L'uomo del Rinascimento italiano, dominato com'era da un profondo egoismo, senza la guida morale d'un interesse generale, fra lo sfasciarsi di tutte le istituzioni medioevali, occupato sempre e solo del suo particolare, avrebbe ricondotto ogni cosa all'anarchia ed alla rovina, se il suo ingegno, la grande cultura, l'amore dell'arte e della scienza, lo studio obiettivo della realtà non lo avessero, in parte almeno, salvato insieme con la società di cui faceva parte. Ma un tale stato di cose non poteva durare a lungo, se non si trovava un'uscita. Ed allora appunto due grandi avvenimenti seguirono nella storia del mondo: la Riforma religiosa da un lato, la costituzione degli Stati moderni e delle nazionalità dall'altro. Questi due avvenimenti, a prima vista, sembrano non avere fra di loro relazione di sorta; ma in verità partivano ambedue da un concetto comune, che l'individuo cioè sia di sua natura impotente al bene;[430] movevano ambedue dal bisogno di ricostituire il mondo morale, che minacciava rovina, e cercavano riuscirvi richiamando in vita interessi più generali, fini più ideali. La Riforma, iniziata da Martino Lutero in Germania, fece sentire il suo benefico effetto anche sul Cattolicesimo, trionfante nei paesi latini, obbligandolo a correggersi. Essa, ritenendo che l'uomo, senza un aiuto soprannaturale, sia atto solo al male, riponeva in Dio l'unica speranza di salute. Questa si ottiene dal credente solo in virtù della fede, infusa per grazia divina, non per merito alcuno di buone opere, delle quali l'uomo è per sè medesimo affatto incapace, essendo esse conseguenza necessaria, esclusiva della grazia e della fede. L'altro grande avvenimento, del quale lungamente s'occupò il Machiavelli, che alle questioni religiose non pensò mai, era la formazione dello Stato moderno. Esso, cominciato assai prima, veniva a ricostituire l'unità sociale, per far trionfare il pubblico bene al disopra del privato egoismo. Credevano allora molti, che questa unità sociale potesse, a cagione dell'umana malvagità, essere attuata solamente con la forza. Non pareva che si potesse svolgere dalle antiche istituzioni, che essa veniva invece a distruggere; non dalla coscienza individuale, corrotta dall'egoismo; nè dalla coscienza nazionale, la quale esisteva allora appena in germe, e doveva invece dal nuovo Stato essere formata. Questa unità sociale, questo Stato apparivano quindi come l'opera personale del sovrano, del tiranno, il quale, credendo di non far trionfare altro che il suo privato interesse, vi riesciva solo facendo trionfare anche il pubblico. Fu una rivoluzione che, iniziata dai Signori e tiranni italiani, venne compiuta in Francia da Luigi XI e da' suoi successori; nella Spagna da Ferdinando ed Isabella; altrove da altri, i quali tutti, calpestando senza scrupoli interessi locali e personali, fondarono colla loro potenza, quella delle nazioni cui dettero unità e forza.

Ora, sebbene il concetto dello Stato nazionale venisse in realtà prodotto da cause che non eran senza relazione con quelle che promovevano la Riforma, e sebbene non fosse ne' suoi effetti in contradizione con essa, giacchè l'uno veniva a scomporre l'unità universale dell'Impero, l'altra, l'unità universale della Chiesa, pure sembrava sorgere in opposizione col pensiero religioso del secolo. Esso era infatti comparso nella letteratura degli eruditi sotto molte forme diverse, ma sempre, fin dai tempi del Petrarca, come il rinascimento d'una idea pagana, l'idea di Roma antica, che si trovava in tutti gli scrittori latini, e si ripresentava risorta, vivente nella sua solenne maestà di Repubblica o d'Impero, ispiratrice perenne di gloria e di libertà politica, sopra tutto d'amore alla patria. E ne seguiva che, mentre la Riforma ridestava lo spirito religioso, di esso i nostri politici a mala pena parlavano di sfuggita; sembravano anzi affatto pagani, risguardando il Cristianesimo qual guida della sola morale privata, via di salute all'individuo nell'altro mondo, non in questo, del quale unicamente s'occupavano; indifferente verso la patria, che essi tenevano, come è di fatto, superiore ad ogni privato interesse.

E se i contemporanei del Machiavelli erano in politica pagani, egli era paganissimo, come trasparisce con grande evidenza in ogni pagina delle sue opere. Ne son prova la sua sconfinata ammirazione per l'antichità; la sua indifferenza religiosa; l'odio al Papato; il modo con cui discorre del Cristianesimo, specialmente quando lo paragona al Paganesimo; il bisogno ch'egli sente continuo di fondare ogni sua dottrina sull'autorità di qualche antico scrittore, su qualche esempio cavato dalla storia greca o romana, e finalmente un linguaggio nel quale si trova come scolpito questo suo proprio modo di sentire. Per citare un solo esempio, la parola virtù significa per lui quasi sempre coraggio, energia, abilmente adoperata così nel bene come nel male ad un fine determinato. Alla virtù cristiana, nel più comune significato, dà piuttosto il nome di bontà,[431] ed ha per essa un'ammirazione assai minore che per la virtù pagana, la quale è sempre apportatrice di gloria, e questa, secondo lui, gli uomini pregiano sopra ogni altra cosa al mondo, perchè essa sola li rende immortali e simili agli Dei. Preferiscono, egli dice, l'infamia all'oblìo, pur che il loro nome venga tramandato ai posteri. A lui era molto piaciuta, e ripeteva con entusiasmo quella frase, con cui Gino Capponi aveva lodato coloro i quali amano «più la patria, che la salute dell'anima,» parole che ebbero allora in Italia grande fortuna. Questo modo di sentire e di esprimersi, cominciato cogli eruditi del secolo XV, fra i quali il Machiavelli era stato educato, doveva molto modificarsi nel secolo XVI, e lo troviamo già in parte modificato nel Guicciardini, sempre più temperato e prudente. Nel Machiavelli invece sopravvive e conserva tutto il suo primo vigore, che apparisce anche maggiore pel singolare contrasto in cui si trova con idee le quali sono un portato della società e cultura cristiana, con alcuni concetti politici suoi propri e più moderni, con la forma stessa del suo scrivere italiano. Quei sentimenti, infatti, ci appariscono assai più tollerabili nella lingua latina degli antichi o anche degli eruditi, che si sforzavano, scrivendo, di ricondursi alla società romana, allontanandosi da quella in mezzo a cui vivevano, alla quale invece il Machiavelli dedicava i suoi continui pensieri, per essa operando e scrivendo.

Nè bisogna dimenticare, se si voglion conoscere tutte le più generali tendenze e qualità del suo spirito, che essendo egli stato per quindici anni segretario della repubblica fiorentina, da lui servita con grandissimo zelo e costanza, era rimasto sempre più fermo in quella fede repubblicana, che la grande ammirazione per gli scrittori greci e romani, gli aveva sin dall'infanzia ispirato. Anche nelle lettere che scriveva al Vettori, per essere adoperato dal Papa o dai Medici, noi lo abbiam visto, quando appena s'accennava per caso agli Svizzeri, non potere nè volere contenere il suo grande entusiasmo per quel popolo armato, che nella purità e modestia de' suoi costumi, si godeva una sicura libertà. Il suo primo e supremo ideale era sempre Roma repubblicana, al di sopra della quale nulla sapeva immaginare di più grande, di più glorioso. In che modo tutte queste idee, tendenze e sentimenti diversi si coordinassero nel suo spirito, nelle sue opere; fino a che punto riuscissero a formare un sol corpo di dottrine, è quello che dovremo vedere in appresso. Ci resta però ancora un'altra grave questione preliminare da prendere in esame.

Vi furono scrittori, i quali vollero nei Discorsi del Machiavelli, ma più specialmente nel Principe, vedere una imitazione della Politica di Aristotele. I tentativi fatti per dimostrare la verità di questa asserzione, riuscirono di certo, come era del resto naturale, a provare che molte idee, molte espressioni erano da Aristotele e da altri autori greci o romani trapassate nelle opere del Machiavelli. L'antichità era allora nell'aria stessa che si respirava. Non solamente tutti leggevano i classici latini,[432] molte e molto diffuse erano le traduzioni degli scrittori greci, molte le compilazioni in cui si trovavano raccolti brani degli uni e degli altri; ma spesso le epistole, le orazioni degli eruditi non erano altro che centoni d'antichi storici, filosofi o poeti sopra un soggetto determinato. Facile assai riusciva quindi il ripetere idee o frasi di classici, che non s'erano neppur letti, o solo a brani.[433] Ma non bisogna dimenticare che, coi rottami dell'antichità, il Rinascimento italiano costruiva un mondo nuovo. E però, anche quando troviamo tracce dell'antico in ogni pietra dell'edifizio che noi andiamo esaminando, esso può essere affatto moderno, animato cioè da un concetto, da uno spirito, che ha la sua vera sorgente non in Grecia nè in Roma, ma nell'Italia dei secoli XV e XVI. Fu perciò assai giustamente osservato dal Ranke,[434] che se importa ricercar nelle opere del Machiavelli le tracce dell'antichità classica, importa molto più il ricercare quello che v'ha in esse di nuovo ed originale. Continuamente infatti egli, per dare autorità ad una osservazione sua propria, ispirata da avvenimenti contemporanei, la poggia sopra citazioni di antichi autori o sopra esempi cavati dalla storia greca e romana. Spesso ancora piglia un'antica dottrina, e senza quasi avvedersene, la trasforma in una affatto nuova. E ciò spiega come sia avvenuto che su questo argomento le opinioni dei critici differiscano a segno tale, che mentre alcuni vorrebbero nel Principe trovar quasi una continua imitazione della Politica d'Aristotele, altri invece sostengono che egli allora non poteva averla neppur letta.[435] Ma su di ciò noi avremo occasione di tornare. Per ora importa sopra tutto osservare che, guardando alla sostanza delle cose, dobbiamo subito accorgerci che il concetto dello Stato, quale lo troviamo nell'opere del Machiavelli, è evidentemente ispirato dai bisogni del suo tempo e dalla storia romana, non dalla greca, nè da Aristotele.

Per i Greci lo Stato abbracciava la società intera, tutta quanta l'attività individuale, e la Politica di Aristotele, che è certo uno dei più grandi monumenti della sapienza umana, tanto grande infatti che da essa bisogna arrivare sino al Machiavelli, per poter dare un altro passo innanzi, ci parla non solo di governi, ma d'istruzione, di educazione, di musica, ginnastica, poesia, religione, arte militare, economia politica, di tutta quanta l'umana attività. L'individuo secondo lui esisteva pel governo; ma questo doveva renderlo migliore in tutto, e quindi circondarlo da ogni lato.[436] I Romani, invece, sebbene nella scienza politica ripetessero le idee dei Greci, determinando poi nella pratica il concetto del diritto, che distinsero dalla morale, resero lo Stato anche più forte di fronte all'individuo, ma ne limitarono e circoscrissero i confini. Esso aumentò così la sua forza, divenendo sempre più rigorosamente giuridico e politico.[437] E chi da Aristotele passa al Machiavelli, si trova subito costretto a notare una differenza enorme e sostanziale in questo appunto, che cioè pel secondo non sembra esistere altro che l'idea politica. Egli sacrifica, come gli antichi, l'individuo allo Stato; ma lo Stato è per lui indifferente ad ogni altra attività che non sia politica o militare, ed è occupato solo a mantener sicura la propria esistenza, a crescere la propria forza. Perfino nelle sue Storie, gli uomini del Machiavelli sembrano incapaci d'ogni altra ambizione o passione che non sia politica: di lettere, di arti, di cultura, di religione quasi non si parla. Tutto ciò è in opposizione coll'idea più vasta, più varia, più filosofica della cultura greca, la quale però, in questa sua maggiore larghezza, non riuscì mai a determinare con sicuro criterio i limiti del diritto e dello Stato. Gli eroi del Machiavelli sono quindi sul Campidoglio, la sua patria ideale è sempre Roma.

Sotto un altro aspetto ancora si è tentato collegarlo con Aristotele: il metodo dell'uno e dell'altro, si è detto, è lo stesso. Ed in vero anche qui il genio di Aristotele si dimostra gigante.[438] Egli è senza dubbio il fondatore del metodo induttivo nelle scienze naturali, e del metodo storico nelle scienze politiche. Secondo lui, ciò che i fenomeni della natura sono per le prime, i fatti storici e sociali sono per le seconde. Questo fu anzi uno dei più grandi avvenimenti nella storia del pensiero umano, e forma una delle glorie maggiori, non solo di Aristotele, ma del genio immortale della Grecia. Ma quando si giunge fino a dire, che quella che parve l'opera propria del Rinascimento italiano, era stata già compiuta molti secoli prima dai Greci, allora si cade in manifesto errore. L'osservazione della natura ed il metodo induttivo erano stati trovati da Aristotele; ma questo metodo, risorto e assai più largamente diffuso nel Rinascimento, fu tra di noi, da Leonardo da Vinci a Galileo, sostanzialmente trasformato, e divenne il metodo sperimentale, causa vera dei grandi progressi delle scienze naturali, nelle quali operò una profonda rivoluzione. Esso è affatto moderno, e non si restringe all'osservazione della natura, alla induzione e deduzione, che ne sono invece il punto di partenza e la base, già nota agli antichi. Il suo nuovo e vero carattere sta in ciò, che i resultati dell'osservazione e della induzione sono accertati, riscontrandoli con la natura, la quale viene costretta a rispondere; ed essa, come diceva Aristotele, non mentisce mai. Nè basta. Il fenomeno studiato e spiegato è spesso artificialmente riprodotto, ed anche questa è una riprova affatto ignota agli antichi.

Naturalmente tutto ciò non era possibile nelle scienze politiche, nelle quali si dovette quindi ricorrere al metodo storico. Ma anche qui la differenza tra Aristotele ed il Machiavelli è immensa. Il problema che Aristotele si propone nella Politica è sempre, in sostanza, la ricerca dell'ottimo governo. Egli fa uno studio maraviglioso di tutti i governi della Grecia, per trovarvi come le sparse membra dell'ideale di cui va in traccia,e che vuol ricostruire. Lo Stato deve fondarsi sul diritto e sulla giustizia. Una repubblica, una monarchia realmente esistite, non hanno, secondo lui, un valore diverso da quello di altre, che siano state solo immaginate dai filosofi. Critica infatti nello stesso modo la repubblica di Platone e quella di Sparta.[439] Tutta la differenza sta sempre e solo nell'avvicinarsi o allontanarsi più o meno dal suo ideale. Il valersi della storia per ritrovare e determinare questo ideale, è già un gran passo; ma lo scopo del Machiavelli è un altro. Per lui i governi immaginati dai filosofi non hanno valore alcuno. Se il sovrano riesce con l'inganno ad impadronirsi del potere, ed a spegnere la libertà, questo per Aristotele non è che un fatto; pel Machiavelli diviene invece un precetto a fondare la tirannide. Aristotele cerca in sostanza quali gli uomini ed i governi dovrebbero essere; il Machiavelli dichiara inutile questa ricerca, e vuole indagar solamente quali essi sono e quali in realtà possono essere. La storia antica e la storia contemporanea non sono per lui un semplice sussidio, ma la base unica, quasi la sostanza stessa della sua scienza, che indaga non quello che si dovrebbe fare, ma quello che si fa o che si può fare.

C'è però un aspetto secondo cui il paragone con Aristotele è possibile, senza molto allontanarsi dal vero. Lo Stato greco era in origine immedesimato con la religione, e quindi anche l'esistenza di esso era sacra e divina. Aristotele fu il primo ad esaminarlo come un fatto naturale, dichiarando che l'uomo è un essere essenzialmente politico. In ciò egli si trova pienamente d'accordo col Machiavelli e col Rinascimento italiano, il quale, svincolandosi dalla scuola teologica, cominciò anch'esso a considerare la storia e la società come fatti puramente umani e naturali. Se non che questa rivoluzione ebbe allora a lottare contro difficoltà ignote al mondo antico, in cui lo Stato non trovò contro di sè la forte costituzione della Chiesa universale. Ridurre la religione ad un puro strumento di governo, come assai spesso aveva fatto l'antichità greca e romana, non era facile, quando s'aveva di fronte una Chiesa di cui era forza riconoscere l'indipendenza: in questo caso le conseguenze dovevano di necessità essere assai diverse. Ma anche lasciando da parte un tale aspetto della questione, è certo che la emancipazione della società laica e della ragione fu raggiunta nel Rinascimento italiano, con l'aiuto di tutta quanta l'antichità, e non del solo Aristotele. Egli anzi dovè prima essere combattuto, perchè era stato nel Medio Evo mal compreso, alterato e ridotto a docile strumento della teologia. Quello infatti che venne chiamato il vero Aristotele, restò lungamente assai poco conosciuto; e la Politica, che Palla Strozzi fece venire da Costantinopoli, che Francesco Filelfo dalla medesima città portò in Italia l'anno 1427, cominciò ad esser letta e largamente diffusa nella sua forma genuina, molto più tardi. Infatti la prima traduzione fedele e chiara fu compiuta da Leonardo Bruni d'Arezzo nel 1437, ma venne stampata solo nella seconda metà del secolo. Due edizioni se ne videro tra il 1470 e il 1480, dopo del quale anno molte altre ne vennero alla luce. Allora solamente gl'Italiani si trovarono apparecchiati a comprenderne tutto l'immenso valore, e la lessero perciò con una straordinaria avidità. Nondimeno il concetto politico del Rinascimento era assai diverso, ed aveva un'altra origine.[440]

Ma torniamo ora ai Discorsi. Essi sono divisi in tre libri, il primo dei quali ragiona dei modi con cui si fondano gli Stati, e dell'interno loro ordinamento; il secondo dei modi d'ingrandirli e delle conquiste; il terzo espone considerazioni generali sul loro crescere e decadere, sul modo di trasformarli, sulle congiure, ecc. La distribuzione delle materie nei diversi libri non è sempre fatta con rigore scientifico, anzi di continuo avviene che uno tratti il soggetto proprio d'un altro. Noi invece esamineremo tutta l'opera, seguendo l'ordine logico dei varî argomenti in essa trattati. Lasceremo solo da parte ciò che l'autore dice, specialmente nel secondo libro, sul modo di fare la guerra, perchè questa è materia che egli espone assai più largamente in un trattato speciale, di cui dovremo a suo luogo occuparci.