In questo momento il Machiavelli ebbe la sorte di trovare un amico, o per meglio dire un confidente, cui aprire tutto l'animo suo; e noi abbiamo nelle sue lettere un'esatta, fedele, eloquentissima descrizione dello stato morale in cui si trovava. Esse sono davvero un monumento di grande importanza nella letteratura del secolo XVI; giacchè vi troviamo il primo esempio di un'analisi psicologica, intima, minuta, quasi una confessione ed un esame di coscienza che i due amici fanno l'uno all'altro. Il corrispondente del Machiavelli è dall'esempio trascinato per modo ad imitarlo, che qualche volta le lettere dell'uno si confonderebbero con quelle dell'altro.[344] Nelle lettere del Guicciardini e di molti altri contemporanei, lo spirito dello scrittore ci apparisce ancora come circondato da un denso velo; essi esaminano e descrivono solo quello che fanno, non mai quello che sentono. Il Machiavelli dimostra invece una piena coscienza di sè, un più vivo bisogno di aprire tutto l'animo suo; e quindi in lui, che pur tanto di rado nelle sue opere parlò di sè stesso, troviamo la prima veramente chiara manifestazione dello spirito moderno. Tanto più strano apparisce perciò il vedere come, in queste sue espansioni, non s'incontri mai una sola parola sulla moglie e sui figli. È questo un vincolo che lo lega ancora ai suoi tempi, nei quali gli scrittori sembravano non ammetter giammai il lettore a guardare nella più profonda intimità della loro coscienza.

Il confidente del Machiavelli era, com'è noto, l'ambasciatore Francesco Vettori, che, sebbene per la partenza del Salviati fosse restato solo a Roma, pure aveva ben poco da fare, volendo il Papa dirigere egli il governo di Firenze. Scriveva di tanto in tanto lettere alla Signoria ed agli Otto di Pratica, cercava guadagnarsi la protezione dei Medici per sè ed anche per gli amici, fra cui era il Machiavelli; ma senza affaticarsi troppo, senza mai mettere a rischio il suo interesse personale. Uomo colto e d'ingegno, di costumi assai liberi, passava ora il suo tempo in parte leggendo i classici, in parte dandosi ai piaceri dei sensi, quantunque non fosse più giovane ed avesse moglie e figlie da marito. Nè la dignità del suo ufficio lo tratteneva dal parlare e scrivere liberamente d'ogni oscenità, anzi pareva che in ciò trovasse speciale diletto. Quello che più di tutto lo legava al Machiavelli, oltre l'antica consuetudine, era la stima che faceva dell'ingegno di lui, e un ardente bisogno che aveva perciò di sentirlo ragionare sui grandi avvenimenti che seguivano alla giornata, o che si prevedevano vicini, per aver poi occasione di parlarne col Papa. Ed il Machiavelli, che assai volentieri discorreva di politica, gli rispondeva lungamente, sia per ammazzare il tempo, sia per guadagnarsi sempre più l'animo e la stima dell'ambasciatore, sperandone favore presso i potenti.

Così ebbe origine questa corrispondenza, che continuò non interrotta, specialmente negli anni 1513 e 14. Gli argomenti principali su cui essa versa, sono innanzi tutto la politica del giorno; di tanto in tanto il desiderio espresso dal Machiavelli d'avere un qualche ufficio, e le pratiche, non mai troppo calde, del Vettori per secondarlo; finalmente il racconto dei loro amori. Questo racconto, in verità, è spesso, troppo spesso, così volgarmente osceno da promuovere sdegnoso disgusto. Bisogna tuttavia ricordarsi, che i tempi erano specialmente in ciò assai diversi dai nostri. In fatto di costumi, oggi si fanno molte cose che non si dicono, ed allora se ne dicevano anche di quelle che non si facevano. Il fermarsi a parlare o scrivere d'ogni oscenità più scandalosa, massime da parte di coloro che, come il Vettori ed il Machiavelli, avevano passata la gioventù e ricevuta l'educazione fra gli eruditi, era poco meno che un lodevole esercizio letterario, un imitare gli antichi, un secondare la natura stessa. Giuliano de' Ricci, uomo timorato e vissuto più tardi, alla cui diligenza dobbiamo molte di queste lettere, dopo averle copiate, aggiungeva d'essersi con tal fatica voluto dimostrare «grato alle ossa di questi due uomini dabbene miei parenti.»[345]

Leggendole con moltissima attenzione, e paragonando quelle del Machiavelli con le edite e le inedite del Vettori, ci siamo persuasi che in questi suoi discorsi, il secondo è molto preciso e determinato, narrando fatti a lui veramente seguìti, con una cinica franchezza che non lascia dubbio di sorta. Il Machiavelli, invece, sia per capriccio di fantasia, sia per imitare l'amico, esagera assai fatti che solo in parte son veri. Ogni volta che abbiamo potuto, con qualche sicurezza, seguire lo svolgimento delle sue pretese avventure amorose, le abbiamo vedute ridursi in proporzioni sempre minori e quasi sfumare, riuscendo in fine molto più innocenti che non parevano in sul principio. Ciò non toglie che vi resti un fondo di verità; giacchè egli non fu, nè pretese mai essere di costumi incorrotti. In quei giorni, all'Italia così infausti, pare che molti anche dei più autorevoli, cercassero, ubbriacandosi nei piaceri dei sensi, soffocare il dolore delle perdute speranze, delle illusioni svanite e delle maggiori calamità che prevedevano. Pur troppo il Machiavelli era fra questi, e cercò più d'una volta sollievo in una vita che lo degradava ai suoi, e lo degrada ai nostri occhi.

La corrispondenza incomincia il 13 marzo 1513, con la lettera in cui egli annunzia al Vettori la sua liberazione, e subito dopo, avendo ancora i segni della fune patita, aggiunge: «Tenetemi, se è possibile, nella memoria di Nostro Signore, che, se possibil fosse, mi cominciasse a adoperare o lui o i suoi a qualche cosa, perchè io crederei fare onore a voi e utile a me.»[346]

E dopo cinque giorni, ringraziato l'amico della buona disposizione mostrata in occasione della sua prigionia, e detto che doveva la propria salvezza al magnifico Giuliano ed a Paolo Vettori, si raccomanda, di nuovo, perchè, «questi miei padroni non mi lascino in terra. E quando così non paia, io mi vivrò come ci venni, che nacqui povero ed imparai prima a stentare che a godere.» Intanto egli se la passa cogli amici da una ad un'altra donna, «e così andiamo temporeggiando in su queste universali felicità, godendoci questo resto della vita che me la pare sognare.»[347] Ed il Vettori in risposta, senza dargli mai troppo a sperare, lo invitava a casa sua, in Roma, «dove vedremo di poter tanto ciurmare che ci riesca qualcosa; altrimenti non mancherà una fanciulla che ho vicino a casa, per passar tempo con essa.»[348] Ma per quanto il Machiavelli cercasse di farsi animo, e si sforzasse di ridere con l'amico, non poteva nascondere il suo sgomento. La notizia ricevuta allora, che le pratiche tentate non riuscivano, lo aveva «sbigottito più che la fune.» Pure, egli aggiungeva, «se non si può rotolare, voltolisi, che io non ne piglierò passione alcuna.»[349] Ma non è appena il magnifico Giuliano arrivato a Roma, che egli si raccomanda di nuovo al Vettori, perchè o direttamente o per mezzo del Cardinal Soderini s'adoperi a suo favore. «L'occasione è ottima, e se la cosa vien condotta con destrezza, non è possibile che non si riesca a farmi adoperare, se non in Firenze, almeno per conto di Roma e del pontificato, nel qual caso io dovrei esser meno sospetto.» E nella stessa lettera dà ragguaglio della poco onesta brigata in mezzo a cui vive, la quale radunasi nella bottega di Donato del Corno, di cui parla in modo da far credere che tenesse un ridotto d'ogni vizio. Ad un tratto egli non sa più frenarsi, e come disperato esclama:

Però se alcuna volta io rido o canto,

Facciol, perchè non ho se non quest'una

Via da sfogare il mio angoscioso pianto.[350]

E di nuovo muta discorso.