Purchè vostra pietà ver' me si voglia,
Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia
È possibile che il Machiavelli abbia dalla carcere scritto questi versi a Giuliano? Che egli fosse capace di spingere il sarcasmo e la satira fino al cinismo, ridendo di cose e di persone che per lui stesso erano sacre, noi lo sappiamo. È noto l'epigramma da lui scritto più tardi sulla morte di Pier Soderini, che pure aveva sempre amato, ed a cui rimase sino all'ultimo fidato amico,
La notte che morì Pier Soderini,
L'alma n'andò dell'Inferno alla bocca;
E Pluto le gridò: Anima sciocca,
Che Inferno! va' nel Limbo dei bambini.
È ben vero che si volle dubitare dell'autore di questo epigramma; esso però non solo si trova da lungo tempo pubblicato ed attribuito al Machiavelli; ma anche il nipote Giuliano de' Ricci, nel Priorista più volte citato, lo attribuisce a lui senza punto dubitarne, scusandolo col dire che lo scrisse da poeta, avendo sempre avuto grande stima pel Soderini.[329] In sostanza però qui si tratta d'uno scherzo di cattivo genere, se si vuole; ma v'è pure un fondo di verità, avendo egli sempre biasimato la troppa mitezza del Gonfaloniere, accusandolo d'avere anche nell'ora del pericolo fidato nelle vie di mezzo, senza mai osare di por mano alla forza, per assicurarsi dei nemici suoi e della Repubblica.
Ben diverso è il caso dei due sonetti. Che cosa mai bisognerebbe pensare del Machiavelli, se veramente avesse scritto a Giuliano, che egli, nel sentire le ultime preghiere che accompagnavano al patibolo gli amici della libertà, aveva esclamato: «Vadano pure in malora, purchè Vostra Magnificenza mi faccia grazia»? Sarebbe stato cinismo così basso da disgustare lo stesso Giuliano, che nelle sue lettere al Bibbiena discorreva con dignitoso riserbo de' due giovani condannati a morte. Nè è presumibile che i molti nemici del Machiavelli, i quali tante accuse false inventarono per calunniarlo, avessero poi serbato silenzio così generale sopra un fatto che sarebbe stato di certo assai poco onorevole. E se veramente fosse andato tant'oltre, egli non lo avrebbe taciuto affatto nelle sue lettere a Francesco Vettori, cui narrò tutto quello che fece e che disse in quei giorni, ed al quale si raccomandava per aver favore dai Medici. Da queste lettere invece si cava che egli allora nulla chiese, che sopportò con coraggio la tortura, e che non aveva con Giuliano relazioni tali da osare d'indirizzargli versi burleschi per ottenerne favore. A lui ed a Paolo Vettori egli dovette d'esser presto liberato dal carcere. E se veramente fosse disceso tanto basso da deridere i compagni che subivano l'estremo supplizio, chi crederà mai che avrebbe appunto allora avuto l'impudenza di scrivere ad un amico de' Medici, e suo, d'essersi condotto con tanta fermezza da acquistare maggiore stima di sè stesso!
È poi molto singolare che i due sonetti restarono ignoti affatto sino al principio del secolo XIX. Il Ricci che con tanta diligenza copiò e raccolse notizie d'ogni genere, onorevoli e biasimevoli, intorno agli scritti dello zio, non ne fa cenno. Essi compariscono a un tratto, in un romanzo del Rosini, l'anno 1828, e poco dipoi in una biografia del Machiavelli pubblicata a Parigi l'anno 1833 dal francese Artaud.[330] Ambedue dicono che n'ebbero solo una copia dal signor Aiazzi di Firenze, che li trovò autografi su due fogli messi come segno in un libro, nel quale furono dimenticati per secoli. L'Aiazzi, che pur si fece più volte editore di cose antiche, non li illustrò, non li dette alla luce; ma ne ritenne copia per gli amici. Gli originali, così almeno si dice, sarebbero stati venduti ad un Inglese. La cosa par molto strana davvero, tanto che farebbe quasi dubitare dell'autenticità dei sonetti. Essi però non solo son dati come autentici dal Rosini e dall'Artaud, ma nelle Carte del Machiavelli si trovano copiati con una dichiarazione di Tommaso Gelli, già bibliotecario della Magliabechiana, il quale dice di averne veduto gli autografi.[331] Anche la lingua e lo stile furono da tutti giudicati, ed appaion veramente proprî del Machiavelli.[332] Si può, volendo, sofisticare su qualche verso;[333] ma prove intrinseche e sicure per mettere in dubbio l'autore dei sonetti non ve ne sono.[334] La conclusione, adunque, cui bisogna, secondo noi, venire, è che essi non sono una vera domanda di grazia, nè furono mandati a Giuliano; ma sono invece uno scherzo, uno sfogo capriccioso, ironico, cinico, se si vuole, che il Machiavelli gettò sulla carta in un momento di cattivo umore, ridendo, esagerando, facendosi peggiore che non era; e poi li dimenticò, non pensando che, dopo molti secoli, sarebbero stati ritrovati, ed egli chiamato a render conto di parole usate, senza troppo riflettere, forse qualche volta solo per obbedire alla rima. Che i due sonetti siano poi da tenersi veramente per uno scherzo e non altro, ce lo farebbe credere anche un terzo, che fu trovato più tardi, e venne pubblicato dal Trucchi nel 1847.[335] Con esso il Machiavelli manda a Giuliano un dono di tordi, pregandolo che li dia a mordere ai suoi nemici, onde non lo addentino più, come fanno, ferocemente. — Che se son magri, dirò che magro sono anch'io,