Ivi i cardinali sparlavano dei Fiorentini per ogni verso, cercando irritare contro di essi l'animo degli uffiziali francesi. Ma anche a Milano trovarono la stessa universale indifferenza, la stessa avversione del clero, che al loro arrivo non voleva più celebrare le messe. A mala pena i preti minori si piegarono agli ordini del Senato; i canonici e gli altri resisterono fino a che non vennero minacciati d'esilio, o non furono loro mandati Francesi in casa.[243] La verità era, osservò giustamente il Guicciardini, che tutti capivano come questi cardinali erano solo ambiziosi, mossi da interessi personali, e non avevano «minore bisogno d'essere riformati, che avessero coloro i quali si trattava di riformare.»[244] Il Concilio si usava come un'arme di guerra nella grande contesa che doveva fra poco risolversi colle armi, e però solo a questa veniva adesso rivolta l'attenzione universale. Ma i Fiorentini, sebbene liberi adesso dalle noie del Concilio, non ne risentivano alcun sollievo, perchè ormai si trattava di vedere se, nella vicina catastrofe, poteva salvarsi l'esistenza stessa della Repubblica.

CAPITOLO XIV.

La battaglia di Ravenna. — I Francesi si ritirano. — Pericoli della Repubblica. — Il Machiavelli provvede alla difesa. — Ordinanza a cavallo. — Gli Spagnuoli prendono e saccheggiano Prato. — Tumulto in Firenze a favore dei Medici. — Il gonfaloniere Soderini è deposto, e lascia la Città.

I Francesi ingrossavano in Italia, e li comandava G. G. Trivulzio che, sebbene vecchio, era sempre capitano assai reputato, e Gastone di Foix. Questi, che aveva appena 23 anni, era figlio d'una sorella del Re, e fratello della moglie di Ferdinando il Cattolico, trovavasi a Milano come governatore, e doveva ora far maravigliare il mondo pel suo coraggio, pel suo genio militare. Il Trivulzio aveva cacciato i papalini dal Ferrarese, e rimesso i Bentivoglio in Bologna; ma l'esercito non era ancora in grado d'uscire in campagna, e però egli aspettava rinforzi dalla Francia, dove gli apparecchi di guerra andavano lenti. Il Re, sempre stretto nello spendere, ricusava d'aumentare la paga agli Svizzeri, che ora gli domandavano 40 invece di 30 mila ducati l'anno, e non avendoli avuti, si disponevano a scendere in Italia per aiutare invece il Papa. Questi infatti da un pezzo lavorava a tale scopo, per mezzo de' suoi agenti, e fin dall'ottobre del 1511, sentendo che il Re vantavasi ancora d'aver seco gli Svizzeri, aveva risposto che «mentiva per la gola, che non li arìa mai.»[245] Luigi XII s'era illuso, perchè, sapendo che gli Svizzeri non avevano nè cavalleria, nè artiglieria, supponeva che non avrebbero osato separarsi da lui, ed operare per proprio conto. Ma essi, che si tenevano la prima fanteria del mondo, s'erano invece persuasi che la Francia, debole appunto nelle sue fanterie, non avrebbe potuto far nulla senza di loro, molto meno poi affrontarli in campo aperto.

Scesero adunque in numero di 10,000, ed aspettavano l'arrivo d'altri compagni per andar contro ai Francesi. La cosa fece grandissimo senso in Italia, tanto che il cardinal Soderini, il quale s'era finto ammalato per non obbedire al Papa, che lo chiamava in Roma, corse ora subito a lui, che esclamò: «Svizzeri essere buoni medici del mal francese, perchè hanno sì bene guarito monsignor di Volterra.»[246] Ma Gastone di Foix seppe tenerli a bada, temporeggiando; ed essi, quando erano già arrivati al numero di 16,000, si ritirarono senza aver fatto nulla, e senza che nessuno ne capisse il perchè. Forse erano stati anche ora riguadagnati dal danaro francese. I Fiorentini, in questo mezzo, s'adoperavano a tutt'uomo per mantenersi neutrali. Alla Francia che li richiedeva d'aiuto, rispondevano d'avere già mandato i 300 uomini d'arme cui erano tenuti, e non potere altro. E nella Spagna mandavano ambasciatore messer Francesco Guicciardini, che, sebbene non avesse ancora l'età legale di 30 anni, era già noto pel suo ingegno. Non gli dettero però nessuna commissione determinata, che potesse in qualche modo valere a calmare i confederati. E così correvano sempre il grave pericolo di rimanere ugualmente invisi a tutti.[247]

Restavano adunque da una parte i Francesi, che erano assai aumentati di numero, ed avevano molti fanti tedeschi; dall'altra la Spagna, Venezia, il Papa, il quale scriveva lettere di fuoco al cardinal de' Medici, dicendo di non capire perchè non venissero alle mani, e non avessero già assalito Bologna. I confederati erano presso Imola con un esercito, tra Spagnuoli e papalini, di 16,000 fanti e 2400 cavalli, comandati dal vicerè Raimondo di Cardona, da Pietro Navarro, da Prospero e Marcantonio Colonna, ed altri. I Francesi avevano in Bologna 2000 fanti tedeschi e 200 lance solamente; sicchè i nemici cominciarono ad assalirla, e colle mine dirette dal Navarro, che era famosissimo ingegnere, mandarono in aria un pezzo di muro. Questo però, ricadendo, chiuse di nuovo la breccia, che parve un miracolo. E quasi nello stesso tempo Gastone di Foix, che aveva già introdotto nella città altri 1000 fanti e 180 lance, vi entrò il 4 febbraio con tutto l'esercito, che il Guicciardini fa ascendere a 1300 lance e 14,000 fanti, fra Italiani, Francesi e Tedeschi.[248] A questa notizia i confederati levarono l'assedio e s'allontanarono; ma non furono inseguiti, perchè Gastone, saputo che i Veneziani s'erano impadroniti di Brescia, partì immediatamente a quella volta il 9 di febbraio, lasciando in Bologna solo 300 lance e 4000 fanti.[249]

Per via incontrò un distaccamento dell'esercito veneziano e lo ruppe; assalì poi Brescia, dove il castello si teneva sempre per lui. Il 19 egli era padrone della città, dopo un feroce assalto ed una difesa ostinatissima fatta dall'esercito veneziano, forte di 8000 fanti, 500 uomini d'arme e 800 cavalli leggieri, che perirono quasi tutti, parlandosi da alcuni di 8000, da altri perfino di 14,000 morti, fra soldati e cittadini. La povera Brescia ebbe a sopportare un saccheggio di circa sette giorni continui, avendo Gastone, che era tanto crudele quanto valoroso, lasciato libero ogni freno ai suoi. Dopo di ciò egli richiamò sotto le armi l'esercito, che aveva sofferto assai poco, era ricco di preda, pieno di baldanza, e s'avviarono di nuovo in Romagna. In un tempo nel quale le mosse degli eserciti erano lentissime, egli riuscì veramente a fare prodigi. Aveva in quindici giorni liberato Bologna dall'assedio, respinto per via un distaccamento nemico, assalito e preso Brescia; era pronto adesso a maggiori imprese. Arrivato al Finale, trovò nuovi rinforzi, coi quali portò l'esercito a 1500 lance, 1000 arcieri, 19,000 fanti tra Francesi, Italiani e Tedeschi, senza contar le artiglierie, che erano principalmente quelle del duca di Ferrara. Gli Spagnuoli avevano 1400 tra lance ed uomini d'arme, 1500 giannettieri, 13,500 fanti, oltre le artiglierie, e 50 carri falcati di nuova invenzione.[250]

I due eserciti campeggiarono un pezzo, non volendo i confederati venire alle mani con un nemico superiore di numero. Ma Gastone di Foix non aveva tempo da perdere, perchè gl'inglesi minacciavano d'assalire la Francia, e l'Imperatore, poco sicuro alleato di Luigi XII, minacciava di richiamare i suoi 6000 Tedeschi. Per costringere adunque a battaglia il nemico che si ritirava, egli, dopo aver preso alcuni castelli, assalì Ravenna, città troppo importante perchè gliela lasciassero prendere senza opporsi con tutte le forze. Ivi infatti era entrato a difenderla Marcantonio Colonna, avendo avuto promessa solenne, che l'intero esercito dei confederati sarebbe venuto in suo aiuto, quando egli si fosse trovato in pericolo. Gastone di Foix venne a mettersi tra i due fiumi, Ronco e Montone, che si avvicinano sempre più fra di loro presso le mura della città. Piantate le artiglierie, aprì la breccia e diede l'assalto; ma la difesa fu così gagliarda che, dopo aver perduto 300 fanti ed alcuni uomini d'arme, con altrettanti feriti, dovè tornare agli alloggiamenti. Il giorno dipoi i cittadini mandarono al campo francese per trattare la resa, all'insaputa di Marcantonio Colonna, che, sicuro degli aiuti, s'apparecchiava a difendersi.[251] Ben presto infatti l'esercito dei confederati fu in vista, il duca di Nemours e Gastone diedero subito gli ordini per la battaglia, tanto più ardentemente da essi desiderata ora che giungeva una lettera, con la quale l'Imperatore richiamava le sue genti, e si fu appena in tempo a tenerla in quel momento celata.

L'esercito dei confederati entrò anch'esso fra i due fiumi, presso Forlì: ma poi, traversato il Ronco, si fermò a tre miglia da Ravenna. Ivi, avendo a sinistra il fiume, lavorarono il giorno e la notte per cavare, secondo il disegno di Pietro Navarro, un fosso che li circondasse dall'altro lato e di fronte, lasciando però libero uno spazio di venti braccia, percui potesse uscir prima la cavalleria, e poi, occorrendo, tutto l'esercito, alla testa del quale posero le artiglierie e i 50 carri falcati cui accennammo. Erano questi un'imitazione dell'antico, immaginata dal Navarro: piccoli e bassi, con uno spiede che «co' rampi suoi apriva circa tre braccia, ed in ciascun carro era un lancione, messo nella stessa direzione, il quale feriva prima dello spiede:» nè mancava su di essi qualche piccola artiglieria. Si movevano facilmente, e parvero una grande invenzione; ma riuscirono poi nel fatto assai poco utili, perchè subito messi fuori d'uso dai cannoni nemici.[252] I Francesi lasciarono Yves d'Alègre con 400 lance presso Ravenna, e gettato un ponte sul Ronco, lo passarono anch'essi. Questo seguì l'11 di aprile 1512, giorno della Pasqua di Resurrezione e della grande battaglia. Si schierarono in forma di mezza luna, con le artiglierie comandate dal duca di Ferrara all'ala destra, in modo che ferivano la cavalleria spagnuola, la quale, sotto il comando di Fabrizio Colonna, era posta verso il fiume, a sinistra del proprio esercito.

Cominciato il fuoco, quando il Colonna s'avvide che le sue genti d'arme erano condannate all'immobilità, mentre venivano decimate dall'artiglieria nemica, andò in furore contro il Navarro, che gli aveva così rinchiusi nel campo, e lo accusò di tradimento per gelosia contro di lui. Finalmente, non potendo più stare alle mosse, dette ordine ai suoi, ed uscì fuori del campo. E così, seguendolo tutto l'esercito, cominciò una battaglia, che fu la più sanguinosa di quante allora s'avesse memoria, la prima grande battaglia moderna. La cavalleria dei confederati, già prima di muoversi fieramente battuta dalle artiglierie, male potette resistere all'impeto ed al notissimo valore degli uomini d'arme francesi, dai quali fu ben presto messa in fuga, restando prigionieri lo stesso Fabrizio Colonna ed il Marchese di Pescara. La fanteria spagnuola si mostrò degna del suo gran nome, e con un'energia indomabile resistette agli assalti nemici; ma finalmente anch'essa dovè cedere agli uomini d'arme dei Francesi, al genio militare del loro capitano, ed in parte ancora al numero preponderante. Poco dopo, tutto l'esercito spagnuolo batteva in ritirata; ma con tale ordine, con tanta fermezza, che Gastone, mosso a grandissimo sdegno nel vedere il vinto nemico ritirarsi quasi come un vincitore, volle in persona dare un ultimo e più fiero assalto con la sua cavalleria. Sfortunatamente però gli cadde sotto ferito il cavallo, ed egli stesso morì con 14 o 15 ferite tutte nel viso e nel petto, essendosi, in tre mesi e così giovane, reso immortale, prima quasi generale che soldato. Ma perciò appunto la sua morte, seguìta nel momento stesso della vittoria, fu alla Francia una calamità irreparabile. I confederati si ritirarono allora con vera baldanza, quantunque la disfatta subìta fosse stata davvero generale e grandissima. Lasciarono infatti nelle mani del nemico carri, bandiere, artiglierie e moltissimi prigionieri, fra i quali Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto, di Pescara, ed il cardinal de' Medici, che era legato del Papa. Il numero dei morti fu, come suole, assai diversamente valutato, portandolo alcuni a 10,000, altri fino a 20,000. Tutto computato, par che morissero 12,000 dei confederati, e solo 4000 dei Francesi, i quali però, oltre la perdita d'alcuni capitani, come Yves d'Alègre ed il figlio, ebbero quella di Gastone, che fu per essi più che una disfatta, come ben presto dovettero avvedersene.[253] Per qualche giorno ancora continuarono però le conseguenze della loro vittoria. Ravenna fu presa e saccheggiata da essi, e subito s'arresero anche Imola, Forlì e Cesena.