Il Papa ebbe a Ravenna la notizia di quanto era accaduto; e sebbene la voce pubblica accusasse di tradimento il Cardinale, che certo non aveva fatto la resistenza dovuta, nè aveva di nulla avvertito il duca d'Urbino, pure solamente contro di questo si manifestò allora il suo sdegno, esclamando: Se mi capita fra le mani, lo farò squartare.[221] Preso animo da ciò, il Cardinale corse da lui in Ravenna, ed inginocchiatosi ai suoi piedi, non contento d'aver perdono, cercò di gettar tutta la colpa sul Duca. Questi che, sebbene avesse solo ventun'anno, pure s'era già insanguinate le mani nel delitto, fu adesso per lo sdegno del Papa, pel disonore della disfatta, sopra tutto per la condotta sleale del Cardinale, preso da tanta ira che, incontratolo per via in Ravenna, lo uccise colle proprie mani a colpi di stocco, sfondandogli il cranio, che così forato conservasi ancora nel museo di quella città. Paride de' Grassi, il quale continuò il Diario del Burcardo, e odiava il Cardinale, che credeva traditore, ne lodò l'uccisione esclamando: — O buon Dio, quanto sono giusti i tuoi giudizî! Noi ti dobbiam render grazie della morte del traditore; giacchè, sebbene sia stato ucciso dalla mano d'un uomo, pure è opera tua, o almeno consentita da te, senza di cui non si muove foglia. —[222]Il Papa invece fu indicibilmente addolorato per questo nuovo delitto, commesso dal proprio nipote contro un cardinale di Santa Chiesa, da lui tanto amato e favorito. Minacciò di dare un esempio di grande severità; ed infatti ben presto privò d'ufficio il Duca, sottoponendolo poi al giudizio di quattro cardinali.

Ma v'erano altri eventi che lo angustiavano sempre più in questo anno per lui sfortunato. Lo tormentava la faccenda del Concilio, che sembravagli una continua minaccia alla sua autorità. E quantunque non vi fosse veramente da impensierirsene ancora, pure non era cosa che potesse disprezzarla affatto egli, che aveva tante volte minacciato di adoperar quell'arme contro Alessandro VI, e che, al pari de' suoi predecessori, da lui aspramente di ciò biasimati, aveva mancato alla solenne promessa, fatta nell'assumere la tiara, di radunare il Concilio fra due anni. Nel settembre del 1510 egli aveva dimostrato grandissimo sdegno per la notizia giuntagli inaspettatamente in Bologna, che cinque de' suoi cardinali, mutando strada a un tratto, s'erano diretti a Firenze, per andar poi a Pisa, dove il Conciliabolo, come lo chiamava, era stato convocato dopo la riunione tenuta a Tours. Questo Concilio o Conciliabolo che fosse, era favorito anche da Massimiliano, il quale proponeva di tenerlo a Firenze, e ne pigliava occasione a chieder nuovo danaro alla Città, per l'onore che, secondo lui, veniva così a renderle.[223] Ma i Fiorentini erano invece tanto impensieriti di tutto ciò, che Luigi XII aveva direttamente dovuto chieder loro, che dessero almeno una prova di fedeltà alla Francia, consentendo la convocazione in Pisa. E la domanda del Re fu lungamente discussa nel Consiglio degli Ottanta, dove intervennero quel giorno più di cento persone. Non si voleva offendere il Papa, ma non si voleva neppure perdere l'alleanza francese, e questo secondo pensiero fu quello che prevalse, perchè favorito dal suffragio degli antichi seguaci del Savonarola, il quale era stato già primo a mettere innanzi, sostenendola con molto calore, l'idea di un Concilio da radunarsi d'accordo con la Francia contro papa Alessandro VI. Così fin dal maggio fu deliberato di consentire, ma fu del pari convenuto di tener segreta la deliberazione presa, il che valse a far sì che il Papa, in apparenza almeno, si dimostrasse, per qualche tempo ancora, temperato e mite verso la Repubblica, contro la quale era però sempre deciso di vendicarsi a suo tempo.[224] Intanto l'invito di recarsi in Pisa, affisso alla porta di varie chiese in Italia e fuori, era stato già fatto dai cardinali di Santa Croce, San Malò e Cosenza, i quali affermavano d'avere la rappresentanza d'altri colleghi, ed invitavano a presentarsi il Papa stesso, che il 28 maggio, con maraviglia e sdegno grandissimo, vide coi propri occhi la lettera attaccata alla chiesa principale di Rimini.

La cosa procedeva lentamente, ma non si fermava; laonde egli si persuase che era pur necessario pigliare un qualche provvedimento. Nel marzo del 1511 nominò otto nuovi cardinali, due dei quali, Matteo Lang e il vescovo di Sitten, per ragioni politiche; ma gli altri, che pagarono in media da 10 a 12 mila ducati ognuno, li nominò in parte per trovare il danaro allora assai necessario alla guerra; ma in parte ancora, per colmare con gente a lui fedele il vuoto lasciato da quelli che lo avevano disertato, andando a Pisa. Si decise inoltre a radunare in Laterano un Concilio da opporre a quello di Pisa, ed il 18 luglio 1511 lo intimò pel 19 aprile 1512, minacciando di privare delle loro dignità i cardinali scismatici, se non si sottomettevano subito. Ciò non ostante la faccenda del Conciliabolo andava innanzi, perchè Luigi XII spingeva quanto più poteva alla riunione di esso, e nel settembre più che mai lo favoriva il sempre mutabile Massimiliano, il quale anzi, dopo averlo desiderato a Firenze, lo voleva ora anch'egli in Pisa: era tornato al suo fantastico sogno di farsi proclamare papa,[225] ed invitava, in nome dell'Impero, i vari Stati a mandar loro oratori colà.[226] Giulio II invece spediva a Firenze il vescovo di Cortona, fiorentino, per dissuaderla dall'accogliere il Conciliabolo nel suo territorio, facendo prevedere le gravi calamità che altrimenti ne sarebbero ad essa seguite. Ma la Repubblica, che si trovava fra due fuochi, avendo già promesso a Luigi XII, non osava ora nè consentire nè rifiutare, e sperava solo di potere, temporeggiando, mandare le cose in lungo.

Tutto questo aveva però in modo agitato ed irritato il vecchio Papa, che se n'era due volte ammalato, prima nel giugno e poi nell'agosto, quando fu addirittura creduto morto. Già, secondo il costume, si cominciava a saccheggiar la sua abitazione, ed il duca d'Urbino, che si trovava a Roma, aspettando la sentenza dei quattro cardinali che dovevano giudicarlo, corse in Vaticano, dove con sua maraviglia trovò che lo zio era sempre vivo. La città s'era tutta levata a tumulto, e Pompeo nipote di Prospero Colonna, che i suoi parenti avevano costretto alla vita religiosa, quando si sentiva invece chiamato alle armi, assunse per un momento le parti di nuovo Stefano Porcari. Ma cominciava appena ad ordinar la forma del governo repubblicano, quando seppe che il terribile Papa era tornato nel suo pieno vigore; e così tutto andò in fumo.

Giulio II tornava ora ad operare con più ardore che mai. Interdisse Pisa e Firenze, che avevano tollerato le prime formalità del Conciliabolo, iniziate il giorno 1º settembre. Assolvè il duca d'Urbino, per valersene nella guerra, e concluse una lega, che chiamò santa, con Venezia e la Spagna contro la Francia, lasciando libero all'Imperatore l'aderirvi. Egli assumeva con essa l'obbligo di mettere insieme 400 uomini d'arme, 500 cavalli leggieri, 6000 fanti; la Spagna doveva dare 1200 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 10,000 fanti; Venezia, 8000 uomini d'arme, 1000 cavalli leggieri, 800 fanti. Oltre di ciò il Papa s'obbligava a pagare 20,000 ducati il mese, ed altrettanti Venezia, la quale doveva anche dare 14 galee sottili, e altre 12 ne doveva dare la Spagna.[227] Capitano generale fu nominato il vicerè di Napoli, Raimondo di Cardona. Scopo di questa lega era: unione della Chiesa cattolica; soppressione del Conciliabolo; ricupero di Bologna, di Ferrara e di tutte le altre terre, che erano o si presumeva fossero del Papa; ricupero delle terre dei Veneziani nell'alta Italia; guerra a chi a ciò s'opponeva, ossia alla Francia. Il 5 di ottobre questa nuova Lega Santa venne solennemente pubblicata in Santa Maria del Popolo a Roma. Il 24 furono privati di loro dignità e benefizi i cardinali scismatici di Santa Croce, Cosenza, San Malò e Bayeux. San Severino fu pel momento risparmiato; ma ben presto venne anch'egli colpito dall'ira del Papa,[228] il quale, a sempre meglio far conoscere l'animo suo avverso alla Repubblica, nominò il cardinal dei Medici, legato prima a Perugia, poi a Bologna.

I Fiorentini sentivano la tempesta addensarsi sul loro capo, e cercavano perciò riparare come potevano. Erano riusciti a far partire da Pisa i tre procuratori, che avevano il 1º settembre eseguito gli atti iniziali del Concilio.[229] Con commissione del 10 settembre 1511 mandavano in giro il Machiavelli, perchè cercasse d'incontrare i cardinali che erano in via per Pisa, e persuaderli d'attendere. Doveva poi correre a Milano, per parlare al luogotenente Gastone di Foix nel medesimo senso; recarsi finalmente in Francia, per esporre e far comprendere al Re lo stato vero delle cose. «Al Concilio,» diceva la istruzione, «nessuno mostra voglia d'andare, e serve perciò solamente ad irritare il Papa contro di noi: per queste ragioni chiediamo, che non si tenga in Pisa, o che si soprassegga per ora. Di Germania non si vede che venga nessun prelato, di Francia pochi e con gran lentezza. Ed è cosa di universale maraviglia il sentire un Concilio intimato da tre soli cardinali, quando i pochi altri, di cui essi dicono d'avere l'adesione, vanno dissimulando, e differiscono il venire. Ciò non ostante, si parla di volere in mano la fortezza, e riempiere la città d'uomini armati, per il che sono già seguiti disordini in Pisa, che è stata interdetta dal Papa, e i capi delle religioni si sono in essa dichiarati contro il Concilio. Se dunque non c'è modo di sperare accordo fra il Papa ed il Re, e se questi non s'induce a smettere, bisogna cercare d'indurlo almeno a soprassedere per due o tre mesi.»[230]

Il 13 di settembre il Machiavelli scriveva da San Donnino, dove aveva trovato i cardinali San Malò, Santa Croce, Cosenza e San Severino, i quali gli dissero che andavano a Pisa per Pontremoli, senza toccar Firenze. Prima di muoversi aspettavano però ancora un dieci o dodici giorni l'arrivo dei prelati di Francia. Il 15 scriveva da Milano l'ambasciatore Francesco Pandolfini, che il Machiavelli, già arrivato colà, era stato presentato a Gastone di Foix, cui aveva esposto la sua commissione. Gli aveva dichiarato come i Fiorentini non negavano punto il salvocondotto ai cardinali, come questi avevano mandato a dire; ma solo pregavano si considerassero i pericoli cui andavano esposti, per gli apparecchi che faceva il Papa. E quel luogotenente, da soldato qual'era, aveva risposto che cinque o seicento lance sarebbero state il vero salvocondotto.[231] Da Milano il Machiavelli si recava subito in Francia. Ed il 24 dello stesso mese Roberto Acciaiuoli scriveva da Blois, ch'era andato con lui dal Re a leggergli una memoria concertata fra di loro. «Il Re,» egli aggiungeva, «desidera molto la pace, sarebbe tenuto a chi gliela facesse concludere, ed ha intimato il Concilio per arrivare più presto a questo fine. Non è stato possibile persuadergli che la paura del Concilio spinge il Papa alle armi e non all'accordo. Vuole cominciarlo là dove è stato convocato, aggiungendo che non si adunerà fino a tutti i Santi, e che presto poi lo tramuterà in altro luogo.»[232] Dopo di ciò il Machiavelli tornava subito a Firenze, dove era il 2 di novembre, e donde ripartiva per Pisa il giorno seguente.[233]

I Fiorentini con la loro incerta condotta non soddisfacevano la Francia, e scontentavano il Papa. Colpiti dall'interdetto, s'erano appellati al Concilio generale, senza dichiarare se con ciò intendevano riferirsi a quello di Pisa o di Roma. Costringevano intanto i sacerdoti d'alcune chiese a celebrare i sacri riti, perchè potessero assistervi i fedeli. Nè si fermarono a ciò, che fu presentata e vinta una provvisione, validamente sostenuta in Consiglio dal Gonfaloniere, con la quale si dava facoltà d'imporre sui preti un prestito, che poteva in più volte arrivare fino a 120,000 fiorini, da riscuotersi però quando il Papa davvero movesse la guerra ai Fiorentini; da restituirsi dopo un anno, se guerra poi non vi fosse[234], ed in cinque, se vi fosse. Tutto questo dimostrava che in caso estremo si era deliberati a difendersi anche contro il Papa. Pandolfo Petrucci lo indusse perciò a muovere con l'esercito verso Bologna, la quale non era apparecchiata alla difesa, evitando ora di passar per la Toscana, dove avrebbe trovato un terreno montuoso, e sarebbe stato costretto ad affrontare nello stesso tempo i Fiorentini ed i Francesi. Egli insisteva assai vivamente in queste sue pratiche, non solo perchè una guerra in Toscana era, in ogni caso, dannosa a lui che in essa aveva il proprio Stato; ma anche perchè egli avrebbe allora dovuto, secondo la lega già fatta, prestare aiuto ai Fiorentini.[235] Faceva quindi notare al Papa, come essi di gran mala voglia si lasciassero tirare al Concilio, e ciò solamente per paura della Francia, nelle cui braccia si sarebbero certo dovuti gettare, se venivano da lui assaliti.[236] Ed era vero, com'era anche verissimo che il volere i Fiorentini sempre temporeggiare e destreggiarsi, in un momento nel quale un grande conflitto rapidamente s'avvicinava, poteva mettere a pericolo l'esistenza stessa della Repubblica. In questa via nondimeno li tenevano il sentimento della propria debolezza, le discordie interne, ed anche l'incertezza dei ragguagli che venivano dai vari ambasciatori. Il Pandolfini che si trovava presso Gastone di Foix, scriveva nell'ottobre da Brescia: «I disegni del re dei Romani pigliano tanto tempo a colorirsi, che spesso, quando sono appena finiti di colorire, bisogna mutarli, per essere mutate le condizioni e i presupposti che li fecero immaginare. Quanto a lui bisogna dunque rimettersene a quello che seguirà.[237] Le cose dei Francesi poi sono qui governate per modo, che da un momento all'altro possono seguire sinistri effetti, perchè a lungo andare i cattivi governi degli uomini non partorirono mai nulla di buono. Il Re è assai caldo nel Concilio; ma se le SS. VV. potessero differirlo ancora un mese, saria facile fuggirlo, dovendo il fuoco inevitabilmente appiccarsi altrove. Anticipando, si tirerebbero forse il fuoco in casa, senza poternelo cavare, quando anche ne cavassero il Concilio.»[238]

I Fiorentini lo accolsero ma ponendovi ostacoli d'ogni sorta, e permettendo che fosse dileggiato. Quando infatti i cardinali volevano andare a Pisa, accompagnati da 300 o 400 lance francesi, sotto il comando di Odetto di Foix signore di Lautrech, essi mandarono subito Francesco Vettori, il quale disse chiaro al cardinale di San Malò, che se si avanzavano con le genti d'arme, sarebbero stati trattati da nemici. Ed i cardinali allora andarono accompagnati solo da Odetto e dallo Châtillon con pochi arcieri. Furono presi tutti i provvedimenti necessarî a mantenere la sicurezza e l'ordine tanto in Pisa, quanto nelle vicine città, ed il Papa se ne dimostrò soddisfatto in modo che sospese l'interdetto fino alla metà di novembre.[239]

Il giorno 3 di questo mese il Machiavelli era, come dicemmo, partito da Firenze per Pisa, dove si trovavano già altri inviati fiorentini, e dove egli condusse alcuni soldati a guardia del Concilio, che il giorno 1º aveva tenuto la sua riunione preparatoria, alla quale assistevano solo quattro cardinali ed una quindicina di prelati. Era stato dai preti della cattedrale negato loro l'uso dei paramenti, e la facoltà d'ufficiare nella chiesa, di cui erano state addirittura chiuse le porte. I Fiorentini ordinarono che fosse concesso l'uso della chiesa e dei paramenti, senza però fare obbligo alcuno ai preti della città d'assistere al Concilio, se non volevano.[240] Così finalmente si potè tenere nella cattedrale la prima riunione il giorno 5 di novembre, e dopo la messa solenne, celebrata dal Santa Croce alla presenza degli altri tre cardinali, furono pubblicati quattro decreti. Con questi si dichiarava valido il Concilio di Pisa, nulle le censure del Papa contro di esso, nullo il Concilio lateranense, perchè non libero e non sicuro; e finalmente si decretava che sarebbero condannati e puniti tutti coloro che, essendo invitati a comparire, non si presentavano.[241] Il giorno seguente il Machiavelli scriveva d'aver parlato col cardinale di Santa Croce, per indurlo, come di suo, a trasferire altrove il Concilio. «Portandolo in Francia o in Germania,» gli aveva detto, «farebbero il Papa più freddo a combatterlo, e troverebbero anche maggior seguito ed obbedienza, cosa da considerarla molto in una faccenda come questa, nella quale uno che andasse volontario varrebbe più che venti tirati per forza.»[242] La seconda sessione fu tenuta il 7 di novembre, e la terza, fissata pel 14, venne anticipata il 12, dopo di che fu deliberato tenere la quarta il 13 dicembre a Milano. La indifferenza, anzi la palese malavoglia della Repubblica; l'ostilità della popolazione; ed un grave tumulto seguìto, in conseguenza di ciò, fra il popolo pisano ed i soldati fiorentini da una parte, i Francesi e i servi dei cardinali dall'altra, tumulto a fatica fermato da Odetto di Foix e dallo Châtillon, che rimasero feriti, furono le cagioni che indussero a trasferire così presto il Concilio a Milano.