Ciò nonostante la vecchia scienza medioevale non scomparve tutta ad un tratto; essa restò ancora lungamente nascosta nei chiostri, ed alcune delle sue idee si vedevano di tanto in tanto filtrare anche nelle opere più recenti. Così, ad esempio, troviamo quasi per tutto sopravvivere l'idea dell'ottimo principe, la quale, appoggiata all'autorità degli antichi e degli scolastici, arrivò, più o meno trasformata, quasi fino a noi. — Il governo di un solo, quando è buono, è l'ottimo dei governi, com'è il pessimo, quando è cattivo. — Questo, nel secolo XV, pareva ancora a molti un assioma incontrastabile. La perfezione sta nell'unità, aveva detto la Scolastica, e lo stesso ripeteva anche con maggiore enfasi il neo-platonismo del Ficino. Come vi è un Dio unico nel mondo, un sole unico nel sistema planetario, una testa sola nell'organismo umano ed animale, così la società ha bisogno di unità, e ritrova la sua perfezione nell'ottimo monarca, che è quasi l'immagine di Dio, e solo può darle l'ottimo governo.
Chi volesse mettere a contrasto queste idee, nella loro pura forma medioevale, con le altre che, accanto ad esse, sorgevano allora per tutto, e s'imponevano a tutti, dovrebbe leggere il trattato Del Reggimento del Governo della città di Firenze, che scrisse il Savonarola, quando dirigeva la formazione della nuova repubblica. Egli espone il concetto dell'ottimo principe con tutte quante le forme scolastiche, e descrive la felicità umana sotto il suo governo. Passa poi a descrivere questo governo quando il principe è cattivo, e fa un eloquentissimo ritratto del tiranno; cerca di renderlo odioso quanto può, seguendo Aristotele e San Tommaso. Ma poi osserva a un tratto, che a Firenze, per essere gl'ingegni sottili, il tiranno sarebbe peggiore che altrove, e quindi solo la repubblica può essere adatta alla natura di quel popolo, e dar buoni frutti: essa è perciò voluta da Dio. Dinanzi ad una tal questione di pratica opportunità, svanisce la forza d'ogni teoria, d'ogni astratto ragionamento, e lo scrittore passa senz'altro a parlare del modo come fondare in Firenze la repubblica col Gonfaloniere, con la Signoria, con un Consiglio degli Ottanta, e soprattutto con un Consiglio Grande, simile a quello di Venezia, dove aveva dato così buoni frutti. Qui noi vediamo dunque una politica pratica, che risulta solo dall'esame delle condizioni reali in cui trovavasi la Città, e dall'indole del suo popolo; la vediamo messa accanto, quasi a contrasto colla politica astratta del Medio Evo, dalla quale resta affatto indipendente, anzi è in contradizione con essa. Questo avveniva però nel Savonarola, che era frate, e nel quale si trovavano in continua lotta il Medio Evo ed il Rinascimento. I suoi contemporanei procedevano invece più spediti nella nuova via, cercando quello che poteva praticamente effettuarsi, senza occuparsi d'altro.
Chi voglia davvero esaminare il passaggio naturale dall'una all'altra scuola, viene perciò necessariamente condotto a studiare gli scritti politici degli eruditi; ma è subito costretto a giudicarli inferiori così a quelli degli scolastici, da cui furono preceduti, come a quelli dei cinquecentisti, da cui furono seguiti. Di certo la letteratura degli umanisti formò, coll'esempio degli antichi, una nuova educazione intellettuale, e condusse di necessità ad esaminare i fatti sociali come puramente umani e naturali. Nelle loro lettere, nei loro viaggi noi troviamo spesso mirabilmente descritti i costumi dei popoli e le loro istituzioni, come vi troviamo preziose osservazioni sulle cause della loro decadenza e del loro risorgimento. Non s'incontra più la eterna spiegazione della mano di Dio, che conduce i popoli come un abile cocchiere guida focosi cavalli, perchè lo scrittore cerca invece e trova la spiegazione dei fatti che osserva, nell'indole degli uomini, nei loro vizî e nelle loro virtù. Questa nuova tendenza del loro spirito può anzi dirsi il solo lato veramente originale degli eruditi, come scrittori politici. Se infatti noi leggiamo i pochi trattati che essi ci lasciarono in tale disciplina, sembrano piuttosto florilegi di classiche frasi intorno alle virtù ed ai vizî degli uomini in generale, e dei principi in particolare, che veri e proprî trattati scientifici. Tali sono alcuni lavori del Panormita, del Platina e di molti altri.
Gioviano Pontano era non solo un grande erudito ed un grande scrittore di versi latini; ma anche un politico ed un diplomatico accortissimo, uno dei principali ministri nella corte napoletana di Ferdinando d'Aragona, e s'era perciò trovato lungamente a condurre grandi affari. Eppure che cosa ci dice nel suo libro De Principe? Che il principe deve amar la giustizia e rispettare gli Dei: essere liberale, affabile, clemente, nemico degli adulatori, osservatore della fede, forte, prudente; esercitarsi alla caccia, alle armi; soprattutto poi essere amico e protettore dei letterati. E chi non s'avvede che si tratta proprio d'esercizio rettorico, quando egli ci racconta sul serio, che papa Calisto III, minacciato da Iacopo Piccinini, disse che non aveva nulla a temere, perchè v'erano in Roma da tremila letterati, con i consigli e la prudenza dei quali poteva respingere qualunque più poderoso esercito? Che cosa ci insegna Poggio Bracciolini nel suo dialogo De infelicitate Principum? Che il potere e tutte le condizioni esteriori non possono dare all'uomo la vera felicità, la quale invece viene solamente dalla virtù; e però bisogna cercar questa, non la ricchezza nè la potenza. Egli percorre la storia, cercando esempî a provare come i più grandi monarchi non poterono evitare d'essere infelici. Se un principe è cattivo, non può certo esser felice; se è buono, deve essere infelice per la grande responsabilità, le cure, i fastidî infiniti che l'opprimono. La felicità adunque trovasi solo nelle case dei privati cittadini, che sanno avere il culto della vera filosofia. Chi vorrà supporre che tutto questo sia scienza politica? Eppure nei viaggi del Bracciolini appunto noi troviamo mirabili osservazioni sui costumi, le istituzioni inglesi e tedesche, e molte se ne trovano anche negli scritti del Piccolomini e di moltissimi altri eruditi. Nelle lettere diplomatiche del Pontano poi ognuno può riconoscere un gran senno pratico, una vera sapienza politica. Non si direbbe che siano scritte dall'autore del trattato.
Tale è nondimeno la via per la quale s'andò formando la nuova scienza politica. L'erudizione dette solo l'educazione intellettuale, necessaria a crearla; ma essa comparve davvero la prima volta nelle lettere e nelle relazioni degli ambasciatori e dei diplomatici, i quali negli ultimi decenni del secolo XV e nei primi del XVI s'andarono moltiplicando in modo veramente singolare. Nei dispacci di Ferdinando d'Aragona, che portano la firma del Pontano; in quelli degli ambasciatori fiorentini al tempo della venuta di Carlo VIII; in quelli dei Veneziani e nelle loro celebri relazioni, come più o meno in tutti gli scritti diplomatici dei governi e degli ambasciatori italiani, noi ci troviamo addirittura in un mondo nuovo. Hanno abbandonato la lingua latina; non sanno più che cosa sia la Scolastica; osservano, studiano gli uomini, le istituzioni politiche con un acume meraviglioso, con la più consumata esperienza; indagano le cagioni degli avvenimenti e della condotta degli uomini di Stato con un vero metodo induttivo, sperimentale, che a un tratto si riscontra in tutti, senza che possa dirsi chi lo abbia primo inventato, perchè fu in realtà trovato da tutta la nazione. Di tanto in tanto incontriamo alcune considerazioni generali, che sono sempre d'una mirabile evidenza e penetrazione; ma si torna subito alla narrazione dei fatti presenti, alla discussione delle notizie più riposte, e tutto ciò forma costantemente il pensiero dominante di tali scritti. In sostanza può dirsi veramente che in queste legazioni già si trovi non solo la forma, ma anche il metodo della nuova scienza, sebbene tutto ciò apparisca a brani staccati, che sembrano invocare chi venga finalmente a riunirli. Era quindi impossibile che non si cominciassero a fare tentativi per raccogliere le fronde sparse d'una dottrina, la quale, nata già in mezzo agli affari ed alla realtà della vita, come conseguenza inevitabile delle nuove condizioni sociali, del nuovo modo di osservare e di conoscere il mondo, aspettava solo, per apparir visibile ad ognuno, e manifestar tutto quanto il suo valore, di essere scientificamente ordinata ed esposta. Così sembrò che sorgesse ad un tratto, già formata, e come Minerva uscita inaspettatamente dalla testa di Giove, quando invece s'era andata lungamente e laboriosamente preparando.
Chi voglia con precisione conoscere questa scuola e le sue dottrine, deve attentamente studiare le opere politiche di Francesco Guicciardini. In esse la vediamo meglio ancora che in quelle del Machiavelli, perchè questi, con la originalità creatrice del suo genio, v'introduce un elemento personale, le dà una propria impronta, quando invece la originalità, pure grandissima, del Guicciardini, si manifesta nel dare una forma singolarmente limpida e precisa alle dottrine prevalenti al suo tempo, le quali egli svolge, ordina, arricchisce coi resultati della sua prodigiosa esperienza, con la sua grande conoscenza degli uomini e degli affari, con una esattezza nell'osservare, ricordare e ritrarre i fatti, alla quale non giunse neppure lo stesso Machiavelli, troppo occupato nella ricerca delle sue teorie, nel correr dietro ai suoi ideali.
Il Guicciardini, che era contemporaneo, ma più giovane del Machiavelli, cominciò, al pari di questo, i suoi scritti politici con le legazioni, e prima fu quella di Spagna, dove s'iniziò veramente alla pratica dei pubblici affari, e dove compose qualche altro brevissimo lavoro. Ivi andò nel 1511, quando ancora non aveva trent'anni; ma aveva già fatto buoni e lunghi studi, dato prova del suo mirabile ingegno nella Storia fiorentina, che fu pubblicata solo ai nostri giorni. La sua legazione ebbe poca importanza, perchè, come vedemmo, egli fu mandato solo a dissipare i sospetti del Re con proteste d'amicizia, nè potè fare altro che osservare, raccogliere e riferire notizie. A ciò s'aggiungeva che egli, accorto com'era, già presentiva i mutamenti che poco dopo seguirono in Firenze, e non voleva in nessun modo esporsi a qualche rischio, e perciò cercava di restar sempre sulle generali. Annunziò sin dal principio che Ferdinando il Cattolico era deciso a non operar nulla contro il Papa; descrisse i disegni iniziati e poi abbandonati di rimandare in Italia il Gran Capitano, quando le cose parevano disperate per la Spagna; narrò le venuta degl'inglesi e il loro scontento, quando il Re s'impadronì, a tradimento e per conto proprio, della Navarra; dette sul paese e sul governo molte notizie utili, chiare, precise, che dimostrarono subito qual maraviglioso osservatore egli fosse.[391] Queste notizie restano però quasi sempre slegate, perchè raccolte alla rinfusa, di tempo in tempo, secondo l'occasione, senza che mai egli si sforzi di coordinarle per modo da dare un concetto generale e chiaro sull'insieme delle cose, sul carattere del popolo e del principe, il che era invece quello a cui il Machiavelli mirava costantemente nelle sue legazioni. E ciò fa subito distinguere l'indole dei due scrittori.
Il Guicciardini scrisse allora per proprio conto anche una Relazione di Spagna, nella quale volle riunire le principali osservazioni, che gli era occorso di fare nella sua dimora colà, seguendo però sempre il suo metodo analitico. Trova il paese poco popolato, senza terre, borghi o castelli fra una città grossa e l'altra, ma solo campagne deserte. Ha un'assai cattiva opinione degli Spagnuoli, che dice superbi di loro nazione, avidi del danaro, avari, poco amanti del lavoro, senza industria, senza cultura letteraria, e soprattutto astuti e falsi. «Sono,» egli dice, «per essere astuti, buoni ladri.... È proprio di questa nazione la simulazione,... e da questa simulazione nascono le cerimonie e ipocrisia grande.» Singolare deve certo parere una così acerba accusa di astuzia e simulazione, fatta da un politico italiano del secolo dei Borgia, il quale confessa d'essersi in tutta la vita, sopra ogni altra cosa, occupato del suo particolare, e che più tardi fu dai suoi concittadini accusato d'aver tradito la patria. Egli riconosce le grandi qualità militari degli Spagnuoli, che trova agilissimi e fieri; non ha grande opinione dei loro uomini d'arme, ma loda i loro cavalli leggieri, e dice eccellentissimi i fanti, che di fatto poi nella battaglia di Ravenna provarono d'essere uguali agli Svizzeri, giudicati sino allora i primi del mondo. Ma questo grande valore militare della Spagna non desta in lui verun entusiasmo, e non lo induce neppure a trarne conclusioni generali sullo stato presente e sull'avvenire probabile di quella nazione, sulla sua forza, sul suo inevitabile destino nel mondo. Un giorno egli interrogò re Ferdinando: — Come mai un popolo così armigero era stato sempre conquistato in tutto o in parte «dai Galli, dai Romani, dai Cartaginesi, dai Vandali, dai Mori?» — La nazione, rispose il Re, è assai atta alle armi, ma disordinata,[392] laonde può farne gran cosa solo chi sappia tenerla unita ed in ordine. — E questo è infatti, osserva giustamente il Guicciardini, ciò che fecero Ferdinando ed Isabella: abbassarono i grandi, spensero le rivoluzioni, s'impadronirono dello straordinario potere che avevano colà i tre Ordini dei cavalieri, e così poterono spingere la Spagna alle grandi imprese militari. In esse Ferdinando ebbe la singolare fortuna di cominciar la guerra sempre con apparenza di giustizia, fatta solo eccezione della iniqua ripartizione del reame di Napoli, alla quale non vi fu mai scusa o pretesto di sorta.
Qui è chiaro che si fa strada, come da sè stesso, un concetto generale sulla forza reale che aveva allora la Spagna, e sul valore della politica nazionale di Ferdinando ed Isabella. Ma il Guicciardini non vi si ferma; anzi dopo avere mirabilmente osservato i fatti speciali, attribuisce i grandi successi ottenuti dal Re più alla fortuna che alla sua prudenza ed alle qualità militari del suo popolo.[393] Così anche qui tutto riman diviso in osservazioni slegate, al che contribuisce la forma stessa della Relazione, che è composta di paragrafi staccati. Qualche volta troviamo confinate nei Ricordi, che sono addirittura pensieri staccati, alcune considerazioni generali che, se fossero nella Relazione, avrebbero potuto darle maggiore unità, facendo veder chiaro come il governo di Ferdinando d'Aragona ebbe non solo fortuna, ma ancora prudenza grande. Infatti il Guicciardini qui nota, che il Re, quando voleva intraprendere una guerra, la faceva prima desiderare da tutto il suo popolo, in modo da parer come forzato a farla,[394] e così persuadeva poi ognuno, che egli era mosso unicamente dal pubblico bene, anche quando operava per interesse suo personale, per sola ambizione di principe.[395] Ma questa e simili osservazioni, restando isolate e quasi abbandonate a sè stesse, perdono gran parte del valore scientifico e più generale che potrebbero avere. Così ad ogni passo noi abbiamo occasione di riconoscere la grande differenza che corre fra l'ingegno del Guicciardini e quello del Machiavelli, i quali pur sotto alcuni aspetti si somigliano tanto. Questi è un osservatore meno paziente, meno preciso, meno sicuro; ma ha il dono singolarissimo di ritrovare subito, tra mille fatti che gli cadono sotto gli occhi, quello che è veramente principale, e su di esso si ferma. Abbiamo già visto come, appena che si trovò fra gli Svizzeri, la loro «libera libertà» e il popolo armato e i costumi semplici furono subito il suo punto di partenza per misurare la forza e predire la fortuna di quelle piccole repubbliche. E quando ci parlò della Francia e della Germania, lo abbiamo veduto del pari cercar sempre nell'esame dei fatti principali, quasi diremmo, il peso specifico, così politico come militare, delle due nazioni, e nello studio del presente indagar le probabilità dell'avvenire. A queste ricerche, a queste predizioni il Guicciardini non si sentiva punto inclinato; le reputava anzi poco meno che oziose.
Il problema che egli proponeva costantemente a sè stesso, nella vita pubblica e nella privata, era l'utile immediato e la pratica soluzione delle difficoltà che via via gli si presentavano, senza punto occuparsi d'un prima o d'un poi troppo lontani. I precetti, le massime lungamente meditate della sua scienza e della sua esperienza, li aveva cercati, e li metteva in pratica sopra tutto per ottenere i suoi fini personali. Nella Spagna seguiva da lontano con occhio vigile gli avvenimenti d'Italia, massime di Firenze, donde i parenti e gli amici con lettere lo ragguagliavano d'ogni cosa. Quando poi mutò il governo in Firenze, e coloro che avevano abbattuto la Repubblica, che egli era stato mandato colà a difendere, gli confermarono la legazione, egli con lieto animo accettò subito il nuovo incarico, e cercò dal padre e dal fratello di conoscere il nome dei nuovi potenti, per guadagnarsi il loro favore, come fece scrivendo a tutti i Medici, e più specialmente a Leone X, non appena questi fu eletto papa. Maestro singolare nell'arte di accomodarsi ai tempi, egli ci reca non poca maraviglia, quando lo vediamo, finito che ebbe il trentesimo anno, rivolgere a sè stesso, nelle sue Memorie (che non voleva fossero pubblicate) una specie di religioso sermone, col quale s'incitava a migliorare i propri costumi; a far buon uso dei doni ricevuti dalla Provvidenza, e degli alti uffici avuti da' suoi concittadini; a condursi nelle cose spirituali in modo, «che Dio per sua benignità ti abbi a dare quella parte in Paradiso, che tu medesimo desideri nel mondo.»[396] In sostanza il problema che egli costantemente si propone, è di condursi in modo e con tanta prudenza, da riuscire a godersi questa vita e l'altra, senza mai nulla sacrificare de' suoi interessi e de' suoi comodi.