I Discorsi sono dedicati a Zanobi Buondelmonti ed a Cosimo Rucellai, dei quali il Machiavelli fu intimo, e da essi venne, come vedremo, anche beneficato. «Io vi mando,» egli dice, «il dono che posso farvi maggiore, perchè qui ho raccolto quello che ho imparato da una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo.»[441] E nel proemio, che vien dopo questa lettera, egli aggiunge che sa bene d'esporsi a molte critiche, per la grande novità dell'impresa cui si accinge; nondimeno, mosso dal desiderio che ha sempre avuto di rendersi utile agli altri, entra senza esitare «nella via da nessun altro percorsa.»[442] Quale è dunque questa via? «In ogni cosa noi vogliamo imitare gli antichi. I nostri giureconsulti imparano a giudicare collo studio delle antiche leggi, altro infatti non essendo la giurisprudenza; e così la medicina non è altro che esperienza fatta dagli antichi, sulla quale i moderni si fondano e la continuano. Pure, nell'ordinare e mantenere le repubbliche, i regni, gli eserciti; nell'arte di accrescere gl'imperi e governare i sudditi, nessuno ricorre all'esempio degli antichi. E questo nasce da mancanza di vera conoscenza della storia, la quale tutti leggono pel solo piacere di udire la varietà dei casi in essa narrati, e non che pensare d'imitarli, credono impossibile ogni imitazione, quasi che il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini non fossero sempre gli stessi. E però questi Discorsi sono scritti a dimostrare principalmente l'utilità che si può nell'arte dello Stato cavare dalla storia.»[443] Adunque, sin dal principio, apparisce assai chiaro che si tratta di fondare una nuova scienza politica sulla esperienza delle cose umane e sulla storia.
Il Machiavelli entra subito in materia colla scorta di Tito Livio, e dopo aver parlato dei vari modi di fondare le città, viene a ragionare delle origini e delle forme diverse dei governi. «Gli uomini incominciarono prima a vivere come bruti; pensarono poi a scegliersi un capo per meglio difendersi, ed elessero il più forte. Così sorsero le prime società; cominciò a nascere il sentimento del giusto e dell'onesto; si fecero le prime leggi, e s'imposero pene ai colpevoli. Allora non si scelse il più forte, ma il più savio e prudente, per affidargli il comando, che esso trasmise agli eredi, e si ebbe così la monarchia, che fu la prima forma di governo. Se non che, per la innata inclinazione degli uomini ad abusare di tutto, appena il monarca fu sicuro del potere, si trasformò prima o poi in tiranno. Allora sorsero a difesa propria e del popolo, di cui si fecero capi, gli ottimati, e ne seguì il governo aristocratico, che a sua volta, eccedendo, si trasformò in oligarchico. Si levò finalmente il popolo, e fondò il governo democratico, che, anch'esso, per le medesime ragioni, eccedendo, cadde nella demagogia. Questa rese di nuovo necessario il principato, e l'umana società ripercorse allora da capo la medesima via, rigirandosi in essa all'infinito, quando, come pure avviene, non fu a mezzo del cammino fermata, divenendo preda degli Stati vicini. Ad evitare i pericoli di queste continue mutazioni e rivoluzioni, i prudenti trovarono il governo misto, che partecipa di tutte e tre le forme ad un tempo, giudicandolo più fermo e sicuro, perchè, essendo riuniti il principato, gli ottimati ed il governo popolare, l'uno sta a guardia dell'altro. È ciò che Licurgo fece a Sparta con resultato eccellente. Romolo, invece, fondò una monarchia; ma quello che a Roma non volle fare il legislatore, seguì per forza naturale delle cose e per buona fortuna. L'insolenza dei re fece sorgere il governo dei Consoli e degli ottimati, l'insolenza di questi ultimi fece sorgere il popolo, che, senza abbattere nè i Consoli nè gli ottimati, ebbe parte al potere. E così si formò naturalmente un governo misto, nel quale la forma monarchica, per mezzo dei Consoli, si contemperò con l'aristocrazia e col popolo.»[444]
Questa teoria della successione dei governi e dei loro ricorsi ricorda quella esposta più tardi dal Vico, e potrebbe dar luogo a molte considerazioni, se una sola non dovesse qui prevalere su tutte le altre.[445] Il brano di cui abbiamo dato un sunto, salvo qualche nuovo ma fugace accenno alla storia di Roma, non è altro che una imitazione, e più spesso anche traduzione d'un frammento ben noto del sesto libro delle Storie di Polibio, sebbene il Machiavelli, che così spesso cita tanti altri, non faccia alcuna menzione di questo scrittore, di cui pur tanto si giovò. Noi esponemmo altrove le ragioni, per le quali egli potè conoscerlo solo in qualche versione latina; ma che nel luogo qui sopra citato, più che imitare lo copiasse addirittura, non vi può esser dubbio di sorta[446]. Tutto il secondo capitolo dei Discorsi è infatti uno di quei brani dell'antichità, dei quali egli si valse nel costruire il suo sistema politico. Nè ci fermeremo più oltre su di ciò, perchè la legge storica, che è qui da lui esposta, e par quasi un tentativo di filosofia della storia, può avere qualche originalità solamente nelle applicazioni che ne fa altrove. E quanto all'idea del governo misto, abbiamo già veduto che anch'essa s'era da lungo tempo molto diffusa in Italia, per mezzo dell'antichità, specialmente di Polibio.[447]
Il Machiavelli continua le sue considerazioni sopra Roma. «Di certo,» egli dice, «se i Romani avessero mirato solo ad assicurare la loro interna tranquillità, avrebbero potuto fondare un'aristocrazia, escludendo il popolo dal governo. Ma, oltre al pericolo di sopra accennato, di cadere cioè nell'anarchia, avrebbero reso impossibili le loro conquiste, per le quali era necessario dare le armi al popolo, il quale, una volta armato, non si può escludere. Così essi arrivarono al governo misto, passando attraverso le guerre civili.[448] Appena infatti che furono morti i Tarquinî, i nobili cominciarono a sputare veleno contro il popolo, e sarebbero andati più oltre, se non li fermavano la violenza dei tumulti e le nuove leggi, perchè gli uomini non fanno mai nulla bene, se non per necessità. E però si dice che la fame e la povertà li rendono industriosi, e le leggi li rendono buoni. Dove infatti una cosa opera bene per sè, non occorre la legge, la quale invece è necessaria dove manca la buona consuetudine.[449]
La triste natura degli uomini rende ad un tempo necessaria e difficile, ma appunto perciò più degna di gloria, l'impresa di colui che si accinge a fondare uno Stato, istituzione trovata per rendere migliori gli uomini. Questa è l'opera del genio politico, del savio ordinatore e datore di leggi, il quale deve aver per fine il bene generale, non il suo proprio, e quindi, senza alcuno scrupolo o pietà, rimuovere ogni ostacolo che incontri per via. «Molti giudicheranno di pessimo esempio, che il fondatore d'un vivere civile quale fu Romolo, ammazzasse prima il proprio fratello e poi consentisse alla morte di Tito Tazio Sabino, che si era scelto a compagno.» «La quale opinione sarebbe vera, quando non si considerasse qual fine l'avesse indotto a fare tale omicidio.» «E debbesi pigliare per una regola generale, che a fondare e riordinare uno Stato bisogna esser solo; tutto deve esser l'opera e la creazione d'una mente ordinatrice, senza di che non si avrà mai vera unità, nè si fonderà nulla di stabile. Però un prudente ordinatore, che voglia giovare non a sè o alla sua successione, ma alla patria ed al bene comune, deve ingegnarsi di aver esso solo l'autorità; nè sarà mai dai savi ripreso d'alcuna azione straordinaria, fatta per ordinare un regno o fondare una repubblica.» «Converrà bene che, accusandolo il fatto, l'effetto lo scusi, e quando sia buono come quello di Romolo, sempre lo scuserà; perchè colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere.» «Fondato poi che sarà lo Stato, bisogna affidarlo alla cura ed alla guardia di molti, per mantenerlo lungamente in vita; giacchè se un solo è necessario a fondarlo, occorrono gl'interessi e le volontà riunite di molti a conservarlo. E questo fece Romolo, il quale lo affidò alle cure del Senato, dimostrando così col fatto, che non era stato mosso da ambizione di potere. E veramente se in sul principio egli non fosse stato solo, gli sarebbe seguìto come ad Agide, che, volendo ricondurre gli Spartani alle leggi di Licurgo, fu invece ammazzato dagli Efori. Più accorto di lui fu Cleomene, il quale, avendo capito che bisognava esser solo, presa occasione conveniente, fece ammazzare tutti gli Efori, dopo di che potè rimettere in vigore le leggi di Licurgo; e sarebbe riuscito a mantenerle, se non era la potenza dei Macedoni, e la debolezza delle altre repubbliche greche.»[450]
Qui noi vediamo già apparire la ben nota immagine del Principe. E sebbene la sua fisonomia sia in verità tutta propria del Rinascimento, pure esso incomincia a farsi strada, direi quasi violentemente, attraverso le prime considerazioni sulle origini di Roma. Si vede perciò quanto è falsa l'opinione di coloro, i quali sostennero che solo nel libro del Principe si trovino esposte e difese certe massime contrarie ad ogni umanità, ad ogni principio di morale cristiana, e che di ciò non vi sia traccia nei Discorsi.[451] È chiaro invece, che sin dai primi capitoli di essi, l'autore non solo assolve, ma loda Romolo d'avere, per più sicuramente fondare lo Stato, ucciso il proprio fratello, e lasciato uccidere il compagno di sua elezione; loda Cleomene d'avere, pigliando conveniente occasione, fatto ammazzare gli Efori. Avrebbe anzi biasimato l'uno e l'altro, se così non avessero operato. E proclama altamente e chiaramente anche l'altra dottrina, tanto combattuta come propria del Principe, che cioè il fine giustifica i mezzi. I savi, egli dice, scuseranno Romolo d'ogni più malvagia azione, pel fine che ebbe e per l'effetto che ottenne. E perchè Romolo rassomigli in tutto al suo Principe, il Machiavelli ci fa osservare che, dopo essersi crudelmente insanguinato, per fondare lo Stato, egli in fine si redime, affidandone la cura al Senato, che seppe assicurarne la prosperità.
Ma, a proposito di storia romana, dobbiamo osservare, una volta per sempre, che il Machiavelli la prende quale la trova in Livio, senza nessuna critica sua personale, senza nessun nuovo esame dei fatti che ivi sono narrati. Accetta anzi, e senza far tra di essi distinzione di sorta, così i fatti storici come le tradizioni leggendarie, massime intorno alle origini di Roma. Sulla lotta dei partiti, sulle cause di alcune riforme politiche espone di certo osservazioni profonde ed originali; ma non è men vero, nè sarebbe stato allora possibile fare altrimenti, che spesso ancora fonda le sue teorie sopra presunti fatti di storia romana o greca, che mai non avvennero, o avvennero in modo assai diverso da quel che egli poteva allora supporre.[452] Questo però non toglie (come potrebbe sembrare) a quelle sue teorie il loro fondamento, perchè esse, massime le più importanti, non sono fondate sopra un solo fatto; ma, più volte e in diversi modi esposte, vengono dimostrate con molti esempi tratti così della storia antica come della moderna, spesso anche dalla esperienza sua personale. Qualche volta piglia addirittura le favole mitologiche, come quella, per esempio, di Achille educato dal centauro Chirone, per dare autorità ad una sua propria sentenza, giacchè nella favola, egli dice, noi troviamo ciò che vollero significare quelli che la inventarono. E se un fondamento di verità si trova per lui nella favola, non potrà certo esservene meno nelle primitive tradizioni dei popoli. Quanto poi alla sua teoria prediletta, che abbiamo visto già fondata sulla vita di Romolo, di cui tanto poco sappiamo di certo, è una di quelle appunto che trovansi più spesso ripetute dal Machiavelli, che la poggia sopra tradizioni e sopra fatti storici diversissimi.
Nè solamente i fondatori dei regni o delle repubbliche; ma, per le medesime ragioni, debbono, egli dice, essere soli anche i fondatori delle religioni, che sono destinate del pari a frenare le malvage passioni degli uomini, a mantenere in vigore le buone leggi. «Il popolo romano fu assai fortunato nell'avere avuto, dopo un re legislatore e guerriero come Romolo, un re come Numa, il quale fondò la religione, necessaria sempre a tener salda una società, massime in un popolo feroce come erano allora i Romani. E per guadagnare maggiore autorità, egli simulò d'avere congresso con una ninfa, mezzo a cui Romolo non dovette ricorrere, ma del quale hanno fatto uso altri datori di leggi, e molto più i fondatori delle religioni, per essere meglio creduti dal popolo. La religione dei Romani fu causa precipua della loro grandezza, perchè fece osservare le leggi e mantenere i buoni costumi. Il savio politico rispetterà sempre la religione, quando anche non vi creda, perchè più volte s'è visto che inculcandola, sia pure con astuzia, se n'è ottenuto valorosa difesa della patria.[453] Il console Papirio, volendo attaccare la giornata coi Sanniti, ordinò gli auspicî, ed il capo dei Pollarî, vedendo l'esercito pronto alla zuffa, disse che i polli avevano beccato, sebbene ciò non fosse vero, come poi si seppe. Nondimeno il Console attaccò la giornata, dicendo che se v'era bugìa, sarebbe stata punita dagli Dei, e fece intanto mettere i Pollarî nella fronte dell'esercito. Così, quando il loro capo fu ferito e morto, egli esclamò subito, che tutto andava bene, perchè la punizione era venuta. Sempre i Romani, o con fede o con astuzia, fecero rispettar la religione, e se ne trovarono bene.»[454] Ed anche questo concetto della religione, adoperata come mezzo di governo, assai diffuso nel secolo XV, e parte integrante nella dottrina del Machiavelli, trova un singolare riscontro nei Frammenti del VI libro di Polibio.
Invece sono affatto sue proprie le osservazioni che fa sul Cristianesimo e sulla Chiesa romana. «Se la religione cristiana si fosse mantenuta quale venne istituita dal suo fondatore, le cose sarebbero procedute altrimenti, e più felici assai sarebbero stati gli uomini. Ma quanto essa siasi invece alterata e corrotta può vedersi da questo, che i popoli i quali si trovano più vicini a Roma, sono quelli appunto che meno ci credono. E chi considerasse che uso fa della religione la Chiesa romana, e quali sono i suoi costumi, dovrebbe giudicare vicina la rovina ed il flagello. Tuttavia perchè vi sono alcuni, i quali credono che il benessere d'Italia dipenda dalla Chiesa di Roma, voglio addurre contro di essa due ragioni principalissime.» «La prima è che per gli esempî rei di quella Corte, questa provincia ha perduto ogni divozione ed ogni religione.... Abbiamo, dunque, con la Chiesa e coi preti, noi Italiani questo primo obbligo d'esser diventati senza religione e cattivi; ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale è cagione della rovina nostra. Questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa nostra provincia divisa. E veramente alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla ubbidienza d'una repubblica o d'un principe, come è avvenuto alla Francia ed alla Spagna.» «Solo la Chiesa ha impedito siffatta unione in Italia, perchè avendoci abitato e tenuto il potere temporale, non è stata abbastanza forte per occuparla tutta, nè abbastanza debole da non potere, per paura di perdere il dominio temporale, chiamare in Italia un nuovo potente che la difendesse contro chi minacciava occuparla. Così essa è stata la vera cagione, per la quale l'Italia non si è mai potuta riunire sotto un capo, ma è restata sotto più principi e signori, dal che ne è nata tanta debolezza, che si è condotta ad essere preda del primo che l'assalta. E di ciò noi Italiani abbiamo obbligo con la Chiesa e non con altri. Chi volesse poi vedere di che cosa essa è veramente capace, dovrebbe portarla fra gli Svizzeri, i soli che vivono ancora come gli antichi; e vedrebbe che in poco tempo farebbero più disordine i costumi tristi di quella Corte, che ogni altro accidente che potesse seguire.»[455]
Che negli scritti del Machiavelli si veda per la prima volta chiarissima la necessità di riunire l'Italia, e sia con una profondità maravigliosa d'osservazione da lui notato il grande ostacolo, che la Chiesa ed il suo potere temporale vi avevano sempre posto e vi ponevano, è stato già da molti riconosciuto. La sua acrimonia contro i Papi fu sempre grandissima, appunto perchè, occupato com'era sopra ogni cosa del pensiero di costituire l'unità dello Stato, scopo supremo della politica e della società al suo tempo, egli avrebbe voluto distruggere o remuovere tutto ciò che vi si opponeva. E però sentiva un grandissimo disprezzo per quelle istituzioni medievali, che avevano rotto o impedito l'unità sociale, massime quando al suo tempo ritenevano ancora forza sufficiente per resistere. Infatti non si fermò mai dal biasimare le compagnie di ventura, e ciò non solo perchè avevano corrotto l'arte della guerra, impedendo la formazione degli eserciti nazionali; ma anche perchè formavano come un potere indipendente dentro lo Stato o di fronte ad esso. Voleva estirpare il feudalismo, perchè rendeva impossibile la civile uguaglianza, secondo lui e secondo le tradizioni fiorentine, necessaria alle repubbliche, e perchè nella monarchia s'opponeva alla forza ed alla unità del potere regio. Delle associazioni di arti e mestieri, che avevano diviso e suddiviso la società medievale, taceva come se non esistessero, avendo esse al suo tempo perduto l'antico vigore. Più grande che mai doveva essere ed era la sua avversione alla Chiesa, che col suo potere temporale aveva formato uno Stato, il quale a lui pareva contrario ad ogni principio di buon governo; ed aiutata dall'autorità religiosa, seminava disordine e confusione per tutto, impediva in Italia, e rendeva assai difficile in Europa la costituzione delle nazionalità.