Il Machiavelli combatteva con molta insistenza queste vie di mezzo, le quali esso diceva che gli uomini del suo tempo seguivano, incerti sempre fra i precetti della morale cristiana e le necessità della politica, senza obbedire del tutto nè all'una, nè all'altra. «I Romani le fuggirono come perniciosissime, perchè un governo altro non è che un tenere i sudditi in guisa che non ti possano offendere; e quindi bisogna o beneficarli in modo che ti siano amici, o assicurartene in modo che sia loro impossibile il nuocerti.[477] A governare adunque una città sottomessa e divisa non ci sono che tre modi: ammazzare i capi dei tumulti, rimuoverli, o costringerli a fare la pace. L'ultimo modo è il più pericoloso, il primo è il più sicuro. Ma perchè siffatte esecuzioni hanno in sè il grande ed il generoso, una repubblica debole non le sa fare, e ne è tanto discosta, che a fatica la si conduce al rimedio secondo. Questi sono gli errori in cui cadono sempre i principi dei nostri tempi, per la debolezza dei presenti uomini, causata dalla fiacca educazione loro, e dalla poca notizia che hanno delle storie, il che fa giudicare i modi antichi parte inumani e parte impossibili. Essi hanno certe loro moderne opinioni assai discoste dal vero, come quella dei savî della nostra città, i quali dicevano: Che bisognava tener Pistoia con le parti e Pisa con le fortezze. Non si avvedevano che le fortezze non giovano, e che il governare con le parti è sempre pericoloso. Infatti, se con tali modi governa un principe, avrà sempre nemica una parte, la quale cercherà aiuto di fuori; e così, alla prima occasione, egli troverà nemici nella città e fuori di essa. Se poi governa una repubblica, non c'è il più bel modo a dividere sè stessa, come seguì ai Fiorentini, i quali, volendo con le parti riunire Pistoia, divisero invece la loro città.»[478]

«Pure, nonostante la esperienza presente e la passata, gli uomini de' nostri tempi preferiscono sempre le vie di mezzo. Se ne è visto un esempio recente e chiaro, quando Giulio II, solo e senza l'esercito, entrò in Perugia, per cacciarne Giovan Paolo Baglioni. Non capirono allora i prudenti, come mai questi non si fosse impadronito del Papa, dei cardinali e di tutte le loro delizie.» «Non potè essere per bontà o per coscienza che lo ritenesse, perchè in un petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, ch'aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcuno pietoso rispetto; ma si conchiuse che gli uomini non sanno essere onorevolmente tristi o perfettamente buoni, e come una tristizia ha in sè grandezza, o è in alcuna parte generosa, eglino non vi sanno entrare. Così Giovanpagolo, il quale non stimava essere incesto e pubblico parricida, non seppe o, a dir meglio, non ardì, avendone giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sè lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro ai prelati quanto sia da estimare poco chi vive e regna come loro, ed avesse fatto una cosa la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo che da quella potesse dipendere.»[479]

E tuttavia, osserva il Machiavelli, la forza, il coraggio e la violenza non sempre bastano, specialmente per salire da piccola a grande fortuna. «Ci vogliono spesso anche la frode e l'inganno; anzi la sola frode può qualche volta bastare, ma non la sola forza. Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità d'ingannare; giacchè la prima spedizione che gli fa fare contro il re d'Armenia, è piena di frode, e riesce con l'inganno, non con la forza. Ed il tener questa via è necessario non solo ai principi, ma anche alle repubbliche, almeno fino a che esse non sono divenute potenti, come ne danno esempio i Romani.»[480] Altrove cerca spiegare, com'egli non intenda lodare la frode, incondizionatamente. «Sebbene, egli dice, la fraude sia per sua natura sempre detestabile, pure l'usarla può qualche volta essere necessario, ed anche, come per esempio nella guerra, glorioso. Infatti è parimente lodato colui che con fraude supera il nimico, come quello che lo supera con la forza. Di che, per leggersi assai esempî, non ne replicherò alcuno.» «Dirò solo questo, che io non intendo quella fraude esser gloriosa, che ti fa romper la fede data ed i patti fatti, perchè questa, ancora che la ti acquisti qualche volta Stato e regno, come di sopra si discorse, la non ti acquisterà mai gloria. Ma parlo di quella fraude che si usa col nimico che non si fida di te, e che consiste proprio nel maneggiare la guerra.»[481]

Da quanto abbiamo sinora esposto, è ben chiaro che il concetto del Principe apparisce e ricomparisce di continuo, quantunque solo abbozzato, nei Discorsi, e che il Machiavelli non giudica in modo alcuno il valore morale delle azioni individuali, ma l'effetto reale di esse come azioni politiche. Questo è anzi il carattere che predomina sempre ne' suoi scritti, e ne abbiamo un altro esempio chiarissimo nel lungo capitolo Delle congiure.[482] Qui par di vedere proprio un fisiologo che faccia esperimenti di vivisezione, e cerchi col suo coltello anatomico distinguere gli organi, scoprirne le funzioni diverse. Le congiure si fanno contro quei principi che sono più generalmente odiati. Allora sogliono dare animo alla vendetta le ingiurie private, le quali possono essere nel sangue, nella roba, nell'onore. Quanto al sangue sono assai più pericolose le minacce che le esecuzioni, perchè chi è morto non può pensare alla vendetta, e quelli che restano vivi ne lasciano spesso il pensiero al morto. Pericolosissime sono poi le ingiurie nella roba e nell'onore, perchè il principe «non può mai spogliare uno tanto che non gli resti un coltello da vendicarsi; non può mai tanto disonorare uno che non gli resti un animo ostinato alla vendetta.»[483] Si congiura anche per solo desiderio di liberare la patria; ma allora i principi non hanno altro scampo che deporre la tirannide, il che non fanno, e però spesso capitano male.

I congiurati corrono pericolo in sul fatto, prima e dopo. Prima possono essere scoperti per denunzia, per congetture o per imprudenza. Unico rimedio sicuro è, in simili casi, comunicare la cosa ai compagni solo in sul fatto, costringendoli ad operare più presto che si può. Qualche volta questa sollecitudine è imposta dalla necessità, in cui ti trovi di fare al principe quello che egli sta per fare a te ed ai tuoi. Essa caccia allora gli uomini in modo che li fa riuscire, e però i principi debbono guardarsi dal far minacce, che sono sempre pericolosissime. I pericoli in sul fatto stesso della congiura, nascono o dal variar l'ordine già stabilito, o dal mancar l'animo, o da errore per imprudenza, o da lasciar parte della impresa incompiuta, quando si tratti di uccidere più persone. Una volta che s'è fermato il pensiero a un modo, è pericolosissimo mutarlo a un tratto; è meglio assai eseguire il primo disegno con qualche inconveniente o pericolo. Manca poi l'animo in sul fatto, per reverenza al principe o per viltà. Bisogna quindi scegliere sempre gente provata, «perchè dell'animo nelle cose grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa alcuna.[484] Possono anche sopravvenire pericoli improvvisi ed inaspettati; ma di questi si può solo ragionare con esempî, per fare gli uomini più cauti, e non altro. Di tutti i pericoli poi, quello da cui i congiurati non si salvano mai, è quando il popolo è amico del principe.» E così, distinguendo ed esaminando, continua sino alla fine questo capitolo singolare davvero per chiarezza, penetrazione e conoscenza del cuore umano.

Ma non dobbiamo dimenticare che l'argomento principale dell'opera, quello intorno a cui tutte le teorie del Machiavelli s'aggirano, riman sempre la fondazione dello Stato, la formazione stabile e duratura della sua unità organica per opera del legislatore, sia che questi voglia o si trovi costretto a fondare una monarchia; sia che, più fortunato o più magnanimo, elegga, invece, fondare una repubblica, e fare in modo che, dopo la sua morte, essa possa reggersi da sè, affidata al popolo, che è sempre più atto a mantenerla che a fondarla. E qui si può chiedere: in che modo il Machiavelli pensava di costituire in Italia questa unità, e specialmente unità repubblicana, quando al suo tempo la libertà delle repubbliche era ristretta alla città dominante, che opprimeva le altre? Abbiamo visto come un tal fatto fosse stato già osservato dal Guicciardini, senza che egli ne cavasse altra conseguenza che l'affermare: essere in sostanza assai meglio cadere sotto una monarchia, che sotto una repubblica, perchè la prima tratta i sudditi suoi tutti allo stesso modo, mentre invece la seconda vuole i benefizi della libertà solo per i suoi proprî cittadini. Ed il Machiavelli aveva già fatto la stessa osservazione, quando scrisse che «di tutte le servitù più grave è quella che ti sottomette ad una repubblica, perchè più durevole, e perchè il fine della repubblica è di snervare e indebolire, per accrescere il corpo suo, tutti gli altri, il che non fa un principe, che non sia un barbaro distruttore di paesi, e dissipatore di tutte le civiltà degli uomini, come sono i principi orientali. Quando però egli abbia in sè ordini umani e normali, amerà del pari tutte le città a lui soggette.»[485]

Se non che il Machiavelli non si contenta, come il Guicciardini, di notare il fatto e passar oltre. Egli afferma ancora, che questo modo tenuto dalle repubbliche del Medio Evo era pessimo, pericoloso e rovinoso. «Le repubbliche,» egli dice, «hanno tre vie d'ampliare il loro Stato: 1ª Una confederazione fra di loro, come fecero gli Etruschi e gli Svizzeri. 2ª Farsi compagni i conquistati, in modo però da ritenere per sè il grado del comandare, la sedia dell'imperio ed il titolo delle imprese, che è il modo tenuto dai Romani. 3ª Farsi sudditi e non compagni, come fecero gli Spartani e gli Ateniesi. Questo terzo modo è il peggiore di tutti, perchè pigliar cura d'avere a governare le città con violenza, massime quelle che sono consuete a viver libere, è una cosa difficile e faticosa. Bisogna per riuscirvi essere assai forte di armi, ed ingrossare le città, aumentandone la popolazione con forestieri. Questo non fecero Sparta ed Atene, e però rovinarono. Lo fecero invece i Romani, che in altri tempi presero anche la seconda via, e furono potenti. Essi dapprima si resero compagni i popoli italiani, unendoli a loro con leggi comuni, ma tenendo sempre l'imperio ed il comando per sè. Dipoi, con l'aiuto di questi compagni, fecero sudditi gli stranieri, i quali, essendo stati sotto i re, non erano usi a libertà. Così quando gl'Italiani si vollero ribellare, i Romani erano già assai forti, e poterono sottometterli, avendo saputo prima ingrossare la propria città coi forestieri, giacchè capivano che bisogna imitare la natura, e che mai un pedale sottile non sosterrà un albero grosso. Il primo modo poi, cioè della confederazione, è quello tenuto dagli Etruschi, i quali, mediante l'unione di dodici città, che si reggevano per via di lega, furono potentissimi nel commercio e nelle armi, e rispettati dal Tevere sino alle Alpi.»

«Queste confederazioni non fanno, è vero, grande imperio; mantengono però quello che acquistano, e non si tirano guerra addosso. La ragione per la quale non arrivano a grande potenza, è chiara. Una repubblica disgiunta e posta in varie sedi, non può con prontezza deliberare; non è ambiziosa di un dominio che deve esser diviso fra molti. E il fatto dimostra, che queste confederazioni non passano mai le dodici repubbliche, come quella degli Etruschi, o le quattordici, come quella degli Svizzeri, e così hanno quasi un termine fisso.[486] Quando non si può o non si vuole seguire questa via, l'ingrandirsi col sottomettere ed opprimere i sudditi è un sistema che, se fu dannoso a repubbliche armate come Sparta ed Atene, sarà sempre rovinoso a quelle disarmate come le nostre. Il vero e miglior modo, adunque, riman sempre quello tenuto dai Romani, di farsi cioè compagni e non sudditi; ed è tanto più lodevole, in quanto che essi furono i primi ad adottarlo, e come non erano stati in ciò mai preceduti da alcuno, così non furono poi imitati da altri. Infatti se delle confederazioni ci danno oggi esempio gli Svizzeri e la lega di Svevia, gli ordini dei Romani non sono imitati da nessuno; anzi non se ne tien conto, perchè giudicati parte non veri, parte impossibili, parte non a proposito ed inutili. Tanto che, standoci con siffatta ignoranza, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. Ma quando la imitazione dei Romani paresse difficile, non dovrebbe parer tale quella degli antichi Etruschi, massime a' presenti Toscani; perchè se quelli non poterono, per le cagioni dette, fare uno imperio simile al romano, poterono acquistare in Italia tutta quella potenza che è consentita dal procedere per via di leghe.»[487]

Bisogna richiamare alla memoria tutti i principali scrittori politici dei secoli XV e XVI in Italia, tutte le idee allora più universalmente accette, indubitabilmente ammesse, se si vuol capire lo sforzo gigantesco che faceva il Machiavelli, per liberarsene ed arrivare al chiaro concetto dello Stato. Egli certo non riesce a determinarlo scientificamente; non arriva a proclamare che tutti i sudditi debbono essere cittadini uguali innanzi alla legge, e tutti partecipare direttamente o indirettamente al governo. Ma per arrivare a ciò bisogna aspettare il secolo XVIII e la rivoluzione francese. Il Machiavelli, come abbiam visto, mette da un lato e respinge il feudalismo, le compagnie di ventura, il potere politico delle Arti maggiori e minori, il dominio temporale dei papi e la loro ingerenza nello Stato, del quale cerca l'unità, l'indipendenza e la forza. Egli vede ancora, e per la prima volta, che questa unità organica non si può costituire, senza trattare i sudditi come compagni e non come sottoposti. A siffatte idee, che sono un vero avvenimento nella storia della scienza politica, egli torna di continuo, con minore o maggiore chiarezza, ma sempre con uguale costanza e fede. «La Francia molte volte ha preso Genova, l'ha tenuta colla forza e l'ha sempre perduta. Solo adesso, costretta dalla necessità, l'ha lasciata reggersi da sè, con un governatore genovese, e ne è assai più sicura. Gli uomini tanto più ti si gettano in grembo, quanto più tu pari alieno dall'occuparli, e tanto meno ti temono per conto della loro libertà, quanto più sei umano e domestico con loro.»[488] Cita poi l'esempio di Capua, che chiese spontanea il pretore ai Romani, e continua: «Ma che bisogno v'è d'andare a Capua o a Roma, quando abbiamo gli esempi in Toscana? Pistoia si dette volontaria ai Fiorentini; Lucca, Pisa, Siena furono sempre nemiche. E ciò non perchè i Pistoiesi non amassero la libertà come gli altri, o si tenessero da meno; ma per essersi i Fiorentini portati con loro sempre come fratelli, e con gli altri come nimici.» «E senza dubbio i Fiorentini, se o per via di leghe o di aiuto, avessero dimesticati e non insalvatichiti i suoi[489] vicini, a quest'ora sarebbero signori di Toscana. Non è per questo che io giudichi che non si abbia ad operare le armi e le forze; ma si debbono riservare in ultimo luogo, dove e quando gli altri modi non bastino.»[490]

Certo non era possibile che, nei primi del secolo XVI, il Machiavelli arrivasse ad una determinazione scientifica, piena ed esatta della vera unità organica dello Stato, argomento su cui tanto si disputa anche oggi; e molto meno poi egli avrebbe potuto arrivare a determinarne con precisione l'origine e lo svolgimento storico. Pure anche di ciò ebbe coscienza, e vi tornò sopra più volte, sebbene in modo vago ed incerto. Nel principio del terzo libro si ferma a dire, che i governi e le istituzioni, per aver lunga vita, hanno bisogno di essere ordinati in maniera che possano spesso essere ricondotti ai loro principii. Questa sentenza fu da molti lodata senza essere pienamente intesa. Il Capponi, invece, la crede del tutto errata, accusando il Machiavelli di tener volti gli occhi indietro, e cercare rimedio alle cose fuori di loro medesime, cioè «in quel loro essere che è svanito.»[491] Ma chi esamini con attenzione quel capitolo, vedrà che il Machiavelli non cerca aiuto e forza alle istituzioni fuori di esse. Vuole ritirarle di continuo non al passato, ma ai principii, secondo cui e su cui vennero costituite. Essi ne furono come il germe, e se ebbero la forza di generarle, debbono secondo lui aver quella di ritemperarle e rinnovarle.[492] Gli esempi che adduce più volte chiariscono anche meglio il suo pensiero. «Prima che Roma fosse presa dai Francesi, le sue istituzioni non erano rispettate, e i tre Fabî, che combatterono i Francesi contra jus gentium, non furono puniti, ma creati tribuni. Venuta poi la calamità, e sperimentato il pericolo, essi furono puniti, e la religione e le leggi rimesse in vigore. A Roma i tribuni, i censori e le leggi fatte contro gli ambiziosi, erano destinate a ritirare di continuo la repubblica verso i suoi principii. A ciò fare basta qualche volta la semplice virtù di un uomo grande, che riconduca gli uomini verso la libertà e verso i buoni costumi, sebbene più efficaci sieno sempre le buone istituzioni. La religione cristiana sarebbe forse stata al tutto spenta dalla sua corruzione, se da S. Francesco e da S. Domenico, fondatori di ordini nuovi, non fosse stata ricondotta ai suoi principii.» «Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi e di ridurre le leggi di quelli verso il suo principio. E si vede quanto buono effetto fa questa parte nel regno di Francia, il quale regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini più che alcun altro. Delle quali leggi e ordini ne sono mantenitori i Parlamenti, e massime quel di Parigi, le quali sono da lui rinnovate qualunque volta fa una esecuzione contro ad un principe di quel regno, e ch'ei condanna il Re nelle sue sentenze. Ed infino a qui si è mantenuto, per essere stato uno ostinato esecutore contro a quella nobiltà; ma qualunque volta e' ne lasciasse qualcuna impunita, e che le venissero a multiplicare, senza dubbio ne nascerebbe o che si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel regno si risolverebbe.»[493] Ora si può disputare se questa idea del Machiavelli sia sempre espressa con molta chiarezza, e si può trovare qualche difficoltà nel determinarla con precisione; ma non si può dire, mi sembra, che egli cercasse il rimedio alle istituzioni pericolanti, fuori di loro stesse, in un passato che è morto. Ritorno ai loro principii vuol dire per lui ritorno al concetto fondamentale di chi le creava; giacchè, come abbiam visto, leggi, religioni, governi sono pel Machiavelli l'opera e la creazione personale del legislatore, tale essendo l'unico modo con cui gli si presentava e diveniva intelligibile la loro organica unità. Mantener fermo il concetto fondamentale del legislatore, e farvi ritorno ogni volta che se ne deviava, era quindi il solo mezzo di ridonar la vita alle istituzioni, e promuoverne la naturale evoluzione.