In questa dottrina politica la morale ha di necessità un luogo principalissimo, e tutte le virtù sono esaltate e raccomandate, giacchè tutto deve mirare al trionfo della religione. Manca però ogni metodo, ogni carattere scientifico, nè è possibile introdurvelo. Lo scrittore sa già fin dalla prima pagina, il termine cui vuole arrivare; i suoi ragionamenti son sempre astratti, a priori, metafisici; le sue conclusioni non derivano mai da un esame dei fatti sociali e storici, dei quali egli fa poco o nessun conto. Ed è naturale, perchè qui ogni elemento umano è come soppresso. In Dio solo, nell'arcano della sua mente e della sua volontà bisogna cercare la causa di tutti gli avvenimenti storici, di tutte le trasformazioni sociali. Or quale è mai il metodo scientifico, con cui noi possiamo sottomettere ad analisi diretta la volontà divina? Il filosofo politico si trovava quindi nelle condizioni stesse di un naturatista, il quale, riconoscendo che Dio è l'autore del mondo, volesse cercare le leggi della natura, non già studiandone i fenomeni, ma solo contemplando e scrutando la mente divina. Questa scuola è poi logicamente costretta ad avere un profondo disprezzo, non solo per la società laica, ma ancora per tutta quanta la storia dell'antichità pagana, nelle cui religioni non sa, non può vedere altro che una moltitudine di favole, di errori da combattere.
Non è dunque da maravigliarsi, se contro di essa vediamo sorgere più tardi una anzi diverse scuole che la combattono. L'Impero si andava decomponendo, le nazionalità cominciavano a formarsi ed a staccarsene. Se ne era separata la Francia, il cui re, Filippo il Bello, lo avversava, dimostrando una sconfinata ambizione. Pareva che volesse estendere la propria autorità oltre i confini francesi, in una parte della Germania, dell'Italia, perfino nello Stato della Chiesa. Era perciò venuto in fierissima lotta con Bonifazio VIII, non meno ambizioso, audace. Intorno a lui s'era formata una scuola di scrittori politici, difensori della società laica e del potere regio contro il Papa e contro l'Imperatore. Guglielmo di Nogaret, Pietro Dubois, Giovanni da Parigi, anche parecchi scrittori di opere anonime, secondavano l'ambizione del Re, proponendo in suo favore disegni che spesso erano fantastici. L'autorità laica, essi dicevano, esisteva prima ancora che sorgesse quella del Papa. Alcuni di questi combattevano l'unità dell'Impero, difendevano i diritti diversi delle diverse nazionalità, altri, ora che esso era vacante, suggerivano che il Re, come successore di Carlo Magno vi aspirasse, si facesse eleggere imperatore. In sostanza, più che veri uomini di Stato o di scienza politica, erano opportunisti, che secondavano l'ambizione della Francia e del suo sovrano. Dante Alighieri si presenta invece, col De Monarchia, come autore di un'opera veramente scientifica, come rappresentante della scuola ghibellina, opposta alla guelfa. Avverso alle ambiziose pretese della Francia, conscio dei pericoli cui l'Italia si trovava perciò esposta, ci dà un trattato organico e logico sull'Impero, nella cui utilità, necessità e permanente durata ha piena fede. Egli non è un opportunista; scrive con sincera, profonda convinzione. Un'autorità suprema, universale, che mantenga nel mondo la concordia, e sostenga la giustizia è, secondo lui, necessaria. Questa autorità è quella dell'Imperatore, erede di Roma, dove è la sua sede naturale.
Con vera e grande originalità egli pone il fondamento della società umana nel diritto, cui dà un valore proprio, indipendente, divino anch'esso, perchè la giustizia è voluta da Dio, è suo attributo. Così da Dio deriva anche il potere dell'Imperatore, indipendente affatto da quello del Papa, che deve pensar solo alla religione, e solo nelle cose spirituali può comandare. Il carattere, l'autorità, la forza dell'Impero, che rappresenta l'indipendenza della società laica, son dimostrati chiaramente da tutta quanta la storia dell'antica Roma, che, invece di sprezzarla, come faceva la scuola teologica, Dante ammirava con entusiamo. Egli, anzi la dichiara un miracolo perenne, operato da Dio per far trionfare sulla terra una specie di nuovo popolo eletto. In tutto ciò si vede già da lontano il prossimo trionfo dell'erudizione classica, e la trasformazione che essa dovrà inevitabilmente portare nelle idee del Medio Evo. Se non che questi nuovi concetti, quantunque originali ed arditi, assai spesso si fondano ancora sopra argomenti affatto scolastici. — Non si può paragonare il Papa al sole, e l'Imperatore alla luna, dice Dante, perchè l'Impero e la Chiesa sono due fatti accidentali del genere umano, di cui perciò suppongono l'esistenza. Or siccome il sole e la luna furono creati nel quarto giorno, e l'uomo invece fu creato nel sesto, così, secondo quel paragone, Dio avrebbe nella creazione seguito un ordine illogico, contrario alla natura delle cose, provvedendo prima all'accidentale e poi al sostanziale. Ciò sarebbe assurdo. — Simile a questo sono molti degli altri argomenti, di cui l'autore si vale per combattere i suoi avversarî. Anzi assai spesso egli non fa che ripigliare uno ad uno tutti i loro sillogismi o sofismi scolastici, per ritorcerli con lo stesso metodo contro di loro, senza accorgersi che se i medesimi ragionamenti possono sostenere del pari il pro ed il contra, questo dimostra che non hanno alcun valore.
Ma oltre di ciò, quello che Dante vagheggia è sempre l'Impero universale del Medio Evo. L'Imperatore, secondo lui, rappresenta l'unità del genere umano, il diritto e la giustizia universale; deve essere padrone del mondo intero, perchè così, non potendo più nulla desiderare o ambire sulla terra, non avrà nè ragione nè tentazione alcuna d'allontanarsi mai dalla giustizia verso tutti. Come fu osservato da un moderno, il De Monarchia che voleva essere una profezia dell'Impero, ne fu invece l'epitaffio. Infatti ciò che di più notevole la posterità potè trovare in essa furono appunto quei nuovi principî e quelle nuove tendenze, che, con la emancipazione della società laica, promuovevano, senza che l'autore se ne rendesse conto, la distruzione dell'Impero universale, la formazione dello Stato nazionale moderno. Arrigo VII, in cui favore egli scriveva, e nel quale tanto sperava, può dirsi veramente l'ultimo degl'Imperatori medioevali.[386]
Assai al disopra della stessa Monarchia dell'Alighieri s'innalza l'ardito spirito di Marsilio da Padova col suo Defensor Pacis, seguendo la medesima via, ma andando assai più oltre. Sembra quasi impossibile che un libro, scritto da un ecclesiastico, e già compiuto nel 1327, potesse contenere idee tanto ardite, che solo molti secoli dopo riuscirono ad essere intese ed attuate. Fattosi difensore di Lodovico il Bavaro, Marsilio entrò nella lotta con un ardore qualche volta eccessivo. A lui non basta assicurare l'indipendenza dell'Impero di fronte alla Chiesa, ma vuole addirittura sottomettere questa a quello. L'Imperatore deve, secondo lui, avere il diritto di radunare il Concilio, di deporre vescovi e papi, che da lui debbono giuridicamente dipendere.[387] Tutto questo si potrebbe, fino ad un certo segno, supporre che fosse conseguenza dello spirito di parte, piuttosto che di profonde convinzioni scientifiche. Ma quando Marsilio, cominciando dall'esaminare i vari ordini dell'attività umana, cerca di determinare le diverse funzioni degli organi sociali; quando distingue chiaramente il potere legislativo dall'esecutivo, allontanandosi non poco dalle idee di Aristotele, che pure gli sta sempre dinanzi, e tenta d'innalzarsi fino quasi ad un concetto organico della società e dello Stato, la sua originalità risplende allora in modo incontrastabile.[388] Inoltre il potere legislativo risiede per lui unicamente nel popolo; giacchè, se a formulare le leggi occorre la sapienza dei pochi, l'opera di questi deve essere sanzionata dal suffragio universale, che è la base vera così dell'Impero come della Chiesa. La Monarchia di Marsilio non è in sostanza che una repubblica, quasi rappresentativa, con presidente eletto dal popolo, che può anche deporlo. L'autorità suprema della Chiesa risiede nella universalità dei credenti e nelle Sacre Scritture; ed ogni potere coercitivo, non solo verso i rappresentanti dello Stato, ma anche verso gli eretici, le è assolutamente negato. A questi essa può, con giusta autorità, dir solo, che saranno nell'altra vita dannati alle pene eterne dell'Inferno, se professano dottrine erronee. È ufficio del Monarca, o sia della suprema autorità laica, il punirli, quando riescano dannosi alla società.
Nè solo per queste idee ardite, ma anche per la chiarezza, l'ordine e la precisione del suo pensiero, egli s'innalza assai al di sopra di tutti i contemporanei, non escluso lo stesso Alighieri. Il suo linguaggio è ancora confuso e medioevale; ma i sillogismi ed i sofismi scolastici già cominciano per lui a perder valore; il paragone col sole e con la luna, e gli altri simili, quando non sono affatto scomparsi dalle sue pagine, non riescono a confondere la sua intelligenza, nè ad alterare l'ordine logico del suo ragionamento. In lui si vede già chiaro il passaggio dalla Scolastica ad una scienza politica indipendente, promossa da una visibile tendenza umanistica del suo spirito. Più di una volta egli ci apparisce come colui, il quale apre la via che conduce dalla scienza politica del Medio Evo a quella del Machiavelli.
Nonostante tutto ciò, noi non possiamo nelle lodi arrivare al segno cui son giunti alcuni critici tedeschi, del resto autorevolissimi. A loro non è bastato di dichiarare che Marsilio da Padova, per le sue idee intorno alla Chiesa, fu un precursore della Riforma; pel suo concetto, che ripone la sorgente prima di ogni potere nel popolo, fu un precursore del secolo XVIII; e per l'assoluto predominio che volle dare allo Stato sulla Chiesa, fu il precursore di principii, pei quali combatte ancora la società moderna.[389] Si volle ancora trovare nel suo Defensor Pacis chiaramente espresso il concetto dello Stato moderno, non più universale, ma nazionale. È ben vero che egli domanda a sè stesso se la Monarchia deve essere universale o debbono esservi invece Stati diversi, secondo le varie condizioni geografiche ed etnografiche dei popoli. Ed in ciò si può ritenere che Marsilio abbia già una chiara visione del problema che si pone. Ma il fatto è che egli risponde semplicemente, che questa disputa è estranea al soggetto del suo libro. Ora non si può, a noi pare, in una reticenza trovare la scoperta di un nuovo principio. Nè bisogna dimenticare, che il libro fu scritto per sostenere le pretese di Lodovico il Bavaro, che veniva in Italia a far l'ultimo tentativo di ricostituire l'Impero medioevale.
In sostanza, sebbene Marsilio sia stato a giusta ragione chiamato profeta dei diritti del nuovo Stato, non credo si possa dire che egli abbia rotto ogni legame col Medio Evo. Non solo la lotta a cui piglia parte col suo libro è ancora medioevale, ma il suo metodo è sempre quello di un idealismo astratto, arido e metafisico. Le cognizioni che egli ha della storia non sono mai superiori, spesso sono anzi inferiori a quelle del suo tempo. A lui manca affatto il senso storico, il concetto della evoluzione naturale delle istituzioni, che nel suo libro sembrano messe fuori dello spazio e del tempo. La fonte principale della sua sapienza è Aristotele, coll'aiuto del quale e di altri greci o latini cerca di emanciparsi dalla Scolastica. Più che ricorrere alla storia, egli cerca di mettere in armonia Aristotele con le Sacre Carte, che sono le due autorità su cui anche la Scolastica si fondava. Le repubbliche italiane, già divenute piccoli Stati indipendenti dall'Impero, la cultura cui esse dettero origine, ebbero una gran parte nella formazione del suo pensiero. Ma tutto questo non bastò a fargli trovare un nuovo metodo scientifico, nè a condurlo ad un esame storico dei fatti. La sua è una Monarchia buona, necessaria in tutti i tempi, in tutti i luoghi; è, quasi direi, il trionfo astratto del diritto e della giustizia universale. Sebbene essa trovi la propria base nella coscienza popolare, nel che è di certo il pensiero originale dell'autore, pur tuttavia il popolo ed il monarca di Marsilio sono ancora due astrazioni. Non si sa mai se il popolo di cui ragiona, è quello di una città, di uno Stato o dell'Impero universale.
Per la scuola guelfa lo Stato è sottoposto alla Chiesa, per Marsilio invece la Chiesa divien quasi una funzione dello Stato, che riman sempre universale ed astratto, non ostante le sue reticenze. E così anche la scuola ghibellina, con tutta l'audacia e l'originalità dei propri sostenitori, andò sempre alla ricerca d'un governo ideale, metafisico; non si occupò mai di studiare nessuna società in particolare, per vedere ciò che nel caso concreto fosse preferibile e pratico.[390]
Questo è appunto quello, a cui incominciarono a pensare gli scrittori politici italiani nel secolo XV. È singolare vedere come allora fosse sostanzialmente scomparsa quasi tutta quanta la scienza politica del Medio Evo, e ne fosse sorta un'altra, nella forma e nella sostanza, affatto diversa. Pure non c'è molto da maravigliarsi se si considera che erano mutate non solamente le idee degli uomini, ma la società stessa. Alla Scolastica era successa la erudizione; l'autorità politica d'una Chiesa e di un Impero universali sembrava divenuta appena una memoria del passato; le repubbliche italiane, per opera dei capi di parte, si andavano rapidamente alterando. Formate in origine da molte associazioni mal collegate fra di loro, esse che erano state sotto la dipendenza della Chiesa o dell'Impero, a poco a poco s'andavano, in tutta la penisola, rendendo indipendenti. Più tardi sorsero i signori o tiranni, che, commettendo delitti d'ogni sorta, vi spensero la libertà. Ed in ciò si vedeva pur troppo assai chiaramente la mano dell'uomo, l'effetto dell'astuzia, dell'inganno e dell'audacia. Questi tiranni crearono anche il primo modello degli Stati moderni, che si vennero poi formando in Europa, cui l'Italia insegnò così la nuova politica, divenuta un fatto reale prima assai che la scienza riuscisse a formularla. Nello stesso tempo lo studio degli antichi poneva dinanzi alla mente degli uomini l'immagine dello Stato pagano, che, massime a Roma, sottoponeva a sè l'individuo, la religione, ogni cosa. E così l'esempio dell'antichità risorta aiutava a meglio comprendere ed attuare il concetto che dalla realtà delle cose naturalmente sorgeva, manifestandosi come una necessità storica e sociale.