Gli avversarî del Soderini prendono animo. — Il Cardinale de' Medici acquista favore. — Il Soderini rende conto della sua amministrazione. — Congiura di Prinzivalle della Stufa. — Presa della Mirandola. — Concilio di Pisa. — Commissione a Pisa. — Quarta legazione in Francia.
Ormai si vedeva chiaro che la tempesta s'addensava lentamente, ma inevitabilmente sulla repubblica fiorentina. Il Papa mirava, con un ardore e una tenacia irresistibile, ad isolare la Francia, unendosi, per combatterla, con la Spagna e con Venezia, possibilmente anche con l'Imperatore, il che non era facile. Gli eventi sembravano però secondarlo, e nulla di peggio poteva seguire alla Repubblica ed al gonfaloniere Soderini, la cui politica s'era fondata sempre sull'amicizia della Francia, dalla quale esso non voleva nè poteva più separarsi. Firenze correva quindi il pericolo di trovarsi da un momento all'altro circondata da nemici; ed un tale stato di cose faceva, com'era naturale, crescere rapidamente gli avversarî del Gonfaloniere. Tutti coloro che erano scontenti o invidiosi, uniti al numero non piccolo di quelli che corrono sempre dietro alla buona fortuna, s'alienavano ogni giorno più da lui. Non potevano biasimare nè la sua rettitudine politica, nè la sua severa amministrazione; ma ripetevano ora ad alta voce l'accusa tante volte già fatta, che il suo era un governo personale, il quale allontanava gli uomini di maggior credito ed autorità, sollevando quelli di basso stato, per far tutto ciò che egli ed il segretario Machiavelli volevano. E questo naturalmente indeboliva il governo per modo, che gli effetti se ne vedevano persino nella diminuita autorità dei magistrati, nella poca sicurezza delle vie la notte. Il cronista Giovanni Cambi osserva, che crebbe in quei giorni anche il mal costume, e le donne di mal affare erano venute in tanta insolenza che, contro le leggi, giravano e abitavano dove volevano nella Città, e per mezzo dei loro aderenti facevano minacciar di ferite gli stessi Otto della Balìa, che ne restavano atterriti.[207]
Ma v'era assai di peggio. Il partito dei Medici, favorito dal Papa, guadagnava ogni giorno terreno. Fino a che era vissuto Piero, i suoi modi villani, la sua vita dissipata, l'indole vendicativa e dispotica, i tentativi più volte fatti di tornare in Firenze a mano armata, avevano alienato gli animi da lui e dalla sua famiglia. Ma quando, in sul finire del 1503, egli morì affogato nel Garigliano, le cose cominciarono subito a mutare aspetto, perchè restò capo della famiglia suo fratello il cardinal Giovanni, che aveva residenza in Roma, ed era d'indole assai diversa. Culto e gentile nei modi, amantissimo delle arti e delle lettere, viveva sempre circondato da letterati e da artisti; seguiva in tutto le vecchie tradizioni di Cosimo e di Lorenzo, dei quali era, così nel bene come nel male, degno discendente. Con grandissima cura serbava tutte le apparenze di modesto e privato cittadino, mostrandosi alieno da ogni ambizione di dominar Firenze, sicuro per l'esperienza dei proprî antenati, che anche a lui ed ai suoi il potere sarebbe venuto tanto più facilmente nelle mani, quanto più avessero saputo serbar le apparenze di fuggirlo, pur cospirando in segreto per averlo. Chiunque ricorreva a lui, trovava pronto e generoso aiuto, in modo che ben presto egli divenne come il naturale rappresentante e protettore dei Fiorentini a Roma, dove s'adoperava per tutti, valendosi dell'autorità che aveva nella Curia, e del favore che godeva presso il Papa, il quale volentieri vedeva salire in alto un avversario del Soderini.[208] In questo modo il cardinale dei Medici, sebbene lontano, era in Firenze riconosciuto come il capo d'un partito, che ogni giorno s'ingrossava di tutti gli scontenti, di tutti i nemici del Gonfaloniere. E così quando egli si sentì forte abbastanza, cominciò lentamente ad uscire dalla sua apparente riserva.
Se ne era visto nel 1508 un primo segno, avendo egli fatto concludere il matrimonio tra Filippo Strozzi e Clarice figlia di Piero de' Medici; matrimonio che destò in Firenze grandissimo rumore, perchè si riteneva contrario alle leggi, trattandosi della figlia d'un ribelle, e perchè vivamente avversato dal Soderini e da' suoi amici. Pure, dopo tutto il gran rumore che se ne fece, Filippo Strozzi ne uscì con la condanna di 500 scudi d'oro, oltre ad essere confinato per tre anni nel regno di Napoli.[209] Questa pena sembrò assai mite, trattandosi d'una violazione degli Statuti; ma par, nonostante, che fosse nella esecuzione attenuata di molto, giacchè prima che i tre anni fossero trascorsi, noi ritroviamo lo Strozzi a Firenze. Così il partito dei Medici s'agitava adesso, e diveniva sempre più audace.
Il Soderini s'impensierì di tutto ciò a segno, che il 22 dicembre 1510 volle in Consiglio render conto esatto e minuto della sua amministrazione negli otto anni che aveva tenuto il governo, durante i quali, come egli dimostrò, le uscite erano giunte alla somma totale di 908,300 scudi d'oro. Espose quali erano le economie fatte, quali le spese sostenute, mostrando i libri, che chiuse poi in una cassa di ferro.[210] Apparve a tutti evidente, che la Repubblica non aveva mai avuto un'amministrazione più regolata ed economica. Eppure subito dopo si seppe d'una congiura tramata contro la vita del Gonfaloniere, e correva la voce che il Papa stesso vi avesse tenuto mano. Un tal Prinzivalle della Stufa, il 23 dicembre, cioè il giorno seguente a quello in cui il Soderini aveva fatto il pubblico rendimento di conti, andò da Filippo Strozzi proponendogli d'uccidere il Gonfaloniere, e mutare il governo della Città, aggiungendo d'essere in ciò d'accordo col Papa, che gli aveva promesso in aiuto alcuni uomini di Marcantonio Colonna. Sia che lo Strozzi fosse veramente alieno, come disse, dal mescolarsi allora nelle cose di Stato; sia che non avesse fede in chi gli parlava, o non volesse pigliar parte a un delitto, certo è che respinse sdegnoso la proposta di Prinzivalle, e dopo avergli dato tempo a fuggire, rivelò la cosa al Gonfaloniere. Non si potè quindi fare altro che chiamare ed esaminare il padre del fuggiasco, confinandolo, dopo il processo, per cinque anni.
L'animo del Soderini ne rimase però assai conturbato, e la sera del 29, dovendosi nominare i Gonfalonieri delle Compagnie, venne in Consiglio, e narrò come la congiura pareva che avesse molte radici nella Città, e potesse facilmente esser di nuovo tentata. Se avevano deliberato di uccider lui, egli disse, ciò era per poter subito dopo chiudere il Consiglio, e mutare il governo, convocando il popolo a Parlamento, contro le più esplicite prescrizioni di legge. Si estese poi molto in questo suo discorso, esponendo di nuovo e lungamente la sua condotta politica, i modi di governo che aveva tenuti, la sua imparzialità e giustizia. Più volte si commosse a segno che gli vennero le lacrime agli occhi, specialmente quando parlò delle ingiuste accuse che gli si facevano, e dei pericoli da cui era minacciata la libertà, la quale, egli concluse, sotto pretesto di odio a lui, i suoi nemici volevano in ogni modo distruggere.[211] Il Consiglio si dimostrò deciso a sostenere il governo, e lo dimostrò non solo con l'accoglienza fatta alle parole del Gonfaloniere, ma ancora col votare una legge intesa a difendere la libertà, legge che già più volte da lui presentata e difesa in Consiglio, era stata fin allora sempre respinta. Con essa si provvedeva al caso che, per qualche congiura o per altra ragione qualsiasi, venisse improvvisamente a mancare il numero legale in uno o più dei maggiori ufficî (Signori, Gonfalonieri delle Compagnie e Buoni Uomini), e si fossero portate via le borse, per impedire una regolare estrazione di nomi, e così pigliarne pretesto a radunare il popolo a Parlamento, per poi mutare la forma del governo. La nuova legge voleva perciò che, se si potevano ritrovare le borse o almeno i registri dei nomi, coloro i quali restavano in ufficio facessero senz'altro procedere alla elezione, estraendo i nomi a sorte. Se invece le borse erano state distrutte o portate via insieme coi registri, allora si doveva adunare il Consiglio Grande, bastando nella seconda convocazione il numero dei presenti, qualunque esso fosse, per procedere all'immediata elezione. Quanto al Gonfaloniere, non si deliberò nulla di nuovo, ma si richiamarono in vigore le disposizioni già votate il 26 agosto dell'anno 1502, in cui l'ufficio era stato dichiarato perpetuo, e il modo dell'elezione minutamente determinato.[212]
Ma per quanto fosse cresciuto il numero degli scontenti in Firenze, essi restavano sempre una minoranza, alla quale non sarebbe riuscito mutare la forma del governo, se avesse dovuto fidar solamente in sè stessa. Il vero pericolo della Repubblica veniva di fuori, e non c'era tempo da perdere. Il Machiavelli s'occupava perciò a metterla in condizioni tali da potersi difendere, fidando solo nelle proprie armi. Persuaso sempre più della utilità ed efficacia della sua Ordinanza a piedi, lavorava con grande energia a formare anche una a cavallo, armata di balestra, di lancia o scoppietto. Per ora l'ordinava in modo provvisorio, sotto forma quasi d'esperimento, per venir poi, quando le prime mostre fossero ben riuscite, alla legge che doveva costituirla definitivamente, come s'era già proceduto coll'Ordinanza a piedi.
Nel novembre e nel dicembre del 1510 egli girava pel dominio a scrivere cavalli leggieri; andò poi a Pisa[213] ed Arezzo, per visitare le due fortezze, e riferire in quale stato si trovavano; nel febbraio del 1511 lo vediamo a Poggio Imperiale, dove esaminava in che condizioni era quel luogo. Nel marzo, invece, andava nel Valdarno di sopra e nella Valdichiana, girando con danari per arrolare cento cavalleggieri, che nell'aprile in fatti condusse a Firenze. Nell'agosto fece un'altra escursione, per arrolarne altri cento.[214] In questo mezzo andò anche due volte a Siena a disdir prima la tregua che scadeva il 1511,[215] e poi riconfermarla con un'altra di 25 anni, mediante però la resa di Montepulciano ai Fiorentini da una parte, e la promessa dall'altra di sostenere in Siena il governo del Petrucci. Questa lega, che fu solennemente bandita a Siena nell'agosto, venne conclusa con la mediazione del Papa, il quale voleva evitare che i Fiorentini chiamassero i Francesi in Toscana;[216] ed il Petrucci stesso s'era rivolto a lui, perchè temeva il malcontento del popolo, cresciuto ora appunto, per la cessione che egli era costretto a fare di Montepulciano.[217] Il 5 maggio il Machiavelli partiva di nuovo, per andare presso Luciano Grimaldi signore di Monaco, che aveva sequestrato una nave fiorentina, e di là tornava il dì 11 giugno, dopo averne felicemente ottenuta la liberazione.[218]
Il Concilio radunato a Tours dava intanto a Luigi XII la risposta desiderata, che egli cioè sarebbe stato nel suo pieno diritto movendo guerra al Papa. Ma questi, senza aspettare nè risposta nè consiglio da alcuno, l'aveva già cominciata e la proseguiva con l'ardore d'un giovane conquistatore. Il 22 settembre 1510, con un esercito di Italiani e Spagnuoli, comandati dal duca d'Urbino, da Marcantonio e Fabrizio Colonna, era entrato in Bologna, prima che lo Chaumont fosse stato in tempo a fare resistenza. Nè potè fermarlo il sopravvenire del verno, che anzi, pieno di sdegno contro il duca di Ferrara, s'avanzò e prese Concordia; poi assalì la Mirandola, tenuta dalla vedova di Luigi Pico, stato sino all'ultimo fedele alla Francia, quale aveva ora mandato colà appena qualche debole rinforzo. Il vecchio Papa s'era fatto ai primi del 1511 portare in lettiga da Bologna, e se ne stava ora, durante l'assalto, sotto il tiro del cannone. La neve cadeva in gran copia, le acque erano gelate, una palla di cannone entrò nel suo stesso alloggiamento, senza che egli se ne curasse punto. Essendosi una volta allontanato alquanto dal campo, fu per cadere in un'imboscata francese; sarebbe anzi rimasto certamente prigioniero, se le nevi non gli avessero impedito di tornare indietro all'ora stabilita. La Mirandola, sebbene validamente difesa da Alessandro nipote di G. G. Trivulzio, pure, non essendo stata, per gelosia, soccorsa dallo Chaumont, dovette il 20 gennaio 1511, appena fu aperta la breccia, arrendersi, pagando anche 6000 ducati, per evitare il sacco già promesso ai soldati dal Santo Padre. Questi era dominato da tale e tanta impazienza, che per non aspettare, si fece tirar su in una cassa di legno, ed entrò per la breccia; dette poi il possesso della terra a Giovanni Pico, che, sebbene cugino del defunto signore, era rimasto sempre nemico dei Francesi.
Per essi venne opportuna la morte del loro generale Chaumont, seguita il dì 11 febbraio. Egli aveva infatti lasciato prender Modena dal nemico, non era arrivato in tempo a Bologna, non aveva soccorso la Mirandola, e così tutto era per sua colpa andato in rovina. Ora che gli mancava la validissima protezione dello zio, non poteva sperare la medesima indulgenza che in passato, e quindi s'accorò tanto della sua mala ventura, almeno così si disse, che ne morì. Il comando dell'esercito fu allora affidato di nuovo al vecchio G. G. Trivulzio, cui s'aggiunse il giovane Gastone di Foix, destinato, nei pochi mesi che ancora gli restavano di vita, a rendersi immortale. La fortuna della guerra infatti ben presto mutò. Nel maggio G. G. Trivulzio s'avvicinava coll'esercito a Bologna, ed il Papa, che prima aveva ricusato le offerte di pace, proposte da un congresso tenuto a Mantova, e raccomandate anche dall'Imperatore, se ne fuggì quasi spaventato a Ravenna, sperando che i Bolognesi difenderebbero essi la loro città. Colà egli aveva lasciato il cardinale Francesco Alidosi, già vescovo di Pavia, in qualità di legato della Romagna; e il duca d'Urbino era coll'esercito a poca distanza. Ma il Cardinale, gran protetto del Papa (su di che correvano allora strane dicerie, le quali non sarebbe possibile ripetere), era un uomo assai odiato, di cui nessuno si fidava.[219] E quindi appena giunse la notizia che il Trivulzio s'avvicinava coi Bentivoglio, i Bolognesi si sollevarono il 21 maggio; tirarono giù la statua di Giulio II, opera del Buonarroti, e la ridussero in pezzi, che il duca di Ferrara poi fuse, facendone un cannone. Il Cardinale fuggì a Castel del Rio; i Bentivoglio ed i Francesi entrarono in città; il duca d'Urbino, sorpreso dall'improvviso tumulto, inseguito dai Francesi, si ritirò con tanta fretta, in tal disordine, che perdette le artiglierie e tutti i bagagli, che i nemici portaron via, caricandone molti asini; onde poi quella giornata fu detta degli asinai.[220] La Mirandola andò di nuovo perduta, e il duca di Ferrara riprese tutte le terre che gli erano state tolte.