E spiccan pur di me de' buon bocconi.

Ora nessuno vorrà credere che il Machiavelli mandasse veramente un dono di tordi a Giuliano de' Medici. In un momento d'ira e di mal umore, adunque, egli che non aveva preso parte alla congiura, nè era così inesperto da sperarne allora nulla di bene, sfogò in segreto la sua bile contro l'avversità del fato, e contro chi lo aveva leggermente messo a così duro cimento. Nel ciò fare passò i limiti, ed il suo sarcasmo arrivò fino al cinismo; nè questo fu un caso unico nella sua vita, i suoi scritti dandocene pur troppo altri esempi; ma non giustificherebbe in modo alcuno il sospetto d'assai bassa viltà, in un momento nel quale il Machiavelli dette invece prova di coraggio.

CAPITOLO XVI.

Governo dei Medici in Firenze. — Strettezze del Machiavelli. Sua corrispondenza epistolare con Francesco Vettori.

La fortuna dei Medici aumentava con una maravigliosa rapidità non solo in Firenze, ma in tutta Italia. Già da ogni parte accorrevano gli uomini di lettere a Roma, per circondare il novello Papa, da cui speravano il ritorno del secol d'oro. Fra di essi egli scelse subito a suoi segretari il Bembo ed il Sadoleto, letterati allora celebratissimi. I suoi primi atti annunziavano tolleranza e pace. A Firenze, come abbiam visto, furono per sua volontà assoluti i sospetti d'aver partecipato alla congiura. Il matrimonio patteggiato coi Soderini tra la figlia di Gian Vittorio e Lorenzo dei Medici, non si potè mandare ad effetto, per l'opposizione assai viva che fece l'Alfonsina, madre di questo. Il Papa credette però d'avere aggiustato la cosa, facendo sì che la fanciulla Soderini sposasse invece Luigi Bidolfi, suo nipote per parte di sorella.[336] Con ciò egli non riuscì nel suo intento pacifico, come pur troppo si vide più tardi; ma per allora nulla fu turbato, ed in apparenza tutti furono contenti. L'ex-gonfaloniere potè tornare in Italia, prender casa in Roma, ed anche i suoi parenti tornarono dal confine. I cardinali di San Malò, Santa Croce, San Severino furono reintegrati. Da Firenze, oltre i due oratori Iacopo Salviati e Francesco Vettori, già residenti in Roma, partiva un'ambascieria solenne di dodici cittadini per rallegrarsi della nuova elezione. Si moltiplicava poi ogni giorno il numero dei cittadini, che per conto loro andavano a rallegrarsi ed a chiedere favori, tanto che Leone X ebbe ad esclamare, che in così gran moltitudine ne aveva trovato due soli, uno dei quali, il Soderini, sommamente savio, l'altro, un tal Carafulla, sommamente pazzo, che gli avevano raccomandato la Città e non i loro personali interessi.[337]

Fra gli accorsi, com'è ben da credere, non mancarono i parenti del Papa. Giulio de' Medici, che arrivò tra i primi, fu fatto arcivescovo di Firenze, essendo morto Cosimo de' Pazzi, e più tardi, sebbene da tutti ritenuto figlio illegittimo, fu cardinale. Giuliano venne eletto capitano e gonfaloniere di Santa Chiesa; feste grandi e solenni si fecero a Roma in suo onore; sposò poi Filiberta di Savoia, e fu così duca di Nemours, il che lo alienò sempre più dal governo di Firenze, al quale non parve mai molto inclinato. Dato oltre misura ai piaceri dei sensi, che lo avevano fisicamente indebolito, aveva un'indole fantastica, che gli faceva perdere gran tempo nella investigazione del futuro: non mancavano però in lui vaghe, qualche volta anche grandi ambizioni, e neppure impulsi generosi. Di questi s'ebbe una prova quando il Papa voleva dargli il ducato d'Urbino, levandolo colla forza a Francesco Maria della Rovere. Giuliano ricusò l'offerta, perchè nell'avversa fortuna era stato colà ospitato, più tardi anche beneficato dal Della Rovere, e non voleva pagarlo ora d'ingratitudine. A Lorenzo invece piaceva il governare Firenze; ma avrebbe voluto farla da padrone assoluto, il che non era possibile, onde anch'egli ben presto se ne stancò. Era stato qualche tempo a Roma, in compagnia di Iacopo Salviati suo parente, mandato colà ambasciatore per allontanarlo da Firenze, dove era tenuto troppo amico degli ordini liberi. Tuttavia non si osò contraddirgli, quando decisamente non volle più restare lontano, e così tornossene ora insieme con Lorenzo.[338] A questo il Papa credette opportuno dare alcune istruzioni, scritte di propria mano, sul modo di governare la Città con prudenza. «Tu devi,» gli diceva in esse, «introdurre in tutte le principali magistrature, quanto più potrai, uomini tuoi. Cerca di essere bene informato come vanno fra loro d'accordo i Signori, al che sarà buono strumento Niccolò Michelozzi.» Questi, che era il successore del Machiavelli, doveva dunque far quasi da confidente e da spia. «Quando ti sia necessario, per cedere alle raccomandazioni, adoperare persone di cui tu non ti creda sicuro, fa' che almeno non sieno nè di molto animo, nè di molto ingegno. Sopra tutto poi devi assicurarti degli Otto e della Balìa, ed avere fra essi, come facevo io, chi ti riferisca ogni cosa minutamente.» Infatti agli Otto erano deferite le cause di Stato, e la Balìa era adesso come in passato lo strumento fidato e principalissimo con cui i Medici avevano potuto governar da padroni la Repubblica. «Bisogna,» così concludeva il Papa, «disarmare la Città; aver cura delle spie; soddisfare coi minori uffici le ambizioni di coloro che non possono essere dei Signori; usare molta giustizia ai poveri ed ai contadini; non impacciarsi d'alcuna causa civile di dare e avere. Importa molto eleggere negli uffici del Monte uomini sottili, segreti e fidati, che sieno tuoi, perchè esso è il cuore della Città.»[339] Più volte i Medici avevano nei casi di bisogno, senza scrupolo alcuno, messo le mani nel pubblico danaro, e quindi Leone X indicava e raccomandava il modo d'assicurarsi del Monte, in queste istruzioni che compendiano mirabilmente la politica tradizionale della famiglia.

La conseguenza ultima degli accorti consigli era sempre la stessa. Lorenzo doveva cercar di rimettere le cose come stavano prima del 1494, cioè con tutte le apparenze d'una forma repubblicana efimera, ma con una Balìa che gli desse modo di fare entrar nei magistrati chi egli voleva. Per ora lo squittinio generale degli eleggibili era già fatto e non occorreva rinnovarlo. Venne ricostituito il Consiglio dei Settanta, già ordinato nel 1482 da Lorenzo il Magnifico, come pure il vecchio Consiglio dei Cento, che si rinnovava di sei in sei mesi, e nel quale si deliberavano imposte, provvisioni di denaro ed altre leggi più gravi, cose tutte che dovevano prima essere approvate dai Settanta. Per dare poi esca a tutte le ambizioni, si trassero di tanto in tanto dalle borse anche coloro che dovevano formare i Consigli del Popolo e del Comune, ai quali venivano portate le petizioni dei privati cittadini, sempre però dopo che le avevano discusse i Settanta. E finalmente, per sempre più tornare in tutto alla forma anteriore al 1494, si sostituirono gli Otto di Pratica ai Dieci della guerra. In sostanza però tutte queste non erano adesso, come seguì sempre sotto i Medici, altro che semplici lustre. Di fatto governarono la Balìa ed i Settanta.

Bisognava però navigare di continuo fra scogli infidi, ed essere molto cauti, massime perchè, dopo che fu eletto Papa il cardinal Giovanni, nessuno dei Medici restati in Firenze aveva l'autorità personale necessaria a mantenersi sicuro in condizioni così difficili ed incerte; e neppure avevano la voglia di darsi gran pena per riuscirvi. L'arcivescovo Giulio pensava ormai a grandezza ecclesiastica, e sognava anch'egli il papato, cui più tardi arrivò; Giuliano fantasticava grandi e nuovi disegni, ed i suoi cortigiani discorrevano persino di volerlo vedere, nelle prossime complicazioni politiche, re di Napoli. Lorenzo, assai giovane, era di natura ambizioso e prepotente; ma da una parte il Papa gl'imponeva prudenza, e dall'altra, quando appena mostrò qualche voglia di farla da vero padrone, fu subito da diverse parti, specialmente da Iacopo Salviati, avvertito che stesse attento, perchè quella non era via da potere, a lungo andare, riuscire in Firenze. Tutto ciò gli faceva preferire il tornarsene a fare il nipote del Papa, piuttosto che avere la sola apparenza del comando, con l'obbligo di usare a tutti ed in tutto mille rispetti, quando in Roma non «ne aveva uno al mondo.»[340] Leone X però voleva, che il dominio della Toscana rimanesse in mano de' suoi, perchè così cresceva di molto la sua autorità appresso i principi italiani e stranieri. Quindi le cose continuarono in Firenze a dondolarsi un pezzo fra la repubblica e il dispotismo.

Questo era uno stato di cose attissimo a solleticare le speranze del Machiavelli, ed a porre in moto la sua fantasia. Una volta che i Medici, di buona o di mala voglia, accettavano il potere sotto forma d'un alto protettorato della Repubblica, e che ciò soddisfaceva il desiderio universale della Città, a lui pareva facile cosa escogitar combinazioni nuove, con le quali, contentando l'ambizione dei padroni, si potesse anche salvare la libertà per l'avvenire. Anzi, la maravigliosa fortuna del Papa poteva dar modo d'aggiustare una volta per sempre le cose d'Italia. E si sentiva quindi disposto a dar mille consigli opportuni; quasi anzi gli pareva strano che non si fosse già pensato di ricorrere a lui, il quale aveva a tempo del Soderini dimostrato quanto poteva e sapeva essere utile agli altri, quanta fede si poteva in lui riporre. Non vedeva come, appunto per essere egli l'uomo del caduto governo, non era facile che lo cercassero e lo accettassero coloro che quel governo avevano abbattuto. Se coi Soderini, ricchi e potenti, che avevano fra loro un cardinale, si doveva desiderare accordo, non c'era nessuna ragione da temere di un segretario ed usargli riguardo alcuno. Infatti il vuoto si faceva ora rapidamente intorno a lui, ed egli, a suo grande sconforto, si trovava abbandonato, costretto a marcire nell'ozio e nella miseria. Povero addirittura non possiam dire che fosse; ma il modesto patrimonio avito, che nel 1511[341] era, per accordo col fratello Totto, venuto a lui, non gli fu dato certo senza compenso, nè, come vedemmo, era libero da debiti. Nell'ottobre 1513 troviamo infatti la quietanza[342] d'un pagamento, fatto in più rate, per la grossa somma di fiorini mille, data in nome suo e di Totto. In sostanza egli rimaneva appena col necessario alle primissime necessità d'una famiglia ormai non piccola, avendo allora moglie, una figlia e tre figli maschi: un altro ne ebbe nel settembre del 1514. «Povero e carico di figlioli,» lo dice anche suo nipote Giuliano de' Ricci.[343]

Usato a spendere piuttosto con larghezza, la improvvisa mancanza dello stipendio, ed il grosso pagamento che, come vedemmo, aveva quasi nello stesso tempo dovuto fare, lo costringevano a misurare ogni soldo, a molte privazioni, mancando qualche volta addirittura del necessario. Ciò gli era insopportabile; ma anche più duro riusciva a lui, uomo attivissimo, la forzata inerzia cui si vedeva condannato. Non aveva mai fatto la professione e la vita d'uomo di lettere; non aveva tutta quella dignitosa energia e morale fierezza di carattere, che fa quasi con gioia affrontare le avversità immeritate della fortuna. Quale speranza poteva avere per l'avvenire? Il suo stato era davvero infelice. Egli si dibatteva angosciosamente contro la sventura, e cercava invano un ufficio che gli desse guadagno ed occupazione. Ritiratosi nella sua villa a S. Casciano, sentiva da lontano le nuove dei grandi avvenimenti che seguivano in Italia, e la sua mente si esaltava febbrilmente a formulare audaci, profonde, strane meditazioni su quello che si faceva, che si sarebbe dovuto e potuto fare da veri uomini di Stato. Ma essendo tutto ciò un vano speculare, egli ricadeva poi subito nel suo abbandono desolato. S'immergeva allora nelle passioni dei sensi; rideva di tutto e di tutti; invocava il suo pungente, mordace spirito satirico, per attutire il dolore della sua umiliazione; scriveva versi che manifestavano un freddo, ironico cinismo; immaginava commedie oscene. A un tratto ricorreva invece ai poeti, agli storici antichi; passeggiava leggendo, meditando sul passato e sul presente, nel solitario bosco della sua villa. Poi si chiudeva nello studio, dimenticava la sua miseria, e scriveva alcune di quelle pagine di scienza politica, che resero per tutti i secoli immortale il suo nome. Ma di nuovo il rumore degli avvenimenti esterni richiamava la sua attenzione; di nuovo si ridestavano inutilmente il desiderio e la speranza di migliore fortuna, di pratica attività. E così la sua vita si consumava sempre fra le stesse alternative.