Noi dunque siamo partiti dal Medio Evo, in cui tutto era in teoria sottomesso alla morale, alla giustizia ed alla religione; ma si restava nell'astratto, senza tener conto nè dei fatti reali, nè della storia, nè della natura dell'uomo e della società; e siamo arrivati ad un altro tempo, in cui la scienza politica si fonda invece sull'esame razionale dei fatti, ma si trova in contradizione colla religione e colla morale, lasciando un profondo dissidio nell'animo dell'uomo, il quale ha una coscienza e non può averne due. Questo dissidio, cominciato nel secolo XV, è continuato fino a' nostri giorni, nè siamo oggi riusciti a sopprimerlo del tutto nella pratica e neppure nella teorìa. Il Medio Evo aveva risoluto il problema, sacrificando la patria terrena alla celeste; ma la sua dottrina era un'astrazione, che non ebbe mai nessuna pratica efficacia a guidare la condotta degli uomini e dei governi, i quali restavano infatti feroci e crudeli, quando i libri predicavano la mansuetudine ed il misticismo teologico. Il secolo XV volle invece seguire l'esperienza, e lasciarsi guidare dalla ragione, la quale allora pareva rappresentata dalla filosofia antica. Ma così il dissidio tra la politica ed il Cristianesimo diveniva sempre maggiore. L'antichità presentava l'idea dello Stato laico; esaltava la patria e la libertà; lodava lo sterminio, anche feroce, dei nemici di quella, e l'uccisione dei tiranni. Il Vangelo insegnava invece una religione universale; non parlava nè di Stato, nè di patria; inculcava una morale di carità, di modestia, di abnegazione, che nessuno seguiva nella vita pubblica, e che anzi, secondo la natura delle cose, così almeno diceva il Guicciardini, sarebbe riuscita pericolosissima alla patria ed a chi avesse voluto scrupolosamente adottarla nel governo degli Stati. Questo conflitto era sorto da lungo tempo, ed in mille modi si manifestò, non solo nella letteratura e nella scienza, ma anche nella vita. L'abbiamo visto in Girolamo Olgiati, quando eccitato dalla lettura dei classici all'odio contro l'oppressore di Milano, chiedeva perdono a Sant'Ambrogio, se fra poco avrebbe macchiato di sangue il suo altare, e lo pregava che non lasciasse fallire il colpo che doveva spegnere l'iniquità. Condotto a morte, egli invocava la Madonna, ed esaltava in distici latini gli uccisori dei tiranni. Lo abbiam visto in Pietro Paolo Boscoli, che si dichiarava pronto ad affrontare coraggiosamente la morte per amore della libertà, se s'ispirava ai filosofi greci e romani; ma incapace di morire per essa da buon cristiano. Sulle rovine del Medio Evo s'andava ricostituendo l'idea dello Stato e della patria coi frammenti dell'antichità risorta, e quest'idea pareva allora inevitabilmente destinata a mettersi in opposizione colla morale cristiana.
Il Guicciardini, trovando il conflitto, lo notava come un fatto, senza pretendere di spiegarlo, anzi dicendo che era meglio parlarne tra pochi ed a bassa voce. E però i suoi consigli, le sue massime politiche, per quanto accorte e pratiche, si riducevano a semplici osservazioni staccate, a temperamenti, a ripieghi per condurre innanzi le cose più o meno destramente, senza poter mai arrivare a proporre una radicale riforma, senza poter creare un nuovo sistema di scienza politica, molto meno poi aprire la via a formare un nuovo Stato o un nuovo popolo. Ma egli non mirava così alto. I sistemi non li cercava, le ardite ipotesi non gli piacevano: raccoglieva il frutto della esperienza quotidiana sua e degli altri, registrando di volta in volta le proprie idee, non cercando mai di coordinarle in unità organica, sotto qualche principio o anche massima più generale. Tutto ciò, se da un lato era un difetto, gli dava dall'altro il grandissimo vantaggio di poter esporre agli altri le sue osservazioni nella loro forma originale, genuina e pratica, colla stessa spontaneità con cui si presentavano a lui, senza portarvi alcuna alterazione, per coordinarle sistematicamente. E però nei Ricordi politici e civili, le qualità del suo ingegno risplendono con una invidiabile ed inarrivabile chiarezza. Difficilmente infatti si troverebbe nelle letterature moderne un'altra serie di massime e sentenze, che rivelino con uguale precisione il pensiero politico e morale di un uomo, di un secolo intero.
In questi suoi Ricordi l'autore ripete di continuo, che è un grande errore «il voler parlare delle cose del mondo in termini generali e per regole; giacchè quasi tutte le regole hanno eccezioni, le quali si possono scrivere solo nel libro della discrezione.[409] La teoria è assai diversa dalla pratica, e molti che intendono quella non sanno poi metterla in atto.[410] Nè giova il discorrere per esempi, perchè ogni piccola varietà nel caso particolare, porta grandissima variazione nell'effetto.[411] S'ingannano quindi assai coloro (e qui evidentemente allude al Machiavelli) che allegano sempre i Romani. Bisognerebbe avere una città condizionata com'era la loro, e poi governarsi secondo quello esempio.»[412] Ma altrove afferma, senza pensare che imita appunto una di quelle sentenze generali, da lui tanto rimproverate al Machiavelli: «Che le cose passate fanno lume alle future, perchè il mondo fu sempre di una medesima sorte, e tutto quello che è e sarà, è stato in altro tempo, e le cose medesime ritornano, ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le ricognosce, ma solo chi è savio le osserva e considera diligentemente.»[413] E ripete un'altra sentenza del Machiavelli quando, discorrendo del potere che ha la fortuna sulle cose umane, conclude che ognuno deve desiderare di «abbattersi in tempi nei quali le proprie qualità riescano opportune ed utili, siano intese e tenute in pregio universalmente. Chi potesse variare la sua natura secondo i tempi, il che è molto difficile, se non impossibile, sarebbe assai meno dominato dalla fortuna.[414]» Ma su queste osservazioni, suggerite in parte dagli antichi, in parte dall'esperienza propria, il Machiavelli si ferma e cerca una legge e costruisce norme generali, che servono di base ad una scienza nuova, il Guicciardini invece nota e passa oltre.
Anche in questi Ricordi egli ripete che «non si possono tenere gli Stati secondo coscienza, perchè, salvo le repubbliche nella patria loro (o sia nella città dominante), sono tutti violenti, non escluso l'Imperatore, e più ancora i preti, la violenza dei quali è doppia, perchè ci sforzano con le armi temporali e con le spirituali.»[415] I sudditi d'una repubblica poi, cioè quelli che non sono cittadini della dominante, stanno peggio che quelli d'un principe, «perchè la repubblica non fa parte alcuna della sua grandezza, se non a' suoi cittadini, opprimendo gli altri; il principe è più comune a tutti, e ha ugualmente per suddito l'uno come l'altro; però ognuno può sperare d'essere beneficato e adoperato da lui.»[416] Qui noi abbiamo un'osservazione che è assai notevole, perchè ci scopre la debolezza delle repubbliche medioevali, la causa della loro inevitabile decadenza, e pone in chiaro la ragione per la quale non si poteva riescire a fondare lo Stato moderno, senza che prima esse fossero distrutte dal dispotismo. Ma l'autore, senza punto fermarsi ad esaminare, senza quasi accorgersi di tutto il valore di ciò che dice, passa subito ad altro argomento. Egli torna assai spesso a manifestare la sua poca, anzi nessuna simpatia per il popolo: «Chi disse popolo, disse veramente uno pazzo, perchè è uno mostro pieno di confusione e di errori, e le sue vane opinioni sono tanto lontane dalla verità, quanto è, secondo Tolomeo, la Spagna dalla India.»[417] Ma ciò non gl'impedisce punto di dir male del dispotismo, di cui fu poi coi fatti più volte sostenitore. «La calcina con cui si murano gli Stati dei tiranni, è il sangue de' cittadini; però dovrebbe sforzarsi ognuno che nella città sua non s'avessero a murare tali palazzi.»[418]
Nè si creda per questo di coglierlo in contradizione. Il Guicciardini non pretende di fare altro che descrivere la società, sotto i mille e mutabili aspetti, in cui gli si presenta; i suoi studî sono principalmente diretti a conoscere la varia natura dell'uomo ed a trovare l'arte di dominarlo. Ma in sostanza qual'è quest'uomo che egli studia tanto, com'è, come dovrebbe, secondo lui, esser fatto? Il Guicciardini lo vuole virtuoso, perchè la virtù è bella, dà gloria, e tutti vi sono per natura inclinati, fino a che (bene inteso) non entra in gioco l'interesse personale, a cui ognuno necessariamente cede. «Piace ed è lodata la schiettezza, è biasimata e odiata la simulazione; la prima giova però più agli altri che a sè, e quindi io loderei chi ordinariamente avesse il traino del suo vivere libero e schietto, usando la simulazione solamente in alcune cose molto importanti, il che riesce tanto meglio, quanto più uno s'è saputo acquistare la reputazione di buono.»[419] Raccomanda il sentimento dell'amor proprio e dell'onore, che dice d'aver sempre vivamente sentito, dichiarando «morte le azioni che non hanno quello stimolo.»[420] Ma con la stessa calma osserva poi, che il vendicarsi è qualche volta raccomandabile, anche se non si ha rancore; «perchè con l'esempio gli altri imparino a non ti offendere; e sta molto bene questo, che uno si vendichi, e tanto non abbia rancore di animo contro colui di cui fa vendetta.»[421] Consiglia anche di «negare con persistenza quello che non si vuole far sapere, ed affermare quello che si vuole far credere, perchè si finisce quasi sempre col riuscire, nonostante ogni prova in contrario.»[422] La sua è quindi una virtù di tornaconto, che serve solo a meglio nascondere il profondo egoismo. Nè il Guicciardini usa arte veruna per ingannare il lettore: anzi è difficile trovare chi ne' suoi scritti parli più chiaro di lui, o come lui si mostri davvero nella sua più schietta nudità: «Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie de' preti.... Nondimeno il grado che ho sempre avuto con più Pontefici, m'ha necessitato a amare per il particolare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, avrei amato Martino Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla religione cristiana, come è interpetrata e intesa comunemente; ma per vedere ridurre questa caterva di scellerati ai termini debiti, cioè a restare o senza vizî o senza autorità.»[423] Lo stesso pensiero ed altri simili egli ripete più e più volte con uguale franchezza.[424]
Che cosa dunque si poteva fare con questo, che il De Sanctis chiamò giustamente l'uomo del Guicciardini, che era anche l'uomo del Rinascimento italiano, e pigliava per centro dell'universo il suo particolare?[425] Quale società, quale Stato si può con esso formare? Solamente una società, in cui gl'interessi individuali s'equilibrino fra di loro, limitandosi a vicenda, e le varie ambizioni vengano, nel miglior modo possibile e con giusta moderazione, soddisfatte. Da ciò lo studio di meccanismi e congegni sempre più complicati, ed occorrendo, sostenuti anche con l'inganno o con la forza. Il concetto di un alto scopo sociale, di un vivente organismo dello Stato, non è possibile, come non è possibile quello di una vera virtù pubblica. Ma, ciò che è peggio, tutto questo doveva reagire e reagiva anche nella vita privata, e gli effetti già da un pezzo se ne vedevano nella coscienza, nei costumi, nella letteratura italiana, e c'era da prevedere d'andar per questo verso di male in peggio. A ricostruire sopra più solida base il mondo politico ed il mondo morale, sarebbe stato necessario innanzi tutto poter migliorare gli uomini, dando loro altra natura, altro carattere, «a uso di chi fa cose da mangiare di pasta, che dà ad esse quella forma che vuole.» Ma a ciò sarebbe stato necessario «il coltello di Licurgo che estirpasse la nostra mollizie, avidità e vanagloria.» Questo coltello di Licurgo per redimere stabilmente la patria, non poteva, secondo il Guicciardini, essere allora altro che un vano sogno, e fu invece la speranza continua, costante del Machiavelli, quella a cui, come ora vedremo, egli dedicò le sue più profonde meditazioni, gli studî migliori, tutta la sua vita letteraria.
CAPITOLO II.
Il Principe e i Discorsi. — La Riforma religiosa ed il nuovo Stato. — Paganesimo del Machiavelli. — Sua fede repubblicana. — Il Machiavelli ed Aristotele. — Lo Stato secondo il Machiavelli. — Suo metodo. — La Scienza politica in Grecia e nel Rinascimento. — I Discorsi.
L'anno 1513 il Machiavelli, per evitare sospetti e noie, di rado assai scendeva dalla sua villa in Città. Stanco della solitudine, dell'ozio forzato cui era condannato, del vano aspettare un ufficio che mai non veniva, si diede ben presto con grandissimo ardore allo studio. Questo fu infatti l'anno, in cui pose mano alle due opere sulle quali principalmente riposa la sua fama di scrittore politico: Il Principe, e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. La prima era anzi già condotta a termine nel dicembre, quando lavorava a darvi l'ultima mano.[426] Ai Discorsi invece attese per molto tempo ancora, e poi li lasciò incompiuti.[427] Tuttavia, anche nello stato in cui sono, formano un trattato generale di politica, diviso in tre libri. E si può dire, che unendoli al Principe, farebbero con esso come un'opera sola, in questo discorrendosi del principato, in quelli delle repubbliche. L'averle volute alcuni critici credere due opere senza relazione fra di loro, scritte anzi con intendimenti non solo diversi, ma anche opposti, fu causa di molti errori nel giudicarle. Ma basta un'attenta lettura per venire subito ad assai diversa conclusione. Infatti, non solamente esse rimandano più volte l'una all'altra;[428] ma il loro concetto fondamentale è siffattamente identico, che se il Principe si fosse perduto, e se ne conoscessero solo il soggetto, lo scopo ed i limiti, sarebbe assai facile ricostruirlo quasi per intero, dando maggiore svolgimento ad alcune massime, che nei Discorsi sono appena accennate, ed in esso vengono invece largamente esposte.
Noi cominceremo dai Discorsi, sebbene il Principe fosse finito assai prima,[429] perchè questo, come dicemmo, si trova in germe già contenuto in quelli, dove si presenta come parte di tutto il sistema politico dell'autore. Del sistema, o per dir meglio, dei concetti fondamentali e dell'indirizzo generale che il Machiavelli segue, dobbiamo ora dir qualche cosa. Fin dalle prime pagine dei Discorsi si vede chiarissimo, che egli entra in una via assai diversa da quella che seguirono il Guicciardini, il Giannotti e gli altri. Infatti non domanda a sè stesso: Qual'è la forma di governo più adatta a Firenze? Che attribuzioni debbono avere, come debbono essere eletti il Gonfaloniere, i Signori, i Dieci? Come debbono essere composti il Senato ed il Consiglio Grande; come si debbono queste istituzioni equilibrare in modo da soddisfare a tutte le ambizioni irrequiete dei Fiorentini? Il Machiavelli vuole invece sapere per quali ragioni sorgono e prosperano, per quali si corrompono e decadono le nazioni, come si debbono governare, e soprattutto come si fonda uno Stato forte e duraturo. Perfino nel linguaggio che adopera, vediamo chiarissima la grande distanza che lo separa dal Guicciardini. Negli scritti del Machiavelli noi incontriamo di continuo le parole: e debbesi questo avere per una regola generale; il Guicciardini, invece, come abbiam visto, ripete con altrettanta insistenza, che nelle umane faccende non vi sono regole generali che valgano; che esse son buone a scriversi nei libri, ma nella pratica giovano solo la lunga esperienza e la buona discrezione. Il Machiavelli mirava a creare una scienza nuova, ed aveva la fede necessaria a tentare l'ardua impresa, la quale era suggerita, quasi resa necessaria dalle condizioni in cui si trovavano allora lo spirito umano e la società. Il Guicciardini invece osservava mirabilmente, registrando le sue osservazioni senza occuparsi d'altro, e quanto a sè, pensava soprattutto a profittare degli eventi, a farsi strada nel mondo.