Il Vettori aveva l'ubbìa del Turco, come il Machiavelli aveva quella degli Svizzeri, oltre di che questi non credeva punto che, allontanandosi la Francia, gl'Italiani s'unirebbero mai fra di loro. «Quanto all'unione degl'Italiani,» egli scriveva, «voi mi fate ridere, primo perchè non ci fia mai unione veruna a fare bene veruno; e sebbene fossino uniti i capi, non sono per bastare, sì per non ci essere armi che vagliano un quattrino, dalle spagnuole in fuori, e quelle per esser poche non possono essere bastanti; secondo, per non essere le code unite coi capi.... Quanto al bastare agli Svizzeri dare rastrellata e andar via, vi dico che voi non vi riposiate, nè confortiate altri che si riposi in simili opinioni.» «Agli uomini, massime nelle repubbliche, basta prima difendersi; poi si sale all'offendere ed al voler dominare gli altri. Così agli Svizzeri bastò prima difendersi da chi voleva opprimerli; poi andarono agli stipendi, il che ha messo loro nell'animo uno spirito ambizioso di dominare per proprio conto. Ora sono entrati in Lombardia sotto colore di rimettervi il Duca, ed in fatto sono loro il Duca. Alla prima occasione saranno in sulle picche e faranno da padroni, e poi scorreranno l'Italia. Io so bene che gli uomini vogliono vivere dì per dì, e non credono che possa seguire quello che non è mai stato, e vogliono sempre far conto di uno a un modo. Pure, compare mio, questo fiume tedesco è sì grosso che ha bisogno di un argine grosso a tenerlo. Bisogna provvedere prima che s'abbarbichino, e comincino a gustare la dolcezza del dominare, che allora tutta Italia sarà spacciata.»[376]

Il Vettori gli rispondeva il 20 agosto, facendogli un quadro generale dello stato delle cose, per tornare a sostenere di nuovo la sua tesi: «L'Imperatore va, come suole, di guerra in guerra, e di pratica in pratica; il duca di Milano si lascia portare da quella sua fortuna a balzelloni, ed è come i re delle nostre feste, che pensano di dover la sera tornare quel che erano poco prima. Quanto alla Francia, io ne fui pel passato seguace, credendola utile all'Italia ed a Firenze, che amo sopra ogni altra cosa al mondo: ne amo le case, le mura, le leggi, i costumi, tutto. I fatti poi mi hanno persuaso che il suo trionfo era a nostro danno, e quindi ho mutato opinione. Non credo che gl'Italiani siano da mettere addirittura, come voi fate, per ferri rotti, nè che gli Svizzeri possano mai divenire come i Romani, perchè se voi leggete bene la Politica, e considerate le repubbliche che sono state in passato, non troverete mai che una repubblica divulsa come quella degli Svizzeri possa fare progresso.»[377]

Ma su questo punto il Machiavelli non voleva cedere. Pieno com'era del suo entusiasmo per le repubbliche armate, convinto sempre che l'alleanza francese fosse anche ora necessaria all'Italia, non si lasciava certo imporre dall'autorità di Aristotele. «Noi abbiamo,» egli scriveva il 26 agosto, «un Papa savio, e questo grave e rispettato; un Imperatore instabile e vario, un re di Francia sdegnoso e pauroso; un re di Spagna taccagno e avaro; un re d'Inghilterra ricco, feroce e cupido di gloria; gli Svizzeri bestiali, vittoriosi e insolenti; noi altri d'Italia poveri, ambiziosi e vili: per gli altri re io non li conosco. In modo che, considerate queste qualità, con le cose che di presente covano, io credo al frate che diceva pax, pax, et non erit pax, e vedovi che ogni pace è difficile così la vostra come la mia....» Ma io dubito che «facciate questo re di Francia troppo presto un nulla, e questo re d'Inghilterra una gran cosa. E non posso assettarmi nel capo come questo Imperatore sia sì poco considerato, il resto della Magna così trascurato, che possan patire che gli Svizzeri vengano in tanta reputazione. E quando io veggo che gli è in fatto, io tremo a giudicare una cosa, perchè questo interviene contro ogni giudizio che può fare un uomo.» Se però dubito, egli continuava, del vostro giudizio sulla Francia, son certo che v'ingannate nel giudicare gli Svizzeri. «Nè so quello che si dica Aristotele delle repubbliche divulse; ma io penso bene quello che ragionevolmente potrebbe essere, quello che è, e quello che è stato; e mi ricordo aver letto che i Lucomoni tennero tutta Italia insino all'Alpi, e insino che furono cacciati di Lombardia da' Galli.» «Nè vi fidate che gl'Italiani possano fare qualche cosa, perchè avrebbero sempre più capi e fra loro disuniti. Molto meno poi possono di fronte agli Svizzeri, perchè avete a intendere questo, che i migliori eserciti son quelli delle popolazioni armate, nè ad essi possono tener testa se non eserciti simili a loro. Io non credo già che gli Svizzeri possano fare un impero come i Romani, ma credo che possano diventare arbitri d'Italia, e perchè questo mi spaventa, ci vorrei rimediare.» «E se Francia non basta, io non ci veggo altro rimedio, e voglio cominciare ora a piangere con voi la rovina e servitù nostra, la quale se non sarà oggi nè domani, sarà a' nostri dì; e l'Italia avrà quest'obbligo con papa Giulio, e con quelli che non ci rimediano, se ora ci si può rimediare.»[378]

Queste considerazioni del Machiavelli piacquero tanto al Vettori che, sebbene fosse di diverso avviso, pure il 3 dicembre 1514 gli espose alcuni quesiti sulla politica contemporanea, facendo chiaramente capire, che sperava riuscirgli utile, ponendo le risposte sotto gli occhi del Papa o di chi gli era più vicino. «Supponete,» egli diceva, «che la Francia voglia riprendere Milano, e s'unisca perciò, come nello scorso anno, coi Veneziani; che dall'altro lato s'uniscano Imperatore, Spagna e Svizzeri. Che cosa dovrebbe, secondo voi, fare il Papa? Discorrete e giudicate i varî partiti e le loro conseguenze. Io vi conosco di tale ingegno che, sebbene sien corsi due anni che vi levaste da bottega, non credo abbiate dimenticato l'arte.»[379] La risposta del Machiavelli, che nelle stampe è senza data, fu quale si può facilmente immaginare dalle lettere precedenti. «Nello stato presente delle cose,» egli diceva, «io credo che la Francia può vincere, anzi vincerà dicerto, se ad essa s'unisce il Papa, il quale avrebbe tutto da perdere, nulla da guadagnare, quando preferisse accordarsi colla Spagna e cogli Svizzeri. Se questi vincessero, egli resterebbe a discrezione di loro, che vogliono dominare l'Italia, e lo terrebbero schiavo: avrebbe dall'altro lato gli Spagnuoli in Napoli. Se poi, invece, perdessero, dovrebbe andare o in Svizzera a morirsi di fame, o in Alemagna a essere deriso, o in Spagna a essere espilato. Se finalmente il Papa si unisse alla Francia, e questa vincesse, io non credo che lo taglieggerebbe, perchè essa dovrebbe pensare a Svizzeri e Inglesi, sempre vivi e sempre nemici. E quando pure i Francesi perdessero, il Papa se ne potrebbe andare nel loro paese, dove ha sempre uno Stato, nel quale furono già molti de' suoi predecessori. Lo star neutrale sarebbe in ogni caso il peggior partito, perchè lo porrebbe a disposizione d'ognuno che vincesse.»[380] A questa lettera il Machiavelli ne aggiunge un'altra il 20 dicembre, dilucidando meglio qualche punto,[381] e poi, quasi in forma di poscritti, una terza, lo stesso giorno, ricordando che questo era momento opportuno a tentare di farlo adoperare dal Papa in Firenze o fuori.[382] Le prime due furono dal Vettori messe sotto gli occhi di Leone X, dei cardinali Medici e Bibbiena, i quali le ammirarono; ma altro non se ne cavò.[383]

Tutto questo non valse a togliere il Machiavelli d'ogni speranza, anzi egli tornò di nuovo a chiedere, ma per allora sempre invano. Nei primi del 1515 la sua corrispondenza epistolare col Vettori sembra affatto sospesa, non restandoci che pochissime lettere degli anni posteriori. Si dovette forse stancare delle promesse d'un amico, che per lui aveva sempre avuto più parole che fatti. E da un altro lato le opere letterarie, cui nell'ozio forzato s'era finalmente dato, lo tenevano ormai molto occupato. Noi dobbiamo perciò chiudere adesso la prima parte di questa biografia per cominciare nella seconda a prendere in esame le dottrine e gli scritti del nostro autore. In essi è d'ora in poi quasi esclusivamente circoscritta la sua vita. Dopo avere conosciuto l'uomo d'azione, ci resta a conoscere più da vicino il pensatore e lo scrittore, che nei precedenti capitoli abbiam visto quasi di sfuggita e da lontano.

LIBRO SECONDO. DAL RITORNO ALLA VITA PRIVATA ED AGLI STUDI SINO ALLA MORTE DEL MACHIAVELLI.
(1513-1527)

CAPITOLO I.

Gli Scrittori politici nel Medio Evo. — Scuola guelfa e scuola ghibellina. — San Tommaso d'Aquino ed Egidio Colonna. — Dante Alighieri e Marsilio da Padova. — Il secolo XV. — Il Savonarola e il suo libro sul governo di Firenze. — Gli eruditi ed i loro scritti politici. — Gli ambasciatori italiani e le loro legazioni. — Francesco Guicciardini. — Sua legazione nella Spagna, suoi discorsi politici, suo trattato Del Reggimento di Firenze.

Prima di cominciare a prendere in esame le opere del Machiavelli, quelle specialmente che iniziarono, com'è noto, un nuovo periodo nella storia della scienza politica, e furono soggetto di tante e così prolungate controversie, dobbiamo gettare uno sguardo, sia pure rapidissimo, alle condizioni in cui questa scienza era stata nel Medio Evo, ed a quelle in cui si trovava nei secoli XV e XVI. Così risulterà chiaro il profondo mutamento che era già seguìto nelle idee e nei principi politici, quando il Machiavelli comparve sulla scena, e potremo assai meglio determinare le originalità ed il valore delle sue dottrine.

Il Medio Evo aveva avuto due grandi scuole di politici, la scuola guelfa e la scuola ghibellina, i sostenitori della Chiesa ed i sostenitori dell'Impero. Fra i primi risuonano più chiari i nomi di San Tommaso d'Aquino e di Egidio Colonna, fra i secondi quelli di Dante Alighieri e di Marsilio da Padova, che vennero dopo. E come allora la scienza, esposta in lingua latina ed in forma scolastica, non aveva divisioni nazionali, così tutta l'Europa fu per lungo tempo dominata dalle medesime dottrine, e prima da quelle di San Tommaso[384], nel suo libro De Regimine principum, poi da quelle del suo discepolo Egidio Colonna,[385] nel libro De Ecclesiastica potestate. Essi sostennero che tutto deve essere sottoposto alla Chiesa ed ai suoi sacerdoti, ai quali debbono obbedire, e dai quali debbono dipendere l'autorità e la società laica. Ciò che si fa dall'uomo su questa terra non ha valore alcuno, se non in quanto apparecchia alla vita futura, di cui il segreto ed il mistero sono confidati alla Chiesa. La Città terrena deve essere sottoposta, sacrificata alla Città di Dio. La storia come la natura è opera di Dio, la cui mano guida, conduce i popoli al trionfo o alla rovina, senza che la volontà umana possa in nulla fermare o deviare il corso predestinato degli avvenimenti. Ciò che il corpo è verso l'anima, ciò che la materia è verso lo spirito, il potere temporale è di fronte allo spirituale. In sostanza le due spade, che simboleggiavano allora i due diversi poteri, dovevano essere impugnate dal vicario di Cristo, la cui autorità veniva direttamente da Dio, ed a cui doveva obbedire anche l'Imperatore, che era il rappresentante del diritto, della legge, della forza puramente umana e terrena. Questi somiglia, essi dicevano, alla luna, che non ha luce propria, ma la riceve dal sole, a cui invece può essere paragonato il Papa. Ed in tutti gli scrittori del Medio Evo troviamo ripetuto questo singolar paragone, cui s'attribuiva quasi la forza d'un valido argomento, di una rigorosa dimostrazione.