Qui noi dobbiamo notare, che ci deve essere grande esagerazione anche nel modo in cui parla di questo Donato del Corno e della sua bottega. Il Ricci dice semplicemente, che era «uomo piacevole e facoltoso, e nella sua bottega si riducevano molte persone, e particolarmente Niccolò Machiavelli, di cui egli era amicissimo.»[351] Doveva infatti essere ricco ed ambizioso, giacchè potè fare un prestito di 500 ducati allo stesso Giuliano de' Medici, quando venne in Firenze; e più tardi faceva, per mezzo del Machiavelli, sapere al Vettori, che avrebbe dato 100 ducati a chi lo avesse fatto eleggere dei Signori. Il Vettori non riuscì a nulla, ma il del Corno fu nel 1522 eletto, «forse,» osserva il Ricci, «con minor procaccio e spesa.»[352] Ora se tutto ciò prova che egli era anche un intrigante, è chiaro che, per riuscire ad essere dei Signori, doveva goder di qualche reputazione, e non poteva nella sua bottega tenere un ridotto dei più bassi vizî.
Dall'aprile sin quasi alla fine dell'anno, le lettere del Machiavelli sono assai più serie e gravi, perchè, salvo poche eccezioni, versano principalmente sulla politica. Egli s'era allora tutto immerso nello studio; scriveva, come vedremo, il Principe; lavorava anche ai Discorsi, e però non dava più ascolto al Vettori, che lo chiamava e lo spronava sempre agli osceni e burleschi racconti. Il 23 di novembre l'ambasciatore, narrandogli la vita che faceva in Roma, lo invitava da capo ad andare colà. «Ho fatto una raccolta di storici, Livio, Floro, Tacito, Svetonio ed altri molti, coi quali mi passo tempo. Considero che imperatori ha sopportato questa misera Roma, che già fece tremare il mondo, e non mi fa più maraviglia che abbia sopportato due pontefici come sono stati i passati. Ho qui nove servitori, e vedo pochissima gente; scrivo qualche lettera ai Dieci,[353] più per parere che altro, non essendovi affari. Ho vissuto nella state molto sobrio, temendo della febbre; ma ho pur sempre avuto d'intorno alcune donne. A questa vita adunque io v'invito. Voi non avreste altra faccenda che girare e vedere, tornare a casa e darvi bel tempo.»[354] Il Machiavelli pare che non gli desse molta retta; ma il Vettori tornava alla carica, ed il 24 dicembre gli fece una lunga storia de' suoi amorazzi, delle tresche, delle scene seguìte in casa sua, che a lui parevan comiche, sebbene facesse le viste di vergognarsene, come sconvenienti al suo grado, alla sua età, e volesse aver l'aria di chiedere consiglio al Machiavelli.[355] Questi finalmente, dopo essere stato in tanti modi stuzzicato, s'abbandonò, e in due lettere del 5 gennaio e del 4 febbraio 1514, sciolse ogni freno alla lingua. Noi non possiam certo qui ripetere le sue parole. Egli ritorna sulle scene descritte dal Vettori; le vede dinanzi a sè; fa muovere, gestire e parlare tutti i personaggi con una vivacità veramente comica, degna proprio del Boccaccio, che qualche volta riesce a superare. Poi conchiude: «E poichè chiedete il mio avviso, come colui che attendo a femmine, e ho sofferto dalle frecce d'amore, io vi consiglio di levargli ogni freno, ed abbandonarvi a lui senza pensare a quel che dicono, come ho fatto io, che l'ho seguitato per valli, boschi, balze e campagne, ed ho trovato che mi ha fatto più vezzi, che se io lo avessi stranato.»[356] E così continuarono ancora.[357]
Ma le strettezze economiche in cui il Machiavelli si trovava, gli fecero di nuovo passare la voglia di ridere. «Io ho a capitare sotto gli uffiziali del Monte,» scriveva egli il 16 aprile 1514, «con nove fiorini di decima e quattro e mezzo d'arbitrio.[358] M'arrabatto il meglio che posso, e se voi potete scrivere una lettera, che faccia fede della impossibilità mia, me ne rimetto a voi.»[359] Ed il Vettori scrisse in favore dell'amico, affermando che esso era «povero e buono, e dica chi vuole altrimenti, chè in fatto è così, ed io ne posso far fede. Lui ed io abbiamo fatto in modo che ci siamo aggirati assai, senza metter mai un soldo in avanzo. Trovasi con grande gravezza, con poca entrata e senza un quattrino e carico di famiglia.»[360] E queste condizioni non migliorarono punto, giacchè il 10 giugno dello stesso anno il Machiavelli scriveva disperato al Vettori: «Starommi dunque così tra i miei cenci, senza trovare uomo che della mia servitù si ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla. Ma egli è impossibile che io possa star molto così, perchè io mi logoro, e veggo che sarò costretto, se Dio non mi aiuta, a pormi per ripetitore, o ficcarmi in qualche terra deserta a insegnare a leggere ai fanciulli, lasciando la mia brigata come se fossi morto, perchè essa starà meglio senza di me, che le sono d'aggravio, essendo avvezzo a spendere e non potendo far senza spendere. Spero che non vi scriverò più di questa materia, come odiosa quanto ella può.»[361] Pure vi tornò ancora, e tornò anche a parlare di qualche altro suo amore.[362] Ma ora lasciamo l'ingrato tema per venire a quello che è il soggetto principale di queste lettere, cioè alle considerazioni e discussioni sugli avvenimenti politici del giorno.
Ferdinando il Cattolico, dopo la morte d'Isabella, non era restato senza inquietudini nella Spagna, dove egli manteneva l'ordine colla forza e coll'occupare di continuo i sudditi in imprese esterne. Recentemente aveva fatto uno de' suoi soliti colpi astuti ed arditi. Profittando dell'arrivo di 10,000 Inglesi, venuti per combattere insieme con lui la Francia, egli chiese il passaggio per la Navarra, col temporaneo possesso delle fortezze; e non essendo stata favorevolmente accolta una così strana domanda, s'impadronì addirittura del paese. Gl'Inglesi allora si ritirarono sdegnati; i Francesi volevano vendicare lo spodestato principe, ma poi finirono col ritirarsi anch'essi. Nell'aprile del 1513 questi conclusero colla Spagna una tregua, che doveva durare un anno, nei paesi al di là delle Alpi. Di siffatta tregua nessuno sembrava allora capire lo scopo, e nessuno era contento. Con essa Luigi XII abbandonava la Navarra, e lasciava a Ferdinando il tempo per consolidarne la conquista; ma nello stesso tempo restava libero a continuare la guerra in Italia, senza pericolo d'essere assalito alle spalle. E però gli alleati si dicevano traditi dalla Spagna; ed i loro malumori crebbero a dismisura quando, poco dopo l'elezione di Leone X, si seppe che la Francia s'era accordata con Venezia (21 marzo) per ricominciare la guerra in Lombardia. I Veneziani, i quali volevano ripigliare le terre che loro erano state tolte colà, misero l'esercito sotto il comando di Bartolommeo d'Alviano, liberato allora dalla sua prigionia in Francia, e questa che voleva riprendere la Lombardia, mandò un esercito sotto il comando del La Trémoille e del Trivulzio. Il Papa, scontentissimo della Spagna, era anche più scontento della Francia, che aveva fatto alleanza con Venezia, senza prima interrogar lui, che delle cose d'Italia voleva essere tenuto Signore.[363] L'esercito francese passò subito le Alpi, e rapidamente s'impadronì del ducato di Milano; ma nello stesso tempo scendevano gli Svizzeri che, col favore del Papa, erano stati assoldati pel Duca dal suo accorto segretario Girolamo Morone. A Novara (6 giugno), con maraviglia universale, essi dettero una solenne disfatta ai Francesi, che, fuggendo, si ritirarono dall'Italia. E così gli Svizzeri, che erano venuti a difesa del Duca, di fatto si trovarono ora come padroni di Milano. La Spagna, l'Imperatore ed il Papa furono allora addosso a Venezia, di cui disfecero l'esercito, arrivando fino a Mestre; e la Francia fu, nello stesso tempo, assalita nel suo proprio territorio da Tedeschi, Inglesi e Svizzeri, che la ridussero a mal partito. Finalmente Luigi XII, trovandosi costretto a più miti consigli, accettò la pace che gli fu offerta dal Papa, disdisse il Conciliabolo, e si sottomise al Concilio laterano.
Questo fu il momento, in cui Leone X entrò a capofitto nei garbugli politici, e cominciò a far conoscere davvero il suo falso carattere. Eletto papa in età di 37 anni appena, aveva pei suoi modi cortesi, per la fama con molta accortezza guadagnata di bontà e d'ingegno, destato in tutti le più liete speranze. Quando però si vide che incominciava anch'egli, senza scrupoli, anzi in modo veramente scandaloso, a crear nuovi cardinali (ne creò allora quattro, fra i quali due suoi parenti ed il Bibbiena; più tardi, trentuno in una sola volta); che seguiva con tutti una politica d'altalena e di malafede; che non solo voleva ingrandire il territorio e l'autorità della Chiesa, ma anche formare in qualche parte d'Italia uno Stato nuovo per Giuliano, ed un altro per Lorenzo, allora l'opinione che di lui s'era formata, andò rapidamente mutando. E quando lo videro trattar contemporaneamente con Francesi, Svizzeri, Spagnuoli e Tedeschi, pronto sempre ad ingannar tutti, ed allearsi con uno Stato nel tempo stesso che cercava d'allearsi con altri contro di esso, cominciò a manifestarsi una generale diffidenza. «Vedendosi,» così osserva il Vettori, «che il Papa rompeva i giuramenti, e faceva oggi una costituzione e domani vi derogava, cominciò a perdere il nome di buono; e benchè facesse molte orazioni e digiunasse spesso, non gli credevano più. E certo è gran fatica volere essere signore temporale e uomo di religione, perchè chi considera bene la legge evangelica, vedrà che i pontefici, pure tenendo il nome di vicari di Cristo, hanno indotto una nuova religione, che di Cristo ha solo il nome; perchè egli comandò la povertà e loro vogliono le ricchezze, comandò la umiltà e loro seguitano la superbia, comandò la ubbidienza e loro vogliono comandare a ciascuno.»[364] Si può bene immaginare che cosa dovessero pensare gli altri, se questo era il linguaggio dell'ambasciator fiorentino a Roma, dell'amico, del fautore dei Medici, che con tanta premura consultava il Machiavelli, sulle condizioni politiche dell'Europa, per poter poi, valendosi delle considerazioni che egli faceva, entrare sempre più in grazia di Leone X.
Gli avvenimenti ai quali abbiamo qui sopra accennato, erano tali veramente da far girare ogni più fermo cervello. Il Vettori ed il Machiavelli li seguivano nelle loro lettere di passo in passo, e ne ragionavano minutamente. Il primo cominciava col dire di non volere più discorrere di politica, vedendo come tutto era ornai guidato dal caso e non dalla ragione. Ma il Machiavelli rispondevagli il 9 aprile 1513: «Lo stesso è avvenuto a me; pure se vi potessi parlare, non farei altro che empirvi la testa di castellucci, perchè la fortuna ha fatto che, non sapendo ragionare dell'arte della seta, nè dell'arte della lana, nè de' guadagni, nè delle perdite, e' mi conviene o star cheto o ragionare dello Stato.»[365] Fu sopra tutto la notizia della tregua inaspettata fra la Spagna e la Francia, quella che faceva almanaccare il Vettori, il quale scriveva d'essere una mattina restato a letto due ore più del solito, cercando e non trovando le ragioni che potevano avere indotto la Spagna a concluderla. Esponeva poi al Machiavelli i propri dubbi, chiedendo il giudizio di lui, «perchè a dirvi il vero, senza adulazione, l'ho trovato in queste cose più saldo che di altro uomo col quale abbia parlato. Se la tregua è vera, bisogna dire che il re di Spagna non è quel savio che si predica, o che gatta ci cova, o che vogliono dividersi fra loro questa povera Italia. Più io entro in questa girandola, e meno posso assettarmela in testa. Vorrei proprio che potessimo andare insieme dal Ponte Vecchio per la via dei Bardi insino a Castello, e discorrere che fantasia sia quella di Spagna. Ora appunto che ha avuto vantaggio sopra i Francesi, li lascia liberi di far la guerra in Italia, donde vorrebbe cacciarli. Se si sentiva troppo debole, era meglio cedere loro addirittura Milano, piuttosto che metterli in grado di prendersela colle proprie armi.»[366]
Il Machiavelli era di diverso avviso, sebbene la lettera del Vettori gli fosse tanto piaciuta, da fargli, come egli scriveva, dimenticare le sue infelici condizioni. «Parmi esser tornato in quelli maneggi, dove ho invano tante fatiche durato e speso tanto tempo. Io penso che il re di Spagna sia stato sempre più astuto e fortunato che prudente. E come non voglio senza ragione lasciarmi muovere da nessuna autorità, e non bevo paesi, così non credo che nella tregua ci sia altro che quello ci si vede, e penso che la Spagna potrebbe avere errato, intesala male e conclusala peggio.[367] Ma nel caso presente la tregua si spiega anche ritenendo che il Re sia stato savio. Egli ha fatto l'accordo, perchè vide assai deboli in suo aiuto gli alleati, perchè il suo paese è stracco ed esausto, e i suoi migliori soldati si trovano in Italia. Se cedeva Milano, avrebbe reso potentissima la Francia sempre sua nemica, e irritato assai più gli alleati. Con la tregua, invece, apre loro gli occhi, si leva la guerra di casa, e mette in disputa ed in garbuglio le cose d'Italia, dove egli vede materia da disfare e osso da rodere; e spera che il mangiare insegni bere ad ognuno. I confederati, costretti alla guerra, basteranno di certo, se non ad impedire la conquista di Milano, a fermare la Francia. E secondo me, il fine che il re di Spagna s'è proposto, è stato appunto di costringere con la tregua l'Inghilterra e l'Imperatore a far guerra davvero, o almeno ad aiutarlo efficacemente. Egli ha sempre comandato Stati nuovi e sudditi altrui. Ora uno dei mezzi coi quali questi Stati si tengono, e gli animi dubbi di questi sudditi si guadagnano o si lasciano almeno sospesi, è appunto il dare grande aspettazione di sè circa il fine cui mirano le nuove imprese. Così fece il Re nelle imprese di Granata, di Africa e di Napoli; giacchè il suo vero scopo non fu mai questa o quella vittoria, ma il darsi reputazione appresso ai popoli, e tenerli sospesi nella moltiplicità delle faccende. E però è animoso datore di principii, a' quali dà poi quel fine che gli mette innanzi la sorte, e che la necessità gl'insegna; e finora non s'è potuto dolere nè della sorte nè dell'animo.»[368]
Gli eventi dimostrarono che il Machiavelli aveva avuto ragione, e inteso mirabilmente quale scopo re Ferdinando s'era proposto colla tregua.[369] Il Vettori stesso lo riconobbe ben presto, scrivendogli che la lettera gli era molto piaciuta nel riceverla; ma assai più quando essa aveva dai fatti ricevuto sicura conferma. Non ostante ciò, egli non era anche tranquillo, nè vedeva chiaro a quale cammino andassero le cose. «Vinca pure chi vuole, o Francesi o Svizzeri, e se non basta questo, venga il Turco con tutta l'Asia, e colminsi a un tratto le profezie, che, a dirvi il vero, io vorrei che quello ha a essere fosse presto, e oltre a quello che ho visto vedrei volentieri più là. Nè mi maraviglierei se tra un anno il Turco avesse dato a questa Italia una gran bastonata, e facesse uscire di passo questi preti, sopra di che non voglio dir altro per ora.»[370]
Il 12 luglio egli tornava da capo alla politica generale. «Vorrei proprio essere con voi, per vedere se potessimo nella nostra fantasia assettare questo mondo, il che mi pare assai difficile. Il Papa vuol mantenere la Chiesa e non diminuire lo Stato suo, salvo il caso di dar grandezza ai nipoti. E ciò si conferma osservando quanto poco essi pensino a Firenze, il che è segno che mirano a Stati che siano più fermi, e dove non abbino a pensare continuo a dondolare uomini. L'Imperatore non ha mai dimostrato molta forza; ma è pur sempre tanto stimato dai principi, che mi converrebbe dare il cervello a pigione per giudicare di lui come fanno gli altri. Egli muta di guerra in guerra, d'accordo in accordo, per arrivare al suo fine, che è di posseder Roma e tutto il territorio della Chiesa, come vero e legittimo Imperatore. Questo lo giudico dalle parole sue, le quali egli disse in mia presenza e di altri.[371] La Spagna vuol tenere Castiglia e Napoli; l'Inghilterra è gelosa della Francia; gli Svizzeri che io stimo più di tutti i re, vogliono avere Milano a posta loro. Stando così le cose, vorrei che voi mi assestassi colla penna una pace, dicendo chi e come dovrebbe cedere parte de' suoi desideri; giacchè ora la maggior faccenda che io abbia è lo starmi, essendomi venuto a noia anche il leggere.»[372]
Noi non abbiamo la risposta del Machiavelli a questa lettera; ma il 20 giugno egli aveva già scritto quale era il suo avviso sul quesito che ora gli veniva fatto. Se fossi il Papa, egli diceva, avrei stretto accordo con Francia, Spagna e Venezia, dando alla prima il reame di Napoli, alla seconda il ducato di Milano, ed alla terza Vicenza, Verona, Padova e Treviso. «Così si leverebbe da Milano un duca posticcio, e resterebbero scontenti solo l'Imperatore e gli Svizzeri; ma questa comune paura dei Tedeschi sarebbe la mastice che terrebbe uniti gli alleati.»[373] Il Vettori voleva invece lasciare lo Sforza a Milano, per non far troppo potente la Francia, di cui era meno fautore che non fosse il Machiavelli, e restituire ai Veneziani le loro terre. Così, egli diceva, l'Italia sarebbe tutta unita contro gli Svizzeri, dei quali non temeva poi troppo la potenza, perchè non credeva come lui che volessero, a similitudine degli antichi Romani, far colonie e conquistare: «a loro basta dare una rastrellata, toccar danari e ritornarsi a casa. Se la Francia lascia la Lombardia, io veggo l'Italia in pace, ed alla morte del re Cattolico il reame andare ad un figlio del re Federigo,[374] e tutto tornare nei termini antichi. Altrimenti c'è il caso che per la discordia dei Cristiani ci venga addosso il Turco per terra e per mare, e faccia uscire questi preti di lezî, e gli altri uomini di delizie: e quanto più presto fosse, tanto meglio, che non potresti credere quanto mal volentieri mi accomodo alla sazievolezza di questi preti, non dico del Papa, il quale, se non fosse prete, sarebbe un gran principe.»[375]