A ciò s'aggiungeva quello che può veramente chiamarsi lo spirito pagano del Machiavelli, che lo rendeva poco ammiratore, se non addirittura avverso alla religione cristiana, non per sè medesima, ma per tutto ciò che si riferisce all'azione politica e sociale di essa. Indagando, infatti, come mai nell'antichità vi fosse stato un così gran numero di popoli liberi, tanta maggiore libertà che ai suoi tempi, egli credeva di trovarne la causa nella diversità che corre fra la religione pagana e la cristiana. «Questa ci fa poco stimare l'amore del mondo, e ci rende perciò più miti. Gli antichi invece ponevano in esso il sommo bene, ed erano nelle loro azioni e nei loro sacrifizi più feroci. La religione antica beatificava solo gli uomini pieni di mondana gloria, come capitani di eserciti, fondatori di repubbliche; la nostra invece ha glorificato sempre più gli uomini umili e contemplativi che gli attivi. Essa ha posto il sommo bene nella umiltà e nell'abiezione, nel disprezzo delle cose mondane, quando l'altra lo poneva nella grandezza d'animo, nella forza del corpo, ed in ciò che rende audaci gli uomini. La nostra li vuol forti nel patire più che nel fare una cosa forte. Così il mondo è venuto in preda agli scellerati, che han trovato gli uomini disposti, per andare in Paradiso, più a sopportare le battiture che a vendicarle. Ma,» e qui egli cerca temperare alquanto il suo giudizio troppo assoluto, «se così si è effeminato il mondo e disarmato il cielo, ciò dipende più dalla viltà di coloro che hanno interpetrato la religione, che da essa, la quale in sostanza vuole la difesa della patria, il che porterebbe a rendersi capaci di difenderla.»[456] In generale però il difetto del Machiavelli non era mai quello di temperare e raddolcir troppo i suoi giudizî, che anzi soleva andar sempre diritto, inesorabile al fine propostosi. Nella lotta fra la Chiesa e lo Stato, egli si schierò senza punto esitare in favore di questo. E quando alla sua mente si presentava il conflitto tra le necessità politiche e la morale privata e cristiana, egli non diceva come il Guicciardini, che bisognava parlarne a bassa voce e fra amici, per non scandalizzare; ma scriveva invece parole come queste: «Dove si delibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione nè di giusto, nè d'ingiusto, nè di pietoso, nè di crudele, nè di laudabile, nè d'ignominioso; anzi posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che gli salvi la vita e mantengale la libertà.»[457]

Supporre che il Machiavelli sia nemico o indifferente alla virtù, alla libertà, lo abbiamo già notato, è un errore grandissimo. Nessuno anzi le esalta con più ardore di lui; ma al di sopra di tutto egli pone la virtù pubblica, la sola di cui si occupi di continuo; ad essa sottomette ed, occorrendo, sacrifica la privata. Più e più volte ripete che vanno lodati prima i fondatori di religioni, poi quelli di regni o di repubbliche, poi i capitani, finalmente gli scrittori. Diverso anche in ciò da tutti gli eruditi, e più di loro fedele non solo all'antichità, ma alla verità, pone sempre l'operare al di sopra del pensare e del dire. «Sono invece,» egli prosegue, «infami e detestabili i distruttori di religioni, di regni, di repubbliche; i nemici delle virtù, delle lettere e di ciò che reca utile a tutti. Nè vi sarà mai alcuno che, postagli la scelta delle due qualità di uomini, non lodi i primi e non biasimi i secondi. Pure molti preferiscono nel fatto essere tiranni, piuttosto che legislatori e fondatori di repubbliche o di regni, ingannati da false apparenze e da male intesa avidità di comando. Altrimenti capirebbero che gli Agesilai ed i Timoleoni non ebbero meno potere dei Dionisî e dei Falaridi, ma furono più grandi ed onorati. Nè vi sia alcuno che s'inganni per la gloria di Cesare, sentendolo lodare dagli scrittori che non potevano biasimarlo;[458] legga invece come essi esaltano Bruto. Pongasi innanzi i tempi di Tito, Nerva, Traiano, e conferiscali con quelli in cui governavano imperatori tristi. Da una parte vedrà sicuri i cittadini, autorevoli i magistrati; la pace, la giustizia, la virtù esaltate; ogni rancore, licenza e corruzione spenti; vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e difendere quella opinione che vuole. E se considera dall'altro lato i tempi governati dagl'imperatori tristi, li vedrà crudeli, discordi e sediziosi.» «Vedrà Roma arsa, il Campidoglio dai suoi cittadini disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii; vedrà il mare pieno di esilî, gli scogli pieni di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi, e la nobiltà, le ricchezze, gli onori e sopra tutto la virtù essere imputata a peccato capitale.... E senza dubbio, se e' sarà nato d'uomo, si sbigottirà d'ogni imitazione de' tempi cattivi, e accenderassi d'uno immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo, dovrebbe desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per riordinarla come Romolo.»[459] — Quel Romolo che aveva fatto bene ad ammazzare il fratello Remo, ed a lasciare ammazzare il suo compagno Tizio Tazio Sabino!

Il Machiavelli, procedendo per la sua via si trova qui costretto ad entrare in un nuovo ordine d'idee. Finora ha ragionato, egli dice, supponendo sempre uomini che non sieno interamente corrotti. Quando però la corruzione diviene generale, come era allora in Italia, le difficoltà da superare sono assai maggiori, occorrendo esaminare la infinita varietà delle condizioni, in cui i popoli e gli Stati si possono in questi casi trovare, e le diverse norme da seguire nel volerli guidare e governare. Ma a risolvere siffatto problema, sembrava opporsi un concetto, assai diffuso ai tempi del Machiavelli e comune anche all'antichità, del quale egli fece una teorìa fondamentale, che non abbandonò mai, anzi prese addirittura come punto di partenza per le sue ricerche. Gli uomini, esso dice, sono in sostanza sempre gli stessi, e i medesimi accidenti si ripetono perciò di continuo.[460] Questa è la ragione per la quale è possibile, con l'esame della storia, trovare nel passato la guida o la norma per il presente e per l'avvenire.[461] Ciò egli afferma nei Discorsi; ripete nel Principe, nelle commedie, nelle poesie,[462] in tutti i suoi scritti. Ma come dunque si spiega allora la continua varietà delle vicende nella storia e nelle società umane? Non vediamo noi, che gli uomini lodan sempre il passato al disopra del presente, il che prova dicerto che essi vedono tra l'uno e l'altro grande differenza? Veramente, risponde il Machiavelli, assai spesso si loda il passato, perchè non desta invidia, ed anche perchè lo troviamo esaltato dai grandi scrittori dell'antichità. «È certo però che le cose umane sono in continuo moto, e che o le salgono o le scendono; onde chi vive quando discendono, ha ben ragione di lodare il passato. Io credo che il mondo sia stato sempre ad un modo, e che abbia sempre avuto tanto di buono, quanto di tristo, ma distribuito diversamente secondo i tempi.[463] La virtù passò dall'Assiria nella Media, di qui andò a Roma, e dopo la caduta dell'Impero non è rimasta più concentrata in un sol paese, ma si è diffusa in varî: nei Franchi, nei Turchi, oggi nella Magna, e prima in quella setta saracina che fece sì gran cose, e distrusse l'Impero orientale.[464] Onde ne segue, che chi è nato in Grecia o in Italia deve lodare il passato e biasimare i tempi presenti, nei quali non è cosa alcuna che li ricomperi d'ogni estrema miseria, infamia e vituperio; dove non è osservanza di religione, non di leggi, non di milizia. La cosa è più chiara che il sole; e io dirò manifestamente quello che ne intendo, acciocchè gli animi dei giovani possano fuggire questi tempi, e prepararsi ad imitare gli antichi, perchè gli è ufficio d'uomo buono quel bene che, per la malignità de' tempi e della fortuna, tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri.»[465] E così egli spiega la immutabilità dell'umana natura, il continuo ripetersi della storia, e la continua mutazione delle umane vicende.

Di qui poi nasce la necessità, che vedemmo osservata anche dal Guicciardini, di adattare ai tempi in cui si vive, i mezzi e l'ingegno proprio, altrimenti si va incontro a sicura rovina. «Manlio Capitolino, che pure aveva tanti meriti verso la patria, appena che si lasciò tirare dall'ambizione, ebbe tutti contro di sè, e dovette rovinare, perchè non s'avvide che i tempi erano per la libertà, essendo buoni i costumi e la repubblica bene costituita. E però Tito Livio dice: Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus esset, memorabilis. Egli sarebbe stato di certo non solo un uomo fortunato, ma raro e memorabile, se fosse nato in una città corrotta, come era Roma ai tempi di Mario e di Silla; e questi invece sarebbero rovinati subito, se fossero nati al suo tempo. Il sapersi, adunque, adattare alle condizioni diverse dei tempi e dei luoghi è necessario, perchè un uomo solo non riuscirà mai a mutare la natura di un popolo.[466] Siccome però egli non può neppure aver la forza di mutare sè stesso, così ne segue che la fortuna ha un grandissimo potere nelle cose umane, facendoti nascere in tempi adatti o contrarî alle tue qualità. Fabio Massimo, per natura temporeggiatore, fu fortunato nel trovarsi a comandare quando i Romani erano esausti, e quindi incapaci di risoluzioni ardite e pronte. Invece egli si oppose a torto, quando più tardi Scipione voleva andare in Africa, perchè allora erano mutati i tempi, non la sua indole; laonde se fosse dipeso da lui, Annibale starebbe ancora in Italia. Ma gli uomini sono così fatti che quando riuscirono per una certa via nei loro fini, non sanno persuadersi che, mutati i tempi, si possa riuscire, mutando i modi, e che le antiche vie non giovano più. Certo se sapessero adattarsi, variando a tempo, potrebbero anche riuscir sempre nelle loro imprese; ma non sapendo, o non volendo, ne aumenta sempre più il potere inevitabile della fortuna.[467] E contro questo suo potere è inutile ribellarsi, perchè tutte le istorie provano chiaro che gli uomini possono secondarla, ma non opporsi ad essa; possono tessere gli orditi suoi, ma non romperli. Debbono tuttavia non abbandonarsi mai, perchè, non conoscendosi il suo fine, e percorrendo essa vie traverse ed ignote, hanno sempre da sperare in qualunque travaglio si trovino.»[468]

Queste idee portano finalmente il Machiavelli ad esaminare quale deve essere la condotta dell'uomo di Stato, quali mezzi deve adoperare, quando si trovi a governare un popolo universalmente corrotto, e massime se si tratti di mutare sostanzialmente la forma di governo, dalla tirannide passando alla libertà o viceversa. I mezzi da adoperare in simili casi debbono di necessità essere violenti. «Un popolo uso a vivere sotto la tirannide, con difficoltà grandissima si riduce a vivere in libertà, perchè esso è come un animale bruto e feroce, nutrito sempre in carcere; e il nuovo governo libero avrà nemici tutti i partigiani della tirannide.» «Non ci è allora più potente rimedio, nè più valido, nè più sano, nè più necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto.»[469] Per queste medesime ragioni «un principe che prenda nelle sue mani il governo, deve fondarsi sul popolo, senza il favore del quale non si potrà mai reggere a lungo. Quanto però agli ambiziosi che voglion comandare, egli deve o subito contentarli o spegnerli, come fece Clearco tiranno di Eraclea, il quale, messo tra il malumore del popolo e quello dei grandi odiati dal popolo, ammazzando questi, contentò quello.[470] Ed è una regola generale, che chi piglia la tirannide e non ammazza Bruto, e chi fa uno Stato libero e non ammazza i figliuoli di Bruto, si mantiene poco tempo, come avvenne a Piero Soderini che rovinò, perchè credette colla pazienza vincere i figli di Bruto.[471] Ma, anche ammazzati che sieno i figli di Bruto, un popolo usato a vivere in servitù non diviene per questo libero, se già non vi sia un uomo che lo mantenga tale, il che durerà solo finchè egli è vivo. Dove la materia non è corrotta, non nuocciono i tumulti; dove è corrotta, non giovano le buone leggi, se non sorge uno che con forza estrema le faccia osservare tanto, che gli uomini diventino buoni, il che non so se sia mai intervenuto, e se è possibile che intervenga.»[472]

«Discorrere questi casi poco probabili,» dice il Machiavelli, «può parere superfluo; pure, dovendosi d'ogni cosa ragionare, presupporrò una città corrottissima, donde verrò ad accrescere più tali difficoltà, perchè non si trovano nè leggi nè ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Infatti, come i buoni costumi per mantenersi hanno bisogno delle leggi, così queste per essere osservate hanno bisogno di quelli. E se le leggi si possono mutare con facilità, non così gli ordini politici, e molto meno i costumi e l'ordinamento sociale di un popolo. La libertà suppone sempre uguaglianza, ed il principato, invece, disuguaglianza. Come dunque si potrebbe, per esempio, fondare la libertà in Milano o Napoli, dove manca ogni uguaglianza di cittadini; chi potrebbe sperar mai di mutar facilmente con le leggi un tale ordine di cose? A fare una lenta mutazione occorrerebbe un savio, che vedesse le cose assai di lontano; ma questi son sempre pochi, e non trovano quasi mai favore nella moltitudine. Per mutar le cose ad un tratto, bisognerebbe ricorrere alle armi, alla violenza, e innanzi tutto farsi principe della città, per disporne poi a suo modo.» «E perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un uomo buono, e il diventare per violenza principe di una repubblica presuppone un uomo cattivo, per questo si troverà che radissime volte accaggia, che un uomo buono voglia diventare principe per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nell'animo usare quella autorità bene, che egli ha male acquistata. Da tutte le soprascritte cose nasce la difficoltà o impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una repubblica o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o mantenere, sarebbe necessario ridurla più verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocchè quelli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenza, non possono essere corretti, fussero da una potestà quasi regia in qualche modo frenati.»[473]

«Da queste considerazioni generali passando ad esaminare le condizioni in cui trovasi l'Italia, si vedrà chiaro che in essa, a causa della sua corruzione, c'è poco o nulla da sperare, salvo la forza e la violenza di qualche uomo grande, che sappia e voglia renderla migliore. In Italia tutto è corrotto, come in parte sono corrotte la Spagna e la Francia; ma in queste due nazioni le cose vanno meglio assai, perchè vi sono già regni ordinati. Nella Germania invece sono repubbliche ben governate, e costumi incorrotti che fanno andar bene le cose.» E qui il Machiavelli s'esalta a farci di nuovo una pittura ideale delle repubbliche armate della Germania e della Svizzera, «dove la libertà è grande ed i costumi sono aurei. La quale bontà,» egli dice, «è tanto più da ammirare in questi tempi, quanto è più rara; anzi è rimasta solo in quella provincia, perchè essa non ha avuto molto commercio coi vicini, e così potè mantenersi semplice nel vivere, e non lasciò entrare fra i suoi abitanti i costumi francesi, spagnuoli e italiani, le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo. Nelle repubbliche tedesche si ha inoltre il vantaggio grandissimo, che i nobili vengono cacciati o spenti, e così è mantenuta quella uguaglianza civile che è base necessaria della libertà.»

«Di questi nobili,» prosegue il Machiavelli, «sono piene Napoli, Roma, la Romagna e la Lombardia; onde nasce che ivi non è mai stata alcuna vera repubblica, nè alcun vivere politico; perchè tali generazioni d'uomini sono al tutto nemiche d'ogni civiltà; ed a volerle riordinare, se alcuno ne fosse arbitro, non avrebbe altra via che farvi un regno, perchè solo la forza della mano regia, ed una potenza assoluta ed eccessiva possono metter freno alla eccessiva ambizione e corruttela dei potenti. In Toscana, invece, si hanno le repubbliche di Firenze, Siena e Lucca, e si vede che le altre città, se non l'hanno, vorrebbero avere la libertà. E tutto questo segue perchè non vi sono in esse signori di castella, ma tanta eguaglianza, che facilmente un uomo prudente e che delle antiche civiltà avesse cognizione, v'introdurrebbe un vivere libero. L'infortunio loro è stato però così grande, che insino a questi ultimi tempi non è sorto alcuno che abbia voluto o saputo farlo.»[474]

Si potrebbe addurre in contrario, continua il Machiavelli, l'esempio di Venezia, dove solo i gentiluomini hanno autorità; ma essi sono nobili solo di nome, perchè le loro ricchezze sono nella mercatanzia, e non hanno nè grandi possessi immobili, nè castelli, nè giurisdizione sugli uomini. E così la conclusione è sempre, che la libertà si fonda sulla civile uguaglianza, e che il feudalismo è assolutamente contrario ad ogni vera forma repubblicana. Dove esso esiste o bisogna istituire una monarchia, o addirittura soffocarlo nel sangue, ed estirparlo prima di potervi ordinare una repubblica. L'Italia si trovava allora in condizioni diversissime nelle sue varie provincie, alcune essendo adatte solo a formare un regno, altre solo una repubblica. E siccome senza riunirla, essa non avrebbe mai potuto formare uno Stato forte e felice, così queste sue condizioni erano quasi disperate, riuscendo difficilissimo del pari il fondarvi per tutto una repubblica o una monarchia.

Chi vuole riformare uno Stato, sia con una repubblica, sia con un regno libero, deve, secondo il Machiavelli, conservare in esse almeno l'ombra dei modi antichi, tanto che nulla appaia mutato.[475] Chi invece vuol fondarvi un regno dispotico, deve tutto mutare: nuove leggi, nuovi modi, nuovi uomini; fare ricchi i poveri; edificare città nuove; disfare le vecchie, perchè tutto sia riconosciuto dal principe. Bisogna fare come Filippo di Macedonia, del quale si dice, «che tramutava gli uomini di provincia in provincia, come i mandriani tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi e nimici d'ogni vivere non solamente cristiano, ma umano, e debbegli qualunque uomo fuggire, e vivere piuttosto privato che re con tanta rovina degli uomini.» «Ma chi non vuol seguire la via del bene, deve, per mantenersi, entrare nel male, e non pigliar mai quelle vie del mezzo, che senza renderti buono, non sono utili nè a te nè agli altri.»[476]