Il numero dei morti nel saccheggio è diversamente valutato. Iacopo Guicciardini li porta a 4000, in gran parte soldati dell'Ordinanza, i quali, egli dice, vennero quasi tutti uccisi; furono inoltre «vituperate le donne e taglieggiate, mandando a bordello tutti i munisteri.» Altri scrittori, come il Modesti ed il Cambi, fanno salire i morti a 5000, ma Francesco Guicciardini li fa discendere a 2000. Questi però evidentemente attenua ogni cosa a vantaggio dei Medici, modificando le notizie che trae dal Buonaccorsi e dalle lettere ricevute da Firenze, le quali noi oggi possiamo leggere, perchè pubblicate nelle sue Opere inedite. Egli pretende, fra le altre cose, che il Cardinal Giovanni facesse fermare la strage, e salvare le donne, il che non è detto neppure dallo stesso Cardinale nella lettera da lui scritta allora al Papa. Secondo il Modesti, sembra invece che solo alcuni giorni dopo cominciato il sacco, egli facesse salvare quelle donne che si ridussero nel suo palazzo, «tali quali si possono immaginare.»[277] La strage fu in ogni modo grandissima, come affermano tutti gli scrittori contemporanei, come conferma nella sua lettera il Cardinale, ed alla strage s'unirono anche molte violenze all'onor delle donne.

Qui ogni monasterio è saccheggiato,

Qui ogni chiesa s'usa per bordello

Di meretrice che loro han menato.

Qui non giova a sirocchie aver fratello.[278]

Così dice ne' suoi cattivi versi un narratore contemporaneo, e così ripetono tutti. Il Nardi parla d'una giovinetta che si gettò dalla finestra per salvare il proprio onore, e d'una donna portata via da uno Spagnuolo, che la tenne seco alcuni anni, fino a che ella non riuscì a segargli la gola ed a fuggirsene, tornando al suo marito in Prato, dove venne accolta trionfalmente, paragonata alle più illustri matrone di Roma, ed a Giuditta.[279] Si disse che fra i pochi cadaveri dei soldati nemici ne furono trovati alcuni circoncisi, il che fece affermare che nell'esercito spagnuolo vi fossero anche dei Musulmani, volendosi con ciò spiegare non solo le immani crudeltà, ma anche il grande disprezzo e le ingiurie alle chiese ed ai monasteri cristiani.[280]

Non v'è certo da maravigliarsi che il Vicerè crescesse ora le sue pretese. Se prima s'era indotto a far vaghe promesse di rispettare la libertà, e di far entrare i Medici come privati cittadini; ora dichiarava aperto non solo di volerli senz'altro rimettere, ma di volere anche mutare il governo, chiedendo inoltre che gli venissero subito pagati 150,000 ducati.[281] La Città da un altro lato non poteva più nulla negare, ed era perciò disposta a tutto; ma il disordine e la confusione eran tali, che essa non sapeva ormai venire a nessuna deliberazione. Temeva perfino degli stessi suoi soldati, i quali si dimostravano così avidi di preda e di saccheggio, che, sebbene alloggiassero fuori delle mura, le donne avevano subito cominciato a ricoverarsi nei monasteri.[282]

Il governo della Repubblica intanto pareva che già fosse venuto in mano dei Medici. Il cardinal Giovanni era dal campo in continua corrispondenza coi principali cittadini; Giulio suo cugino, bastardo, era andato a tener segreto colloquio con Anton Francesco degli Albizzi in una costui villa, per concertare il modo di mutar subito il governo. Ed il giorno ultimo d'agosto l'Albizzi, Paolo Vettori, Gino Capponi, i figli di Bernardo Rucellai e Bartolommeo Valori, parente del Soderini, tutti giovani e audaci, irruppero nel Palazzo, dove insieme con la vecchia Signoria sedeva la nuova, che doveva entrare in ufficio il primo di luglio; penetrarono nelle stanze del Gonfaloniere, e subito gli chiesero con violenza che liberasse i venticinque amici de' Medici, da lui fatti imprigionare nei decorsi giorni; poi lo minacciarono nella vita, se non abbandonava il suo ufficio, promettendo invece di salvarlo, se tranquillamente se ne andava.[283] Il Soderini, convinto ormai che ogni resistenza sarebbe stata inutile, si dichiarò pronto a partire, e chiamato a sè il Machiavelli, di cui solo poteva in quell'ora di grave pericolo fidarsi, lo mandò a casa di Francesco Vettori, fratello di Paolo, per essere, sulla sua fede, accolto nelle loro case, dove egli credeva d'essere più sicuro che nella propria. Francesco consentì, dopo essersi prima dai suoi assicurato, che non avrebbero usato violenza.[284] Ed intanto anch'egli, sebbene amico del Soderini e del Machiavelli, lavorava insieme cogli altri al trionfo dei Medici. Andò alla nuova Signoria, per indurla a radunare i magistrati, ed a dare una qualche ipocrita apparenza di legalità al mutamento di governo, che già s'andava di fatto compiendo. Raccolto che fu alla meglio il numero legale dei magistrati e dei consiglieri, essi non volevano consentire alla deposizione del Gonfaloniere; ma il Vettori, che faceva allora una doppia parte in commedia, supplicò con le braccia in croce, che si risolvessero subito, altrimenti quei giovani che già lo avevano deposto, sarebbero corsi ad ammazzarlo. E così fu ottenuto l'intento.[285] Dopo di che egli e Bartolommeo Valori con quaranta cavalli accompagnarono il Soderini fino a Siena. Questi disse d'andare a Loreto; ma, saputo dal fratello cardinale, che avrebbe corso pericolo per via, se ne andò invece a Ragusa; e neppure colà sentendosi sicuro, riparò a Castelnuovo, terra sottoposta al Turco.

Così caddero la potenza ed il governo di Piero Soderini da tutti gl'imparziali giudicato uomo politicamente onesto, ma assai debole. Lo stesso Francesco Vettori che, come abbiam visto, contribuì col proprio fratello a farlo cadere, dice che fu «certo buono e prudente ed utile; nè si lasciò mai trasportare fuora del giusto, nè da ambizione, nè da avarizia; ma la mala fortuna (non voglio dir sua, ma della misera Città) non permesse che egli o che altri vedesse il modo di ovviare alli insulti de' collegati.»[286] Questo è un linguaggio veramente singolare nella bocca di chi s'era adoperato al ritorno dei Medici; ma appunto perciò è assai credibile. Più sincero nell'esprimere il suo avviso è però lo storico Filippo dei Nerli, partigiano anch'egli zelantissimo dei Medici. Dopo d'aver biasimato il Soderini, perchè non tenne abbastanza conto dei potenti che lo avevano aiutato a salire, conchiude che, «non seppe mai esser principe nè cattivo nè buono, e credette troppo colla pazienza, godendo, come si dice, il benefizio del tempo, superare tutte le difficoltà.»[287] In sostanza è questo un giudizio non molto diverso da quello che ne fece il Machiavelli stesso, quando osservò nei Discorsi, che il Soderini sperava «con la pazienza e con la bontà sua estinguere i mali umori; nè mai osò spegnerli colla forza, come i nemici gliene diedero occasione. Di ciò scusavasi col dire, che sarebbe stato necessario violare le leggi, il che avrebbe seminato odî, e dopo la sua morte messo a pericolo il governo d'un Gonfaloniere a vita, il quale egli credeva utile alla Città. Nondimeno e' non si debbe mai lasciar scorrere un male rispetto ad un bene, quando quel bene facilmente possa essere da quel male oppressato.»[288]

Intanto quei giovani che avevano cacciato il Soderini, insieme con altri «tutti di mal affare,»[289] si posero a guardia del Palazzo, e furono subito eletti venti cittadini, per deliberare quello che s'avesse a fare. Alcuni speravano ancora trovar modo di salvare la libertà;[290] ma ormai gli avvenimenti seguivano il loro corso inevitabile. Gli oratori inviati al Vicerè ed al Cardinale furono da questo ricevuti cortesemente e modestamente. A lui bastava, egli disse, d'essere, insieme coi suoi, accolti in Firenze come privati cittadini, con facoltà di ricuperare i loro averi, pagandoli. E veramente nessuna più onesta domanda poteva immaginarsi da parte di chi aveva appunto allora trionfato colle armi. Ma il Cardinale, a guarentigia delle modeste domande, della persona sua e de' suoi, chiedeva anche assicurazioni, le quali giustamente facevano osservare allo storico Nardi, che «chi domanda sicurtà di non essere offeso (volendo vivere civilmente nella Repubblica), e se ne vuole assicurare, chiede in patto e vuole infatti la libertà di offendere altrui.»[291] Intanto i Fiorentini furono costretti ad entrare nella lega, obbligandosi a pagare 40,000 ducati all'Imperatore, 80,000 all'esercito che gli aveva vinti, e 20,000 al Vicerè in proprio, somme che coi donativi da fare, ascesero a 150,000 ducati. Si dovettero anche obbligare a prendere dalla Spagna 200 uomini d'arme.[292]