Della sua facile mutabilità abbiamo una prova in due dei vari Discorsi, che scrisse nella Spagna. In uno di essi, che fu composto poco innanzi alla battaglia di Ravenna, egli discute il modo di riordinare e rafforzare il governo popolare in Firenze; nell'altro, che scrisse subito dopo la battaglia, quando sapeva già tornati i Medici, consiglia invece i modi di rafforzare ed assicurare il loro potere. Incomincia nel primo[397] dall'osservare, che l'indole ed il vivere corrotto dei Fiorentini eran poco adatti ad una buona repubblica; e che a ridurli quale avrebbero dovuti essere, «bisognerebbe fare un cumulo d'ogni cosa, dando loro una forma affatto nuova, come si fa quando si lavorano cose da mangiare di pasta.»[398] Nondimeno, date le cose quali sono, egli cerca i provvedimenti più adatti. Vuole prima di tutto aver buona milizia, migliorando quell'Ordinanza che, dopo molte opposizioni, era stata deliberata e veniva universalmente lodata, ma sulla quale egli non ebbe mai le grandi illusioni del Machiavelli. «Il governo,» secondo lui, «è fondato sulla forza, e volerne uno senza armi, sarebbe come volere un esercizio senza il suo proprio strumento; giacchè non è altro lo Stato e lo imperio, che una violenza sopra i sudditi, palliata in alcuni con qualche titulo di onestà.»[399] La libertà non è altro che «un prevalere delle leggi e degli ordini pubblici sullo appetito degli uomini particolari;» e però deve esserne base il Consiglio Grande, in cui i cittadini riuniti approvino le leggi, ed eleggano agli uffici. Questa era allora per i politici italiani la vera ed unica salvaguardia d'ogni libero governo. Tutto si riduceva per essi a fare in modo che le elezioni dei magistrati fossero garantite a vantaggio del pubblico contro ogni possibile corruzione; che gli uffici politici girassero di continuo, affinchè il lungo esercizio del potere non facesse nascer la voglia e l'opportunità di farsi tiranno. E quindi si studiavano mille congegni, più o meno artificiosi, per ottenere l'intento. Il Guicciardini proponeva, che s'ammettessero nel Consiglio anche alcuni di coloro ai quali, per l'età o per altra ragione, era dalle leggi vietato di occupare gli ufficî. Non potendo essi patteggiare per conto proprio, sarebbero stati, egli diceva, più disinteressati, e avrebbero votato, imparzialmente.[400]

Un altro principale fondamento della libertà si credeva allora che fosse la uguaglianza di tutti i cittadini nel pigliar parte al governo. Anche perciò, osservava il Guicciardini e con lui tutti i politici italiani del tempo, è necessario che gli uffici girino sempre e, salvo qualche rara eccezione, non siano mai perpetui. Varie essendo poi le faccende e varie le ambizioni, cui bisogna soddisfare, se si vuole che la Città resti tranquilla, vari ancora debbono essere gli uffici, la loro durata e la loro autorità. E prima di tutto egli vuole a capo del governo un Gonfaloniere a vita; «giacchè si vede anche nelle cose naturali, che il numero di uno ha perfezione.»[401] Qui noi abbiamo, è vero, un accenno alle vecchie teorie filosofiche ed astratte; ma il Guicciardini ne rifugge poi subito. Egli non conosce la scolastica; non ama la filosofia; è stato educato con la giurisprudenza, della quale però non parla mai nelle sue opere politiche, tornando invece di continuo alla questione pratica. Il momento che passa, l'ora che fugge, quello che è possibile, son le cose cui la sua attenzione è sempre rivolta. Vuole che il Gonfaloniere perpetuo abbia un freno nella Signoria, cui dà molta autorità, e nel Senato, che compone di 160 o 180 cittadini, parte a vita, parte a tempo: i primi perchè acquistino lunga esperienza, i secondi per impedire ogni eccesso di potere, e per far girare in molti anche la dignità di Senatore. E qui aggiunge una proposta, che s'innalza al di sopra dei pregiudizi e delle tradizioni più inveterate del suo tempo. È noto che nei Consigli della repubblica fiorentina era severamente proibito il parlare contro le proposte di leggi, che venivan sempre fatte dalla Signoria. Si poteva votar contro, si poteva parlare e votare in favore; ma il parlar contro una legge era allora vietato persino colle pene d'esilio o di prigionia. Il Guicciardini invece afferma saviamente, che se era pericoloso ammettere una libera discussione nel Consiglio Grande, dove la moltitudine avrebbe potuto portar confusione; essa era necessaria non che utile nel Senato, e l'averla vietata in Firenze fu tirannia, non libertà. La discussione farebbe più maturamente deliberare, farebbe conoscere gli uomini esperti, e darebbe loro una meritata autorità. «E che cosa,» egli esclamava, abbandonandosi finalmente una volta all'entusiasmo, «che cosa può un animo generoso desiderare di meglio, che trovarsi a capo d'una città libera, portatovi solo dall'essere riconosciuto prudente e amatore della patria? Felici le repubbliche, che sono piene di queste ambizioni, perchè è necessario che in esse fioriscano quelle arti, che conducono a questi gradi, cioè la virtù e le opere buone.»[402]

In sostanza questo governo del Guicciardini non è altro che un meccanismo, col quale si cerca di fare in modo che tutte le ambizioni si bilancino, e i pregi della monarchia, dell'aristocrazia e della democrazia si contemperino a vicenda, mediante il Gonfaloniere, il Senato ed il Consiglio Grande. È il concetto del governo misto, che troviamo in tutti gli scrittori politici italiani, tramandato ad essi dall'antichità, massime coi frammenti del sesto libro di Polibio, allora già tradotti e molto diffusi tra noi. Questi scrittori però, specialmente in Firenze, s'ingegnavano di modificare un tale concetto, per adattarlo alle condizioni speciali della loro repubblica. Sebbene essi cercassero sempre nell'antichità un sostegno autorevole a tutte le loro teorie politiche, anche a quelle suggerite dalla propria esperienza, era nondimeno divenuta una convinzione assai generale, che il governo dovesse adattarsi alla natura del popolo, cui si voleva dare. Ancora però non si vedeva che esso deve nascere spontaneo dalla storia e dalla coscienza popolare; che non basta averlo prima armonicamente formato nella testa dei pensatori, per presumere poi d'imporlo alla società. E neppure si capiva che era un concetto assai errato il ritenere la vita politica d'una nazione ed il suo governo, come un semplice gioco di passioni e d'interessi personali da frenare o soddisfare. Donato Giannotti, uno dei più intemerati patriotti fiorentini, uno degli ultimi rappresentanti di quella scuola, passò tutta la sua vita studiando il governo veneziano, per migliorare con tale esempio quello di Firenze, dandoci dell'uno e dell'altro una descrizione minutissima. Ma il suo costante criterio nello scegliere e nel correggere è sempre lo stesso: formare, ordinare le istituzioni in modo che soddisfino tutte le ambizioni, tutte le passioni dei cittadini, le quali sono per lui sempre e solo politiche. Alcuni, egli dice, vogliono primeggiare; altri, in maggior numero, sono contenti d'aver qualche parte al governo, per potere anch'essi comandare; i più vogliono uguaglianza, libertà e giustizia. Quindi il bisogno di temperare la democrazia con l'aristocrazia e con la monarchia, il che lo portava sempre a proporre un Gonfaloniere con la Signoria, il Senato ed il Consiglio Grande.[403] E questi erano i ragionamenti che di continuo si ripetevano allora da tutti in Firenze.

Ma il Guicciardini aveva una vista assai più lunga, una mente assai più larga del Giannotti e di molti altri; e però non poteva sfuggirgli del tutto il lato debole di queste teorie, la insufficienza di questo metodo artificioso. Di tanto in tanto egli rompeva perciò l'involucro della scuola; ed abbiamo allora idee più elevate ed ardite, che sono lampi di luce inaspettata. Se non che, la sua indifferenza, il suo disgusto e quasi disprezzo per tutte le teorie, lo fanno sempre tornar nella via da lui sin dai primi anni battuta, che di rado assai egli abbandona, raccogliendo però sempre per via osservazioni vere e profonde sugli uomini e sulle istituzioni. Alla fine del suo Discorso egli ricorda di nuovo, che in sostanza tutto dipende dalla natura, dal carattere del popolo, e che perciò in Firenze ogni riforma riuscirà vana, se non sarà possibile migliorar prima radicalmente il popolo. Con i provvedimenti che propone, si farà, egli dice, una repubblica appena tollerabile; «a volerla far buona davvero, ci vorrebbe, il coltello di Licurgo, che estirpasse dalla radice la nostra mollezza, la nostra avidità di guadagno, la nostra vanagloria, come egli fece a Sparta. Ma questa è cosa che possiamo ammirare o desiderare, non mai sperare fra noi.» E torna di nuovo ai piccoli temperamenti, concludendo col proporre una legge contro il lusso delle donne, ed un'altra che diminuisca le doti, leggi tante volte e tanto inutilmente proposte e sanzionate nella repubblica fiorentina.[404]

Il secondo Discorso, da lui scritto nell'ottobre del 1512, ragiona sulle condizioni dei partiti in Firenze, e sul modo d'assicurare il governo dei Medici, che già avevano trionfato.[405] Questi, egli osserva, non possono ormai sperare di farsi amico il popolo, da lungo tempo affezionato alla libertà; debbono quindi pensar solo a formarsi un circolo ristretto d'amici sicuri e fidati, fra i quali dividere i principali uffici, favorendoli in ogni modo, per renderne la sorte inseparabile da quella del nuovo governo. Il Soderini era caduto, perchè aveva voluto condurre una repubblica coi mezzi e modi che sono contrari alla libertà, restringendo cioè il governo nelle mani di pochi amici; lo stesso seguirebbe ai Medici, quando s'ostinassero a voler governare coi modi proprî della libertà, cioè allargando il governo nelle mani di molti, sperando così di trovar favore e sostegno nella universalità dei cittadini.

Nel leggere e paragonare questi due Discorsi vien fatto di chiedere: il Guicciardini era dunque repubblicano o amico dei Medici, fautore della libertà o della tirannide? Ma questa sarebbe stata per lui una domanda oziosa. La sua politica consisteva principalmente nel saper risolvere, secondo i proprî interessi, il problema che di giorno in giorno si presentava, qualunque esso fosse. Egli mirava a farsi strada sotto qualsivoglia governo, a trovare il modo più rapido e sicuro di salire in alto, e lo dice di continuo, senza ambagi. Di certo quando, chiuso nel suo studio, con la penna in mano, scriveva per sola soddisfazione del suo animo, allora, levandosi assai più in alto, dichiarava aperto, che la libertà era di gran lunga preferibile al dispotismo, e naturalmente desiderata dagli uomini. In Firenze, egli lo riconosceva, non era possibile, senza violenza, altro che una repubblica popolare; ma appunto perciò egli diceva ai Medici che, se volevano assicurarsi del potere, era loro necessario ricorrere alla forza. Per indole sua propria, per inclinazione e per educazione della sua mente, non aveva nessuna fiducia nel popolo: anche alla repubblica voleva perciò dare una forma ristretta, ponendola in mano di pochi ottimati. Ed è questo un altro punto, nel quale si allontanava assai dal Machiavelli, che era invece fautore del popolo.

Queste medesime tendenze del suo spirito si trovano nel suo trattato Del Reggimento di Firenze, che è d'indole assai più generale.[406] Ma il titolo del libro non deve farci supporre, che l'autore voglia in esso svolgere una teoria scientifica di governo; egli dà solo una maggiore ampiezza, un ordine più logico a tutto ciò che abbiamo trovato nel primo dei Discorsi già menzionati. È un dialogo, che sebbene composto molto più tardi, si suppone tenuto nell'anno 1494, dopo la cacciata dei Medici, fra Bernardo del Nero loro ardente partigiano, Piero Guicciardini padre dello scrittore, Paolo Antonio Soderini e Piero Capponi. Nella prefazione l'autore comincia con lo scusarsi di scrivere in favore del governo libero, dopo aver servito Leone X e Clemente VII, dai quali era stato beneficato. Ma le volontà e i desiderî degli uomini sono, egli dice, diversi dalle considerazioni sulla natura delle cose; la verità sta per sè stessa, e gli obblighi verso la patria sono in ogni caso maggiori di quelli verso i privati. Anche quest'opera è una di quelle che restarono inedite sino ai nostri giorni. Ed è singolare davvero il vedere come in un uomo interessato ed ambizioso, quale era il Guicciardini, l'amor delle lettere potesse essere così vivo e disinteressato da fargli comporre tante opere, senza altro scopo che il proprio soddisfacimento. E questo dà ad esse un maggior valore, e fa conoscere con maggiore sicurezza le opinioni e convinzioni vere dello scrittore.

Il dialogo, adunque, incomincia col dire che il miglior governo è quello d'un solo, quando il principe è buono; ma poi si allontana subito da questa teoria, osservando qualcuno degl'interlocutori, che a Firenze non ci sarebbero che i Medici, nei quali non si poteva riporre speranza di bene, perchè essi si erano impadroniti del governo con l'inganno e la forza, contro la volontà popolare. A tal punto Bernardo del Nero, lo stesso che nel 1497 fu condannato a morte, per aver cospirato in loro favore, piglia le difese di essi e del principato in genere. Dice che a lui non importa sapere nè disputare di quale specie sia un governo; ma vuol sapere piuttosto che effetti porta là dove è introdotto, perchè i giovani sono destinati al bene dei cittadini, non a soddisfare le ambizioni di chi comanda o vuol comandare. Le città furono istituite a comune utilità, ed il maggior vincolo sta nella mutua benevolenza dei cittadini, il cui primo e principale bisogno è la giustizia. Gli uomini sono per natura portati al bene, quando l'interesse non li faccia deviare, e se alcuni vanno al male senza ragione, meritano d'essere chiamati più presto bestie che uomini. Ora il governo popolare, continua Bernardo del Nero, non può essere il meglio adatto al sopra indicato fine, perchè è sempre debole, incerto e mutabile; il principato invece è più forte, più pronto, più segreto nel condurre i suoi affari, e anche più intelligente, trovandosi la prudenza nei pochi, non già nei molti. Altri interlocutori lo combattono, dicendo che così si riduce il governo al solo utile ed interesse privato; la giustizia, essi aggiungono, non basta, bisogna cercare anche l'onore e la gloria.

Ma su di ciò e sopra altri argomenti teorici si fermano poco, per ritornare invece a biasimare la condotta dei Medici, i molti mali che essi fecero a Firenze, e i maggiori che farebbero, quando vi tornassero dopo esserne stati cacciati. Ed in tale questione di opportunità la sola in cui veramente si riscaldino, vengono finalmente tutti d'accordo. Bernardo del Nero, infatti, conchiude dicendo: «Ormai i Medici sono cacciati, e non si può desiderarli, perchè se furono buoni, tornerebbero tristi. Si cerchi adunque la miglior forma di governo libero, il solo che sia ora opportuno e possibile in Firenze.» Dopo di che incomincia ad esporre e sostenere, con qualche lieve modificazione, la stessa forma di repubblica che vedemmo proposta nel primo dei Discorsi da noi esaminati. Ciò che principalmente bisogna aver di mira, egli dice, sono tre cose: giustizia per tutti, difesa della libertà, matura deliberazione nelle cose più importanti. E però un Consiglio Grande, che elegga ai principali ufficî, è quello che sopra tutto si richiede. E ad evitare poi che i più ambiziosi cerchino, con ogni mezzo onesto o disonesto, il favore del popolo, non si lasci al Consiglio la elezione del Gonfaloniere; ma solo il diritto di proporre una terna al Senato, che farà la scelta definitiva. Questo sarà composto di 150 senatori savî e prudenti, i quali discuteranno con ogni libertà e maturamente tutte le deliberazioni. E così continua la esposizione, che noi non riferiamo, per non ripetere il già detto.

Seguono alcuni ragionamenti sulla storia di Roma e delle sue guerre civili, dai quali apparisce che il Guicciardini aveva lungamente e acutamente meditato l'arduo soggetto. In fine del dialogo troviamo di nuovo considerazioni, le quali tornano a farci vedere, ed anche più chiaramente, come nel fondo del suo animo restassero sempre gravi dubbî sulla base stessa su cui tutta la sua dottrina politica riposava, e come su questi dubbî egli non volesse fermarsi punto, perchè non vedeva nessuna pratica utilità nel discuterli, non sapendo scientificamente trovarvi un'uscita. Bernardo del Nero, entrando infatti a parlare con Piero Capponi della guerra di Pisa, osserva che ai Fiorentini non riuscirà mai di farsi amici i Pisani, e però dovrebbero, per indebolirli, uccidere tutti i prigionieri, o almeno tenerli in carcere sino a guerra finita, non spaventandosi punto se, per rappresaglia, la medesima sorte toccasse ai loro soldati. Questo consiglio, egli dice, può sembrare crudele e senza coscienza, anzi tale è veramente. Ma «chi vuole tenere oggidì i domìnî e gli Stati, debbe, dove si può, usare la pietà e la bontà; e dove non si può, fare altrimenti, è necessario che usi la crudeltà e la poca coscienza. E però scrisse Gino tuo bisavolo in quegli suoi ultimi Ricordi: che bisognava fare dei Dieci della guerra persone che amassero più la patria che la anima,[407] perchè è impossibile regolare i governi e gli Stati, volendo tenerli nel modo che si tengono oggi, secondo i precetti della legge cristiana.» Certo, egli continua, non si può allegare qualche buona ragione «perchè nell'uno caso si abbia a osservare la coscienza, nell'altro non si abbia a tenerne conto. Il che io ho voluto dire, non per dare sentenza in queste difficultà, che sono grandissime, poichè chi vuol vivere totalmente secondo Dio, può mal fare di non si allontanare dal vivere del mondo, e male si può vivere secondo il mondo, senza offendere Dio; ma per parlare secondo che ricerca la natura delle cose in verità, poichè la occasione ci ha tirati in questo ragionamento, il quale si può comportare tra noi, ma non sarebbe però da usarlo con altri, nè dove fussino più persone.»[408]