In essa il Machiavelli comincia col dire che narrerà tutto quello che è seguito recentemente, per rispondere alla domanda che gli venne fatta, e perchè gli eventi hanno «onorato gli amici di Vostra Signoria Illustrissima e padroni miei, le quali due cagioni cancellano tutti gli altri dispiaceri avuti, che sono infiniti.» E qui accenna brevemente l'avanzarsi degli Spagnuoli, l'incertezze delle trattative e la condotta del Gonfaloniere, di cui parla con deferenza. Quando gli Spagnuoli mandarono a proporgli che si dimettesse, rispose, «che non era venuto a quel segno nè con inganno nè con forza, ma che vi era stato messo dal popolo; e però se tutti i re del mondo accozzati insieme gli comandassero che lo deponesse, mai lo deporrebbe. Se però il popolo voleva, avrebbe subito deposto il suo ufficio. Partito infatti che fu l'ambasciatore, egli radunò il Consiglio per consultarlo, e ciascuno s'offerse allora pronto a mettere la vita per difenderlo.» Accenna poi alla presa ed al sacco di Prato, che non si ferma a descrivere, per «non le dare questa molestia di animo.» Dice che vi morirono più di 4000 persone, «non perdonando nè alle vergini, nè ai luoghi sacri, che gli Spagnuoli empirono di sacrilegi e di stragi. E neppure allora il Gonfaloniere si sbigottì, ma si mostrò disposto ad ogni accordo cogli Spagnuoli, salvo l'entrata dei Medici, che quelli dissero di volere in ogni modo. Allora tutto andò a rovina, e si cominciò a temere del sacco anche in Firenze, per la viltà che si era veduta in Prato ne' soldati nostri,» parole queste ultime che molto dovette costare al Machiavelli di pronunziare, dopo che aveva riposto in essi tante speranze. Prosegue, narrando brevemente e senza molta precisione i fatti, sino al Parlamento, che reintegrò i Medici in tutti quanti gli averi e gradi dei loro antenati. «E questa Città,» egli conclude, «resta quietissima, e spera non vivere meno onorata con l'aiuto loro, che si vivesse nei tempi passati, quando la felicissima memoria di Lorenzo loro padre governava.»[306]

Bisogna, nel leggere questa lettera, ricordarsi bene quale era il linguaggio tenuto allora coi potenti in genere, e quale fu il linguaggio tenuto da quasi tutti i repubblicani fiorentini, che ebbero in quei giorni occasione di scrivere ai Medici, o anche solo ragionar di loro. Se però tutto questo ci persuaderà che la lettera del Machiavelli non aveva pei tempi che correvano nulla di strano o d'insolito, riman sempre da essa, come anche da altri documenti, provato, che egli voleva salvare il suo ufficio, ed era pronto a servirli. Ma di ciò nessuno allora gli fece nè poteva far carico, quando lo stesso ex-gonfaloniere s'accomodava con essi. Nulla infatti perdè nella stima dei cittadini Marcello Virgilio, che teneva nella cancelleria un ufficio superiore a quello del Machiavelli, e non lo lasciò, restando anzi in buonissimi termini coi nuovi padroni.

È certo però che, per la parte avuta, se non altro, nella difesa della Città, il Machiavelli sapeva bene di trovarsi in assai più difficili condizioni, e quindi s'adoperava a scongiurar la tempesta, che non senza ragione temeva. In questi medesimi giorni egli scrisse anche al cardinal de' Medici una lettera, di cui ci resta solamente un brano. «Pensando,» egli dice, «che la presunzione sia escusata dall'affezione, oserò darle un consiglio. Già sono stati nominati gli uffiziali per ritrovare le possessioni dei Medici, e restituirle ad essi. Questi beni sono ora in mano di chi li ha comperati e legittimamente li possiede; il riprenderli partorirà un odio inestinguibile, perchè gli uomini si dolgono più di un podere che sia loro tolto, che d'un fratello o padre che fosse loro morto, ognuno sapendo che per la mutazione d'uno Stato un fratello non può risuscitare, ma che e' può bene riavere il podere. Molto meglio sarebbe perciò farsi votar dalla Balìa, per qualche tempo, un sussidio annuo a risarcimento dei danni patiti. Io ricordo tutto con fede,» così conchiude la lettera, «la S.V.R. secondo la sua prudenza ne deliberi.»[307] Ed anche un altro scritto si crede che egli indirizzasse in questi medesimi giorni ai Medici, o piuttosto ai loro fautori, dando consigli di un'indole più generale, e indirettamente pigliando di nuovo le difese del Soderini. Coloro che erano stati gelosi di lui per non averli egli chiamati a parte del governo, e avevano perciò cospirato a favore dei Medici, ora lo accusavano e calunniavano in mille modi. Il Machiavelli faceva quindi osservare, che quelle erano arti maligne, per acquistar grazia appresso i nuovi padroni ed il popolo, al quale volevano far credere d'essere stati indotti a mutare il governo solo per odio al Soderini, che dicevano perciò autore d'ogni male seguito alla Città. «Così cercano, acquistando il favore del popolo, rendersi necessari ai nuovi governanti, cui potrebbero, ad un momento dato, fare uno rimbocco addosso di tutto questo universale.[308] Il Soderini ormai è fuori d'Italia, e non può quindi fare nè bene nè male; restano di fronte il nuovo ed il passato governo, irreconciliabili fra di loro. Quelli che si sono messi ad adulare il popolo ed i Medici, non potrebbero vivere col Soderini, di cui sono naturali nemici; ma possono bene accomodarsi così con l'uno come con l'altro governo, pur d'essere potenti. Perciò s'adoperano, facendosi forti col popolo, a divenir come protettori dei Medici, i quali dovrebbero invece cercare di separarli dal popolo, perchè si gettassero, senz'altra speranza di salute, a servirli.»[309]

Quali occasioni il Machiavelli avesse veramente a comporre questi tre suoi scritti, noi non sappiamo. Non ci è possibile dire se fu davvero invitato, come egli afferma nel primo di essi, o se, profittando dell'ufficio che ancora teneva, mettesse le mani avanti per non perderlo, o finalmente se li componesse, come allora usava assai spesso, a sfogo del proprio animo, e come una specie d'esercizio retorico, pel caso che si presentasse l'occasione di valersene. Quest'ultima ipotesi acquista un maggior grado di credibilità pel fatto, che del primo di tali scritti abbiamo solo una copia senza data, senza indirizzo e senza firma; del secondo e del terzo abbiamo gli autografi, ma sono più che altro abbozzi o frammenti. Comunque sia di ciò, lo scopo di così premurosi consigli, in qualunque modo li desse o cercasse darli, resta assai chiaro, com'è chiaro che la via da lui scelta era di molto difficile riuscita. Il Machiavelli ebbe sempre, come provano molte delle sue opere, tutta la sua vita, una gran fede nel popolo, grande diffidenza e antipatìa contro l'aristocrazia e contro ogni governo retto da un piccolo numero di potenti. E questi sentimenti manifestò anche quando trionfavano i Medici, i quali egli avrebbe voluto vedere appoggiarsi al popolo, e non cadere in balìa dei nemici del Soderini. Ma gli eventi erano, per ora almeno, in mano di chi li aveva apparecchiati, e i Medici non potevano affidarsi al popolo che non li voleva, allontanandosi da coloro che li avevano richiamati. Or questi erano appunto i nemici del Soderini, non meno che a lui avversi al Machiavelli, cui non potevano in nessun modo permettere che restasse in ufficio. Il combatterli adunque poteva riuscir solo a farseli sempre più nemici.

I Nove della Milizia, presso i quali il Machiavelli aveva avuto così gran parte, erano stati subito soppressi, licenziando tutti i conestabili dell'Ordinanza fin dal 19 settembre.[310] Restavano ancora i Dieci e la Signoria con la loro cancelleria, nella quale egli si trovava cogli altri alla dipendenza di Marcello Virgilio. Ma questi, sebbene fosse il primo segretario, non si era mai personalmente impacciato di politica, e nessuno pensò quindi a rimuoverlo d'ufficio. Il Machiavelli invece, intimo del Soderini, anima per qualche tempo della Repubblica, venne, con deliberazione presa alla unanimità dai Signori, il 7 novembre 1512, privato di ogni ufficio: cassaverunt, privaverunt et totaliter amoverunt.[311] Il suo amico Buonaccorsi subì nel medesimo giorno la stessa sorte.[312] Nè ciò bastava. Infatti una nuova deliberazione confinava il Machiavelli per un anno nel territorio della Repubblica, senza che ne potesse uscire, con l'obbligo ancora di dare, come sicurtà d'obbedienza alla condanna, fideiussori per la somma di mille lire. Il 17 novembre veniva inoltre a lui ed al Buonaccorsi proibito di mettere per un anno piede in Palazzo, ordine però che, quanto al Machiavelli, fu più volte temporaneamente revocato,[313] dovendo egli rendere i conti della sua amministrazione, dare tutti i necessarî schiarimenti. E questo potè fare con tale e tanta regolarità da non lasciare pretesto alcuno a muovergli accusa di sorte. In suo luogo venne eletto segretario Niccolò Michelozzi, noto partigiano dei Medici, il quale, non essendovi ora più i Nove nè l'Ordinanza, ebbe solo l'incarico di scriver lettere d'ufficio per la cancelleria.[314]

Ed ora le pretese riforme (chè così le chiamavano) vennero bruscamente sospese da avvenimenti esterni ed interni, i quali ultimi peggiorarono anche più le già tristi condizioni del Machiavelli. Per la ritirata dei Francesi, Parma, Piacenza, Modena e Reggio s'erano date al Papa; Brescia era venuta nelle mani del Vicerè; Peschiera e Legnago s'erano arrese al Lang, vescovo di Gurk, che era una specie di alter ego dell'Imperatore in Italia. Di tutto ciò molti, al solito, restarono allora scontenti e gli alleati sarebbero venuti fra di loro a contesa, se il Papa, facendo al Lang le più benevole accoglienze, e dandogli anche il cappello cardinalizio, non lo avesse guadagnato a sè. Questo portò subito ad una nuova alleanza, proclamata nel novembre in Santa Maria del Popolo, fra il Papa e l'Imperatore, che con la solita sua volubilità aderiva ora al Concilio vaticano. E così Massimiliano Sforza fu condotto a prender possesso del ducato di Milano, che era molto impiccolito, avendone più d'uno dei confederati preso qualche brano. Gli Spagnuoli aderirono ai nuovi accordi; vi si opponevano invece i Veneziani, perchè fieramente avversi alla cessione di Vicenza e Verona all'Imperatore; ma ciò valse a rendere ancora più salda l'alleanza di questo col Papa, il quale si poteva chiamar finalmente contento. Non aveva certo liberato dai barbari l'Italia, che invece, per opera sua, era occupata, calpestata da Tedeschi, Spagnuoli e Svizzeri; pure aveva cacciato i Francesi, sventato il Conciliabolo, radunato il Concilio lateranense, esteso e rafforzato il dominio temporale della Chiesa, data reputazione alle sue armi, fatto di Roma il centro principale degli affari d'Italia e del mondo. Ma allora appunto egli si ammalava, ed il 20 di febbraio 1513 moriva. Degno di molta gloria lo dice il Guicciardini, se invece di Papa fosse stato un principe secolare. Certo fu uomo di gran forza d'animo, di grande volontà, di grandi disegni pei quali mise a soqquadro l'Italia e il mondo. Tutti perciò erano stanchi adesso, e desideravano tempi più tranquilli.

Con questi intendimenti s'adunava il Conclave, nel quale il 6 marzo arrivò in lettiga il cardinal de' Medici, ammalato d'una fistola incurabile, che rendeva assai penoso lo stargli accanto. Avverso ai Francesi, stati la rovina di sua casa, levato a grande altezza dal Papa defunto, egli era largo del suo fino alla prodigalità, abilissimo nel rendersi accetto a tutti, educato alle buone lettere, grande ammiratore delle arti belle, un vero mecenate di artisti e letterati; e sebbene all'occorrenza fosse pronto anche ad atti violenti, si dimostrava, nei casi ordinari, sempre e con tutti temperato e gentile nei modi, in ogni occasione prudentissimo. Queste qualità lo indicavano come l'uomo adatto ora al papato, salvo la sua età, non essendo egli ancora giunto ai quarant'anni. V'era però nel Conclave un partito di giovani cardinali, che molto lo favorivano. Avversario deciso si dimostrava invece il Cardinal Soderini; ma fu ben presto guadagnato il suo voto con la promessa di far tornare dall'esilio l'ex-gonfaloniere, di liberare dal confine gli altri della famiglia, e di dare la figlia di Giovan Vittorio Soderini in moglie a Lorenzo de' Medici.[315] Stipulati questi accordi, il cardinal Giovanni riuscì con grande maggioranza di voti eletto il giorno 11 marzo. Non essendo egli ancora prete, ma semplice diacono, bisognò ordinarlo prima, per consacrarlo poi. Il 15 ebbe gli ordini sacri, il 17 fu papa col nome di Leone X, il 19 venne coronato. La cerimonia e le feste superarono quanto s'era mai visto di splendore e di lusso, in un secolo tanto celebre pel suo splendore e pel suo lusso: si spesero in un sol giorno 100,000 ducati.[316] Vi furono archi, iscrizioni, processioni, statue di Deità pagane, profusione di danaro ovunque, in ogni modo: parevano tornati i tempi di Roma imperiale.

A Firenze questa elezione venne salutata con gioia universale, perchè dal nuovo Papa mecenate e fiorentino, tutti s'aspettavano grandi favori. Nessuno pensava che così i Medici mettevano in Italia sempre più profonde radici, divenivano più potenti e prepotenti, ed il cacciarli di Firenze sarebbe stato sempre più difficile. La Città pareva invece orgogliosa di quello che seguiva. Ma un Genovese che si trovava presente a questa grande allegria dei Fiorentini, disse loro un giorno: «Voi vi rallegrate d'avere un papa fiorentino; prima però che ne abbiate quanti ne ebbe Genova, imparerete a vostre spese quello che può fare la grandezza dei papi nelle città libere.»[317] E non solo i fatti che seguirono più tardi gli dettero ragione; ma la gioia era stata già turbata da ciò che era avvenuto in quei giorni medesimi.

Poco prima che arrivasse a Firenze la nuova della infermità di Giulio II, un tal Bernardino Coccio, senese, trovò in casa dei Lenzi, parenti dei Soderini, un foglio caduto di tasca ad un giovane per nome Pietro Paolo Boscoli, notissimo avversario de' Medici. Raccoltolo e visto che v'erano scritti 18 o 20 nomi, fra cui quello di Niccolò Machiavelli, lo portò subito agli Otto, i quali, sospettando di congiura, imprigionarono il Boscoli insieme col suo intimo compagno Agostino di Luca Capponi. Sottoposti alla tortura, essi dichiararono francamente d'avere avuto in animo di rivendicare la patria in libertà; ma di non aver fatto congiura, nè comunicato ad altri i loro disegni: i nomi scritti sul foglio eran solo di persone nelle quali speravano di trovar favore, supponendole amiche del libero reggimento. La più parte di esse vennero nonostante, insieme con altre, condotte in prigione: e sebbene apparisse chiaro che la cosa non aveva avuto molta gravità, perchè senza seguito alcuno nei cittadini, pure il Boscoli ed il Capponi, dopo essere stati in carcere dal 18 al 22 febbraio, furono la sera decapitati. Il cardinal de' Medici era partito il giorno innanzi,[318] non prima però d'essersi assicurato dell'esito finale. Questo caso fu molto pietoso, perchè il Boscoli ed il Capponi erano giovani inesperti ed entusiasti, ma culti e di nobili sentimenti. Ambedue affrontarono la morte con gran coraggio, il Capponi quasi con sdegnosa indifferenza, pur dichiarandosi innocente; il Boscoli di 32 anni, biondo, bello e di gentile aspetto, sebbene ugualmente intrepido, pareva nondimeno agitato da pensieri diversi. Un suo amico, Luca della Robbia, della famiglia stessa del grande scultore di cui portava il nome, venne ad assisterlo nelle ultime ore, e trascrisse, parola per parola, il colloquio avuto con lui. Noi già altra volta v'accennammo; ma dobbiamo ora riparlarne, perchè si tratta d'un documento singolarissimo, che è assai importante a conoscere le condizioni dello spirito italiano in quel tempo.

Quando, verso sera, arrivò la notizia della prossima esecuzione, il Boscoli fu assai agitato. Prese il Vangelo e lo leggeva, invocando lo spirito del Savonarola per interpetrarlo; chiese poi un confessore del convento di San Marco. Al Capponi che, quasi rimproverandolo, gli diceva: — O Pietro Paolo, voi dunque non morite contento! — non fece neppure attenzione. Egli non temeva la morte; ma gli pareva di trovar la forza di morire solamente nello stoicismo e nelle reminiscenze degli eroi pagani, che esaltavano le congiure ed ispiravano l'odio alla tirannide: non si sentiva perciò la coscienza tranquilla. Volgendosi al suo consolatore della Robbia, esclamò a un tratto: — Deh! Luca, cavatemi dalla testa Bruto, acciò che io faccia questo passo da buon cristiano. — E si disperava in un'angoscia tormentosa. Arrivato il confessore, il della Robbia, che aveva ancor egli i suoi scrupoli, gli andò subito incontro, chiedendo in segreto: — È proprio vero che San Tommaso condanna le congiure? — Ed alla risposta affermativa del frate, soggiunse: — Ebbene, diteglielo acciò non muoia in inganno. — Il confessore, vedendo la grande agitazione del misero giovane, si provò a fargli coraggio, perchè affrontasse la morte con animo risoluto; ma il Boscoli gli rispose subito con vivacità: — Padre, non perdete tempo, che a ciò mi bastano i filosofi. Aiutatemi piuttosto a morire per amor di Cristo. — Quando fu condotto al luogo del supplizio, il carnefice, con singolare e toscana cortesia, gli chiese scusa nel bendarlo, e si offerse di pregare Dio per lui, — Fai pure il tuo ufficio, — disse il Boscoli; — messo però che m'avrai sul ceppo, lasciami stare un poco, e poi mi spaccia. Accetto che tu preghi Dio per me. — Voleva in quell'ultima ora fare l'estremo sforzo per unirsi a Dio. Il confessore restò ammirato del Boscoli, ed avendo più tardi incontrato a Prato il della Robbia, gli andò subito incontro, dicendo d'aver pianto otto giorni continui, tanto s'era affezionato all'animoso giovane. — Io lo credo un beato e martire, andato diritto in Paradiso senza fermarsi in Purgatorio. Quanto poi alle congiure, di cui tu mi chiedesti, debbo dirti che ho riscontrato San Tommaso, e trovo che fa una distinzione. Se i tiranni sono eletti dal popolo, non è lecito congiurar contro di essi; ma se invece s'impongono con la forza, il congiurare è anzi un merito. Non ripetere però le mie parole a nessuno, altrimenti diranno: questi frati tiran sempre le cose secondo gli affetti loro. — Il della Robbia aggiunge che, tornato a casa, riscontrò anch'egli le opere di San Tommaso, e vi trovò quello che aveva detto il frate.[319]