Da questa narrazione si vede chiaro come le idee cristiane e le pagane venissero allora assai spesso in conflitto. Ed in vero, quanto alla vita privata ed alla morale individuale, il Cristianesimo, massime dopo l'opera del Ficino, del Pico e del nuovo Platonismo, poteva più facilmente mettersi d'accordo colla risorta filosofia pagana. Ma la vita pubblica costituiva un mondo a parte, le cui leggi, in continua opposizione con la morale evangelica, sembravano trovare il loro ideale solamente nell'antichità greca e romana. Certo i cospiratori, i patriotti, i politici, i capitani italiani del Rinascimento s'ispiravano a Bruto, a Cesare, a Licurgo, a Solone, ad Epaminonda, non mai al Vangelo. E ciò faceva nascere nel loro spirito un contrasto, di cui moltissimi sono gli esempi; ma nessuno forse così evidente, come è la confessione del Boscoli.
La condanna di quei due giovani, ed il trovarsi nella congiura mescolato il nome del Machiavelli, fecero dare ad essa un'importanza politica che veramente non ebbe, come si vede dalle lettere di Giuliano de' Medici. In fatti il 19 febbraio, cioè il giorno che seguì alle prime carcerazioni, egli scriveva a Pietro Dovizi da Bibbiena, in Venezia, dicendogli, che s'era scoperta «una congiura di far violenza a me ed a qualche cosa nostra; ma non s'è trovato che una mala intenzione senza fondamento o seguito.»[320] Aggiungeva poi una lista di 12 cittadini più o meno caduti in sospetto, fra i quali si legge anche il nome del Machiavelli. Un qualche spavento vi fu però di certo in quei primi momenti, perchè, oltre le condanne già menzionate, venne pubblicato un bando, col quale si ordinava a tutti i cittadini di consegnare le armi. Ed essi non solamente le consegnarono; ma s'affrettarono a correre alla casa di Giuliano, per dargli testimonianza della loro fedeltà, andandovi perfino alcuni parenti degli accusati a chiedere che si facesse giustizia.[321] Il 7 di marzo, quando i due giovani congiurati erano già morti, e gli altri processi condotti a termine, Giuliano scriveva di nuovo al Bibbiena, dicendogli che la Città s'era mostrata affezionatissima ai Medici, ed aggiungeva: «Il Boscoli ed il Capponi giovani di buone famiglie, ma senza seguito, sono stati i capi della congiura. Volevano levarci la terra; avevano deputato il luogo e fatto una lista di persone in cui credevano incontrar favore; avevano parlato e trovato ascolto in Niccolò Valori e Giovanni Folchi. Per questa ragione i primi sono stati condannati a morte, i secondi chiusi per due anni nel forte di Volterra. Alcuni furono confinati nel contado, per avere avuto qualche partecipazione nella congiura; tutti gli altri accusati ed imprigionati sono stati messi in libertà come innocenti, dopo aver dato buon sodamento.[322]» E in tutto ciò neppure una parola del Machiavelli.
Questi sembra che, scoppiata la tempesta, avesse cercato di mettersi in salvo. Troviamo infatti un bando degli Otto di Guardia e Balìa, i quali, il giorno 19 febbraio, ordinavano che chiunque «sapessi o havessi o sapessi chi havessi o tenessi Nicolò di messer Bernardo Machiavelli,» dovesse fra un'ora denunziarlo, «sotto pena di bando di rubello et confiscatione.»[323] Certo è che egli venne subito imprigionato e messo alla tortura insieme cogli altri, per vedere se poteva cavarsene qualche cosa. Il suo nome s'era trovato nella lista portata agli Otto; il suo passato lo rendeva sospetto. Poco avevano a lui giovato le proteste d'ossequio ai Medici, e molto avevano invece nociuto le cose dette e scritte contro gli accusatori e calunniatori del Soderini. Certo se si fosse in lui scoperta vera colpa, non lo avrebbero risparmiato; ma dopo alcuni tratti di corda,[324] e dopo le confessioni degli altri accusati, essendosi convinti che non v'era da cavarne nulla, lo lasciarono libero.[325] S'aggiunse che il Papa, essendo state già fatte le prime vendette, aveva subito dopo la sua elezione, dimostrato di volere che si usasse indulgenza; e però con deliberazione del 4 aprile, la Balìa fece grazia non solo a tutti coloro che eran sospetti d'aver preso parte nella congiura, senza che si fosse potuto provarlo; ma liberò dal confine anche i Soderini, compreso lo stesso ex-gonfaloniere.[326] È facile però capire, che il sospetto, la prigionia e la tortura affliggessero molto il Machiavelli, levandogli, per ora almeno, ogni speranza di conciliazione coi Medici. Il 13 marzo infatti egli scriveva a Francesco Vettori, ambasciatore in Roma, ed annunziandogli la sua liberazione, aggiungeva che tutto in questa occasione aveva cospirato a suo danno. Sperava però di non capitarci di nuovo, «sì perchè sarò più cauto, sì perchè i tempi saranno più liberali e non tanto sospettosi.» Avendo poi il Vettori risposto con proteste d'amicizia, facendogli coraggio, il Machiavelli gli aggiungeva d'aver saputo volgere il viso alla fortuna, portando la sua sventura con tanta fermezza, «che io stesso me ne voglio bene, e parmi d'essere da più che io non credetti.»[327] Ed anche allora, con le mani ancor dolenti per la fune patita, esprimeva il desiderio d'essere adoperato dai Medici. Ma su di ciò torneremo più oltre.
Dinanzi alla realtà di questi fatti, scompariscono tutte le fantastiche considerazioni intorno all'avere il Machiavelli cospirato allora a favore della libertà, contro la vita di Giuliano de' Medici, e perciò sopportato la carcere e la tortura. Solo giovani inesperti potevano pensare ad una congiura, quando tutta la Città si mostrava così favorevole ai nuovi padroni, ed era orgogliosa di vedere uno di essi eletto papa. Il Machiavelli perciò pensava invece a mettersi in salvo, ed al suo solito andava escogitando disegni complicati, coi quali ottenere il proprio intento, che era sempre di guadagnarsi il favore dei Medici. Ma che cosa dobbiamo noi pensare dei tre sonetti, che furono da lui scritti appunto in questi giorni, e, come parrebbe, indirizzati anche a Giuliano de' Medici? Due di essi sarebbero anzi stati composti nella prigione stessa, per chieder grazia. Il primo ci descrive la Musa, che viene a trovare il poeta, e non lo riconosce, vedendolo trasfigurato in modo, che lo piglia per pazzo; ond'egli si raccomanda a Giuliano che faccia fede della sua identità. Nell'altro descrive la carcere in cui si trova, dopo aver ricevuto sei[328] tratti di corda. Il puzzo è orrendo, le pareti «menano pidocchi»
Grossi e paffuti che paion farfalle.
Si sente un rumore d'inferno. Uno è incatenato, un altro è sciolto, un terzo grida che è tenuto alla corda troppo alto da terra.
Quel che mi fe' più guerra
Fu che, dormendo, presso all'aurora,
Cantando sentii dire: Per voi s'ôra.
Or vadano in malora,