CAPITOLO XV.

Ritorno dei Medici in Firenze. — Nuova forma di governo. — Persecuzioni. — Scritti del Machiavelli ai Medici. — È deposto da tutti gli ufficî. — Morte di Giulio II. — Elezione di Leone X. — Congiura e morte di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi. — Il Machiavelli è accusato d'aver preso parte alla congiura. — Messo in carcere dove riceve alcuni tratti di fune, è poi liberato. — Suoi sonetti.

La famiglia dei Medici si trovava adesso rappresentata dal cardinale Giovanni (1475-1521), che n'era capo ed anima, notissimo più tardi col nome di papa Leone X, e da Giuliano (1479-1516), fratelli di Piero affogato nel Garigliano, e figli di Lorenzo il Magnifico. Questi soleva dire che aveva tre figli, di cui il primo (Piero) era pazzo; il secondo (Giovanni) savio, ed il terzo (Giuliano) buono. Abbiamo infatti veduto quanto era stato vano, puerile ed ambizioso Piero; quanto il Cardinale era accorto ed esperto negli affari, intelligente e fedele seguace della vecchia politica de' Medici; come finalmente Giuliano fosse fantastico, ambizioso e mite nello stesso tempo. Era poi un altro assai autorevole membro della famiglia, Giulio (1478-1534) cavaliere di Rodi, priore di Capua, più tardi vescovo, cardinale, e papa Clemente VII, figlio naturale di quel Giuliano, che fu fratello minore di Lorenzo il Magnifico, e restò nel 1478 vittima della congiura de' Pazzi. Seguivano ancora due giovanetti: un figlio di Piero per nome Lorenzo (1492-1519), che fu poi duca d'Urbino; un figlio naturale di Giuliano, per nome Ippolito (1511-1535), che fu poi cardinale. E con questi ultimi s'estinse il ramo principale dei Medici. Per ora si trovano in prima linea, sulla scena politica, il cardinal Giovanni, suo fratello Giuliano ed il cugino bastardo Giulio.

Francesco degli Albizzi andò a Prato, ed il primo di settembre condusse Giuliano nella sua casa in Firenze, dove senza indugio vennero a trovarlo i più fidi amici, fra i quali erano anche i figli di Piero Guicciardini, fratelli dello storico, che allora si trovava nella Spagna, ambasciatore della ormai caduta Repubblica. Subito una gran folla fu per le vie, al grido di palle! palle! correndo a casa Medici. Bernardo da Bibbiena, segretario del Cardinale, era in quel medesimo giorno partito in fretta da Prato per recarsi a Firenze, e non sapendo che Giuliano era andato a casa Albizzi, lo cercò con altri nell'antico palazzo dei Medici, in via Larga. Ivi, così racconta egli stesso, appena che fu arrivato, si trovò da tutti circondato, abbracciato, baciato, e non cessavano mai d'interrogarlo.[293] Giuliano, dimostrando subito in Firenze «animo civilissimo,» secondo l'espressione del Pitti, uscì per le vie in lucco senza alcun famiglio, come privato cittadino, e per secondare sempre più il gusto dei Fiorentini si rase anche la barba.[294]

Arrivava poi subito il Vicerè, che fu da Paolo Vettori menato in Consiglio e fatto sedere nel luogo del Gonfaloniere, donde parlò e raccomandò i Medici. Dopo di che fu raccolta una Pratica, in cui venne chiamato anche Giuliano, per decidere sul modo di riformare il governo, e si fecero proposte per quei momenti abbastanza temperate, alle quali egli subito consentì. Erano queste: il nuovo Gonfaloniere verrebbe eletto per un anno, verrebbe aumentato il numero degli Ottanta, si darebbe più largo stipendio ai magistrati;[295] e quanto al resto pareva che restassero le antiche forme repubblicane. Intanto, perchè s'arrivasse al termine della Signoria già in ufficio, fu sino a tutto ottobre eletto Gonfaloniere Giovan Battista Ridolfi. Questi era parente dei Medici, e da molti tenuto capo degli Ottimati; pure si dimostrò non solo savio ed animoso, ma ancora non punto nemico della libertà, che anzi pareva volesse salvare. In Firenze non poteva di certo essere a un tratto spento ogni amore per la Repubblica, nè scomparsa del tutto l'avversione ai Medici, che lo sapevano, e perciò volevano e dovevano procedere molto cauti. Ma essi avevano ora in mano la forza, e gli eventi piegavano sempre più in loro favore; la paura faceva sottomettere ognuno, sicchè non era a lungo andare possibile, anche volendo, il fermarsi sulla china, di che s'avvide ben presto lo stesso Ridolfi. Soldati e condottieri spadroneggiavano minacciosi per le vie; si sentivano ogni giorno discorsi di nuovi mutamenti di governo, proposti dal Cardinale e dagli Spagnuoli. Di ciò alcuni cittadini andarono allora ad interrogare il nuovo Gonfaloniere, il quale rispose: «Che volete che facciamo? Non vedete che i nemici ci hanno messi in una botte rifondata, e agevolmente ci possono offendere pel cocchiume?»[296]

Il disordine cresceva d'ora in ora, ed in piazza si vendevano le spoglie sanguinose dei Pratesi, il che aumentava lo sgomento di coloro che ancora amavano la libertà. Il 14 del mese entrava finalmente il Cardinale con 400 lance; seguivano con 1000 fanti Ranieri della Sassetta, Ramazzotto ed altri ben noti capi di bande, stati sempre fedeli ai Medici.[297] Ed il Cardinale venne accolto con così gran festa che, scrivendone a Pietro da Bibbiena in Venezia, gli diceva: «In questa parte la nostra opinione fuit re ipsa longe superata[298] Subito gli furono intorno i più decisi Palleschi, e si lamentarono che la troppa bontà di Giuliano facesse passare il tempo opportuno a un radicale mutamento, lasciando le cose a mezzo. Nè era appena entrato in Palazzo, dove Giuliano sedeva a consiglio con gli amici, che subito irruppe una moltitudine di cittadini e di soldati, i quali, saccheggiando gli argenti, al solito grido di palle! palle! chiesero che si radunasse il Parlamento, stato sempre mezzo sicuro per ottenere, sotto apparenza di libertà, tutto quello che si voleva con la forza.

Il 16, infatti, esso fu convocato in Piazza, dove vennero insieme col popolo i soldati ed i capitani così dei Medici come della Repubblica, essendo questi ultimi già quasi tutti passati ai nuovi padroni, per le grandi promesse avute. Fu creata una Balìa di 45 persone, portate poi a 65, e designate tutte dal Cardinale, alla quale venne dato l'incarico, con l'autorità stessa del popolo, di riformare il governo. E la riforma doveva consistere nel rimettere le cose allo stato medesimo in cui erano prima del 1494, restaurando cioè l'apparenza degli antichi ordini repubblicani; ma restringendo il governo effettivo e reale nelle mani della Balìa, che doveva dipendere dai Medici. Questo era stato il modo tenuto da Cosimo il Vecchio e da Lorenzo il Magnifico, quando, sotto nome di privati cittadini, s'erano fatti padroni della Repubblica; questa era la via che si voleva seguire adesso. La Balìa infatti, nonostante tutte le altre riforme che si fecero, e le vecchie istituzioni repubblicane che si finse di lasciare in vita, fu anche ora quella che veramente governò sino al 1527. «In tal modo,» è lo stesso Guicciardini che lo dice, «fu oppressa con le armi la libertà dei Fiorentini.»[299] E Francesco Vettori, che non era meno ardente partigiano dei Medici, scriveva: «Si ridusse la Città che non si facea se non quanto volea il cardinal de' Medici. È chiamato questo modo di vera tirannide.»[300]

Piero Soderini fu subito confinato per cinque anni in Ragusa, e il suo ritratto venne tolto dalla SS. Annunziata; Giovan Vittorio fu confinato per tre anni a Perugia; tutti gli altri Soderini, ad eccezione del Cardinale, vennero per due anni confinati a Napoli, a Roma, a Milano. Non fu perdonato neppure a Francesco Vettori l'avere accompagnato l'ex-gonfaloniere, e contribuito così a salvargli la vita. Sebbene si fosse tanto adoperato pei Medici, sebbene suo fratello Paolo fosse stato uno dei più audaci promotori del tumulto che li richiamò, pure fu ritenuto qualche tempo in carcere, ed ebbe parecchi tratti di corda. Egli se ne stette ritirato alcuni giorni fuori di Firenze, esclamando: «Or questo per amor s'acquista!»[301] Ma ben presto tornò in grazia dei nuovi padroni. Anche un Antonio Segni, che il cardinal Soderini aveva mandato in gran fretta a raggiungere per via il fratello Piero, ad avvertirlo che correva pericolo della vita, se capitava nelle mani del Papa, ebbe in Roma la fune, e tanta che ne morì.[302] Vennero licenziati e mutati alcuni ufficiali delle cancellerie, con altri ancora, che avevano avuto parte nel governo; l'Ordinanza fu sciolta, ristabilendone più tardi una vana e ridicola apparenza; s'impose ai cittadini un prestito di 80,000 ducati per pagare gli Spagnuoli. Intanto il Vicerè, riscosse le prime paghe, e sicuro omai del resto, aveva già fin dal 18 settembre lasciato Firenze e Prato. E qui finisce il primo periodo della rivoluzione fiorentina.

Se si riflette che era stato distrutto un governo per costituirne un altro; che i Medici erano tornati dopo l'esilio, la confisca e le persecuzioni di 18 anni, con l'aiuto delle armi straniere, deve convenirsi che, fatta eccezione del crudele ed iniquo saccheggio di Prato, opera dell'esercito spagnuolo, essi furono d'una grande mitezza. Sapevano che non si sarebbero potuti mantenere a lungo in Firenze con le vendette e col sangue; cominciarono perciò subito a cercare di farsi amici coi favori, di guadagnarsi il popolo colle feste. Ed a questo fine istituirono due compagnie, una delle quali chiamarono del Diamante, insegna di Giuliano, che ne fu il capo, e l'altra del Broncone,[303] insegna di Piero de' Medici, il padre del giovane Lorenzo, futuro duca d'Urbino, che fu capo della seconda compagnia. Così l'una come l'altra si posero subito all'opera, e cominciarono nel carnevale a rappresentar vari trionfi, fra cui quello del Secol d'oro. I versi che in questa occasione vennero cantati per le vie, si leggono nei Canti Carnascialeschi, e li compose Iacopo Nardi.[304] Il che merita di essere ricordato, perchè questi fu anche nei tempi più difficili e pericolosi, un costante, schietto, immutabile repubblicano; uno dei pochi allora sul cui carattere politico non cadde mai dubbio di sorta. E però il suo prender parte alle feste iniziate dai Medici nei primi mesi del loro ritorno, dimostra che questo ritorno fu accettato con maggior favore e assai più universalmente che non si crederebbe. I Medici erano adesso potenti in Italia, e si aspettava di vederli potentissimi, per la probabile elezione del Cardinale a papa, elezione che di fatto seguì dopo pochi mesi. Non si poteva negare che essi amavano Firenze, la quale cominciava perciò ad essere orgogliosa della loro crescente fortuna. Si sperava che un'ombra più o meno visibile di repubblica restasse, che i più autorevoli cittadini fossero chiamati a partecipare al governo, che tornassero i tempi di Lorenzo il Magnifico. Ed è un fatto che, partiti gli Spagnuoli, il nuovo governo non incontrò difficoltà di sorta a reggersi, non facendogli aperta opposizione neppure coloro che più erano stati amici del Soderini. Non vi furono che pochi giovani inesperti ed entusiasti, i quali, illusi nella speranza di trovar seguito, cospirarono e furon lasciati soli, abbandonati da tutti. Che più? Lo stesso ex-gonfaloniere Soderini venne, come vedremo fra poco, a patti co' Medici, con i quali si trattò anche d'imparentarsi, e potè poi tornare a Roma, dove visse tranquillo fino alla morte.

Ma che cosa pensava, e che cosa faceva il Machiavelli in questi difficili momenti? Restato sino all'ultimo fedele al Soderini, egli lo difendeva ancora; però, a dirlo subito in brevi parole, desiderava e sperava anche conservare il proprio ufficio. Il suo posto di Segretario nella Cancelleria non era certo politico; ma tale lo avevano reso l'incarico avuto presso i Nove della Milizia, le commissioni diplomatiche, la parte grandissima da lui presa nel costituire l'Ordinanza e nell'indirizzo dato al governo. Nondimeno, al pari di quasi tutti gli altri che quel governo avevano sostenuto, egli era rassegnato e disposto ad accomodarsi ai nuovi tempi coi nuovi padroni; pensava che si potesse escogitare una qualche forma di repubblica popolare sotto la protezione dei Medici, ed era pronto a servirli fedelmente, come dichiarò apertamente sin dal principio. Abbiamo infatti la copia d'una sua lettera senza data, ma che fu scritta certo poco dopo il 16 settembre, indirizzata ad una signora, di cui resta ignoto il nome, amica però, se non addirittura parente dei Medici. Secondo alcuni è la stessa Alfonsina Orsini,[305] vedova di Piero, secondo altri, invece, la figlia Clarice, moglie di Filippo Strozzi. Ma non se ne sa nulla di sicuro, e potrebbe anche essere la minuta d'una lettera non mai spedita al suo indirizzo.