinal d'Amboise, che aveva sinora guidato la politica di Luigi XII. E questi lasciava gli affari in mano del Rubertet, o, ciò che era anche peggio, faceva di suo capo: tutti perciò ne prevedevano guai. Lo Chaumont, che doveva il suo alto ufficio all'essere nipote e creatura del morto cardinale, ricevette ordine di retrocedere verso Milano, lasciando all'Imperatore 400 lance e 1500 fanti spagnuoli.[179] In Francia, al clero ed a tutto il paese pareva gran cosa trovarsi in guerra col capo della religione, e questi non se ne stava con le mani alla cintola, ma già tentava di sollevare Genova, al qual fine Marcantonio Colonna, con finti pretesti, lasciava il servizio dei Fiorentini, partendo con 100 uomini d'arme e 700 fanti.[180] Di questa inaspettata impresa si parlò molto, perchè nessuno capiva in sul principio, che scopo avesse la mossa del Colonna, nulla sapendosi de' suoi segreti accordi col Papa. Essa però non ebbe conseguenze di sorta, perchè rimase interrotta a mezzo. Ma l'esercito del Papa intanto s'avanzava, sotto il comando di Francesco Maria della Rovere, e già minacciava il duca di Ferrara, per modo che questi avrebbe dovuto cedere, se lo Chaumont non gli avesse mandato in tempo 200 uomini d'arme. Ad accrescere poi tutta questa confusione d'imprese iniziate e subito abbandonate, 6000 Svizzeri discesero allora le Alpi, per venire in aiuto del Papa; ma ad un tratto tornavano repentinamente ai loro monti, senza che se ne potesse indovinar la ragione. Chi disse che tornavano, perchè, non avendo nè cavalleria nè artiglieria, s'erano avvisti che non potevano sperarle dal Papa; chi disse invece che, avendo ricevuto da lui 70,000 scudi per questa spedizione, ne ebbero altrettanti dalla Francia per tornare indietro. La riputazione della loro lealtà era ormai da un pezzo divenuta assai dubbia, essendo noto a tutti che essi combattevano solo per danaro.[181]

Le condizioni della repubblica fiorentina erano, fra queste nuove complicazioni, divenute difficilissime. Antica alleata dei Papi e della Francia, non poteva separarsi nè da Luigi XII, nè da Giulio II, che erano adesso fra di loro in guerra, e non volevano permetterle di restar neutrale. Dividersi dalla Francia, alla cui alleanza aveva fatto tanti e così continui sacrifizî, ed alla quale il Soderini era affezionatissimo, significava restare isolata, ed in balìa di chiunque vincesse nelle grosse guerre, che ormai erano inevitabili. Dividersi dal Papa già in armi, col cui Stato confinava per così lungo tratto, significava esporsi ad immediato assalto, senza forze per resistere. Intanto la Francia chiedeva con insistenza, che la Repubblica mandasse subito aiuti e pigliasse parte attiva nella guerra; il Papa era già pronto ed armato ai confini. Il Soderini allora, come era il suo solito, quando non sapeva a quale partito appigliarsi, pensò di mandare il Machiavelli in Francia, con lettere che lo incaricavano di raccogliere notizie, di far vaghe promesse al Re, assicurandolo che così il Gonfaloniere come il cardinale suo fratello gli erano sempre fedeli, e desideravano che fosse mantenuto il predominio francese in Italia. Doveva inoltre il Machiavelli persuadergli, che a questo fine era necessario o battere i Veneziani con una guerra pronta e risoluta, o consumarli, temporeggiando; tenersi inoltre amico l'Imperatore, acciò li assalisse di continuo, ed, occorrendo, dargli anche Verona; non inimicarsi però mai il Papa, che poteva riuscire assai pericoloso alla Francia.[182]

Il Machiavelli andò lento nel suo viaggio, perchè capiva che questi consigli non richiesti erano inutili, e perchè come scriveva da Lione il 7 luglio ai Dieci, vedeva chiaro che la sua gita non poteva riuscire ad altro scopo che a «tenere bene avvisate le SS. VV. di quello che alla giornata si ritrarrà, e ad occuparsi dei donativi da farsi al Rubertet ed allo Chaumont, i quali già facevano capir chiaro di volere per sè anche i diecimila ducati promessi al cardinale di Rouen, che era morto.[183] La prima notizia che egli mandò da Blois il 18 luglio, fu che il Re si dichiarava pronto a difendere Firenze; ma che essa doveva decidersi ad essere amica o nemica, e nel primo caso mandar subito le sue genti in campo.[184] «Quanto al Papa,» aggiungeva il Machiavelli, «è facile immaginarsi quello che ne dicono, perchè torgli l'obbedienza e fargli un Concilio addosso, rovinarlo nello stato temporale e spirituale, è la minor rovina di cui lo minaccino.[185] Qui dispiace assai questo suo moto, sembrando che S. S. minacci con esso l'Italia e la Cristianità; tuttavia sperano che, non essendogli riuscito di sollevare Genova, le cose si fermeranno. Ma siccome nessuna più onesta cagione si può avere contro un principe, che mostrare, attaccandolo, di voler difendere la Chiesa, così Sua Maestà potrebbe in questa guerra tirarsi addosso tutto il mondo.[186] Il Re si tiene assai offeso dal Papa, e ne è sdegnatissimo. Le persone della Corte però, ed anche l'oratore di Roma cercano ogni modo d'evitar la guerra, promovendo invece un accordo, tanto che han finito quasi col piegare anco l'animo suo. Esso, infatti, all'oratore di Roma che gliene parlava, disse che non avrebbe mai mosso il primo passo, perchè era stato offeso: — ma, se il Papa farà verso me dimostrazione quanto è un nero d'ugna, io ne farò un braccio. —[187]» Da ciò animati, quelli della Corte e l'oratore di Roma s'adoperavano a tutt'uomo, e volevano che Firenze entrasse di mezzo nel promuovere l'accordo, anzi avevano a questo fine indotto a partire un Giovanni Girolamo fiorentino, che stava colà per affari. Il Machiavelli secondava con ardore queste pratiche; anzi prese allora un'iniziativa insolita, nelle sue legazioni.[188] In parte ciò poteva essere conseguenza della maggiore esperienza, che ora aveva acquistata, e della gravità del pericolo che minacciava Firenze e l'Italia; in parte ancora dell'incoraggiamento che riceveva personalmente e privatamente dalle lettere del Soderini.[189] Pure, scrivendo ai Dieci, egli quasi se ne scusava, dicendo che aveva operato nell'interesse «della Città nostra, alla quale non potrebbe seguire il più pauroso infortunio che l'inimicizia e la guerra di questi due principi. Ed il tentar di promuovere fra di essi un accordo, può giovarci se riesce, e se non riesce, nessuno potrà dolersi di noi. Nè v'è tempo da perdere, perchè qui gli apparecchi di guerra continuano senza interruzione. Il Re ha ordinato in Orléans un Concilio dei prelati del Regno; ha assoldato il duca di Vittemberga, per aver fanti tedeschi; raccoglie soldati nel regno; cerca d'unirsi all'Imperatore, che vuole accompagnare con 2500 lance e 3000 fanti; e ha giurato sopra la sua anima, che farà di due cose l'una, o perdere il regno, o coronare l'Imperatore e fare un Papa a suo modo.»[190] Il Papa dal suo lato s'apparecchiava del pari alla guerra, sicchè in fondo tutti gli sforzi d'accordo erano vani.[191]

Il giorno 9 di agosto il Machiavelli scriveva, che essendo andato col Rubertet a vedere il Re, e ragionando in genere delle cose d'Italia, s'era avvisto che i Francesi non si fidavano dei Fiorentini, se non li vedevano con le armi in mano, e tanto meno se ne fidavano, quanto più gli stimavano prudenti. E poi aggiungeva: «Credino le SS. VV. come le credono al Vangelo, che se fra il Papa e questa Maestà sarà guerra, quelle non potranno fare senza dichiararsi in favore d'una delle parti. E però si giudica da tutti coloro che vi amano, essere necessario che le SS. VV. considerino e decidano, senza aspettare che i tempi venghino loro addosso, e che la necessità gli stringa. Gl'Italiani che sono qui credono che bisogna cercare la pace; ma che, non potendola avere, sia necessario dimostrare al Re come, a volere tenere in freno un Papa, non occorrono tanti Imperatori, nè tanti romori. E discorrendo col Rubertet questa materia, io gli mostrai tutti i modelli che vi erano dentro, e come, se fanno la guerra soli, sanno quel che si tirano addosso; ma se la fanno accompagnati, debbono dividersi l'Italia, e quindi venire tra loro ad una guerra più grossa e pericolosa. Nè sarebbe da disperarsi di potere imprimer loro questi modelli nel capo, quando fosse qui più d'un Italiano di autorità, che ci si affaticasse.»[192]

Il 13 dello stesso mese, essendo il Re venuto a Blois, il cancelliere, con altri della Corte, fece chiamare il Machiavelli, e «dopo un grande esordio de' meriti di Francia verso Firenze, cominciando insino da Carlo Magno, e venendo al re Luigi presente, mi disse come il Re intendeva che el Papa, mosso da uno diabolico spirito che li è entrato addosso, vuole di nuovo tentare l'impresa di Genova.» Volevano perciò che la Repubblica tenesse in ordine le sue genti, le quali potevano da un momento all'altro essere richieste; dal che il Machiavelli invano cercava schermirsi.[193] Il 9 egli aggiungeva, che il Re aveva ordinato il Concilio in Orléans, per vedere se poteva levar l'obbedienza al Papa, e crearne un altro; il che, «se VV. SS. fussino poste altrove, sarebbe da desiderare, acciocchè ancora a codesti preti toccasse di questo mondo qualche boccone amaro.»[194] Ma il Papa era troppo vicino, e i Francesi insistevano ogni giorno più nel volere che i Fiorentini pigliassero subito le armi senza esitare. Il Machiavelli tenne su di ciò lungo discorso col Rubertet, per fargli capire come, trovandosi la Repubblica esausta, e dappertutto circondata dagli Stati del Papa o de' suoi amici, poteva, pigliando parte alla guerra, essere da un momento all'altro assalita da più parti, nel qual caso il Re, invece di ricevere da essa aiuto, avrebbe dovuto mandar gente a difenderla,[195] quando gli era necessario provvedere anche a Genova, a Ferrara, al Friuli, alla Savoia.[196] E queste cose egli disse tante volte, ripetendole nel Consiglio stesso del Re, che finalmente lo Chaumont ebbe ordine di non più insistere, il che tuttavia non impedì che ben presto si tornasse da capo colla solita insolenza.[197]

Il Re s'era adesso rivolto tutto al pensiero della sua venuta in Italia, e pensando al futuro trascurava il presente. A Ferrara ed a Modena le cose andavan male per lui e per gli amici suoi. L'esercito del Papa era entrato nel Ferrarese, e Modena aveva aperto le porte al cardinal di Pavia; Reggio avrebbe fatto lo stesso, e metà del Ducato di Ferrara sarebbe già stata invasa, se lo Chaumont non avesse mandato 200 lance, che bastarono a fermar tutto.[198] E ciò, osservava giustamente il Machiavelli, dimostrava che, pensandoci a tempo, la Francia avrebbe potuto, senza nessuna difficoltà, tutelar l'interesse proprio anche colà. Ma questo generale abbandono degli affari era, come vedemmo, la conseguenza, da ognuno già preveduta, della morte del cardinale di Rouen, il quale s'era sempre occupato anche delle minori faccende, che ora restavano abbandonate al caso. «Così,» egli concludeva, «mentre che il Re non vi pensa, e i suoi le trascurano, il malato si muore.[199] Nondimeno qui sono tutti d'accordo che, venendo esso in Italia, gli sarà necessario cercare di far potenti le SS. VV. E però se viene, ed esse si manterranno nel loro essere presente, quando pure abbiano da dubitare di stropiccio e spesa, potranno tuttavia sperare di molto bene.»[200]

Sebbene in quei giorni il Machiavelli s'adoperasse a tutt'uomo, parlasse con tutti, di continuo scrivesse a Firenze, e ricevesse lettere dai Dieci, dagli amici, dal Soderini stesso, era pure urgente che la Repubblica mandasse in Francia un vero e proprio oratore, con proposte più definite, o almeno con danari da diffondere nella Corte, cosa allora in Francia assai necessaria. E quindi già era stato a questo fine eletto, e doveva fra poco arrivare Roberto Acciaiuoli.[201] Il Machiavelli, che s'apparecchiava perciò a partire, trovavasi al solito senza danari, e ne chiedeva con insistenza,[202] avendone bisogno non solamente pel viaggio, ma anche per curarsi del suo malessere, venuto in conseguenza d'una tosse nervosa, che allora aveva fatto strage in Francia.[203] Il 10 di settembre trovavasi già in cammino a Tours, donde scriveva che i Francesi s'adoperavano molto per radunare il Concilio, ed avevano già fermi i capitoli, su cui volevano interrogarlo. Si voleva da esso sapere se il Papa aveva diritto di muover guerra al Cristianissimo, senza averlo neppure citato o interrogato; se questi aveva diritto di fargli guerra, per difendersi; se si doveva tener per vero Papa chi aveva comprato il papato, e commesso infiniti obbrobrî.[204]

Nel suo ritorno il Machiavelli dovette più volte fermarsi per via, giacchè non lo troviamo a Firenze prima del 19 ottobre, e dagli stanziamenti coi quali gli vien pagato il salario, risulta che la sua assenza si prolungò per 118 giorni.[205] Durante questo tempo, fra le molte lettere di amici che, secondo il solito, lo ragguagliavano delle cose d'Italia, ben poche ne troviamo del suo fido Buonaccorsi. Questi era allora desolato, per una lunga e grave malattia della moglie. Il 22 agosto, infatti, scusandosi del suo silenzio, concludeva: «E sono condocto ad tal termine, che io desideri più la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei.»[206]

CAPITOLO XIII.